QUI GENOVA, DOVE IL VENTO FISCHIA FORTE E DIVENTA TEMPESTA. Contro la privatizzazione dell’AMT.

QUI GENOVA, DOVE IL VENTO FISCHIA FORTE E DIVENTA TEMPESTA. Contro la privatizzazione dell’AMT.

Una rabbia durissima, piena di colore ha invaso ogni angolo dell’aula consiliare del municipio genovese, nel giorno in cui il sindaco Marco Doria ha chiamato il consiglio comunale a discutere la delibera ricognizione ed indirizzi sul sistema partecipate del “Gruppo Comune” con cui – pur negandolo a parole – intende, di fatto, privatizzare AMT, AMIU e ASTER, le aziende di trasporto pubblico, igiene urbana e manutenzioni delle quali il Comune è il principale azionista. La stessa rabbia l’avevamo percepita la sera prima, alla Sala Chiamata del porto dove, noi compagni di Genova, avevamo partecipato all’assemblea dei lavoratori AMT, ormai da troppo tempo in lotta per il posto di lavoro, messo in discussione dalle scelte scellerate delle amministrazioni targate centro sinistra che si sono via via succedute oltre che dalla mala gestio aziendale. Il resto è cronaca. Lo sciopero selvaggio dei tranvieri, l’occupazione della Sala Rossa del consiglio comunale. Un’invasione come mai si era vista, con una folla inverosimile di lavoratori esasperati, a manifestare fieramente contro la decisione di regalare ai privati interi comparti pubblici, con l’avvallo delle forze politiche di destra, di sinistra e con la complicità dei sindacati confederali. Una protesta dai toni forti e con momenti di tensione, che la polizia municipale – a presidio di un Fort Knox di carta velina – non è riuscita a contenere del tutto. Ce l’avevano con il sindaco, i lavoratori. Con Doria, che in campagna elettorale aveva giurato che mai e poi mai avrebbe permesso la privatizzazione del trasporto pubblico mentre ora, per scelta o perché spinto dalla sua maggioranza, non mantiene gli impegni presi. Un sindaco sedicente di sinistra, al quale noi comunisti chiediamo un gesto di coerenza e di dignità: le dimissioni. Lo abbiamo ribadito nel volantino che abbiamo consegnato ai lavoratori, evidenziando anche che la furia privatizzatrice non è solo genovese, come ci insegnano le vicende di ATAF, a Firenze e di ATAC, a Roma. Comunisti, presenti! I nostri compagni erano in Sala Rossa, erano per strada con i dipendenti di AMT. E proprio loro li hanno chiamati alla testa del corteo, con lo striscione rosso. Perché è evidente, lo abbiamo percepito: si sente forte la necessità di un vero Partito Comunista. E mentre si continua la lotta, sempre al fianco dei lavoratori e con lo sguardo rivolto alla costruzione del FUL – un fronte unico che, indipendentemente dalle appartenenze sindacali, comprenda i lavoratori di AMT, di Appalti AMT, di AMIU e di ASTER – gli altri partiti di pseudo-sinistra latitano e il grande privatizzatore Matteo Renzi, “buca” l’appuntamento di Genova a causa dell’agitazione in atto. Complimenti davvero, Renzi! Il nuovo che arretra!

dichiarazione del Segretario Marco Rizzo

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25 Novembre 2013. Si parte dallo sciopero delle donne, lotta di classe!

25 Novembre 2013. Si parte dallo sciopero delle donne, lotta di classe!

E’ certamente un fatto storico che per la prima volta sul territorio nazionale sia organizzato lo sciopero delle donne:  lavoratrici, precarie, disoccupate, casalinghe, in tutti i settori, pubblici e privati. E la scelta della data non è casuale, proprio il 25 novembre giornata contro la violenza maschile sulle donne.

E di violenza si tratta. Questo sciopero, infatti, parte dalla questione più tragica che colpisce le donne, i femminicidi (in Italia viene uccisa una donna ogni 3 giorni) e gli stupri  ma inevitabilmente investe l’intera condizione delle donne. Lo sfruttamento capitalistico contro le classi deboli, oggi più che mai,  è devastante e contro le donne avviene in maniera duplice. La donna vive una doppia condizione di sfruttamento: come lavoratrice è espulsa per prima dal mondo del lavoro e non solo, come per tutti, non riesce a trovarne uno nuovo  ma rinuncia persino a cercarlo,, continua poi a svolgerne un altro e in forma completamente gratuita, quello di cura dei figli, dei genitori anziani e della casa, supplendo al progressivo smantellamento dei servizi sociali, educativi e sanitari pubblici sempre più sotto assedio.  La condizione della donna è sostanzialmente regredita rispetto alle conquiste sociali e civili del secolo scorso ed essendo tornata “soggetto debole”  è doppiamente sfruttata da una sottocultura che la vede vittima predestinata di stereotipi che la rendono ben peggio di un oggetto. Ciò non vale per tutte le donne ma solo per quelle appartenenti alle classi deboli che divengono sempre più vaste, essendo peggiorate le condizioni di vita di fasce che si credevano al riparo da qualsiasi attacco.

Chi non  ha lavoro, non  ha soldi, non ha cultura, non ha riferimenti sociali,  è doppiamente sfruttato, privo di diritti, giustizia, forza sociale e tanto meno rappresentanza per riprenderseli.

Per chi ha i soldi è tutto il contrario, anche diritti civili che sono interdetti a causa di un’etica comune tuttora ben ancorata a pregiudizi religiosi che non celano la propria faccia  fondamentalista, sono possibilissimi. L’ipocrisia e la demagogia è moneta corrente nella politica italiana, nessuno si fa scrupolo a vendere illusioni per poi fare l’esatto contrario.  Per questo anche nella questione di genere, come  comunisti e  comuniste, stiamo da una parte sola, quella  delle donne  delle classi lavoratrici,  oggi marginalizzate e sempre più in difficoltà.

In una società dove classe operaia e i lavoratori non hanno più rappresentanza politica né sindacale e tutte le conquiste sociali strappate con decenni di lotta sono andate perdute,  non può nemmeno ipotizzarsi la riconquista di quelle civili se non si ricostituisce un movimento di classe forte. L’avversario invece è più potente,  non rinuncerà mai a nessuna delle sue vittorie, non cederà quello che si ripreso e che  aveva dovuto cedere quando i lavoratori e le lavoratrici erano forti e organizzati in partiti e movimenti che difendevano  gli interessi di classe. Nessuna mediazione  è possibile e credere che un comitato d’affari del capitale qual è questo governo o un’assise di nominati dai  poteri che contano quali sono parlamento e sindacati, è pura illusione e chi la perpetua è in pura malafede.

Lo sciopero delle donne potrebbe  persino apparire inutile in un momento dove il lavoro non esiste e tutte le realtà occupazionali sono in forte crisi ma diviene importante segnale se si trasforma consapevolezza che è l’attuale modello di società che deve essere cambiato se si vuole vivere con diritti sociali e civili garantiti, staccandosi dalla modalità della parata o da forme protesta scopiazzate dal grande schermo americano.

Questa società non potrà mai garantire reale parità fra i generi,  mai affronterà in modo giusto  la questione delle differenze, non sancirà i diritti civili, anzi depaupererà sempre più quelli sociali  e le prime ad essere derubate saranno proprio le donne. Il 25 novembre potrà davvero contare se questa consapevolezza si trasformerà nella proposta di una società diversa, ispirata ai  principi socialisti di eguaglianza e giustizia sociale.

Monica Perugini

Partito Comunista – responsabile nazionale delle donne comuniste

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