Una riflessione sulla Conferenza Operaia di Gallarate e sul ruolo della classe operaia come forza nazionale capace di difendere salario, sicurezza, servizi pubblici, sviluppo e pace.
Una riflessione sulla Conferenza Operaia di Gallarate e sul ruolo della classe operaia come forza nazionale capace di difendere salario, sicurezza, servizi pubblici, sviluppo e pace.
Sciopero degli autoferrotranvieri di Milano, Monza e Novara
ESTENDERE LA LOTTA PER PRETENDERE SIGNIFICATIVI MIGLIORAMENTI!
Venerdì 27 Marzo, nuova iniziativa di sciopero dei mezzi pubblici (TPL), proclamata da A.L.COBAS (aderente al Sindacato Generale di Classe), con l’unica arma nelle mani dei lavoratori per pretendere condizioni di lavoro e di vita dignitose.
In questa giornata i lavoratori si sono mobilitati su Milano, Monza e Novara, in assenza di risposte idonee da parte delle aziende, per chiedere la garanzia riguardante sicurezza sia per i mezzi utilizzati che per le continue aggressioni al personale.
Le richieste riguardano, inoltre, anche l’incremento dei salari di almeno €150 netti uguali per tutti. Aumenti dovuti all’andamento inflazionistico che i contratti nazionali, firmati dai sindacati confederali, non riescono a garantire il proprio potere d’acquisto.
L’adesione è risultata molto elevata, in particolare su Milano con la chiusura delle linee M1, M2 e M3 e l’adesione massiccia dei lavoratori sulle linee di superfice.
Il Partito Comunista esprime vicinanza alle lotte dei lavoratori per poter ottenere diritti essenziali. La lotta dei lavoratori autoferrotranvieri è e deve essere la lotta di tutti i lavoratori contro il carovita e le politiche di guerra. Investire sul servizio pubblico universale e incrementare i salari di una categoria trascinata ormai da troppo tempo verso il basso della dinamica salariale e dei diritti!
La lotta dei lavoratori autoferrotranvieri è e deve essere la lotta di tutti i lavoratori per pretendere salari adeguati al costo della vita e per estendere la lotta a tutte le categorie che sfoci verso una mobilitazione ancora più ampia ed estesa che migliori la condizione delle lavoratrici e dei lavoratori.
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Il Segretario Generale Alberto Lombardo analizza la situazione a poche ore dalla notizia dell’attacco yankee contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela e dell’arresto del suo Presidente.
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HANNO VINTO TUTTI (TRANNE I LAVORATORI)
Il punto del Segretario Generale Alberto Lombardo
«… vi sono delle battaglie che occorre combattere anche se si sa di perdere immediatamente. Esse servono per il domani. In ogni caso ritengo che si perda di più ogni volta che si cedono posizioni importanti senza dar battaglia.» (Pietro Secchia)
A urne chiuse e a spoglio completato si può abbozzare un bilancio dell’esito del referendum.
Tutti proclamano di avere vinto, almeno di non avere perso. A meno di conti funambolici sul numero dei votanti che assegnerebbero al “campo largo” tutti quelli che sono andati a votare (compreso chi ha votato NO), il risultato politico è certamente negativo per la CGIL e per la Segreteria Schlein.
Esaminiamo però se chi ha intrapreso la battaglia poteva collocarsi in una posizione migliore anche dopo una sconfitta, oppure no. Dipende da cosa intendiamo per “vittoria” e “sconfitta”. Si era partiti con la furbata di aggregare i cinque quesiti a quello sull’autonomia differenziata, che però la Corte Costituzionale aveva cassato, e quindi si è rimasti senza il volano che si sperava per raggiungere il quorum, confidando nelle crepe della destra. Invece hanno avuto più peso le crepe a sinistra, come l’associazione del quinto referendum che ha ricevuto una quantità di NO imbarazzante.
Ma fatta la tara dell’insipienza tattica dei proponenti, qual era la strategia?
Si ricorderà anzitutto il referendum sulla “scala mobile” svoltosi esattamente 40 anni fa che, anche se in presenza di un sindacato ancora non completamente ammaestrato dai poteri forti e con una base discretamente combattiva e la esistenza di un PCI organizzato sul territorio e ancora parzialmente radicato tra i lavoratori, non ha impedito la storica sconfitta del movimento operaio in una fase di declino iniziata con la “marcia dei quarantamila” di Torino. Gli estensori dei referendum, Cgil in testa, forse immaginavano oggi di poter raggiungere un risultato positivo, compresa quindi l’attribuzione dei rimborsi elettorali (2,5 mln), senza per questo tenere conto la passivizzazione di un elettorato sempre più demotivato nel riconoscere le consultazioni elettorali come qualificanti; sempre più lontano dalla politica attiva. Ma se ciò continua ad avvenire è proprio grazie alla classe politica e sindacale di questo Paese, sempre più piegata ai poteri forti e finanziari che condizionano la politica. Nel metodo infatti, non devono essere trascurate le modalità di un referendum che non è stato costruito con i lavoratori sui luoghi di lavoro ma è il frutto di una alchimia da laboratorio proprio con il PD. Lo stesso partito che ha formulato la legge (Job Act), che la Cgil diceva di voler abrogare.
L’unico referendum che ha avuto successo negli ultimi decenni è stato quello sull’acqua pubblica e contro il nucleare che ha beneficiato dell’evento di Chernobyl che ha colpito l’immaginazione pubblica e un tema trasversale a cui diverse sensibilità poteva mobilitare. In cui votano tutti quelli che sono interessati, ossia tutti i cittadini. Non un tema sul lavoro dipendente che coinvolge l’interesse di una parte amplissima, ma pur sempre minoritaria. Il referendum non è mai stato uno strumento utile per le norme sul lavoro. Infatti l’elettorato attivo è composto anche da categorie sociali che non riguardano il lavoro dipendente (imprenditori, pensionati, professionisti, ecc.). E quindi è proprio lo strumento che era strategicamente sbagliato. 40 anni fa, e ancor più oggi.
Ma c’è un’aggravante. Il referendum dell’8 e 9 giugno non si ha sviluppato un dibattito vasto nemmeno sui territori e nemmeno è cresciuto nell’intera nazione aumentando così una maggiore coscienza tra le classi subalterne. Qualche protesta per le apparizioni in televisione (utili a chi ci va e non a quello che si dice). Qualche comizio del tutto inferiore alla forza che, almeno sulla carta, la CGIL vanta.
Tralasciamo alcuni commenti a posteriori veramente disgustosi che rivelano solo l’ottusità e la protervia dei perdenti. Se si chiede rispetto e attenzione per chi è andato a votare, si dovrebbe con altrettanta “civiltà”, rispettare anche le scelte diverse.
Il primo risultato pratico, e prevedibile ma non con questa forza devastante data dall’entità del flop, è che il Governo può legittimamente vantarsi di avere vinto e il primo risultato parlamentare è quello che il Gruppo di Forza Italia al Senato ha presentato la proposta di modifica per l’aumento del numero di sottoscrizioni (da 500.000 a 1.000.000) e del numero di consigli regionali (da 5 a 10) per la richiesta di referendum abrogativo. Alla faccia dell’allargamento della democrazia.
Non è certo con queste pratiche che si potrà recuperare l’attenzione dei lavoratori, ai quali dovrebbe essere riservata una attiva partecipazione e un protagonismo che abbiamo visto in questo Paese fino a qualche decennio fa ma che sarebbe opportuno recuperare insieme alla “cassetta degli attrezzi” per riattivare la coscienza marxista e di classe. Certamente sarebbe utile confrontarsi costantemente con i lavoratori e l’intera classe lavoratrice sui problemi materiali della stessa (bassi salari; sanità, scuola e formazione, trasporti e servizi sociali privata sempre più alle masse lavoratrici e cedute ai poteri forti privati e finanziari).
La Cgil si prepara a saltare sul carro del PD alle prossime elezioni politiche, magari candidando il proprio segretario al parlamento nazionale o in futuro, presso il parlamento UE? Non si accontenta di illudere i lavoratori ma anzi si prepara ad un nuovo assalto ai TFR per dirottarli ai fondi pensione contrattuali (Cometa, Fonchim, Fonte, ecc.), nei cui consigli di amministrazione ha piazzato i propri dirigenti. Una massa enorme calcolata in circa 440 mld che potrebbero essere sottratti ai lavoratori di questo paese in breve tempo.
Al tradimento della classe operaia e lavoratrice, al tradimento delle masse popolari bisogna rispondere con un’azione incisiva che tolga dalla passivizzazione in cui è stata gettata l’intera classe lavoratrice e solo il rinnovato protagonismo dei lavoratori può determinare un adeguato cambiamento.
Rileggendo la frase di Pietro Secchia, possiamo dire:
Non è la battaglia che ci spaventa. Anzi! Sono certi i comandanti che ci fanno paura.
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Una strage senza fine continua a colpire il nostro Paese. Mentre si discute di armare l’Europa tagliando sanità e welfare, i lavoratori in Italia continuano a morire praticamente ogni giorno.
Il capitalismo è un sistema economico marcio.
I lavoratori sono tornati a essere solo forza-lavoro da sfruttare e consumatori da derubare. Sono tornati a essere sacrificabili, facilmente sostituibili grazie alla guerra tra poveri instillata dal capitalismo nella nostra società.
Se non stai al passo, muori.
Una discesa senza freni nei diritti e nelle tutele dei lavoratori, dovuta soprattutto ai continui compromessi che forze politiche e sindacali concertative hanno accettato negli anni, puntando alla loro sopravvivenza invece che a quella dei lavoratori.
Questa è una vera guerra, e i morti sul lavoro rappresentano solo una parte delle vittime di questo conflitto.
Socialismo o Barbarie!
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MASSIMA SOLIDARIETÀ AI LAVORATORI ATM!
Il Partito Comunista esprime il suo totale supporto allo sciopero proclamato da AL-Cobas/SGC ATM – Milano il 14 Febbraio per la richiesta di un giusto salario.
No a mance e mancette, no cambiali in bianco ma 350€ netti subito nel Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per tutti gli Autoferrotranviari e 150€ netti da subito in busta paga da parte dell’Azienda Trasporti Milanesi.
Massima adesione al presidio davanti al deposito ATM di Viale Sarca alle ORE 10 di Venerdì 14 Febbraio.
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Lo sciopero è un diritto garantito dalla Costituzione nata dalla Resistenza al Nazi-Fascismo.
Pertanto non deve essere messo in discussione precettando i lavoratori e nello specifico quelli del TPL, ma neanche come chiede a gran voce la CGIL e tutti i sindacati concertativi per legarlo alla rappresentanza.
Ciò è un grave atto antidemocratico che il Partito Comunista respinge e impegna le proprie strutture a lavorare per un effettivo e libero svolgimento delle iniziative di lotta dei lavoratori.
Abbiamo infatti l’esempio storico con la legge 563 del 3 Aprile 1926 che riconoscendo giuridicamente il solo sindacato fascista come l’unico legittimato a firmare i contratti collettivi nazionali del lavoro, istituisce una speciale magistratura per la risoluzione delle controversie di lavoro e per cancellare il diritto di sciopero, proprio come viene proposto oggi dalle maggiori confederazioni.
Inoltre, esprimiamo tutta la contrarietà alla legge 1660 in discussione al Senato, che mira a reprimere ogni forma di conflitto, in particolare dei lavoratori e dei ceti popolari, per la difesa dei diritti sociali, del lavoro, della casa, per l’istruzione e la mobilità. Trasformando la lotta in rato penale.
Eugenio Busellato – Responsabile Lavoro del Partito Comunista
Il #5Febbraio si torna a gridare le nostre ragioni!