Una riflessione sulla Conferenza Operaia di Gallarate e sul ruolo della classe operaia come forza nazionale capace di difendere salario, sicurezza, servizi pubblici, sviluppo e pace.
Una riflessione sulla Conferenza Operaia di Gallarate e sul ruolo della classe operaia come forza nazionale capace di difendere salario, sicurezza, servizi pubblici, sviluppo e pace.
Il Responsabile nazionale della Federazione della Gioventù Comunista, Fabrizio Da Silva, partecipa in Cina alla delegazione internazionale dei giovani quadri comunisti provenienti da Europa e Nord America. Un percorso di formazione politica e confronto internazionale tra i luoghi simbolo della rivoluzione cinese e dello sviluppo del socialismo contemporaneo.
REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA:
UNA RIFORMA CHE NON RISOLVE I PROBLEMI REALI
Il Comitato Centrale del 17-18 Gennaio ha espresso una posizione chiara:
Condanna di ogni manomissione della Costituzione.
L’abbiamo fatto in passato, lo facciamo oggi. La Carta non può essere piegata alle convenienze politiche del momento.
(Nei commenti trovate l’estratto del comitato centrale ed il link di riferimento)
Nel merito, i quesiti referendari:
Non affrontano i veri nodi della giustizia italiana
– ritardi strutturali
– costi insostenibili
– soprusi
– consorterie radicate nel sistema
Non intervengono sulle disfunzioni che colpiscono milioni di cittadini, in particolare nel diritto del lavoro.
Anzi, l’innalzamento dei limiti della carcerazione preventiva si muove in direzione contraria alla propaganda securitaria del Governo, mentre restano intatte le scappatoie per chi “può”.
Questo referendum rischia inoltre di oscurare due attacchi gravi ai diritti democratici:
• nuove norme securitarie che possono limitare il diritto di manifestare
• l’indebolimento della Corte dei Conti, organo fondamentale di controllo sulla spesa pubblica, come dimostrano vicende controverse quali il Ponte di Messina.
Difendere la giustizia significa affrontare i problemi reali.
Difendere la Costituzione significa difendere i diritti dei cittadini.
Fonti:
Comunicato del Comitato Centrale 17-18 Gennaio 2026
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Il Ministero dell’Interno cubano ha reso noto di aver sventato un’infiltrazione armata nella provincia di Villa Clara, nella zona nord-est del canale El Pino, a Cayo Falcones, nel municipio di Corralillo.
Secondo le informazioni diffuse, un motoscafo proveniente dalla Florida trasportava dieci persone armate con fucili d’assalto, armi corte, ordigni artigianali, giubbotti antiproiettile e uniformi mimetiche. Le autorità hanno parlato apertamente di un tentativo di infiltrazione a fini terroristici.
Tra gli arrestati figurano cittadini cubani residenti negli Stati Uniti, alcuni dei quali – secondo quanto dichiarato – già segnalati nelle liste nazionali legate alla risoluzione 1373 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in materia di contrasto al terrorismo.
È stato inoltre arrestato sul territorio cubano un cittadino accusato di aver fornito supporto logistico all’operazione.
Di fronte a fatti di questa gravità, la posizione del nostro Partito è chiara:
CUBA SI DIFENDE SENZA SÉ E SENZA MA
E proprio per questo noi difendiamo Cuba ed il suo popolo che ogni giorno ci insegnano cosa vuol dire RESISTERE e LOTTARE contro un blocco economico genocida imposto dagli Yankee.
Da decenni Cuba è oggetto di pressioni, sanzioni e azioni ostili che hanno cercato di minarne la stabilità.
Patria o Muerte, Venceremos!
#CubaEstáFirme
#CubaSoberana
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Comunicato congiunto
Nella giornata di domenica 1 febbraio, a Bologna, si è tenuto il preannunciato incontro tra componenti della Segreteria Nazionale del Partito Comunista Italiano e dell’Ufficio Politico del Partito Comunista, unitamente a dirigenti della Federazione Giovanile Comunista Italiana e della Federazione Gioventù Comunista.
Un incontro importante, nel corso del quale i partecipanti si sono confrontati in termini generali su molteplici questioni attinenti al contesto internazionale e nazionale.
Un incontro al quale si è convenuto di dare continuità, approfondendo il merito delle stesse anche con specifiche iniziative.
Bologna, 1 febbraio 2026
Partito Comunista Italiano
Partito Comunista
Federazione Giovanile Comunista Italiana
Federazione Gioventù Comunista
HANNO VINTO TUTTI (TRANNE I LAVORATORI)
Il punto del Segretario Generale Alberto Lombardo
«… vi sono delle battaglie che occorre combattere anche se si sa di perdere immediatamente. Esse servono per il domani. In ogni caso ritengo che si perda di più ogni volta che si cedono posizioni importanti senza dar battaglia.» (Pietro Secchia)
A urne chiuse e a spoglio completato si può abbozzare un bilancio dell’esito del referendum.
Tutti proclamano di avere vinto, almeno di non avere perso. A meno di conti funambolici sul numero dei votanti che assegnerebbero al “campo largo” tutti quelli che sono andati a votare (compreso chi ha votato NO), il risultato politico è certamente negativo per la CGIL e per la Segreteria Schlein.
Esaminiamo però se chi ha intrapreso la battaglia poteva collocarsi in una posizione migliore anche dopo una sconfitta, oppure no. Dipende da cosa intendiamo per “vittoria” e “sconfitta”. Si era partiti con la furbata di aggregare i cinque quesiti a quello sull’autonomia differenziata, che però la Corte Costituzionale aveva cassato, e quindi si è rimasti senza il volano che si sperava per raggiungere il quorum, confidando nelle crepe della destra. Invece hanno avuto più peso le crepe a sinistra, come l’associazione del quinto referendum che ha ricevuto una quantità di NO imbarazzante.
Ma fatta la tara dell’insipienza tattica dei proponenti, qual era la strategia?
Si ricorderà anzitutto il referendum sulla “scala mobile” svoltosi esattamente 40 anni fa che, anche se in presenza di un sindacato ancora non completamente ammaestrato dai poteri forti e con una base discretamente combattiva e la esistenza di un PCI organizzato sul territorio e ancora parzialmente radicato tra i lavoratori, non ha impedito la storica sconfitta del movimento operaio in una fase di declino iniziata con la “marcia dei quarantamila” di Torino. Gli estensori dei referendum, Cgil in testa, forse immaginavano oggi di poter raggiungere un risultato positivo, compresa quindi l’attribuzione dei rimborsi elettorali (2,5 mln), senza per questo tenere conto la passivizzazione di un elettorato sempre più demotivato nel riconoscere le consultazioni elettorali come qualificanti; sempre più lontano dalla politica attiva. Ma se ciò continua ad avvenire è proprio grazie alla classe politica e sindacale di questo Paese, sempre più piegata ai poteri forti e finanziari che condizionano la politica. Nel metodo infatti, non devono essere trascurate le modalità di un referendum che non è stato costruito con i lavoratori sui luoghi di lavoro ma è il frutto di una alchimia da laboratorio proprio con il PD. Lo stesso partito che ha formulato la legge (Job Act), che la Cgil diceva di voler abrogare.
L’unico referendum che ha avuto successo negli ultimi decenni è stato quello sull’acqua pubblica e contro il nucleare che ha beneficiato dell’evento di Chernobyl che ha colpito l’immaginazione pubblica e un tema trasversale a cui diverse sensibilità poteva mobilitare. In cui votano tutti quelli che sono interessati, ossia tutti i cittadini. Non un tema sul lavoro dipendente che coinvolge l’interesse di una parte amplissima, ma pur sempre minoritaria. Il referendum non è mai stato uno strumento utile per le norme sul lavoro. Infatti l’elettorato attivo è composto anche da categorie sociali che non riguardano il lavoro dipendente (imprenditori, pensionati, professionisti, ecc.). E quindi è proprio lo strumento che era strategicamente sbagliato. 40 anni fa, e ancor più oggi.
Ma c’è un’aggravante. Il referendum dell’8 e 9 giugno non si ha sviluppato un dibattito vasto nemmeno sui territori e nemmeno è cresciuto nell’intera nazione aumentando così una maggiore coscienza tra le classi subalterne. Qualche protesta per le apparizioni in televisione (utili a chi ci va e non a quello che si dice). Qualche comizio del tutto inferiore alla forza che, almeno sulla carta, la CGIL vanta.
Tralasciamo alcuni commenti a posteriori veramente disgustosi che rivelano solo l’ottusità e la protervia dei perdenti. Se si chiede rispetto e attenzione per chi è andato a votare, si dovrebbe con altrettanta “civiltà”, rispettare anche le scelte diverse.
Il primo risultato pratico, e prevedibile ma non con questa forza devastante data dall’entità del flop, è che il Governo può legittimamente vantarsi di avere vinto e il primo risultato parlamentare è quello che il Gruppo di Forza Italia al Senato ha presentato la proposta di modifica per l’aumento del numero di sottoscrizioni (da 500.000 a 1.000.000) e del numero di consigli regionali (da 5 a 10) per la richiesta di referendum abrogativo. Alla faccia dell’allargamento della democrazia.
Non è certo con queste pratiche che si potrà recuperare l’attenzione dei lavoratori, ai quali dovrebbe essere riservata una attiva partecipazione e un protagonismo che abbiamo visto in questo Paese fino a qualche decennio fa ma che sarebbe opportuno recuperare insieme alla “cassetta degli attrezzi” per riattivare la coscienza marxista e di classe. Certamente sarebbe utile confrontarsi costantemente con i lavoratori e l’intera classe lavoratrice sui problemi materiali della stessa (bassi salari; sanità, scuola e formazione, trasporti e servizi sociali privata sempre più alle masse lavoratrici e cedute ai poteri forti privati e finanziari).
La Cgil si prepara a saltare sul carro del PD alle prossime elezioni politiche, magari candidando il proprio segretario al parlamento nazionale o in futuro, presso il parlamento UE? Non si accontenta di illudere i lavoratori ma anzi si prepara ad un nuovo assalto ai TFR per dirottarli ai fondi pensione contrattuali (Cometa, Fonchim, Fonte, ecc.), nei cui consigli di amministrazione ha piazzato i propri dirigenti. Una massa enorme calcolata in circa 440 mld che potrebbero essere sottratti ai lavoratori di questo paese in breve tempo.
Al tradimento della classe operaia e lavoratrice, al tradimento delle masse popolari bisogna rispondere con un’azione incisiva che tolga dalla passivizzazione in cui è stata gettata l’intera classe lavoratrice e solo il rinnovato protagonismo dei lavoratori può determinare un adeguato cambiamento.
Rileggendo la frase di Pietro Secchia, possiamo dire:
Non è la battaglia che ci spaventa. Anzi! Sono certi i comandanti che ci fanno paura.
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Per prima cosa permettetemi di portarvi il saluto di Alberto Lombardo, Segretario Generale del nostro Partito, e di ringraziarvi per averci invitato a questo importantissimo incontro.
***
Il Fascismo non è un incidente della storia, ma il frutto avvelenato della degenerazione sistemica del capitalismo che, quando entra in crisi o si sente minacciato dai movimenti popolari e operai, reagisce con ferocia.
Ed è proprio così che risponde il capitalismo: utilizzando la violenza dei propri cani da guardia al servizio e a protezione delle élite finanziarie ed economiche.
Proprio come accadde in Italia dopo il biennio rosso (1919-1920), che, seguendo l’esempio della Rivoluzione bolscevica, cercò di scardinare la monarchia liberale del Paese. Come ci ha insegnato il nostro grande Maestro e fondatore del Partito Comunista d’Italia, Antonio Gramsci, in quel contesto la pavidità dei partiti operai furono incapaci di fermare la marea nera. Essi non avevano una corretta visione ideologica perché egemonizzati dalle correnti riformiste. Esse avevano paura dei settori più avanzati che poi nel gennaio del 1921 diedero vita al Partito Comunista d’Italia. Fu questa pavidità la causa della sconfitta e poi della distruzione dei movimenti operai in Italia, così come poi in Germania e in Austria.
Il fascismo è un pericolo sempre pronto a tornare per schiacciare prima di tutto i diritti dei lavoratori e delle masse. Lo vediamo di nuovo nei Paesi occidentali guidati dal neoliberismo, specialmente sotto l’egida della bandiera della fintamente democratica Unione Europea, ma non solo.
Sebbene sia mutato nelle forme, il fascismo sopravvive e continua a perpetrarsi ancora oggi soprattutto grazie al fatto che, negli ultimi 30 anni, gran parte del mondo occidentale ha perso ogni anticorpo per contrastare questo virus.
Questa deriva è nata oltre 40 anni fa, con la Thatcher nel Regno Unito e Reagan negli USA, ma continuato dai dirigenti delle finte sinistre – come Blair, Clinton e Obama – fino agli attuali governanti europei, in cui ogni confine tra i settori politici che si alternano al governo si è perso.
Basta vedere cosa è successo in Italia, con il lento ma costante smantellamento ideologico di quello che era il più grande partito comunista d’occidente, portato a una mutazione genetica che ha dato alla luce la caricatura di quello che era. Nasce così la pseudosinistra che per prima cosa ha disarmato politicamente e ideologicamente le classi popolari e infine si è trasformato in un partito – il Partito Democratico – di chiaro stampo neoliberista con lo scopo principale di difendere gli interessi delle élite finanziarie ed economiche. Proprio come accadde con il fascismo 100 anni fa: sono loro che si frappongono tra i padroni e le classi popolari, sono loro i primi alfieri della compressione dei diritti sociali, a tutto guadagno degli interessi privati.
E così che oggi gli eredi del fascismo storico arrivano al governo in Italia, sull’onda di una velenosa propaganda che ha predicato gli interessi della nazione, ma che poi si è acconciata ad accettare gli aspetti più antipopolari delle politiche nazionali e internazionali. Pensiamo alle pensioni, ai diritti dei lavoratori e allo stato sociale, all’interno, e al sostegno alla junta nazista in Ucraina e alle bellicose politiche dell’Unione Europea, all’estero. Oggi si propone come mediatore tra i due poli dell’imperialismo, USA e UE, in conflitto per l’irrisolvibile crisi che attanaglia il capitalismo. Ma continua a soggiogare gli interessi nazionali all’uno o all’altro. Non è con il lupo americano né con le faine europee che la nostra nazione può garantire i propri interessi. La classe politica di oggi, come al solito sotto il capitalismo, fa solo gli interessi dei grandi monopolisti e non del popolo lavoratore.
***
Il fascismo non è solo repressione interna, ma è guerra ed espansione militare, conquista, distruzione e cancellazione di qualsiasi opposizione. L’Unione Europea è diventata nient’altro che un apparato tecnico e militare al servizio del capitale: Euro, Unione Europea e NATO non difendono la democrazia, bensì sono l’incarnazione della sua negazione.
L’Unione Europea si caratterizza per un anticomunismo che ha raggiunto toni parossistici che si sono manifestati negli anni con dichiarazioni abominevoli che hanno equiparato il fascismo al comunismo. E ciò viene portato sempre più nelle scuole e nelle piazze. Repressione ideologica e politica.
È stato fatto in Ucraina, sabotando ogni tentativo di risoluzione dei contrasti tra i popoli e favorendo i settori esplicitamente neonazisti.
Gli obiettivi sono manifesti.
Primo. Accerchiare e isolare la Russia. Ciò è fallito. I popoli del Donbass si sono ribellati prendendo le armi. Le sanzioni contro la Russia si sono ritorte contro l’Europa. La NATO è stata umiliata. La Russia, insieme alla Cina socialista e alle altre nazioni che vogliono uscire dal giogo imperialista e alla dittatura del dollaro, si uniscono in un fronte per la pace e la sovranità economica e politica. Oggi i settori del capitalismo si sbranano tra di loro. Dazi e controdazi scuotono i mercati.
Secondo. Militarizzare le società e aumentare a dismisura le spese militari, come via d’uscita dalla crisi. Ciò ha portato all’impoverimento dei popoli e all’arricchimento delle élite finanziarie. E, temiamo a breve, perfino alla guerra generalizzata in Europa e in Asia.
Nulla di nuovo per il capitalismo.
La volontà non è di costruire un’Europa dei Popoli, che potrà esistere solo col socialismo, ma cercare di perpetuare il sogno di distruggere la continuità storica tra il popolo ucraino e quello russo, che esiste da centinaia di anni prima della nascita della NATO o degli Stati Uniti d’America, e di distruggere la Russia.
Ci hanno provato i Teutoni, gli Svedesi, Napoleone, il Kaiser, Hitler e Mussolini, i Samurai.
Sotto a chi tocca!
Infine, compagni, permettetemi di dirvi che non so quando arriverà la Vittoria, ma so che, quando arriverà, voglio che ci sia anche il mio ed il nostro contributo, come quello dato dai compagni dell’Armata Rossa che a Stalingrado, con tutto il popolo sovietico, fermò proprio lì la macchina militare nazifascista. Da lì è iniziata la strada verso la Vittoria del 9 maggio 1945 e proprio per questo quel luogo deve tornare a chiamarsi Stalingrado non solo per pochi giorni l’anno, ma deve tornare ad esserlo sempre. Come simbolo eterno della resistenza antifascista e della dignità del popolo sovietico, di coloro che hanno sacrificato la loro vita non solo per la libertà del loro Paese, non solo per la libertà dell’Europa, ma per la libertà di tutto il mondo!
Slava Stalingrad! Vperëd k pobede! (Avanti verso la vittoria!)
Il 21 febbraio 1848 a Londra il mondo cambia per sempre.
Karl Marx e Friedrich Engels pubblicano il Manifesto del Partito Comunista, non solo uno degli scritti politici più importanti della storia, ma un libro che con la sua sola esistenza ha contribuito a cambiare il mondo, dando il via ad un moto continuo di lotte sociale per il miglioramento delle condizioni di vita del popolo.
” La storia di ogni società è stata finora la storia di lotte di classe.
Uomo libero e schiavo, patrizio e plebeo, barone e servo della gleba, membro di una corporazione e artigiano, in breve oppressore e oppresso si sono sempre reciprocamente contrapposti, hanno combattuto una battaglia ininterrotta, aperta o nascosta, una battaglia che si è ogni volta conclusa con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società o con il comune tramonto delle classi in conflitto.”
” Tremino pure le classi dominanti davanti a una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare. Proletari di tutti i Paesi, unitevi! “
#Marx #Engels #Manifesto
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Proprio così, mentre il Governo dei falsi sovranisti tra armi all’Ucraina, Ponte sullo Stretto e centri in Albania, per un momento fa finta di ricordarsi di quel Ceto medio a loro teoricamente tanto caro, che invece ogni giorno viene sempre di più compresso in basso schiacciandosi verso la proletarizzazione, causando il più classico degli effetti domino portando danno a tutti coloro che vivono del proprio lavoro.
Tra una stretta di mano a Trump ed un appalto a Musk, si sono ricordati di proporre un taglio dell’Irpef per il “ceto medio”, un taglio con l’aliquota che passa dal 35% al 33% … tra i 40 e 60 centesimi al giorno, meno, anzi molto meno di un caffè al giorno vista l’aumento di tutti i beni …
Come si fa a dire di mettere al centro della propria azione di governo il popolo, se si spendono fiumi di denaro seguendo le indicazioni di EU e NATO a spese di scuola, sanità, trasporti?
I salari vanno solo indietro e con essi anche i diritti sindacali. Adesso hanno anche iniziato a vietare gli scioperi,.
L’Italia ed il mondo del lavoro scivola sempre di più verso il basso.
Basta chiacchiere. Basta bugie
L’unica soluzione? Socialismo o Barbarie
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Una delegazione del Partito Comunista, Federazione Toscana è stato presente oggi all’inaugurazione della stele dedicata al rivoluzionario Ernesto Che Guevara, tenutasi a Carrara sulla scalinata del Baluardo, alla presenza all’ambasciatrice di Cuba in Italia Mirta Granda Averhoff, allo scultore Jorge Romeo e ai rappresentanti istituzionali locali.
Oltre al senso celebrativo, negli interventi sortiti dell’adunanza sono stati trascurati i concetti di antimperialismo e di anticapitalismo ed omesso ogni accenno alla giustizia sociale e ai danni provocati dal liberismo, valori per i quali il “Che” ha combattuto e trovato la morte.
Per il Partito Comunista – Toscana sono stati presenti i compagni Mirko Fabrizio e Ugo Venturini, mentre per la Federazione della Gioventù Comunista era presente il compagno Lanes Rambelli.
Il 21 Gennaio del 1921 nasceva a Livorno il Partito Comunista d’Italia, nato dalla scissione del Partito Socialista Italiano.
Comincia la grande storia del Partito dei lavoratori italiani.
Il Partito che ha visto, grandi uomini e grandi donne di questo Paese dare la vita, prima contro il fascismo in Italia e non solo, un Partito che ha resistito in clandestinità, poi protagonista della Resistenza italiana, nel dopoguerra con l’emancipazione della classe operaia, nello sviluppo del Paese e nelle lotte contro il grande capitale. per diventare il più grande partito comunista dell’occidente.
? Da Gramsci a Pietro Secchia e Togliatti, passando per i tanti dirigenti e i milioni di militanti che il partito ha avuto.
Una grande storia che non può e non deve finire.
Il Partito Comunista oggi deve tornare ad essere il punto di riferimento del Popolo italiano e deve avere come obiettivo fare fuori da ogni gioco chi oggi governa l’Italia (e la sua finta opposizione) per portarla fuori dall’Unione Europea e dalla NATO.
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