Ai lavoratori non servono giravolte, ma coerenza e impegno per la ricostruzione comunista

Ai lavoratori non servono giravolte, ma coerenza e impegno per la ricostruzione comunista

Ancora una volta le tornate elettorali dettano l’agenda politica della sinistra, anche nelle sue organizzazioni più radicali, piegando qualsiasi prospettiva strategica all’utilità immediata del risultato contingente, e anche dell’autoconservazione dei suoi gruppi dirigenti. Quando un anno fa il Partito Comunista decise di presentare il proprio simbolo alle elezioni politiche e quindi di non partecipare a coalizioni elettorali unitarie di sinistra, attirò su di sé molte critiche. È bastato meno di un anno per dimostrare le ragioni della nostra scelta.

In ogni prospettiva di aggregazione a sinistra manca sistematicamente qualsiasi chiarezza sulla differenza tra l’alternativa al PD – condizione necessaria ma non sufficiente –  e la costruzione di una soggettività politica che esprima il rifiuto del sistema capitalistico e che lotti per far avanzare la prospettiva di un’alternativa alla società capitalistica. In nome di questa ambiguità si può rifiutare l’accordo con il PD, ma allo stesso tempo sostenerlo con settori altrettanto responsabili della condizione dei lavoratori e delle masse popolari: partiti e personaggi impegnati nelle amministrazioni locali, nei governi regionali, imbevuti della retorica della democrazia borghese, della legalità borghese, di una visione riformista, assolutamente compatibile con le dinamiche di salvaguardia del capitalismo. L’ambiguità si scioglie, l’alternativa diventa solo elettorale –  magari persino temporanea, in attesa di sviluppi interni al PD –  ma assolutamente priva di qualsiasi prospettiva strategica che ponga una reale differenza con le forze che comunque stanno “dentro” al sistema borghese ed alle sue logiche. Una parte rilevante delle forze più sane della società: lavoratori, settori di sindacato conflittuali, giovani, studenti, protagonisti delle lotte sociali vengono così imbrigliati, loro malgrado, all’interno dei meccanismi di bassa politica della società borghese.

Per questa ragione si cercano formule di compromesso buone per tutte le stagioni che esprimano un’apparente radicalità senza dire nulla. Una di queste è l’idea della “rottura dell’Unione Europea dei trattati” che in concreto non significa assolutamente nulla, e che a ben vedere, non è altro che l’ennesima declinazione della visione riformista Sinistra Europea, con parole apparentemente più radicali. Dopo l’Arcobaleno, la Rivoluzione Civile, l’Altra Europa e Pap, saremmo ora di fronte ad un nuovo simbolo, per la quinta volta. A una leadership affidata, per la terza volta a un ex-magistrato, da Ingroia a Grasso, e oggi a De Magistris. No, grazie. Lo diciamo con rispetto per chi fa questa scelta, a nostro avviso, sbagliando.

Da comunisti riaffermiamo, ancora una volta, che la nostra prospettiva strategica è la costruzione di un forte, radicato, coerente Partito Comunista, che sia percepito come serio e affidabile da parte dei lavoratori e delle classi popolari del nostro Paese. È un processo che richiede tempo e non conosce scorciatoie. Esige un percorso sicuramente lungo, necessariamente chiaro e coerente. Non ha bisogno di continue giravolte, cambi di linee strategiche, simboli, figure di riferimento, situazioni che producono disorientamento, evitando sistematicamente la sedimentazione di qualsiasi ipotesi organizzativa. L’elettorato della sinistra “alternativa al PD” in dieci anni ha visto solo sconfitte, non tanto elettorali, quanto strategiche. Oggi un’altra ancora, che non fermerà di un millimetro il progressivo scivolamento in senso reazionario della società italiana.

Guardiamo alle elezioni europee, come abbiamo sempre fatto, con la consapevolezza che le elezioni servono a costruire e rafforzare il Partito e non viceversa. Siamo consapevoli che l’ostacolo della raccolta di 150.000 firme in tutto il Paese è enorme, ma non per questa ragione ci accodiamo a percorsi elettorali che sono antitetici rispetto alla nostra prospettiva. Il Partito lavorerà con le proprie forze, con tutti i sinceri comunisti che vorranno sostenere insieme a noi questo sforzo. Abbiamo sempre ricercato l’unità comunista ma attribuendo a questa espressione una prospettiva strategica e non istituzionale ed elettorale. Affermiamo nuovamente che la nostra porta è aperta, ma con altrettanta chiarezza diciamo che non siamo disponibili a discutere di unità comunista con quei dirigenti che, dopo essere stati rifiutati da chi ha preferito altre alleanze, si riscoprono improvvisamente fautori dell’unità dei comunisti sotto elezioni. Servono scelte strategiche non vecchie logiche.

Siamo consapevoli della difficile condizione della società italiana, del contesto internazionale, di quanto sta accadendo nel nostro continente e nel mondo. Ma siamo altrettanto consapevoli degli errori commessi nel passato dalla sinistra, e anche dai comunisti. Non sarà rinunciando alla costruzione dell’unico progetto in grado di lottare per una società alternativa al capitalismo che miglioreremo questa situazione. Abbiamo il dovere di evitare che nuovi errori strategici possano intaccare anche quel poco –  certamente ancora insufficiente –  che fino ad oggi siamo riusciti a ricostruire in termini di militanza, consenso, interesse attivo specie tra le nuove generazioni. Perché questo è l’embrione della nuova società che dobbiamo far nascere. Sarebbe un errore imperdonabile sacrificarlo in nome della pressione del momento, o peggio ancora di calcoli meramente elettorali. Sappiamo che una linea coerente può apparire rigida, ma nel tempo è l’unica che paga

Abbiamo un Partito e una Gioventù che crescono nel Paese, lavoreremo coerentemente per rafforzarli. Per questo rivolgiamo un appello a quanti saranno delusi dalle ennesime giravolte e esperienze fallimentari, ai lavoratori, ai giovani: abbandonate le illusioni, unitevi a chi con determinazione e coerenza vuole costruire in questo Paese un forte Partito Comunista, unico strumento in grado di condurre i lavoratori e le classi popolari alla loro liberazione, all’abbattimento dell’oppressione capitalistica alla costruzione di una società socialista. Negli anni futuri, quali siano le condizioni di questo Paese e del mondo il Partito Comunista ci sarà, noi ci saremo e saremo più forti. Con il nostro simbolo, con le nostre bandiere, con le nostre idee. Ne è la riprova una forte e combattiva gioventù, che testimonia più di ogni altro fattore le solide basi su cui poggia la ricostruzione comunista in Italia. Chi oggi potrebbe dire altrettanto?

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RIZZO (PC): «REDDITO DI CITTADINANZA E’ SOLO UN SUSSIDIO CHE PROVOCHERA’ EMIGRAZIONE E SFRUTTAMENTO. QUOTA 100 NON ELIMINA LA FORNERO».

RIZZO (PC): «REDDITO DI CITTADINANZA E’ SOLO UN SUSSIDIO CHE PROVOCHERA’ EMIGRAZIONE E SFRUTTAMENTO. QUOTA 100 NON ELIMINA LA FORNERO».

«I cinque stelle riescono nel capolavoro di spacciare per provvedimenti a favore delle classi popolari l’istituzionalizzazione del loro sfruttamento con il reddito di cittadinanza e il sostanziale mantenimento della Legge Fornero. In realtà hanno tradito ogni impegno preso in campagna elettorale». Così Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista, a commento del decreto varato dal Cdm. «Dopo un anno, chi riceve il reddito è obbligato ad accettare qualsiasi offerta di lavoro in ogni parte d’Italia, pena la revoca del reddito. Non ci vuole molto a capire che si utilizzerà un esercito di disoccupati per costringerli a accettare lavori a condizioni sempre peggiori. Questo reddito è un sussidio allo sfruttamento e all’emigrazione, un sistema istituzionalizzato per favorire la competizione al ribasso sui salari e sui diritti dei lavoratori. Pagano i lavoratori, vincono anche questa volta le grandi imprese che incasseranno il reddito al posto dei disoccupati una volta assunti. Quanto alle pensioni – continua Rizzo – il governo Cinque Stelle – Lega, non ha abolito la Fornero ma ha solo previsto le condizioni per un anticipo con una forte riduzione della pensione percepita. Nulla di nuovo, la Fornero non viene cancellata. Avevano promesso fino a 20 miliardi e ne hanno stanziati 4,7. In sostanza – conclude Rizzo – questo governo sta ingannando i lavoratori, i disoccupati e pensionati, proseguendo con le stesse politiche delle precedenti maggioranze, come dimostrato dalla trattativa con l’Unione Europea».

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BANCA CARIGE. RIZZO (PC): « CINQUE STELLE ASSERVITI ALLA FINANZA COME IL PD».

BANCA CARIGE. RIZZO (PC): « CINQUE STELLE ASSERVITI ALLA FINANZA COME IL PD».

«Il governo Cinque Stelle -Lega, si prepara a varare l’ennesimo esborso di soldi pubblici in favore delle banche, questa volta per evitare il fallimento di Banca Carige. L’ennesima socializzazione delle perdite a costo della collettività per salvare i profitti privati della finanza italiana. In poche parole la stessa politica portata avanti dai governi precedenti per MPS e Banca Etruria». Così Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista. «Solo un anno fa -rincara la dose Rizzo –  il Movimento Cinque Stelle denunciava la spesa di oltre sessanta miliardi per il salvataggio delle banche. Oggi propone un’ennesima operazione di rifinanziamento, tradendo i propri impegni con gli italiani. Altro che governo del popolo. Chi accetta le regole del sistema capitalistico finisce sempre per fare la ruota di scorta degli interessi della finanza. Cambia il colore dei governi ma non la sostanza dei provvedimenti».

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L’Iniziativa Comunista Europea sul 101° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre 

L’Iniziativa Comunista Europea sul 101° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre 

L’Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai d’Europa, in merito al 101° anniversario della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, afferma quanto segue:

La Rivoluzione d’Ottobre è stato il più grande evento che si è svolto nel 20° secolo. Gli effetti che la presa del potere da parte della classe operaia hanno avuto per i lavoratori e i popoli del mondo sono stati visibili per decenni e hanno modellato gli sviluppi della storia umana.

I sistemi pubblici di sicurezza sociale, istruzione pubblica, sistema sanitario pubblico, sono tutti esistiti nei paesi capitalistici perché furono creati per la prima volta nell’URSS. La classe operaia nei paesi capitalisti era più forte grazie all’esistenza dei paesi socialisti. La sola esistenza dei paesi socialisti era abbastanza forte da indebolire i capitalisti e dare più forza al movimento operaio in tutto il mondo.

Ai giorni nostri, anni dopo il trionfo della controrivoluzione in URSS e nei paesi socialisti europei, i capitalisti mirano ancora a distruggere tutte le conquiste ottenute grazie all’eroica lotta della classe operaia e dei popoli, ispirata all’esempio dei paesi che stavano costruendo il socialismo-comunismo.

L’importanza della Rivoluzione d’Ottobre e le sue conseguenze non devono esser dimenticate o manipolate. La Rivoluzione d’Ottobre, il movimento e la storia comunista non possono esser equiparati al nazifascismo. Non dimentichiamo che fu l’Unione Sovietica a sconfiggere il nazifascismo e liberare i paesi dell’Europa orientale!

L’esempio della Rivoluzione d’Ottobre è fonte di ispirazione per le nuove generazioni di comunisti in Europa, che combattono in condizioni molto difficili contro la borghesia e i suoi meccanismi e alleanze statali e inter-statali come l’Unione Europea e la NATO, che alimentano il pericolo di nuove guerre imperialiste e dispute.

L’esempio della Rivoluzione d’Ottobre è pieno di lezioni per il movimento operaio, che sviluppa una lotta di lunga durata contro i padroni e loro governi che vogliono distruggere i diritti sociali, i diritti dei lavoratori, gli accordi collettivi, i sistemi di sicurezza sociale e sanitari, che vogliono ritardare l’età pensionabile e ostacolare l’accesso alle pensioni pubbliche per i lavoratori.

L’esempio della Rivoluzione d’Ottobre e della costruzione socialista è una potente arma nelle mani delle donne lavoratrici e degli strati popolari, che possono trovare molti esempi di come la loro liberazione possa avvenire solo insieme alla liberazione dell’intera classe lavoratrice, di come l’uguaglianza tra uomini e donne possa esser raggiunta solo in un sistema sociale ed economico che metta fine alle radici economiche della disuguaglianza.

La Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre 1917 ha segnato la strada da seguire: distruggere i rapporti di produzione capitalistici e lo stato capitalista attraverso la Rivoluzione Socialista; socializzare i mezzi di produzione concentrati per far posto ad una economia pianificata centralmente sotto il controllo operaio della produzione e della distribuzione del prodotto sociale; far sorgere la democrazia socialista-comunista dai centri di lavoro, costruendo un nuovo tipo di Stato che porti alla completa estinzione di ogni traccia di rapporti di produzione mercantili, qualsiasi traccia di sfruttamento e oppressione di alcuni esseri umani da parte di altri, fino al trionfo completo del comunismo.

Per molti decenni, l’Unione Sovietica e il resto dei paesi socialisti hanno dimostrato la superiorità del socialismo-comunismo sul capitalismo. È un fatto che, per la prima volta nella storia, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è stato superato e che, nell’URSS e nel resto dei paesi socialisti, sono state poste le basi per la formazione di una società superiore, libera dallo sfruttamento e da ogni forma di oppressione.

Questo è il motivo per cui siamo pienamente impegnati a difendere e diffondere la conoscenza dei progressi della costruzione socialista nel passato, apprendendo dalle debolezze e dagli errori ma anche, e soprattutto, impegnandoci a riprendere il percorso segnato dalla Rivoluzione d’Ottobre di 101 anni fa, a organizzare e sviluppare nuove rivoluzioni che portino la classe operaia dei nostri paesi a un nuovo percorso di sviluppo libero da sfruttamento e guerra, sulla base di relazioni tra paesi basate sulla cooperazione reciproca e non sulla depredazione e il saccheggio.

Bruxelles, 7 Novembre 2018

Iniziativa Comunista Europea

 

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RIZZO (PC): «4 NOVEMBRE RICORDA INUTILE MASSACRO. NULLA DA FESTEGGIARE»

RIZZO (PC): «4 NOVEMBRE RICORDA INUTILE MASSACRO. NULLA DA FESTEGGIARE»

«Non c’è nulla da festeggiare nell’anniversario del 4 novembre. Un inutile massacro in cui morirono milioni di giovani e lavoratori non potrà mai essere una vittoria». Così Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista. «Seicentomila morti e oltre un milione di feriti e mutilati, mandati al massacro dal capitalismo in nome del Re e di una Patria mai così distante dagli interessi concreti del popolo italiano. La guerra fu voluta da una minoritaria casta parassitaria che nelle mani di quindici famiglie accumulava il reddito del 70% della popolazione italiana e che ha obbligato con la forza milioni di connazionali poveri e analfabeti ad imbracciare il fucile per massacrare i propri simili, poveri e analfabeti anche loro, solo perché si trovava al di là di un confine. Oggi come cento anni fa si cerca di diffondere una retorica dell’unità nazionale finalizzata a mettere i lavoratori alla coda degli interessi del capitale. L’unità nazionale è sempre nemica dei lavoratori. Ricordiamo quelle centinaia di migliaia di vite sacrificate sull’altare degli interessi dei grandi gruppi capitalistici, assumendo la promessa di lottare affinché quel massacro non si ripeta. Oggi come cento anni fa – la guerra imperialista mai più!»

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RIZZO (PC): «SE ESISTONO ACCORDI SEGRETI SULLA TAP DI MAIO LI PUBBLICHI».

RIZZO (PC): «SE ESISTONO ACCORDI SEGRETI SULLA TAP DI MAIO LI PUBBLICHI».

«Se esistono accordi secretati sulla Tap che obbligano l’Italia al pagamento di penali il Ministro Di Maio li pubblichi subito, denunciandone il contenuto. Siamo coscienti della responsabilità dei precedenti governi, per questo serve un’azione decisa di rottura, altrimenti c’è solo continuità» Così Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista. «Se invece non esistono accordi segreti e penali, ma solo possibili richieste di risarcimento che erano conoscibili da tempo, i Cinque Stelle spieghino per quale motivo hanno sostenuto di voler bloccare la TAP pur essendo consapevoli delle possibili conseguenze. In realtà – conclude Rizzo – i cinque stelle hanno piegato la testa agli interessi delle grandi aziende italiane coinvolte nella costruzione e ai piani dell’imperialismo americano, di cui la TAP è un tassello fondamentale».

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RIZZO (PC): «NO A NUOVI SALVA-BANCHE».

RIZZO (PC): «NO A NUOVI SALVA-BANCHE».

«Mentre il governo si autoproclama del cambiamento e del popolo i suoi esponenti si dicono pronti a un nuovo sostegno alle banche. I lavoratori e le classi popolari italiane hanno già pagato abbastanza: decine di miliardi di euro sono già stati regalati in questi anni alle banche. I grillini in campagna elettorale parlavano di 85 miliardi. Ma oggi sono pronti a rimangiarsi anche questo». Così Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista. «Il governo alza i toni contro l’Unione Europea solo quando c’è da difendere gli interessi dei capitalisti italiani, ed è pronto a finanziarli direttamente al pari dei governi precedenti. Dietro la retorica populista – conclude Rizzo – c’è il vecchio inganno dell’unità nazionale: far pensare che si agisca per il popolo quando in realtà si sostengono i grandi gruppi economici e finanziari».

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Non esistono scorciatoie: serve rafforzare la ricostruzione comunista.

Non esistono scorciatoie: serve rafforzare la ricostruzione comunista.

Nel contesto politico non esiste unità senza unità di principi e di strategia, senza condivisione dello scopo finale dell’azione politica e dei traguardi intermedi attraverso cui procedere. Senza tutto questo esistono solo i cartelli elettorali, destinati se non all’insuccesso, sicuramente a non esser durevoli.

La storia della sinistra degli ultimi anni ne è piena. Il destino comune è lo sgretolamento successivo alle elezioni, non appena le divergenze strategiche  accantonate riemergono, o per mere questioni di tornaconto, perché si prefigurano all’orizzonte nuovi appuntamenti elettorali dove si punta a garantire e perpetrare la conservazione di gruppi dirigenti privi di qualsiasi funzione storica. L’unico risultato di queste alleanze è aumentare la sfiducia e il reflusso successivo, impedendo allo stesso tempo che gli elementi di soluzione possano svilupparsi, sottraendo forze e possibilità a chi si incammina nella direzione corretta ma più difficile.

La teoria marxista-leninista e l’azione politica e organizzata dei comunisti sono l’unica reale possibilità di contrastare adeguatamente e battere i due schieramenti (globalista e sovranista) che, pur non prefigurando alcun cambio di sistema, oggi sono soverchianti nell’attrarre l’attenzione delle masse e dividerle in opposte tifoserie. Per dirla con uno slogan non c’è da scegliere tra Salvini e Saviano, ma è necessario costruire una proposta di reale alternativa di sistema: quella socialista-comunista, l’unica destinata a risolvere durevolmente i problemi dei lavoratori e del popolo. Ogni energia, collettiva o individuale, sottratta a questa prospettiva è un regalo diretto al nemico di classe, e rende, giorno dopo giorno, più difficile la sua realizzazione.

Anche in questo momento il Partito Comunista riafferma la propria volontà di un confronto serio e positivo tra le forze che delineano come propria prospettiva quella della ricostruzione comunista e della lotta per il socialismo. Non disperdiamo le forze, lavoriamo insieme per conquistarne di nuove tra i lavoratori e le classi popolari oggi ostaggio della finta alternativa tra forze borghesi. Ma per farlo serve recidere definitivamente e con nettezza ogni illusione e tentazione opportunista che anche nel passato recente si è manifestata.

Siamo certi che i militanti di organizzazioni politiche e sindacali, sapranno chiedere conto degli errori perpetrati, rivolgendo la loro prospettiva alla ricostruzione comunista con coerenza e determinazione. Il tempo è poco, la situazione difficile, ma non esistono scorciatoie: serve rafforzare la ricostruzione comunista ora e subito.

Uff. Pol. Partito Comunista

9.10.18

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Replica ai giornali: «Dal Partito Comunista nessuna “difesa” della manovra»

Replica ai giornali: «Dal Partito Comunista nessuna “difesa” della manovra»

In una serie di articoli comparsi su giornali e agenzie web viene impropriamente riportato che il Partito Comunista avrebbe “difeso” la manovra approvata dal Governo Cinque Stelle-Lega. Il riferimento sarebbe alle dichiarazioni del segretario Marco Rizzo durante la trasmissione CoffeBreak andata in onda ieri su La7. Sul sito on line del quotidiano “Il Giornale” nell’articolo a firma di Franco Grilli si legge: «Il segretario del Partito comunista italiano “a difesa” della Finanziaria del governo Lega-Movimento 5 Stelle … non si tratta certo di una spassionata difesa a spada tratta, ma rappresenta comunque una presa di posizione non così malevola nei confronti del Def che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte punta a varare al pià presto»; Su lineapress.it nell’articolo firmato da Salvatore Massaro si legge: «Marco Rizzo, ospite di Coffee Break su La7 sorprendentemente difende l’operato di Lega e M5S…La difesa da chi non te l’aspetti. Marco Rizzo, il “comunista” per eccellenza difende le scelte del governo gialloverde». Per LiberoTV si tratterebbe addirittura di una “svolta” poiché «A sorpresa il comunista Marco Rizzo difende la manovra del governo giallo-verde».

Con questa nota il Partito Comunista intende smentire le ricostruzioni giornalistiche che attribuendo alle parole del segretario un senso diverso da quanto detto, prospettano un sostegno dei comunisti alla manovra del governo o addirittura una “svolta” nella linea del Partito. Il senso delle parole espresse da Rizzo è inequivocabile e illustra chiaramente la nostra linea rispetto alla manovra e al governo gialloverde.

Probabilmente l’equivoco deriva dal diverso significato politico che noi comunisti attribuiamo al rispetto dei vincoli di bilancio e del patto di stabilità. Per noi affermare che il governo si muove in perfetta continuità con i governi precedenti, rispettando i parametri della UE non è un complimento, ma una durissima critica. É la prova che questo governo risponde alle stesse logiche di chi lo ha preceduto, non rappresentando alcun reale “cambiamento” come invece tenta di far credere

A differenza del centrosinistra che intende utilizzare contro il governo gli argomenti dell’interesse dei mercati e delle istituzioni europee, noi comunisti critichiamo la maggioranza perché ha approvato un provvedimento contrario agli interessi dei lavoratori, favorevole alle imprese e assolutamente non di rottura rispetto ai vincoli europei e alla politica internazionale dell’Italia (es adesione alla Nato). La posizione dei comunisti, che è quella della difesa dei reali interessi dei lavoratori, non trova oggi alcuna vicinanza né nella maggioranza di governo, né nell’opposizione del Partito Democratico. Ogni  tentativo di ricondurre la nostra visione sotto uno dei due campi politici in lotta è una totale e errata forzatura. Sia PD che Cinque Stelle-Lega rappresentano interessi di settori del capitale in lotta, entrambi uniti nella difesa di questo modello di sistema e quindi antitetici rispetto alla nostra prospettiva di società.

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RIZZO (PC): «NESSUNA SICUREZZA NEL DECRETO, SOLO STRETTA REPRESSIVA»

RIZZO (PC): «NESSUNA SICUREZZA NEL DECRETO, SOLO STRETTA REPRESSIVA»

«La sicurezza non c’entra nulla, il decreto Salvini è un regalo ai potenti con una durissima stretta repressiva sulle lotte sociali. Dietro l’abbaglio del contrasto all’immigrazione, si nasconde il vero volto di questo governo, completamente al servizio del grande capitale». Così Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista. «Una manifestazione non autorizzata potrà essere punita anche con sei anni di carcere, mentre chi truffa lo Stato al massimo ha una pena di tre. L’occupazione di una fabbrica per difendere il proprio posto di lavoro, o di un edificio costerà fino a tre anni di reclusione, un bel regalo per i padroni che delocalizzano. La stretta contro le occupazioni, senza una politica abitativa del governo è anch’essa un regalo alla rendita. Infine – conclude Rizzo – non ci sono provvedimenti contro l’immigrazione, ma contro gli immigrati e in particolar modo contro i lavoratori immigrati. Se una lotta diventa reato e toglie la possibilità anche ai tuoi familiari di avere la cittadinanza, chiunque ci penserà due volte prima di lottare per i propri diritti. Una chiara dimostrazione di come la Lega strumentalizzi la lotta tra poveri a tutto vantaggio dei capitalisti».

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Sul governo M5S-Lega e i compiti dei comunisti

Sul governo M5S-Lega e i compiti dei comunisti

Lo scontro istituzionale sulla formazione del governo si è concluso ormai da settimane, e il nuovo governo targato Cinque Stelle – Lega si è insediato con il beneplacito del Presidente della Repubblica. Quella che segue è l’analisi del Partito Comunista sulle vicende delle ultime settimane, sul carattere del governo M5S-Lega e i compiti dei comunisti nella fase attuale.

COSA C’È DIETRO LA CRISI ISTITUZIONALE?

Di questa crisi istituzionale, creatasi dopo il rifiuto del Presidente della Repubblica Mattarella di nominare ministro dell’economia Paolo Savona, ciò che dovrebbe far riflettere non è tanto l’azione esercitata dal Capo dello Stato nel decretare un’esclusione dal punto di vista politico, quanto la giustificazione che, per bocca dello stesso Mattarella, è arrivata a sostegno di questa decisione.

Il rigetto della prima proposta dell’allora Presidente del Consiglio in pectore Giuseppe Conte è stata motivata con l’intento di evitare le fluttuazioni sui mercati finanziari, l’impennata dello spread, e di rassicurare i grandi investitori stranieri, insomma, il grande capitale, rendendo evidente ciò che i comunisti dicono da sempre: le scelte della politica sono fortemente piegate agli interessi dei settori economicamente dominanti. Sono più attuali che mai le parole che Lenin scriveva un secolo fa: “La potenza del Capitale è tutto, la Borsa è tutto. Il parlamento, le elezioni sono un gioco da marionette, di pupazzi”. Il Presidente della Repubblica ce ne ha dato una prova lampante.

Sarebbe un errore, però, ritenere che nello scontro in atto, che si è riflesso in Italia nella crisi istituzionale, ci siano attori più o meno vicini agli interessi delle classi popolari e dei lavoratori. Quello a cui abbiamo assistito in queste settimane è una prova di forza del tutto interna alla classe borghese, nella quale si consuma uno scontro fra settori con interessi economici differenti se non addirittura contrapposti, che si ripercuotono in differenti prospettive politiche rispetto al rapporto con i mercati internazionali e con gli attuali schieramenti imperialisti. La crisi economica ha accentuato le fratture esistenti nel campo borghese, in senso verticale tra la grande impresa, i monopoli internazionali e la piccola e media produzione nazionale e in senso orizzontale tra le diverse fazioni del grande capitale. La Lega e il Movimento 5 Stelle, seppur ancora timidamente, sono espressione di queste contraddizioni.

Comprendere lo sviluppo di questi processi nel contesto più generale della crisi economica e del mutamento degli equilibri internazionali è fondamentale per evitare l’errore di porsi semplicemente alla coda degli interessi di uno dei settori oggi in competizione.

L’attuale fase politica in Italia è caratterizzata dalla crisi di consenso di quelli che per anni sono stati i tradizionali partiti di riferimento delle classi dominanti. È questa la prima chiave di lettura per comprendere la natura del nuovo Governo targato M5S-Lega e lo scontro ancora in corso in seno alla borghesia italiana.

Le elezioni politiche dello scorso 4 marzo avevano fotografato un sentimento diffuso a livello di massa di sfiducia verso la classe politica “tradizionale”, responsabile dell’attacco ai diritti e del tradimento dei lavoratori. A farne le spese è stato principalmente il Partito Democratico e con esso tutte le forze di sinistra o percepite come tali, a prescindere dalle effettive responsabilità politiche (che comunque nella gran parte dei casi erano presenti). A prevalere, invece, è stato il voto di protesta, che premia le forze percepite come “alternative” allo stato attuale delle cose. Su questa base elettorale, quella di un voto contro l’establishment e la politica, poggia l’illusione del governo “del cambiamento”, legato alla percezione di novità di queste forze politiche, abilmente alimentata dalla retorica politica degli annunci roboanti di Di Maio sulla nascita della “Terza Repubblica”.

Se per anni il Partito Democratico è stato il principale partito di governo, e per questo il principale riferimento per le grandi imprese, per il grande capitale italiano ed europeo, oggi diventano forze egemoni del panorama istituzionale due forze politiche che in questi anni hanno costruito il proprio consenso in modo interclassista nei settori popolari e tra il ceto medio, modellando, però, le principali proposte politiche sulle parole d’ordine della piccola e media borghesia schiacciata dalla crisi e trascinando i settori popolari alla coda di questi interessi. Il consenso che questi partiti sono riusciti a intercettare tra i settori popolari emerge incontrovertibilmente dalla distribuzione territoriale del voto, con una differenza enorme – ad esempio – fra le periferie, i quartieri popolari e le aree benestanti. Questo dato si è fatto ancora più evidente nel caso della Lega, nell’ultima tornata elettorale amministrativa del 10 giugno. Ma di per sé questo non indica un cambiamento radicale nell’indirizzo politico del paese.

UN PROGRAMMA DI GOVERNO ANTIPOPOLARE

Dal “contratto” stipulato tra il Movimento 5 Stelle e la Lega, base programmatica per la formazione del governo, oltre ad essere elemento di privatizzazione della politica anche nelle forme, si evince chiaramente quale è e sarà l’indirizzo di queste forze politiche nei confronti dei lavoratori, delle loro tutele e dei loro diritti. È proprio sui temi sociali che si evidenzia il carattere inevitabilmente antipopolare di questi partiti.

Sul tema del lavoro, ad esempio, non si parla mai di abolizione del Jobs Act, e non è un caso se la Confindustria si sia mossa chiedendo a gran voce che non venissero toccate le misure del governo Renzi. Le timide dichiarazioni di Di Maio, che non è andato oltre una generica affermazione per cui il “Jobs Act va rivisto”, confermano questo indirizzo. Non si mette mai davvero in discussione il sistema di lavoro precario costruito in Italia a partire dal “Pacchetto Treu” e proseguito con la Legge Biagi; in compenso si spazia dalla reintroduzione dei voucher (o di una forma giuridica analoga) alla “riduzione del cuneo fiscale” per le imprese che assumono, slogan che per decenni si è tradotto nel semplice trasferimento di risorse dallo Stato alle imprese private, mentre la precarietà non solo non veniva eliminata in modo strutturale, ma al contrario cresceva sempre più. Misure analoghe furono approvate dal governo Renzi negli anni passati con il solo risultato che una volta terminati gli incentivi all’assunzione, per l’appunto gli sgravi fiscali, i lavoratori venivano licenziati. Quella che doveva essere una misura per incentivare l’occupazione si è tradotta nell’ennesima manovra di precarizzazione. Ulteriori alleggerimenti nella tassazione per le imprese erano poi presenti nelle ultime due finanziarie approvate con Renzi come Presidente del Consiglio. Insomma, la continuità con le politiche antipopolari degli ultimi decenni è in questo caso evidente.

Ben poco sul contrasto alla precarietà, mentre si rilancia la flat tax con aliquota doppia, una misura che comporterebbe la drastica riduzione delle tasse per i ricchi, ma non per i lavoratori. Salvini ha detto candidamente che è giusto che i più facoltosi paghino meno tasse, giustificando questa posizione con la classica favoletta del ricco che investe e fa girare l’economia. L’unico effetto della flat tax sarebbe, al contrario, l’aumentare dei profitti per i pochi che continuano ad arricchirsi andando a penalizzare tutti i settori popolari colpiti dai tagli ai servizi o dall’aumento ventilato dell’IVA, tassa sul consumo che non avendo carattere di proporzionalità colpisce con più forza le fasce economicamente più deboli. Una riforma liberista, esattamente come il reddito di cittadinanza, manovra macroeconomica di sostegno alla domanda che servirà a incentivare il consumo, consentire nuovo deficit e mantenere tollerabile proprio quella situazione di precarietà e insicurezza lavorativa creata dalle riforme sul lavoro di questi anni. Una misura da cui i primi a trarre giovamento saranno i padroni (non a caso la stessa Confindustria ha dato più volte pareri positivi su una manovra di questo tipo), che vedranno una crescita dei loro profitti grazie ai maggiori consumi e potranno continuare a imporre una competizione al ribasso su salari e diritti.

Non si parla del diritto alla casa e di come garantirlo a tutti, ma in compenso si parla di velocizzare le procedure di sgombero degli immobili occupati. Nulla sulle delocalizzazioni che stanno trasformando l’Italia in un deserto di fabbriche chiuse lasciando migliaia di lavoratori per strada, ma in compenso si propone di istituire un Ministero del Turismo per valorizzare il patrimonio culturale senza spiegare con quali deleghe e quali politiche (mentre risulta chiaro che il patrimonio produttivo viene trasferito all’estero dai grandi capitalisti). Anche sulla scuola, mascherata da critica alle “inefficienze” e ai malfunzionamenti delle riforme del precedente governo, si ritrova nel “contratto” una sostanziale continuità con le politiche di asservimento dell’istruzione agli interessi delle imprese, non si parla mai esplicitamente di abolizione della Buona Scuola o dell’alternanza scuola lavoro ed anzi, Conte ha dichiarato apertamente che non vi saranno stravolgimenti per quanto riguarda la scuola italiana.

Insomma, dal punto di vista degli attacchi al mondo del lavoro la prospettiva delle forze “populiste” è in piena continuità con le manovre poste in essere da tutti i governi precedenti. Queste posizioni riflettono l’unità della borghesia in quanto classe che ritrova una totale comunanza d’interessi nelle manovre di abbattimento del costo del lavoro nella propria lotta per la massimizzazione dei profitti. Ad accompagnare tutto questo, le derive reazionarie, se non apertamente autoritarie, che già si profilano sui temi della “sicurezza”, dell’immigrazione e persino dei diritti civili, con un ministro che afferma di voler contrastare ideologicamente il diritto all’aborto e le unioni civili.

LO SCONTRO IN SENO ALLA BORGHESIA E LE FRIZIONI FRA UE, BRICS e USA

Le principali divergenze rispetto ai governi precedenti riguardano gli ambiti in cui la crisi economica ha prodotto (o accentuato) in seno alla borghesia fratture e contraddizioni di cui Lega e Cinque Stelle sono espressione. Questi contrasti non si concretizzano unicamente tra piccola e media impresa con i monopoli internazionali: esiste una divisione interna ai principali settori del grande capitale stesso, tanto in Italia quanto a livello europeo, che si riflette tra le altre cose nella scelta delle alleanze internazionali.

A fronte di gruppi dominanti che restano saldamente ancorati alla prospettiva del mercato comune europeo e della fedeltà all’Alleanza Atlantica, esistono settori che oggi vedono come vantaggiosa la prospettiva della cooperazione dell’Italia con la Russia, la Cina, e più in generale con l’area dei c.d. paesi “Brics”. Del resto, la “linea dura” promossa dal presidente USA Donald Trump contro la Russia e l’Iran colpisce in primo luogo gli interessi di una parte del capitale europeo, che a causa delle sanzioni contro questi paesi rischia di vedersi costretto a rinunciare a incassi miliardari. È proprio a causa di questi interessi, non del tutto coincidenti con quelli dei grandi monopoli USA, che nel capitale italiano ed europeo lo scontro verte sempre più sui temi del rapporto del mercato europeo, con Russia, Cina, Iran ecc. La recente apertura della Francia di Macron nei confronti della Russia è un sintomo evidente di questo processo come le parole pronunciate dal Presidente Conte durante il discorso per la fiducia in cui si ribadiva la “permanenza dell’Italia nella NATO con gli Stati Uniti come alleato privilegiato” ma si auspicava un riavvicinamento dell’Italia alla Russia e la volontà di una “revisione nel sistema delle sanzioni”. A queste parole non è poi tardata ad arrivare la risposta della cancelliera tedesca Angela Merkel e del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg che hanno invece riaffermato che il regime delle sanzioni deve essere mantenuto.

In Italia, infatti, la bussola di alcuni settori della grande impresa oscilla sempre di più verso mercati diversi da quello USA, e non è un caso: l’Italia, ad esempio, è il primo partner commerciale dell’Iran in Europa con un volume di interscambio di 1,2 miliardi di euro all’anno e questo è un dato con cui ogni governo nei prossimi anni dovrà fare i conti. La posizioni di disallineamento dalle alleanze tradizionali è ancora minoritaria fra i settori dominanti del capitale italiano, ma avanza a gran velocità fra la media e piccola borghesia schiacciata dalla crisi, che in assenza di un movimento operaio capace di esprimere una posizione autonoma trascina con sé anche ampie fasce di proletariato.

Lo scontro nel grande capitale internazionale, però, è ben lontano dall’essersi assestato in uno confronto bipolare e anzi presenta elementi di frizione e instabilità interni alle alleanze imperialiste stesse, tra settori differenti in una stessa nazione e tra i monopoli sul piano internazionale. Anche all’interno del campo dello schieramento atlantico, infatti, esistono fratture sull’indirizzo economico e politico da perseguire. Se da un lato gli USA hanno bisogno di un’Europa unita nello scontro commerciale con gli altri principali attori economici non necessariamente sono avvantaggiati dalle politiche di austerità imposte da Bruxelles e dai rapporti di forza esistenti nel quadro dell’Unione Europea. Lo scontro tra i monopoli statunitensi e quelli tedeschi è sempre più forte e si è già manifestato in passato nell’arenarsi delle trattative del TTIP, mai andato in porto proprio per la contrarietà della Germania, a cui ha fatto seguito l’introduzione negli USA dei dazi doganali per l’acciaio e l’alluminio. Le politiche protezioniste USA hanno colpito tutti gli esportatori europei alle cui rimostranze Trump rispose con un tweet dai toni accesi: “L’Unione europea, Paesi meravigliosi che trattano gli Usa molto male sul commercio, si stanno lamentando delle tariffe su acciaio e alluminio. Se lasciano cadere le loro orribili barriere e tariffe su prodotti Usa in entrata, anche noi lasceremo cadere le nostre”.

La possibilità di una guerra commerciale tra USA e Unione Europea (con un ruolo di primo piano che sarebbe giocato da Germania e Francia), paventata pochi giorni fa anche dall’europarlamentare Guy Verhofstadt durante una seduta del Parlamento Europeo, produce una maggiore intransigenza delle classi dominanti europee rispetto a possibili disallineamenti, e contrariamente un interesse della borghesia USA verso la prospettiva di una UE che non sia completamente a trazione tedesca, contribuendo all’instabilità dei campi imperialisti a livello internazionale con riflessi nella dialettica politica interna ai diversi Stati. È sullo sfondo di questo scontro di portata internazionale, della competizione fra i grandi monopoli capitalisti dei diversi schieramenti, che si sviluppano le discussioni relative all’indirizzo che prenderanno i governi dei diversi paesi europei.

In questo quadro si può spiegare l’azione operata da Mattarella nel rifiuto di Savona come ministro dell’economia che, pur non essendo meccanicamente interpretabile – come tanti hanno fatto – come una ingerenza di uno Stato terzo nella politica italiana, è certamente espressione di una tensione internazionale realmente esistente ed ha rappresentato un elemento di compensazione tra gli interessi contrapposti della borghesia. Quello in campo infatti non è uno scontro tra realtà statuali (al cui interno sono rappresentati interessi di classe tra loro inconciliabili) quanto semmai il confronto degli interessi di differenti settori del capitale che utilizzano gli Stati per il perseguimento dei propri profitti, e non si tratta di certo di una novità.

In questo contesto gli appelli di carattere nazionalistico e “patriottico” diventano, nelle mani dei settori che ambiscono a svincolarsi dai legami univoci imposti dal sistema di alleanze atlantico, un’arma potente per la costruzione del consenso. Non è un caso che nel “contratto di governo” ricorra frequentemente lo slogan dell’interesse nazionale, né sono stati casuali i tentativi di strumentalizzare politicamente la giornata del 2 giugno, con gli appelli a manifestare e ad esporre il tricolore italiano. Gli slogan nazionalisti strizzano l’occhio agli interessi di una piccola e media impresa intenta ad invertire il proprio processo di proletarizzazione e che si sente schiacciata all’interno di un mercato comune che oltre ad asfissiarla con la concorrenza spietata dei grandi monopoli le impedisce di ampliare gli orizzonti commerciali per le proprie merci.  Ma soprattutto, il nazionalismo diventa un arma per costruire il consenso fra i lavoratori, proiettando il sentimento di rivalsa verso “l’esterno”, celando la responsabilità della borghesia italiana nelle politiche di attacco ai diritti delle classi popolari.

Sarebbe un errore pensare che sia in atto uno scontro fra il neoliberismo e la sudditanza alla UE, da un lato, e la “sovranità” e l’interesse dei popoli dall’altro, così come intravedere nelle politiche di carattere protezionistico un recupero di “sovranità” a vantaggio delle classi popolari. È vero, al contrario, che politiche di questo tipo corrispondono agli interessi di una fetta del capitale italiano e alla volontà di questi settori di tutelarsi – questo sì – dalla concorrenza del capitale estero, ma solo per poter applicare più a fondo e con maggiori profitti una nuova stagione di politiche di rapina ai danni dei lavoratori.

IL RUOLO DEL GOVERNO M5S-LEGA RISPETTO ALLO SCONTRO IN SENO ALLA BORGHESIA

La politica, però, non può spingersi oltre quello che è l’effettivo livello di rottura dei vari settori del capitale. Il fatto che sul panorama politico si affaccino posizioni che sono espressione delle contraddizioni presenti nel campo borghese non significa automaticamente che queste contraddizioni siano pronte per scoppiare. Le posizioni definite “sovraniste”, seppur abbracciate da larghissime fasce della piccola e media produzione, possono esprimersi concretamente solo laddove incontrino il favore di importanti settori del grande capitale o laddove le contraddizioni internazionali si siano spinte a tal punto da far venir giù l’impianto istituzionale esistente, condizioni che il campo europeo e italiano ancora non presentano.

È all’interno di questo contesto che avviene un ammorbidimento delle posizioni più “radicali” di Movimento 5 Stelle e Lega, con innumerevoli dichiarazioni di conciliazione, spesso contraddittorie con le posizioni che quei partiti hanno sostenuto fino a poco tempo fa. L’espressione di una linea sempre più conciliatoria è progredita in crescendo, di pari passo con l’avvicinarsi della prospettiva concreta del governo. Sono stati evidenti i tentativi di rassicurare i poteri forti circa la capacità del nuovo governo di garantire gli interessi in ballo. Già in campagna elettorale, fu emblematico il modo in cui entrambe le forze hanno modificato, se non addirittura rinnegato, le loro precedenti posizioni “sovraniste” sull’Unione Europea, in favore di una linea più morbida che si guarda bene dal parlare di rottura con la UE e l’euro.

Nel già citato contratto di governo, ad esempio, sulla politica estera compaiono affermazioni morbide che, in proporzione, sono più di continuità che di svolta: “Si conferma l’appartenenza all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato, con una apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia ma quale partner economico e commerciale potenzialmente sempre più rilevante. A tal proposito, è opportuno il ritiro delle sanzioni imposte alla Russia, da riabilitarsi come interlocutore strategico al fine della risoluzione delle crisi regionali (Siria, Libia, Yemen)”. Sarà interessante, ad esempio, capire come se la caverà il ministro Di Maio, firmatario in fase elettorale dell’ICAN Parliamentary Pledge (che sottoscrive e aderisce al trattato ONU di non proliferazione delle armi nucleari) con la sostituzione di decine di bombe nucleari in Italia con le nuovissime e ancor più distruttive B61-12.

Nel punto sull’Unione Europea, è scomparsa ormai da tempo la critica “sovranista” sostituita da enunciati sulla necessità di migliorare e riformare la UE, addirittura elogiando i trattati europei esistenti con affermazioni come “l’Italia chiederà la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona”. Per molti dei punti elencati nel programma, gli obiettivi politici vengono declinati nei termini dell’attività nelle sedi UE per promuovere gli interessi delle imprese italiane. Sull’agricoltura, ad esempio, si afferma che “È necessaria una nuova presenza del Governo italiano a Bruxelles per riformare la politica agricola comune (PAC)”.

Questo processo di riallineamento però non è bastato, e il governo M5S-Lega sembra aver suscitato comunque preoccupazioni. I settori dominati del capitale italiano e europeo che, volenti o nolenti, si vedono costretti ad avere come riferimento per la tutela dei loro interessi due partiti “diversi” (almeno in parte) da quelli che hanno governato negli ultimi anni. È a partire da questa preoccupazione che si spiega la pressione esercitata da gran parte dei mezzi di comunicazione, le dichiarazioni delle autorità europee sul carattere “populista” del nuovo governo, fino ad arrivare allo scontro con il Presidente della Repubblica in merito al veto posto su Paolo Savona come Ministro dell’Economia.

D’altra parte, il rifiuto nella nomina del ministro dell’economia da parte di Mattarella ha rischiato di tramutarsi in un vero e proprio passo falso e di trasformare una ipotetica nuova tornata elettorale in plebiscito per Lega e 5 Stelle.

In queste vicende si intravedono i sintomi evidenti di una fase di assestamento, in cui forze politiche che hanno fondato il loro consenso sul voto “di protesta”, e che hanno fatte proprie molte delle parole d’ordine proprie della media e piccola borghesia schiacciata dalla crisi, devono ancora entrare in totale sintonia con le volontà e le esigenze dei settori dominanti del grande capitale, i cui precedenti partiti di riferimento sono passati in secondo piano nella scena politica. Un assestamento che deve necessariamente arrivare in questa fase se non si mettono in discussione i paradigmi su cui si basa questo sistema, come accaduto in Grecia dove supino il governo Tsipras ha adottato tutte le misure antipopolari richieste, o tutt’al più, in un contesto europeo in mutamento, una frattura politica nell’eurozona porterebbe ad una ricomposizioni degli equilibri e delle alleanze internazionali lasciando inalterati i destini dei popoli.  

 

I COMPITI DEI COMUNISTI IN ITALIA NELLA FASE ATTUALE

In questo quadro, è di fondamentale importanza la riflessione sul ruolo dei comunisti nella fase attuale. Diverse voci, anche a sinistra, sono finite a spezzare una lancia in favore del governo M5S-Lega, a partire proprio dall’idea che si tratti di un (potenziale?) governo di “rottura” e di un’opportunità di recupero di “sovranità” dell’Italia. Questa visione è profondamente errata, perché viziata dall’idea di fondo che esistano settori del grande capitale “migliori” (o “meno peggio”, che è lo stesso) di altri, che esista una borghesia “sovranista” più favorevole ai popoli, contrapposta a quella fautrice di un legame esclusivo e privilegiato con il mercato nordamericano ed europeo. Ma assumere questa posizione significa accettare che i lavoratori e le classi popolari siano trascinati alla coda degli interessi di questa o quella fazione del grande capitale, di questo o quello schieramento imperialista.

Allo stesso modo, sarebbe assolutamente fallimentare riproporre “fronti antifascisti”, come abbiamo sperimentato negli anni dell’anti-berlusconismo, legati alle forze di sinistra e centro-sinistra che in questi anni hanno governato portando avanti politiche di macelleria sociale. Il Partito Democratico è stato il principale riferimento politico del grande capitale italiano e internazionale negli ultimi anni, è un nemico di classe e la nostra lotta dovrà essere sempre diretta tanto nei confronti del nuovo governo quanto nei confronti di quelle forze politiche che fino a ieri hanno governato e che adesso cercano di rifarsi una verginità politica stando all’opposizione. Il modo migliore per contrastare l’avanzata delle forze reazionarie, specialmente nella fase attuale, è il radicamento dei comunisti nei luoghi di lavoro, nei quartieri popolari e di periferia, per costruire una reale alternativa di lotta. Fare opposizione al fianco di quel centro-sinistra che è stato fino a ieri responsabile delle peggiori politiche antipopolari è il più grande favore che oggi si possa fare alle forze reazionarie e di destra più o meno estrema.

Il compito dei comunisti, quindi, è quello di promuovere in ogni momento una politica autonoma della classe operaia e dei lavoratori, una visione politica indipendente da quella del nemico. Uno sviluppo della fase attuale in senso autoritario e reazionario non è una prospettiva irrealistica, nelle attuali condizioni che vedono i comunisti impreparati dinanzi agli eventi che, come la storia insegna, possono svilupparsi con brusche accelerazioni. Dalla nostra capacità di ricostruire l’unità della classe lavoratrice, di dare coscienza e organizzazione alla lotta delle classi popolari, di rompere la saldatura oggi esistente fra gli interessi di settori della borghesia e ampi strati popolari trascinati alla loro coda, dipenderà il futuro del nostro paese nei prossimi decenni. Renderci complici di questa saldatura sarebbe l’errore più grande che potremmo fare. Lavoriamo, quindi, ogni giorno al rafforzamento politico, ideologico e organizzativo del Partito Comunista per dotare i lavoratori di una forte organizzazione di classe che rappresenti, per dirla con Gramsci, quel campo autonomo e impenetrabile alle idee del nemico, che lotti in maniera indipendente per gli interessi dei lavoratori.

Sappiamo bene che oggi il sentimento diffuso nelle ampie fasce di elettorato che hanno votato il M5S e la Lega è quello di una generica fiducia che si esprimerà anche in un appoggio a questo governo. Il Partito Comunista non alimenterà illusioni. Non staremo a guardare, né perderemo tempo, porteremo nelle piazze e sui luoghi di lavoro la nostra analisi, smascherando tutti gli interessi che si celano dietro questo scontro politico. Metteremo fin da subito in campo le nostre forze contro il governo 5 Stelle – Lega, rivendicando l’autonomia della lotta della classe operaia e delle fasce popolari contro l’UE, la NATO. Lavorando instancabilmente nella costruzione di un’alternativa di classe che possa esprimere i reali interessi delle classi subalterne, che ponga il potere nelle mani dei lavoratori. Questa alternativa si chiama socialismo.

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