Holodomor: La “Storia” Al Servizio della Propaganda

Holodomor: La “Storia” Al Servizio della Propaganda

Così come la propaganda hitleriana si inventò di santa pianta la “storia” della “morte per fame” che il governo sovietico avrebbe organizzato deliberatamente in Ucraina, così come questa “storia” fu ripresa dalla propaganda statunitense nel momento di massima isteria anticomunista nel periodo maccartista, così anche oggi i corifei dell’imperialismo non trovano di meglio che rispolverare le vecchie menzogne naziste-statunitensi.
Alfieri di questa isteria sono deputati del PD, il partito che si sta dimostrando il più guerrafondaio e il più nemico degli interessi del popolo italiano e del popolo ucraino.
Starebbero preparando una mozione parlamentare per il riconoscimento del cosiddetto Holodomor.
Si potrebbe arrivare a mettere fuori legge un articolo di approfondimento storico come questo che state leggendo.

Condividi !

Shares
Criticare Zelensky può costare 15 anni

Criticare Zelensky può costare 15 anni

“Zelensky ha sbagliato. Sono anni che la Russia ci chiede un accordo ragionevole, cioè rimanere fuori dalla Nato. Ma non c’è stato un cambio di rotta. Questo perché il nostro governo prende ordini da altri che usano noi ucraini per i loro scopi. Il risultato è stata questa assurda guerra.”
Ora Gleb Lyashenko, blogger ucraino, per queste dichiarazioni rischia 15 anni di carcere.
La democrazia in Ucraina…

Condividi !

Shares
Contro la guerra per la pace

Contro la guerra per la pace

🔴 CONTRO LA GUERRA, PER LA PACE 🔴
Questa è la posizione ufficiale del Partito Comunista.
Proprio per questo siamo contro l’invio delle armi all’Ucraina deciso ieri nel decreto del Consiglio dei ministri.
Non si sostiene la pace inviando ARMI.
Il Governo italiano deve ricordarsi che “L’Italia ripudia la guerra …come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” come scritto all’articolo 11 della nostra COSTITUZIONE.
NESSUNA ARMA ITALIANA SIA MANDATA IN UCRAINA!

Condividi !

Shares
30 gennaio 1972 – Bloody Sunday

30 gennaio 1972 – Bloody Sunday

Sono passati cinquant’anni dall’uccisione di 13 manifestanti e il ferimento di altri 15 persone da parte dei soldati britannici, una marcia ha onorato la memoria delle vittime del “Bloody Sunday” la “Domenica di Sangue” in Irlanda del Nord.
Oggi, ripercorrendo il percorso della manifestazione pacifica per i diritti civili conclusasi in un bagno di sangue il 30 gennaio 1972 nella città di Derry, la “Marcia del ricordo” ha riunito, tra gli altri, i parenti delle vittime per concludersi con una cerimonia al termine della mattinata presso il monumento che rende omaggio alle vittime.
Rendiamo omaggio ai 13 innocenti che morirono sotto il piombo inglese a Derry.

Condividi !

Shares
Italia – Cina, una coppia vincente per la ripartenza

Italia – Cina, una coppia vincente per la ripartenza

Intervista esclusiva a “La Riscossa” con l’Ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia, Li Junhua,

realizzata da Pietro Fiocchi

 

Dialogo e diplomazia sono e restano le armi migliori per combattere l’attuale guerra alla pace, che alcune entità sembrano voler vincere a tutti i costi. Ma come si usa spesso ripetere, in una guerra alla fine siamo tutti dei poveri vinti.

Come è connaturato nello spirito del Partito Comunista (Italia), come è stato ripetuto e confermato dal III Congresso del Partito in poi dal segretario generale Marco Rizzo, per il benessere ed una reale ripartenza della nostra Italia, dobbiamo improrogabilmente ispirarci ai principi di una cooperazione positiva con tutti i possibili interlocutori, da Oriente a Occidente, dall’Atlantico a Vladivostok.

In questa prospettiva abbiamo voluto intanto rivolgerci al più alto rappresentante in Italia della Repubblica Popolare Cinese, Li Junhua, diplomatico di lunga e profonda esperienza, per dare un seguito concreto alle nostre aspirazioni. Privilegio accordato.

La parola dunque a Sua Eccellenza.

 

Dal 2013 l’iniziativa Belt & Road del Presidente Xi Jinping è un argomento di primo piano della politica nazionale cinese ed internazionale. Si fa riferimento alla Nuova Via della Seta non solo come ad una serie di importanti progetti strategici ed innovativi per le infrastrutture, ma anche per rilanciare arte e cultura nella prospettiva di un’interazione sociale che coinvolga tutti e che promuova una più profonda e reciproca comprensione tra i popoli. Tra Cina e Italia, quali progetti di arte e cultura, anche di lungo termine, crede sia fondamentale sviluppare per raggiungere l’obiettivo?

 

Ambasciatore Li Junhua L’antica Via della Seta, collegando Oriente e Occidente, promosse la comprensione reciproca e gli scambi amichevoli. L’iniziativa Belt and Road sostiene lo spirito della Via della Seta, promuovendo la cooperazione pacifica, l’apertura e la tolleranza, la conoscenza reciproca e i vantaggi comuni, dando impulso alla costruzione congiunta di una via caratterizzata da una nuova era di cooperazione e amicizia.

Una caratteristica evidente degli scambi a lungo termine tra il popolo cinese e quello italiano è che sono contraddistinti da rispetto e apprezzamento delle rispettive culture, perseguono e tutelano i comuni valori della pari dignità e del rispetto della diversità. Nel 2016 i nostri due Paesi hanno istituito il Forum Culturale Cina Italia per promuovere l’interazione e gli scambi tra istituzioni e personale specializzato, ampliando la cooperazione nei settori artistico, teatrale, turistico ecc.

Molte istituzioni italiane hanno aderito alle alleanze internazionali rispettive per i teatri, festival artistici, gallerie d’arte, musei e biblioteche, lanciate dalla Cina. Quest’anno, entrambe le parti riavvieranno l’Anno della Cultura e del Turismo Italia-Cina e promuoveranno insieme nuovi progetti negli scambi di mostre museali, nel gemellaggio dei siti del patrimonio mondiale e nella condivisione delle risorse digitali. La cultura è la ricchezza comune ai due Paesi e la civiltà il loro orgoglio. Auspichiamo che gli scambi bilaterali interpersonali e culturali si approfondiscano in modo completo.

 

Esperti e ricercatori italiani e di altri Paesi, ci avvertono costantemente di come dalla stampa quotidiana ai social media e alle conferenze ad hoc, vengano diffuse notizie, informazioni e relative considerazioni volontariamente non corrispondenti alla realtà per costruire un’immagine non positiva della Cina e che lo fanno per un preciso scopo. Tanto più ora, che la Repubblica Popolare comincia a raccogliere i frutti di decenni di durissimo lavoro. Crede sia possibile e opportuno rispondere a questi “attacchi” con campagne e reti mediatiche alternative e coordinate tra quelle organizzazioni e associazioni che hanno il comune obiettivo di garantire serenità nelle relazioni internazionali?

 

Ambasciatore Li: La pluralità non è solo il fascino del mondo, ma è soprattutto la sua caratteristica. È naturale e inevitabile che ogni Paese scelga un diverso percorso di sviluppo ed è anche un’importante manifestazione della democratizzazione delle relazioni internazionali. Da oltre quarant’anni, la Cina persiste nelle riforme e nell’apertura, è profondamente integrata nel processo di globalizzazione economica e dà un contributo significativo alla promozione dello sviluppo globale comune.

Tuttavia, come Lei ha detto, alcuni Paesi non prendono in considerazione lo stato dei fatti, il vero e il falso, utilizzando “l’egemonia mediatica” per attaccare e diffamare forsennatamente la Cina, diffondendo notizie false. Ad esempio, per quanto riguarda lo Xinjiang, hanno concepito il cosiddetto “genocidio”, i “lavori forzati” e molte altre eresie. I funzionari cinesi, i media e gli studiosi devono confutare queste false notizie, non corrispondenti ai fatti, presentando al mondo la Cina in modo completo, obiettivo, onnicomprensivo e reale.

È gratificante che molti amici stranieri sostengano la conoscenza e la giustizia, prestino ascolto alla vera voce della Cina e promuovano una cooperazione amichevole nei suoi confronti. Conoscere e diffondere la realtà dei fatti non è un processo facile, ma credo che, con gli sforzi congiunti di tutti, sempre più persone capiranno la vera Cina e ne daranno un giudizio più equo.

 

Negli ultimi tempi l’Italia istituzionale ha voltato le spalle più di una volta alla Cina, anche quando quest’ultima ha dimostrato una magnanimità fuori dal comune e particolarmente apprezzata dal popolo italiano. Come viene percepito dalla società cinese questo atteggiamento intermittente dell’Italia? È inevitabile che così sia, considerate le forti pressioni che l’Italia riceve dall’esterno, o potremmo cominciare a mettere in piedi un dialogo più lineare e costruttivo tra i nostri due Paesi?

 

Ambasciatore Li: Le relazioni sino-italiane hanno attraversato oltre mezzo secolo di vicissitudini e sono sempre state improntate al rispetto reciproco, tolleranza, mutuo apprendimento e cooperazione vantaggiosa per tutti. Noi consideriamo l’Italia una buona amica e una buona partner in Europa. Mentre il mondo sta entrando in un periodo di cambiamenti rapidi e turbolenti, le relazioni sino-italiane si trovano naturalmente ad affrontare nuove opportunità e sfide.

Va evidenziato che tra Cina e Italia non ci sono né contraddizioni fondamentali né conflitti geopolitici, anzi i due Paesi tutelano congiuntamente il multilateralismo, cercano di mettere al primo posto le persone e promuovono la prosperità comune. Nel 2021, nonostante lo spettro dell’epidemia, il volume degli scambi bilaterali tra Cina e Italia, in controtendenza, ha segnato un nuovo record, raggiungendo 73,95 miliardi di dollari, con un aumento del 34,1% su base annua. In particolare, le esportazioni italiane in Cina hanno avuto un incremento del 36,3% e sempre più prodotti italiani di alta qualità sono entrati nel mercato cinese.

Questo dimostra ancora una volta che l’essenza della cooperazione sino-italiana è caratterizzata da mutui e comuni vantaggi e dalla creazione di maggiori benefici tangibili per i due popoli. La cooperazione è la richiesta comune dei due popoli e risponde agli interessi fondamentali dei due Paesi. Noi intendiamo impegnarci insieme in ogni ambito per continuare una stretta comunicazione, approfondire la cooperazione pragmatica e promuovere congiuntamente la stabilità e lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

 

In questi anni di impegno professionale ed esperienza personale, quale idea si è fatto del nostro Paese e quali crede siano i punti di forza unici dell’Italia e del suo popolo?

 

Ambasciatore Li: Sono in Italia da quasi tre anni e sento sempre di più che è un Paese che coniuga antico e moderno, tradizione e innovazione. Non è soltanto un eccezionale rappresentante della civiltà occidentale, che ha generato il Rinascimento, ma ha anche un sistema manifatturiero di alta gamma e una potente forza creativa. L’Italia ha anche peculiari vantaggi geografici, stretti contatti con l’Africa e l’Asia, è un’importante porta di accesso al sud dell’Europa e un fondamentale punto di incrocio delle Vie della Seta terrestri e marittime.

Credo che, essendo un Paese fondatore dell’Unione europea e una delle potenze influenti, l’Italia continuerà a svolgere un ruolo importante sia in Europa che a livello mondiale.

L’impressione più profonda lasciatami dal popolo italiano è quella di un popolo ottimista, solare e amante della vita. Sono passati oltre due anni dallo scoppio della pandemia, che ha avuto un impatto enorme su tutti i Paesi. Ciò che ho notato in particolare è che il popolo italiano si aiuta reciprocamente, condivide l’amore e combatte l’epidemia unito, dando ancor più speranza alla vita. Gli amici italiani dicono spesso che andrà tutto bene! Penso che questa sia l’espressione del loro atteggiamento positivo nei confronti della vita.

Lo scorso anno ero a Roma e ho assistito a tanti momenti gloriosi, come la vittoria dell’Italia ai campionati europei, quella dei cento metri maschili e della staffetta 4×100 alle Olimpiadi, in occasione dei quali tutta l’Italia si è riempita di festeggiamenti e celebrazioni. Dietro questo si riflettono il coraggio del popolo italiano di lottare strenuamente, le sue qualità e la ricerca di superare se stesso.

 

Con l’avvicinarsi delle Olimpiadi Invernali di Pechino, l’attenzione della comunità internazionale per la Cina e le Olimpiadi è aumentata in modo significativo. Ma allo stesso tempo, la variante Omicron ha pesato ulteriormente sulla situazione pandemica globale. Alcune persone hanno persino suggerito di rimandare l’apertura delle Olimpiadi Invernali di Pechino. In questo contesto, ritiene che la Cina possa ancora presentare al mondo un evento olimpico di successo?

 

Ambasciatore Li: Presto la fiaccola si accenderà ufficialmente nella sede principale delle Olimpiadi invernali di Pechino e abbiamo piena fiducia nell’organizzazione di un’edizione semplice, sicura e meravigliosa. I preparativi stanno procedendo in maniera costante ed efficiente, prevedendo anche misure rigorose e scientifiche di prevenzione e controllo dell’epidemia. Per affrontare al meglio la minaccia delle varianti come Omicron, il Comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali di Pechino, il Comitato Olimpico Internazionale e il Comitato Paralimpico Internazionale hanno pubblicato due edizioni del “Manuale di prevenzione dell’epidemia”, in cui sono state formulate linee guida per la prevenzione.

Queste misure, oltre a riflettere i risultati più recenti della ricerca scientifica raggiunti in Cina e all’estero, si basano anche sull’esperienza di molti eventi sportivi internazionali su larga scala e hanno superato una serie di competizioni internazionali di prova e i test pratici delle settimane di allenamento. Queste misure garantiranno la massima protezione possibile alla salute e alla sicurezza degli atleti e delle parti coinvolte e assicureranno che le Olimpiadi invernali di Pechino si svolgano come programmato.

Atleti e personalità di molti Paesi, Italia compresa, nonché organizzazioni internazionali come il Comitato Olimpico Internazionale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno espresso il loro sostegno e le loro aspettative nei confronti dei Giochi Olimpici invernali di Pechino. Siamo pienamente fiduciosi e determinati a offrire al mondo un buon evento olimpico e a riversare in esso più unità, fiducia e forza. Colgo l’occasione per augurare anche agli atleti italiani di ottenere buoni risultati.

 

Grazie per il privilegio accordatoci.

Condividi !

Shares

NO Alla guerra imperialista di USA e NATO

Gli USA giocano alla guerra, creando tensioni a tavolino pompando tutti i media, per creare il consenso alla guerra.
Sono loro che hanno decine di basi attorno alla Russia, sono loro che stanno portando uomini e armi in Ucraina ai confini con la Russia, sono loro che detengono il maggior numero di bombe nucleari.
Ma molti anche sul fronte Statunitense cercano di fermare il presidente democratico tanto osannato dalla pseudo sinistra italiana, votato alla guerra come sempre sono stati i presidenti democratici USA.
Ci stanno portando sull’orla della distruzione.

NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA

Condividi !

Shares
L’ARMATA ROSSA libera Auschwitz

L’ARMATA ROSSA libera Auschwitz

Il 27 gennaio 1945, l’inarrestabile Armata Rossa (l’esercito dell’UNIONE SOVIETICA), libera Auschwitz, il più vasto complesso di campi di concentramento situato nelle vicinanze della cittadina polacca di “Oświęcim”.
L’Unione Sovietica fu la principale artefice della vittoria contro il nazismo, una verità che oggi si vuole cancellare.
L’Europa intera deve all’Armata Rossa sovietica più che a chiunque altro.
Mentre il Partito Democratico ha votato l’infame l’equiparazione tra NAZISMO e COMUNISMO e alcuni media dicono che Auschwitz fosse stata liberata dagli Stati Uniti, il nostro Partito continua la sua battaglia a testa alta, sul percorso tracciato dai giganti che hanno fatto la storia.
NESSUN REVISIONISMO OSCURERÀ LA MEMORIA DEI POPOLI! NON LO PERMETTEREMO!

Condividi !

Shares
Gli USA vogliono la terza guerra mondiale

Gli USA vogliono la terza guerra mondiale

Gli USA e la NATO non fermano la loro arroganza imperialista ai danni di tutti quei Paesi che non vogliono piegarsi al loro volere, facendo scoppiare un’altra crisi internazionale con la Russia con il rischio di una terza guerra mondiale.
Il Pentagono ha messo 8.500 soldati in stato di massima allerta per poterli schierare in Europa nel giro di poche ore “per scoraggiare un’ulteriore aggressione russa“.
Sabato Biden ha tenuto un “consiglio di guerra” a Camp David, parlando col segretario alla Difesa Austin e il capo degli Stati Maggiori Riuniti Milley, per discutere le opzioni militari preparate dal Comandante Nato Wolters. Secondo il New York Times l’ipotesi era inviare tra 1.000 e 5.000 soldati nei Paesi dell’Alleanza vicini all’Ucraina, ma “questo numero potrebbe facilmente essere moltiplicato per dieci”, arrivando a 50mila uomini.
L’ordine di partire non è ancora stato dato, così come l’obiettivo, ma il portavoce Kirby ha detto che si tratta di “reparti pronti a fornire capacità in vari settori, dal combattimento e la logistica, al supporto aereo e l’intelligence.
“Scoraggiare un’ulteriore aggressione russa“: Queste sono le parole che rimbalzano su tutti i giornali asserviti alla propaganda atlantista che cercano di spacciare agli occhi dei lettori che lo spostamento di truppe da parte degli USA e NATO, che stanno circondando tutto il confine con la Russia, sia solo di difesa e non di aggressione. La verità però è tutta l’opposto a quella che cercando di farci credere, si tratta dell’ennesimo atto volto a sottomettere un Paese che rifiuta di sottostare al modello americano.
Nelle ultime ore sembra ridimensionarsi l’aggressività USA, staremo a vedere.

Condividi !

Shares
LA VERITÀ SULLO  XINJIANG

LA VERITÀ SULLO  XINJIANG

Articolo di Marco Rizzo, segretario generale del Partito Comunista (Italia)].                              Lo Xinjiang è una regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese che riveste una posizione strategica particolarmente delicata, in quanto confina con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan e Pakistan. Pertanto da essa passa necessariamente il traffico commerciale terrestre cinese verso l’occidente. Quindi, bloccare o fomentare disordini nello Xinjiang è cruciale per chi vuole stringere d’assedio la RPC per via terrestre, completando la cintura marittima che viene effettuata nel Pacifico. Questa è una semplice e banale considerazione che possiamo fare tutti, anche se dotati solo di un semplice atlante e privi di qualunque conoscenza dei fatti. Così come è banale osservare che il Tibet possiede le riserve idriche che superano i 9.000 miliardi di metri cubi di acqua. Soprannominato “la torre idrica d’Asia”, l’altopiano e le montagne circostanti sono il luogo in cui hanno origine 10 dei più importanti fiumi del continente. Mettere le mani sul Tibet significa mettere le mani su tutta l’acqua dell’Asia. Così come come è banale osservare che Hong Kong ha la borsa valori più importante dell’Asia. I “disordini” e le “ribellioni” scoppiano lì, mentre nella contigua Macao sembra che l’ordine costituito non dia fastidio agli abitanti. Queste tre semplicissime considerazioni già dovrebbero far venire i sospetti a qualunque osservatore della situazione asiatica e mettere in allarme ogni onesto analista. Eppure gli organi di informazione occidentali ci inondano quotidianamente di un’informazione sistematicamente orientata a diffamare la RPC. Anche programmi che si autocelebrano come “giornalismo di inchiesta” non si esimono dall’abusare della credibilità che si sono guadagnati puntando il dito su malefatte ed elementi marginali della società italiana, per attaccare la politica della RPC. In particolare si narra di “discriminazioni”, “orrori”, “campi di detenzione”, “lavori forzati” nello Xinjiang. Addirittura è stata lanciata una campagna di boicottaggio dei prodotti provenienti da quella regione, invocando la necessità di non rendersi complici di tali “orrori” e imporre un ostracismo per fare pressione sui governanti cinesi. Sul sito del “prestigioso” Amnesty International (https://www.amnesty.ch/it/news/2021/cina-onu-deve-agire-xinjiang-petizione-oltre-323000-adesioni) appaiono tre (3) testimonianze non verificabili (ma ne vengono vantate “decine”). Sulla base delle quali si organizzano manifestazioni nei paesi occidentali e si dichiara di aver raccolto centinaia di migliaia di adesioni. I fatti però hanno la testa dura. Vediamo con attenzione. Il tasso di incremento demografico tra il 2010 e il 2018 della popolazione uigura nello Xinjiang è stato del 25,04%, quello della popolazione Han del 2%. Quindi tutte le fole e le fantasie sull’“invasione” e la “discriminazione razziale” degli abitanti autoctoni non sta assolutamente in piedi. Tra il 2015 e il 2020 oltre 3 milioni di persone sono state strappate alla povertà. A 170 mila residenti sono state date 40 mila nuove abitazioni. A un milione e mezzo di persone è stato dato accesso diretto all’acqua potabile. Sono stati investiti più di 1,6 miliardi di yuan. Quindi anche qui le statistiche fanno giustizia delle calunnie sulla “repressione” e “sfruttamento” che questa regione subisce. Nello Xinjiang ci sono quasi 25 mila luoghi di culto e quasi 29 mila ministri di culto, otto collegi religiosi. Il Corano è stato tradotto in quattro lingue ed è distribuito gratuitamente dai membri religiosi. Quindi il problema religioso o la “discriminazione” e “repressione” delle libertà religiose non sembra affatto un problema per questa regione. Lo Xinjiang ha attirato più di 200 milioni di turisti nel 2021 e aspetta di riceverne più di 400 milioni tra nazionali e internazionali nel 2025. Quindici aeroporti civili saranno completati o avviati nello Xinjiang entro cinque anni. Chiunque quindi può andare a vedere coi propri occhi cosa succede. È strano che i nostri giornalisti tanto preoccupati delle condizioni di quei territori non si siano peritati negli anni di fare un semplice viaggetto, tra l’altro a spese dei propri dante causa. Il cinese mandarino è stato introdotto nelle scuole e viene insegnato a tutti gli allievi. La lingua originaria non solo non è vietata, ma viene insegnata insieme alla lingua che in Cina è la lingua veicolare della Nazione intera. Abbiamo qualcosa da ridire noi italiani che siamo costretti a studiare l’inglese fin da bambini e addirittura l’inglese è la lingua di comunicazione prevalente negli atti ufficiali dell’Unione Europea, anche se non è la lingua ufficiale di nessuno Stato (con l’eccezione dell’Eire, che peraltro ha subito la colonizzazione linguistica inglese), dopo la brexit? Continuiamo la nostra semplicissima rassegna di ciò che un comunissimo cittadino può scoprire usando gli strumenti più banali si ricerca sul web. Leggiamo cosa c’è scritto sul sito più consultato, Wikipedia, certo un sito non tacciabile di sinofilia o simpatie comuniste. Leggiamo da https://it.wikipedia.org/wiki/Campi_di_rieducazione_dello_Xinjiang: non vi siano dati pubblici e verificabili per il numero di campi, ci sono stati vari tentativi di documentare campi sospetti basati su immagini satellitari e documenti governativi. Ricercatore tedesco affiliato all’organizzazione di estrema destra Victims of Communism Memorial Foundation e professore di teologia della Scuola europea di cultura e teologia di Korntal e dell’organizzazione privata evangelica Columbia International University, [Adrian] Zenz afferma … che non vi è alcuna certezza sul numero dei detenuti ma è “ragionevole speculare” tra le centinaia di migliaia e poco più di un milione”. Il sinologo basò le proprie stime su un singolo rapporto della Istiqlal TV, come reso noto dal Newsweek Japan. La Istiqal Tv è un’organizzazione mediatica di uiguri in esilio in Turchia che ospita estremisti islamici del Partito Islamico del Turkestan. Altre fonti citate nel rapporto sono quelle provenienti da articoli di Radio Free Asia. In diverse interviste, Zenz ha sempre aumentato il numero di internati. Il 1º novembre 2018, l’International Cyber Policy Center (ICPC) dell’Australian Strategic Policy Institute (ASPI) ha riferito campi sospetti in 28 località, ma l’analisi fu svolta soltanto tramite speculazioni e citando fonti che non fornivano prove evidenti a sostegno delle accuse. Inoltre, l’ASPI riceve fondi da ambasciate straniere, aziende del settore della difesa e dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America. Il numero di Uiguri internati nei campi di prigionia sia stato fornito per la prima volta dalla Chinese Human Rights Defenders (CHRD), una ONG con sede a Washington e finanziata dalla National Endowment for Democracy. la CHRD stimava che circa un milione di Uiguri erano stati inviati in campi di rieducazione, e la stima sarebbe stata basata su “interviste e dati limitati”. Nel documento della CHRD sono presenti un totale di 8 intervistati anonimi che hanno fornito stime soggettive e non verificate. Quando il rapporto della CHRD fu discusso pubblicamente all’UNHCR, soltanto la rappresentante statunitense Gay McDougall ha parlato di “campi di rieducazione” e senza mostrare o citare alcuna prova a sostegno dell’accusa. Tuttavia, l’agenzia di stampa britannica Reuters rilanciò la notizia affermando che l’ONU aveva prove credibili riguardo all’internamento di milioni di Uiguri in campi segreti, nonostante il Comitato sull’eliminazione della discriminazione razziale o un suo singolo membro non possano parlare in nome dell’intera ONU. Che credibilità ha una denuncia di questo genere per la quale le uniche fonti primarie sono così fragili o del tutto inesistenti? Un sito del tutto privo di riscontri lancia un’accusa e la sua forza sta solo nel numero di rimbalzi che esso riceve dal mainstream mediatico internazionale. L’8 luglio 2019, 22 paesi hanno firmato una dichiarazione all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani in cui hanno chiesto di porre fine alle detenzioni di massa in Cina e hanno espresso preoccupazione per la diffusa sorveglianza e repressione. I paesi sono: Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Giappone, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Spagna, Svezia, Svizzera e Regno Unito. Come si vede tutti paesi facenti parte di una certa alleanza politico-militare e in cui la convivenza con le comunità musulmane è spesso problematica se non molto conflittuale. A luglio 2019, 37 paesi tra cui Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Angola, Algeria, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Corea del Nord, Serbia, Russia, Venezuela, Filippine, Myanmar, Pakistan e Siria hanno firmato una lettera congiunta all’UNHRC elogiando la Cina per i risultati notevoli nello Xinjiang. In seguito altri 50 paesi, tra cui Iran, Iraq, Sri Lanka, Gibuti e Palestina, hanno firmato la lettera. I paesi che hanno respinto questa versione della situazione nello Xinjiang sono del tutto indipendenti a ogni alleanza politica. Inoltre molti di questi rappresentano paesi che dovrebbero avere a cuore specificatamente i destini dei propri correligionari, essendo paesi a forte maggioranza musulmana. In conclusione, anche non avendo alcuna competenza o abilità di ricerca e di indagine giornalistica, chiunque si può fare un’idea della inconsistenza delle accuse infamanti che vengono lanciate alla RPC e dei motivi reconditi per i quali tali accuse vengono ordite.

Condividi !

Shares