Protocollo sulla Sicurezza: Un’altra occasione persa per rappresentare i concreti interessi dei lavoratori

Protocollo sulla Sicurezza: Un’altra occasione persa per rappresentare i concreti interessi dei lavoratori

La nostra analisi non è calata dall’alto dei nostri principi, bensì è stata costruita dal contributo materiale delle considerazioni fatte da lavoratori che si stanno battendo anche in questi giorni per la salvaguardia della salute e della sicurezza nei loro posti di lavoro .

Molti lavoratori hanno scioperato e stanno scioperando per fermare i settori produttivi non essenziali. Stare a casa è l’unica reale misura di limitazione del contagio. Generici e contraddittori protocolli di sicurezza non rendono fabbriche e uffici luoghi asettici e a contagio zero in poche ore.
Le notizie ci dicono che stiamo entrando forse nella settimana del picco di contagio per cui si rende indispensabile fermare la produzione di settori non essenziali .
Il padronato, guardando come sempre al suo profitto, azzarda la richiesta di autocertificarsi, procedura che non gli è stata fortunatamente consentita. Nello stesso tempo procede senza vincoli formalizzati e certi, secondo le strategie dei propri interessi. Così vediamo che alcune aziende che ritengono di potersi fermare lo fanno, mentre quelle che vogliono proseguire la produzione vanno avanti.
Come ci riferiscono i lavoratori, le aziende che continuano a produrre beni non essenziali dovranno rispettare una pletora di indicazioni, anche contrastanti come il Protocollo siglato dalle Parti sociali dove a rappresentare i lavoratori ci sono solo i CGIL CISL e UIL. Un Protocollo che nei fatti scarica sulle Rsu, sulle Rsa o gli Rls (dove ci sono) la responsabilità difficilissima di mettere in regola le aziende.
Il Protocollo non nomina neppure i possibili interventi delle ASL che in mancanza di RSU potrebbero intervenire.
Un Protocollo in situazione d’emergenza avrebbe dovuto avere la caratteristica di dettare linee generali certe ed immediatamente applicabili: così non è stato
In particolare il Protocollo prevede:
• Solo la “possibilità” per le aziende di ricorrere agli ammortizzatori sociali per garantire la riduzione o sospensione dell’attività e le operazioni di sanificazione dei luoghi. Ricordandoci che gli ammortizzatori sono a carico della collettività ovvero delle classi popolari per la maggioranza e si configurano come una regalia per le aziende. Intanto ancora i lavoratori si trovano spesso costretti a far fronte a questa emergenza sacrificando forme di salario indiretto come ferie, banca ore e congedi vari.
• Le prescrizioni sull’Informazione rappresentano un capitolo che per la gravità del momento si limita a ripetere indicazioni che dovrebbero già essere attive dall’inizio dell’emergenza e nella normalità (quali se un lavoratore ha la febbre sta a casa in malattia!), con l’aggiunta di una pratica nuova (non definita come emergenziale) apertamente in contrasto con lo Statuto dei Lavoratori ovvero quella che il lavoratore non può opporsi a subire controlli della temperatura in entrata.
• Le indicazioni sulla pulizia e sanificazione ambienti di lavoro e di ristoro e sulle precauzioni igieniche personali sono una semplice ripetizione di ovvietà sia per l’emergenza che per la normalità (es. i bagni dovrebbero sempre essere forniti di saponi e detergenti).
• Nessuna indicazione certa, anzi maggiormente confusiva a livello di prescrizione delle diverse organizzazioni sanitarie, in merito ai Dispositivi di Protezione Individuale(DPI) che già il Decreto dell’11 marzo si limitava a “raccomandare” e non OBBLIGARE. Questa incertezza diventa gravità quando si associa l’utilizzo indispensabile dei DPI nelle situazioni lavorative dove è impossibile mantenere la distanza di un metro tra un lavoratore e l’altro.
• L’ultima parte del Protocollo assume poi elementi già previsti dal Testo Unico sulla Sicurezza addirittura peggiorandoli perché ad esempio dice che le aziende “possono” rimodulare i livelli produttivi per garantire la sicurezza mentre il TUS prevede che le aziende DEVONO rimodulare i livelli in questi casi.
• Nella conclusione del Protocollo si introduce poi l’elemento “innovativo” di costituzione nelle aziende di un Comitato di controllo per l’applicazione e verifica delle regole del protocollo stesso con la partecipazione delle rappresentanze sindacali aziendali e degli Rls.

Come comunisti riteniamo che quanto contenuto nel Protocollo non rappresenti affatto né un a conquista,né un avanzamento nei processi di salvaguardia della sicurezza e della salute per i lavoratori nei posti di lavoro, in particolare in questo grave momento di emergenza. Crediamo invece che sia il risultato della sudditanza agli interessi padronali da parte delle cosiddette altre forze sociali e politiche.
Si rende ancora una volta evidente come le crisi, da quella economica a quella sociale, anche in un momento di grave emergenza sanitaria come oggi, vengano scaricate sul popolo lavoratore.
Per questo come Partito Comunista sosteniamo e come lavoratori promuoviamo nei nostri luoghi di lavoro l’appello di adesione agli scioperi indetti dalle organizzazioni conflittuali che rivendicano:
SCIOPERO AD OLTRANZA
NON LAVORIAMO ! NON SIAMO CARNE DA MACELLO

Gli operai sono vittime del tradimento dei bonzi sindacali i quali dichiarano la loro piena soddisfazione per l’intesa raggiunta:
il protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto ed il contenimento della diffusione del virus COVID-19, negli ambienti di lavoro.
Una presa in giro dei lavoratori.
Questa non è “presa di coscienza in una situazione d’emergenza” questo è asservimento agli interessi padronali.
Il protocollo, da una parte invita a restare a casa, dall’altra da la libertà di scelta ai padroni di chiudere o tenere aperte le aziende.
Il COVID-19 rappresenta un rischio biologico generico per il quale occorre adottare misure uguali per tutta la popolazione (tranne che per i lavoratori).
Il protocollo pur di non fermare la produzione, permette di lavorare a meno di un metro, con mascherina, guanti ecc. Permette di misurare la temperatura corporea (sorvolando sulla privacy) da personale non medico, sospende i corsi obbligatori sulla sicurezza e permette, ad esempio ai carrellisti, di lavorare anche senza corsi di formazione. Ci dicono che è probabile che nei giorni prossimi il virus aumenterà, le fabbriche potrebbero essere focolai di dimensioni enormi.
Prima che sia troppo tardi, non rischiamo la vita per la produzione, la salute non è monetizzabile.
Le aziende possono applicare gli ammortizzatori sociali, se non lo fanno non ci resta che confermare lo Sciopero ad oltranza e prepararci a una lunga stagione di conflitto di classe. E’ tempo di decidere da che parte stare: dalla parte dei padroni o dalla parte dei lavoratori.
Lo sciopero è la protesta più dolorosa economicamente ma la più dignitosa per proteggere noi stessi e i nostri famigliari oltre che contenere il virus.
Lo sciopero è a copertura di tutti gli operai che non hanno alternativa per restare a casa. Possono aderire come e quando vogliono, nei giorni e per i che meglio ritengono.

RICHIESTE IMMEDIATE :
-Chiusura di tutti i siti produttivi finchè non sarà rientrata l’emergenza Coronavirus, ad eccezione delle produzioni e servizi essenziali.
-Nelle produzioni e nei servizi essenziali riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
-Utilizzo degli ammortizzatori sociali con integrazione salariale al 100%
– Assunzioni a tempo indeterminato di personale medico, scientifico e infermieristico; potenziamento della sanità pubblica, requisizione di tutte le cliniche private per l’ampliamento emergenziale del servizio pubblico come unico servizio universale e gratuito.

La FLMUniti mantiene lo sciopero già proclamato fino al 23 marzo e continua con SCIOPERO AD OLTRANZA PER TUTTO IL PERIODO EMERGENZIALE nel settore metalmeccanico ad eccezione delle produzioni servizi essenziali.

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Call center: ancora cassa integrazione e riduzione dei diritti

Call center: ancora cassa integrazione e riduzione dei diritti

In questi giorni Teleperformance, multinazionale francese con sedi tra Taranto e Roma-Fiumicino, ha annunciato la cassa integrazione per circa mille addetti call center. Quasi quattrocento lavoratori somministrati si vedranno contemporaneamente ridurre l’orario lavorativo a 20 ore settimanali senza possibilità di straordinari. L’impatto sarà notevole e vedrà una riduzione dei salari in alcuni casi anche del 50%. Per effetto del Decreto Dignità altri lavoratori somministrati a scadenza del 36esimo mese di lavoro rischiano di finire a casa, dopo aver assistito alla trasformazione in contratti “staff leasing” per colleghi somministrati da soli due anni.

Questa vicenda è lo specchio esatto della situazione del settore dei call center e dei servizi in generale. Grandi multinazionali che esternalizzano servizi ad altre multinazionali che a loro volta attingono alla somministrazione, e che sfruttano il costo più basso della manovalanza di paesi interni e extra UE delocalizzando. Una frammentazione di contratti che innesca una guerra tra lavoratori (eterne vittime del gioco capitalista) , e crea una ricattabilità continua oltre che un continuo calpestamento dei diritti.

Il Partito Comunista da sempre sostiene l’importanza dell’abolizione delle troppe forme contrattuali atte a inasprire la già difficile situazione del precariato. Non si può accettare di continuare a sostenere un sistema basato sulla ricattabilità e precarietà dei lavoratori. Quello che adesso è un’eccezione (il contratto a tempo indeterminato) deve tornare ad essere la regola, così come si deve mettere fine all’esternalizzazione si servizi di grandi aziende, e spesso della stessa pubblica amministrazione.

La vicenda dei call center dimostra gli effetti devastanti del mercato comune e delle regole europee che sono uno strumento di competizione al ribasso sui diritti e i salari dei lavoratori. Un motivo in più per lottare contro l’Unione Europea.

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RIZZO (PC): «TRIDICO (INPS) DA RAGIONE AI COMUNISTI SU ORARI DI LAVORO. MA DAI 5STELLE SOLO PROPAGANDA»

RIZZO (PC): «TRIDICO (INPS) DA RAGIONE AI COMUNISTI SU ORARI DI LAVORO. MA DAI 5STELLE SOLO PROPAGANDA»

«Mi fa piacere che il Presidente dell’INPS Tridico dia ragione ai comunisti sugli orari di lavoro. Abbiamo sempre sostenuto che la riduzione dell’orario di lavoro a parità salariale è una misura necessaria per ridurre la disoccupazione e che di fronte ai processi di automazione e riduzione del tempo di lavoro necessario questa strada sia l’unica in grado di tutelare a lungo periodo i diritti dei lavoratori». Così Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista. «Leggo anche che Di Maio avrebbe accolto entusiasticamente la proposta. Siamo sotto elezioni e i cinque stelle devono darsi una riverniciata di sinistra. Quando alle scorse elezioni lo avevamo inserito nel nostro programma ci avevano deriso liquidandoci come partito fuori dalla storia. Sono al governo non bastano slogan elettorali. Serve un vero scontro di classe contro gli interessi della finanza e della Confindustria: ridurre i tempi di lavoro a parità di salario significa attaccare i profitti dei capitalisti. I cinque stelle non lo faranno mai, possono farlo solo i comunisti».

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RIZZO (PC): «ITALIA DAVANTI A CRISI DI SISTEMA. GOVERNO PRIVO DI SOLUZIONI, CGIL, CISL E UIL SENZA VOCE».

RIZZO (PC): «ITALIA DAVANTI A CRISI DI SISTEMA. GOVERNO PRIVO DI SOLUZIONI, CGIL, CISL E UIL SENZA VOCE».

La crisi che abbiamo di fronte non è una congiuntura temporanea ma una crisi di sistema, profondissima e senza uscita se si continuano ad accettare le logiche capitalistiche e la permanenza nel mercato unico europeo. L’Italia perde un ulteriore 5,5% di produzione industriale, è in recessione e la crisi la stanno pagando i lavoratori e le classi popolari con abbassamento di salari, disoccupazione, diritti sociali» Così Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista. «Le misure del governo non sono minimamente in grado di invertire questo processo. È importante che i lavoratori tornino a mobilitarsi, ma non per essere utilizzati strumentalmente nè per sostenere uno sbiadito PD ed una pseudosinistra che fino a ieri erano al governo e sono largamente responsabili del disarmo delle forze popolari, né per nutrire ancora una volta l’illusione della concertazione, come oggi fanno CGIL, CISL e UIL, che ha portato solo danni ai lavoratori. I margini del riformismo sono finiti, quale sia la tonalità di colore del partito o del sindacato che lo sostiene».

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RIZZO (PC): «CON LANDINI NON CI SARÀ NESSUN CAMBIO POSITIVO NELLA CGIL»

RIZZO (PC): «CON LANDINI NON CI SARÀ NESSUN CAMBIO POSITIVO NELLA CGIL»

«Se il buon giorno si vede dal mattino le dichiarazioni di Landini sul sindacato unico con CISL e UIL sono un pessimo presagio. Ricercare l’unità dei lavoratori nella lotta per far avanzare le loro rivendicazioni è cosa auspicabile e necessaria. Ma il sindacato unico subalterno agli interessi della Confindustria è l’esatto opposto: è il modo migliore per spegnere qualsiasi possibilità di lotta». Così Marco Rizzo, segretario generale del Partito Comunista. «Agnelli diceva che per fare politiche di destra servono uomini di sinistra, e aveva ragione. Vale anche per la politica sindacale. Una CGIL in crisi verticale di iscritti, ricorre a una figura “di sinistra” come Landini per legittimarsi. Ma la linea sindacale resta la stessa, arrendevole e spesso di totale collaborazione con gli interessi padronali. I lavoratori non hanno bisogno di volti accattivanti ma di un sindacato che ne difenda realmente gli interessi, che li guidi nelle lotte. Da tempo purtroppo la CGIL non è più questo. Nessuna illusione da Landini segretario»

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LVA: CON ACCORDO DI MAIO 2.586 LAVORATORI IN CASSA INTEGRAZIONE. IMMUNITA’ PENALE FINO AL 2023.

LVA: CON ACCORDO DI MAIO 2.586 LAVORATORI IN CASSA INTEGRAZIONE. IMMUNITA’ PENALE FINO AL 2023.

Sono 2.586 i lavoratori dell’Ilva da ieri in cassa integrazione fino al 2023 per decisione della nuova proprietà che fa capo alla multinazionale Arcelor Mittal.  Nonostante i toni entusiastici del ministro del lavoro e dello sviluppo economico Di Maio, che annunciava che non ci sarebbero stati esuberi, si tratta di un epilogo annunciato già dal momento della sottoscrizione dell’accordo. Il testo infatti prevedeva l’impegno della società ad assumer 10.700 lavoratori a fronte degli oltre 13mila. Conti alla mano circa un quinto degli operai restava escluso, come il Partito Comunista e i sindacati non firmatari avevano dichiarato.
Nei fatti il Movimento Cinque Stelle ha proposto un accordo fotocopia rispetto a quello del PD, incassando i complimenti dell’ex ministro Calenda. Se Arcelor Mittal aveva indicato 3.000 esuberi ad agosto ne ha ottenuti 2.586 scaricando sullo stato tramite la cassa integrazione i costi degli esuberi (alcuni dei quali mascherati da uscite volontarie). Il piano Calenda prevedeva 10 mila assunzioni nella società principale e 1.500 in società esternalizzate. Di fatto un pareggio. La tanto decantata assunzione con articolo 18 era già prevista, dal momento che il riferimento era ai CCNL – che prevedono la tutela di cui al vecchio art. 18 –  tanto nel precedente quanto nell’attuale accordo.
Stesso risultato anche in termini ambientali. L’accordo Calenda prevedeva che i principali obiettivi di risanamento venissero realizzati entro il 2020. L’accordo Di Maio ne prevede metà nel 2019 e l’altra metà nel 2020, con completamento nel 2023. Nulla di particolarmente differente, e tutto da verificare nel futuro prossimo. Il dato che sa subito si apprezza invece è che per effetto del nuovo accordo, e del piano di risanamento contenuto nell’addendum, il limite dell’immunità penale e amministrativa per la società acquirente viene posticipato al 2023. A norma del decreto 98/2016: «Le condotte poste in essere in  attuazione del Piano di cui al periodo  precedente  non possono  dare  luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario,  dell’affittuario  o  acquirente e  dei soggetti  da  questi funzionalmente delegati,  in  quanto costituiscono adempimento delle migliori regole  preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e  di sicurezza sul lavoro» I Cinque Stelle non hanno cancellato questa norma, aderendo alle richieste di Arcelor Mittal.
Coincidenza apparente vuole che proprio il 2023 sarà il momento della fine del previsto risanamento ambientale, della fine dell’immunità penale e amministrativa e dell’impegno a riassumere una parte dei lavoratori in Cassa Integrazione. Siamo pronti a scommettere come finirà: ancora una volta l’arma di ulteriori licenziamenti e della mancata riassunzione dei lavoratori sarà utilizzata come ricatto per ottenere un allentamento degli obblighi ambientali, che sono anche tutela della salute dei lavoratori, e un ulteriore proroga dell’immunità. Ancora una volta un’azienda privata otterrà la possibilità di fare profitto licenziando, abbassando i diritti e i salari e peggiorando le condizioni ambientali. Le leggi capitalistiche d’altronde non lasciano scampo: l’acciaio prodotto in Italia può restare competitivo sul mercato internazionale solo mantenendo prezzi bassi e dunque a costo di abbassare i salari dei lavoratori e/o scaricare i costi di una produzione arretrata e priva di sicurezza e tutela ambientale sui lavoratori e sull’intera collettività.
Il Movimento Cinque Stelle si è reso complice di questo disegno che da sempre corrisponde agli interessi dei capitalisti del settore. Ieri i Riva oggi Arcelor Mittal a chiederlo, ieri il Partito Democratico, oggi il Movimento Cinque Stelle a consentirlo, anche a patto di tradire le promesse elettorali fatte ai lavoratori e ai cittadini di Taranto. Anche i sindacati firmatari, accettando questo accordo peggiorativo hanno tradito le ragioni dei lavoratori. Oggi si trovano a denunciare il ricorso da parte della proprietà a scelte discrezionali nell’assunzione dei lavoratori. Ma proprio l’accordo sottoscritto lo prevede, subordinando ogni criterio successivo all’arbitrio aziendale quando afferma che l’azienda terrà conto prioritariamente «delle esigenze del piano industriale, dei nuovi assetti organizzativi delineati da AM InvestCO e delle competenze professionali ritenute neessarie». Un assegno in bianco grazie al quale la nuova proprietà si sta liberando di molti operai che sono stati in prima fila nelle lotte di questi anni.
La soluzione per l’ILVA non è nella vendita a una multinazionale, ma nella nazionalizzazione e affidamento alla direzione dei lavoratori. L’Ilva deve essere riconvertita a una produzione compatibile con il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini, oggi possibile con le moderne tecnologie e con i processi produttivi più avanzati a patto di incidere su quelli che oggi sono i margini di profitto del privato. Il profitto privato nella produzione industriale di larga scala è incompatibile con l’interesse della collettività.
Denunciamo la complicità dei Cinque Stelle e il loro esplicito tradimento degli impegni assunti. Invitiamo i lavoratori e i cittadini di Taranto a ribellarsi a questo governo, che come i precedenti è dalla parte di capitalisti criminali. Non basta sostituire un capitalista con un altro. Pretendiamo un futuro diverso per Taranto e per l’Ilva. Esigiamo che chi ha causato morte e disastro ambientale in questi anni paghi e sia impedito ad altri di proseguire sulla stessa strada. Il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto non può essere mercificato e oggetto di continui ricatti.
Un vero governo popolare avrebbe saputo conciliare il diritto alla salute e quello al lavoro, facendo pagare i capitalisti, non assecondandone i piani.

UP Partito Comunista

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RIZZO (PC): «FLAT TAX PER PARTITE IVA SARA’ DISASTRO PER LAVORATORI»

RIZZO (PC): «FLAT TAX PER PARTITE IVA SARA’ DISASTRO PER LAVORATORI»

«La flat tax al 15% per le partite iva sarà un disastro per i lavoratori. Da domani tutte le aziende trasformeranno i dipendenti in finte partite iva per pagare meno tasse, e i lavoratori perderanno tutti i diritti in un colpo solo». Così il segretario generale del Partito Comunista, Marco Rizzo, sugli effetti della manovra. «La tendenza a sostituire lavoro dipendente con partite iva, è un dato innegabile da diversi anni. I benefici della tassazione al 15% per i lavoratori sono solo apparenti. In realtà a trarne vantaggio saranno le aziende, mentre i lavoratori pagheranno con la cancellazione totale di diritti. Avremo un esercito di schiavi a partita iva, con tutti gli obblighi dei dipendenti senza averne i diritti. Penso a maternità, malattia, limiti orari di lavoro. Dietro un’abile propaganda che dipinge questo governo come a favore dei lavoratori e del popolo- conclude Rizzo – in realtà si continua a sostenere le imprese e il processo di abbassamento di diritti e salari per chi lavora».

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Per una larga e combattiva partecipazione allo sciopero generale del 26 ottobre.

Per una larga e combattiva partecipazione allo sciopero generale del 26 ottobre.

Il Partito Comunista esprime il proprio pieno sostegno allo Sciopero Generale di tutti i lavoratori proclamato dai sindacati di base CUB, SGB, SiCobas, USI per il 26 ottobre 2018. Sosteniamo attivamente la mobilitazione del 26 ottobre invitando tutti i lavoratori dei settori privato e pubblico a una combattiva e larga partecipazione allo sciopero e alle manifestazioni di piazza.

Rilanciamo ed intensifichiamo la lotta contro l’attacco padronale. Appoggiamo le rivendicazioni in tema di diritto ad aumenti salariali, diritto alla pensione, allo stato sociale, alla democrazia sindacale, alla salute nei posti di lavoro, contro le politiche che dividono e precarizzano i lavoratori, contro le spese militari e le politiche imperialiste ed antipopolari.

Siamo convinti che non sia più tempo per battaglie di retroguardia o per tentativi di concertazione ed illusione sulle riforme. La crisi economica capitalista, i provvedimenti antipopolari dell’Unione Europea e di tutti i governi dello schieramento borghese indicano chiaramente che i lavoratori devono lottare per costruire l’unica reale alternativa di sistema: per la società socialista-comunista, l’unica che risolverà in modo reale e duraturo i problemi dei lavoratori e delle masse popolari.

Per tutte queste ragioni il Partito Comunista sarà in piazza il 26 ottobre ed invita i lavoratori alla più ampia mobilitazione  indipendentemente dalla loro appartenenza sindacale.

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RIZZO (PC): «LO STATO GARANTISCA ASSISTENZA LEGALE PER LE VITTIME SUL LAVORO»

RIZZO (PC): «LO STATO GARANTISCA ASSISTENZA LEGALE PER LE VITTIME SUL LAVORO»

«Il rimborso delle spese legali per la legittima difesa è solo uno spot di Salvini. Dal 2013 al 2016 nei tribunali ci sono stati solo 14 casi in cui è stata sollevata la scriminante della legittima difesa o c’è stata incriminazione per eccesso di difesa. Nello stesso periodo ci sono state 2634 morti accertate sul posto di lavoro» Così Marco Rizzo segretario del Partito Comunista. «Quando si parla di sicurezza il rischio è quello di alimentare paure infondate, mentre l’attenzione viene deviata dai veri problemi del Paese. La prima emergenza sicurezza in Italia è quella sul lavoro. Troppo spesso le norme per la salvaguardia della salute dei lavoratori vengono disattese perché sono un ostacolo a maggiori profitti da parte delle imprese. Se questo fosse davvero il governo del cambiamento, l’assistenza legale a spese dello Stato andrebbe concessa ai familiari delle vittime sul lavoro, speso costretti anche a sobbarcarsi migliaia di euro di spese legali per vedersi riconoscere un risarcimento. Ma ovviamente – conclude la nota – questo governo non farà, perché è dalla parte dei padroni e non dei lavoratori».

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RIZZO: «DA DI MAIO SOLO SPOT. SERVE RIDUZIONE ORARI DI LAVORO E STRAORDINARI».

RIZZO: «DA DI MAIO SOLO SPOT. SERVE RIDUZIONE ORARI DI LAVORO E STRAORDINARI».

«Quello di Di Maio è l’ennesimo spot di un movimento cinque stelle in crisi di consenso. Non serve la chiusura parziale dei centri commerciali la domenica ma ridurre gli orari di lavoro e il ricorso agli straordinari a parità salariale. Così si aumenterebbe l’occupazione costringendo le imprese e le grandi catene commerciali ad assumere nuovi lavoratori migliorando i diritti e assicurando a tutti più tempo libero, non costringendo tra l’altro i lavoratori a fare la spesa la domenica». Così Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista in una nota.

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Non solo la domenica. Ridurre l’orario di lavoro e aumentare i diritti dei lavoratori.

Non solo la domenica. Ridurre l’orario di lavoro e aumentare i diritti dei lavoratori.

La proposta della chiusura domenicale degli esercizi commerciali avanzata dal ministro Di Maio, sebbene apprezzabile per aver contribuito a innescare un dibattito positivo che finalmente riguarda il tema del lavoro e dei diritti dei lavoratori, è una risposta parziale e insufficiente per affrontare la questione, perché finirebbe per riguardare solo una parte dei lavoratori interessati e non risolvere la maggior parte dei loro problemi. La vera problematica, infatti, non è tanto l’apertura o meno dei negozi, quanto la condizione contrattuale a cui sono sottoposti i lavoratori, sottopagati e spesso costretti ad ore di straordinari, nell’impossibilità di rifiutare una prestazione lavorativa nelle giornate festive sotto il ricatto del licenziamento, ancora più facile con le riforme di Renzi.

Negli ultimi anni il lavoro nei giorni festivi è cresciuto sempre di più, non solo nel settore commerciale. Sono circa 5 milioni i lavoratori in servizio nei giorni e nei periodi tradizionalmente festivi [1] Le ragioni sono varie. Dalla necessità del mantenimento dei servizi essenziali di carattere pubblico, alla crescita del settore dei trasporti, alle peculiarità del sistema economica italiano con la forte incidenza nell’economia nazionale del settore turistico, della ristorazione, del settore alberghiero, dei lavori stagionali nel settore agricolo e turistico, l’apertura dei poli museali, fino alla tendenza strutturale della società capitalistica a concepire il tempo libero dei lavoratori essenzialmente come tempo di consumo, con conseguente apertura festiva di negozi e centri commerciali.

Da tempo il Partito Comunista ritiene necessario per la difesa degli interessi dei lavoratori, per ridurre lo sfruttamento e la disoccupazione, la riduzione generalizzata degli orari di lavoro, con mantenimento dei livelli salariali. Attraverso l’approvazione della legge sulle 32 ore settimanali e fissando per legge un tetto massimo agli straordinari, si avrebbe come conseguenza il necessario incremento dell’occupazione e una maggiore turnazione settimanale, con aumento del tempo libero per i lavoratori di tutti i settori, equamente distribuito nei giorni feriali e nei periodi festivi. Avere più tempo libero durante la settimana significa più tempo per le proprie relazioni sociali, per la cura della propria persona e dei propri familiari, più tempo per le necessarie attività che di fronte ai turni massacranti imposti dal lavoro oggi, vengono tutte inevitabilmente relegate ai giorni festivi. Significa anche non obbligare i lavoratori a dover impegnare le loro domeniche, o le ore notturne, per fare la spesa e provvedere alle esigenze proprie e delle proprie famiglie con evidente conflitto con gli interessi di altri lavoratori.

Limitarsi alla chiusura domenicale degli esercizi commerciali quindi non risolverebbe il problema, interesserebbe solo una parte dei lavoratori, finendo addirittura per diventare un provvedimento a vantaggio dell’e-commerce (distribuzione via internet, che in Europa cresce ad un tasso del 14% annuo e sul quale sarebbe necessario l’immediato incremento della tassazione) con ulteriore riduzione dei posti di lavoro, e un alibi per una nuova ondata di licenziamenti in molti settori.

Al contrario, ridurre gli orari di lavoro con mantenimento dei livelli salariali obbligherebbe la grande industria e la grande distribuzione, ma anche tutti gli altri settori, a nuove assunzioni, riducendo la disoccupazione, migliorando allo stesso tempo la qualità di vita dei lavoratori sia sul lavoro che aumentandone il tempo libero. A causa della sfrenata concorrenza l’incremento dei costi non si scaricherebbe in questo caso sui prezzi, ma solo sui profitti della grande distribuzione e ridarebbe fiato alle piccole ditte familiari. Il provvedimento inoltre riguarderebbe tutti i settori, anche quelli pubblici nei quali oggi le assunzioni sono frenate dai vincoli di bilancio. Lavorare meno, lavorare tutti, lavorare meglio. Oggi è possibile solo il capitalismo lo impedisce.

I lavoratori, infine, non devono ignorare le vere ragioni di questo annuncio, a cui con tutta probabilità non corrisponderà alcun provvedimento seriamente incisivo. Il Movimento 5 stelle, in calo di consensi e schiacciato mediatamente dalla Lega di Salvini, reduce dal tradimento consumato sull’Ilva, tenta di ricostruire la propria immagine come partito a favore degli interessi dei lavoratori; strizza l’occhio per convenienza elettorale al Vaticano e ai settori cattolici che da sempre, per motivi religiosi, difendono la chiusura domenicale. Di Maio e Salvini così preparano la propria campagna elettorale per pesarsi a vicenda spartendosi i temi: alla Lega l’immigrazione, ai cinque stelle le politiche sociali. Gli annunci mediatici, a cui il più delle volte non seguono neanche i fatti, non mutano il carattere di questo governo che in realtà è contro gli interessi dei lavoratori tanto quanto i precedenti.

Ufficio Politico, Partito Comunista

[1] fonte rapporto CGIA di Mestre anno 2016.

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