Programma Politico

Proletari di tutti i paesi, unitevi!


PROGRAMMA POLITICO

Novembre 2011
COMUNISTI SINISTRA POPOLARE
Programma

 

LA NOSTRA EPOCA

L’epoca che stiamo vivendo è segnata dalla crisi sistemica e strutturale nella quale il capitalismo si sta avvitando senza poterne uscire e dal conseguente indebolimento dell’ondata controrivoluzionaria che lo ha visto quasi trionfare, con il rovesciamento del socialismo in URSS e in Europa Orientale. Delle false promesse fatte all’inizio degli anni ’90, l’imperialismo non è stato in grado di mantenerne neppure una. La globalizzazione, cioè l’ulteriore spinta dell’imperialismo all’internazionalizzazione del capitale monopolistico, si è tradotta – come era facile prevedere – in un arricchimento senza precedenti delle borghesie, anche nei paesi emergenti, e in un impoverimento generale dei popoli, tanto nelle metropoli capitalistiche, quanto nelle periferie.

I rapporti di produzione capitalistici, basati sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sull’appropriazione da parte di pochi del lavoro di tutti, costituiscono ormai un forte – e distruttivo – freno allo sviluppo delle forze produttive. L’enorme ricchezza accumulata, le conquiste della scienza, della tecnica e della tecnologia potrebbero consentire una vita migliore, dignitosa e serena per tutti. Invece, aumentano, anche nei paesi più ricchi, povertà e miseria, malattie, analfabetismo di ritorno e degrado ambientale. La politica di rapina delle risorse naturali e ambientali dei paesi in via di sviluppo, attuata dalle potenze imperialiste per garantire alle proprie borghesie livelli di consumo insostenibili, mette a repentaglio ormai la stessa sopravvivenza del pianeta.

Finito il periodo delle false promesse e delle illusioni, finanziate anche con il saccheggio delle capacità produttive e delle risorse dei paesi dove il socialismo era stato rovesciato, il capitalismo è giunto oggi ad una devastante crisi di sovrapproduzione e sovraccumulazione, dalla quale non riesce ad uscire in alcuna via. Le strategie e le politiche economiche, pure di tendenze contrapposte, dal keynesismo al monetarismo più sfrenato, applicate fino ad oggi, non sono più in grado di consentire al capitalismo di riavviare con successo duraturo il ciclo di riproduzione allargata e di accumulazione. Le fasi di crisi sono sempre più frequenti e profonde, quelle di ripresa sempre più brevi e mai riescono a raggiungere i livelli precedenti all’ultimo ciclo depressivo. Questo scivolamento lungo un piano inclinato indica una complessiva distruzione di ricchezza sociale.

L’introduzione di nuove tecnologie, in condizioni di mercato capitalistico, consente la riduzione della forza lavoro impiegata nei processi produttivi, quindi una diminuzione del costo del lavoro nel breve periodo, ma parallelamente comporta un aumento della composizione organica del capitale, cioè del rapporto tra capitale costante (edifici, terreni, macchinari, impianti, materiali, ecc., il cui valore rimane invariato al termine del singolo ciclo produttivo) e capitale variabile (forza lavoro, che trasferisce valore aggiunto al prodotto). Poiché l’incremento di valore della produzione è determinato esclusivamente dalla forza lavoro, l’aumento della composizione organica del capitale, in condizioni di mercato capitalistico, comporta inevitabilmente una diminuzione del saggio di profitto, come scientificamente dimostrato da Marx.

La caduta tendenziale del saggio di profitto da un lato obbliga infatti il capitale a distruggere una parte di sé stesso (la produzione invenduta e la parte sovraccumulata per effetto dell’anarchia del mercato) nel tentativo di accrescere il tasso medio della sua remunerazione. Da qui, licenziamenti, disinvestimenti e riduzioni della capacità produttiva. Dall’altro lato, lo obbliga ad intensificare lo sfruttamento della forza lavoro attraverso un incremento dell’estrazione di plusvalore. Da qui, aumento del tempo di lavoro non necessario e, quindi, non retribuito (estensione dell’orario di lavoro, allontanamento dell’età pensionabile) e compressione del salario diretto (riduzione nominale e non indicizzazione al costo della vita), indiretto (tagli ai servizi sociali), differito (minori pensioni).

L’indebitamento pubblico è stato uno degli strumenti principali con cui, nelle fasi di ripresa, il capitale ha sostenuto il tasso di profitto, attraverso politiche di sgravi fiscali e contributivi alle imprese, di agevolazioni creditizie, di finanziamenti di questo o quel settore industriale. I costi di questo “assistenzialismo” alla rovescia vengono oggi scaricati sulla classe operaia e sui lavoratori, che dovrebbero pagare il conto dell’arricchimento della borghesia. La crisi attuale non è quindi dovuta all’indebitamento pubblico, il quale è conseguenza dell’incapacità del capitale a riavviare il ciclo di riproduzione-accumulazione.

La crisi finanziaria è anch’essa conseguenza del fatto che il modo di produzione capitalistico ha ormai raggiunto i suoi limiti storici. La trasformazione del capitale in capitale finanziario, di parte della ricchezza reale in ricchezza virtuale, è conseguenza diretta della sovraccumulazione e della inevitabile caduta del saggio di profitto, per cui una parte del capitale è indotto a cercare remunerazione al di fuori della produzione, trasformandosi da industriale in finanziario.

Il capitalismo non può cercare di procrastinare il suo ultimo respiro se non attraverso distruzione di ricchezza sociale e impoverimento delle masse lavoratrici. La crisi, dunque, non è dovuta solo  a malfunzionamenti direzionali, a corruzione, a attività speculative in ambito finanziario, cioè ad anomalie correggibili, ma è strutturale e sistemica, a causa della contraddizione fondamentale e insanabile del modo di produzione capitalistico tra il carattere sociale della produzione e l’appropriazione privata del prodotto.

Il conclamato fallimento di tutti i modelli teorici borghesi, da quelli riformisti e socialdemocratici, a quelli liberal-conservatori, a quelli pseudo-progressisti del tipo della “teoria della decrescita”, dimostrano che il capitalismo non è riformabile e che solo il suo abbattimento e l’avvio della costruzione del socialismo-comunismo costituiscono l’alternativa reale alla crisi e alla barbarie.

L’epoca che stiamo vivendo si caratterizza quindi quale epoca della rivoluzione socialista come esigenza stessa per la sopravvivenza dell’umanità.

Questo fatto oggettivo non è inficiato dalla temporanea affermazione della controrivoluzione in URSS e nei paesi del blocco socialista.

Il rovesciamento del socialismo, che ha gettato le masse lavoratrici di quei paesi in una miseria senza precedenti e ha provocato la soppressione dei diritti e il peggioramento delle condizioni di vita anche dei lavoratori dei paesi capitalistici più sviluppati, è stato causato all’introduzione di elementi di mercato che ne hanno mutato il carattere e minato dall’interno lo sviluppo. E’ stato sconfitto, quindi, non il socialismo in sé, ma la sua deformazione in senso revisionista, iniziata dalla cricca di Khruschov e Kosygin e portata a termine da Gorbaciov. Quei sistemi sono crollati proprio perché il revisionismo, a partire dal XX Congresso del PCUS, ne ha scientemente disgregato le basi economiche, politiche, militari, culturali e ideali, impedendo l’avanzamento verso il comunismo e restaurando invece elementi di capitalismo che hanno aperto la strada alla controrivoluzione.

Il movimento comunista ha perso una battaglia, ma non la guerra. Quello scontro epocale, nato con la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, continuerà finché sulla Terra esisterà sfruttamento dell’uomo sull’uomo, finché non sarà risolta la fondamentale contraddizione tra capitale e lavoro.

La rivoluzione proletaria e socialista, come alternativa alla barbarie del capitalismo, è quindi il fattore caratterizzante della nostra epoca.

 

L’IMPERIALISMO NELLA FASE ATTUALE

Nei venti anni che hanno seguito la controrivoluzione in URSS e nei Paesi Socialisti europei, l’imperialismo ha visto le proprie contraddizioni approfondirsi ed esplodere.

La presenza attiva dell’URSS e del blocco socialista sulla scena mondiale esercitava un positivo ruolo di freno all’aggressione imperialista, riuscendo a limitare i conflitti armati e le guerre. Svolgeva inoltre una funzione propulsiva delle lotte di liberazione dei popoli del mondo dal giogo coloniale e imperialista. Con la scomparsa dell’URSS e del sistema socialista mondiale e il venire meno di questo loro ruolo internazionale, le contraddizioni interimperialiste, apparentemente sopite dall’unanime intento di combattere il comune nemico, sono tornate ad emergere in modo lacerante. Al di là dei sorrisi di circostanza e dei proclami dei vertici internazionali, assistiamo in realtà ad una lotta accanita per l’egemonia mondiale, la rapina delle risorse e il saccheggio dei paesi più deboli, tra gli USA e l’Unione Europea e tra questi e i cosiddetti BRICS, Brasile, Russia, India, Cina.

L’imperialismo è caratterizzato dalla concentrazione monopolistica del capitale e della proprietà privata, dal monopolio della produzione. Questo è ben visibile oggi, dove una piccolissima parte di popolazione di un ristrettissimo gruppo di paesi controlla pressoché la totalità delle risorse mondiali e impone il proprio volere alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Per mantenere il proprio dominio, l’imperialismo non può che ricorrere alla violenza: repressione, sovversione di stati sovrani, colpi di stato, guerra. Una forma subdola di violenza imperialista è costituita dalla politica degli “aiuti” ai paesi in via di sviluppo, che in realtà impone loro il cappio dell’indebitamento e la piena sudditanza economica, spesso anche alimentare, dalla metropoli.

L’esercizio del dominio imperialista si realizza oggi attraverso organismi internazionali, governativi e non governativi, di vario genere.

L’ONU stessa è ormai diventata l’organo di ratifica politica della rapina e dell’aggressione imperialista. Ne sono dimostrazione le cosiddette “missioni di pace”, condotte sotto la sua egida, che seppelliscono sotto bombe “umanitarie” qualsiasi autonomia dai piani imperialisti. Queste guerre, in realtà, sono aggressioni arbitrarie a paesi sovrani e non hanno alcuna legittimazione sul piano del diritto internazionale, anche se autorizzate dall’ONU.

La NATO, come altre simili organizzazioni politico-militari in zone diverse dello scacchiere mondiale,  è il cane da guardia degli interessi dei monopoli, pronta ad azzannare chiunque osi contraddire il diktat imperialista. I costi delle guerre imperialiste, mascherate da missioni di pace, vengono anch’essi scaricati sulle masse popolari, costrette a pagare il conto della spartizione della ricchezza mondiale tra le borghesie imperialiste.

Il FMI, con le sue ricette da “dottor Mengele” dell’economia e la sua criminale politica di concessione dei crediti a condizioni insostenibili, creando la totale dipendenza economica di interi paesi dalla metropoli imperialista attraverso il loro crescente indebitamento, è responsabile della morte, della miseria, delle malattie, dell’arretratezza e del sottosviluppo che affliggono le popolazioni di enormi aree del pianeta, ma garantisce lo spropositato arricchimento delle multinazionali e dei principali paesi imperialisti.

Il WTO serve a consacrare le disparità negli scambi commerciali, la rapina delle materie prime e delle risorse dei paesi meno sviluppati in cambio di sbocchi per le merci di scarto o in eccesso dei paesi imperialisti più ricchi, contribuendo a mantenere la dipendenza alimentare, sanitaria e tecnologica dei primi dai secondi.

 

L’IMPERIALISMO EUROPEO

L’Unione Europea, egemonizzata dagli imperialismi di Germania e Francia, è lo strumento con il quale il capitale monopolistico europeo persegue i propri interessi. Per reperire le risorse necessarie a contendere agli USA l’egemonia mondiale e a competere da una  posizione di forza con i BRICS, l’UE e la BCE impongono ai popoli d’Europa, con una politica criminale, sacrifici insostenibili e un vero e proprio massacro sociale, avviati, per altro, già con l’introduzione dell’euro, che ha segnato una rapina, in termini di distribuzione di reddito, ai danni del lavoro salariato e a favore del capitale.

La politica della BCE, in nome della stabilità di una valuta forte che vorrebbe sostituirsi al dollaro come mezzo di regolazione dei pagamenti internazionali universalmente accettato, si dispiega principalmente in tre direzioni:

lotta all’inflazione e stabilità dei prezzi, attuata soprattutto attraverso la compressione del costo del lavoro e la tendenza al rialzo del costo del denaro (tasso centrale di risconto);

riduzione del deficit e del debito pubblico, attuata attraverso il contenimento della spesa pubblica (soprattutto tagli ai servizi e all’investimento pubblico);

sovranità del mercato, in regime di “libera” concorrenza, perseguita principalmente attraverso la politica di dismissioni e privatizzazioni.

Queste tre direttrici presentano una distruttiva convergenza verso la compressione della domanda, hanno cioè un effetto depressivo e costringono i paesi ad avvitarsi sempre di più nella spirale debito-tagli e rigore-depressione della domanda-ulteriore indebitamento e, soprattutto, hanno un costo sociale insostenibile per la classe operaia e la stragrande maggioranza del popolo.

La spirale della crisi e dell’immiserimento dei popoli può essere definitivamente spezzata solo dalla rivoluzione proletaria, che, abbattendo il capitalismo, apra la strada del riscatto dell’umanità.

L’acuirsi della crisi comporta, per il capitalismo, la necessità di accentuare gli aspetti più autoritari e antidemocratici del proprio dominio, nel tentativo di prolungarlo e di imporre il peso del suo esaurimento storico sulle spalle della classe operaia e dei lavoratori.

Come in generale tutte le assemblee elettive, i Parlamenti borghesi, già umiliati nella loro funzione legislativa dalle prevaricazioni del potere esecutivo, perdono sempre più legittimità a causa di leggi elettorali truffaldine che, tramite sbarramenti, premi di maggioranza e altri stratagemmi, di fatto restringono il diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti, con lo scopo conclamato di escludere dalle istituzioni la rappresentanza politica ed il ruolo della classe operaia e del conflitto sociale. I parlamentari non sono più “eletti dal popolo”, ma sempre più chiaramente nominati da segretari di partito, lobbies e gruppi di potere, non per le loro effettive capacità o meriti, ma in base alla loro “fedeltà al boss” di turno. I Comunisti ritengono che, ai fini della conquista del potere da parte della classe operaia, la lotta parlamentare non sia determinante, ma debba essere comunque praticata, dove e quando possibile e utile, in quanto rappresenta una verifica dell’efficacia del lavoro svolto tra le masse e una tribuna con maggiore visibilità, da cui diffondere il proprio programma rivoluzionario.

Si accentuano il controllo sociale sugli individui, la criminalizzazione e la repressione poliziesca di qualsiasi forma di protesta o conflitto sociale, lo spionaggio di ogni momento della vita privata dei cittadini. I Comunisti hanno consapevolezza del fatto che, più la crisi diventerà profonda e irreversibile, più lo stato borghese diventerà repressivo e brutale e chiamano quindi i lavoratori alla vigilanza e all’attualità della mobilitazione antifascista.

In Europa e nel mondo si estende e si acuisce la persecuzione anticomunista, attraverso divieti dell’uso dei simboli, dei nomi e delle bandiere del movimento operaio, impedimenti della partecipazione alle elezioni, messa fuori legge dei partiti comunisti e operai, illegali discriminazioni dei militanti rivoluzionari, incarcerazioni arbitrarie e aggressioni fisiche, a volte mortali.

Le istituzioni dell’UE cercano di dare una qualche legittimità all’isteria anticomunista, tentando di porre sullo stesso piano comunismo e nazi-fascismo, vittime e carnefici, oppressi e oppressori. In realtà, il capitalismo gioca anche questa carta, ben consapevole che i suoi nemici, mortali e irriducibili, sono proprio i comunisti.

Non lo sono certo i movimenti erroneamente definiti “spontanei”, come gli “Indignados” o, in Italia, il “Popolo Viola”, ‘convocato’ dai giornali borghesi Repubblica e Corriere della Sera. Si tratta di movimenti generici, con le idee confuse – quindi facilmente infiltrabili da servizi segreti e provocatori -, i quali non mettono in discussione il capitalismo, né tanto meno operano per il suo rovesciamento, ma solo ne criticano una sua particolare forma, quella neo-liberista, come se quella socialdemocratica producesse risultati diversi dalla barbarie e dal massacro sociale che i popoli oggi subiscono. Questi movimenti svolgono un ruolo di fatto controproducente, indirizzando il malessere sociale verso falsi bersagli e distogliendo le masse dal perseguire, in modo scientifico e organizzato, il loro obbiettivo storico, cioè il rovesciamento dello stato borghese e del capitalismo, la presa del potere nelle proprie mani e la costruzione del socialismo-comunismo. Pertanto i Comunisti, sempre presenti nelle lotte di piazza, operano per unire i proletari ingannati da false parole d’ordine.

 

IL CAPITALISMO ITALIANO

L’Italia è un paese capitalista avanzato, soggetto quindi alle leggi generali che caratterizzano il modo di produzione capitalistico, ma occupa, nel sistema imperialista mondiale, una posizione relativamente debole, in quanto sconta particolari debolezze storiche, endemiche al capitalismo italiano.

Benché la società mercantile e forme di protocapitalismo si sviluppino in Italia prima che in altre parti del mondo, la formazione dello stato nazionale e la rivoluzione borghese, che avrebbe dovuto sancire la definitiva affermazione politica del capitalismo, avvengono relativamente tardi e nel segno del compromesso tra la borghesia industriale, soprattutto del Nord, con l’aristocrazia terriera, soprattutto del Sud, dove non si afferma l’azienda agricola capitalistica, ma permane il latifondo di tipo feudale. Questa iniziale debolezza, questa incapacità della borghesia italiana di costruire il proprio dominio di classe nelle forme, sia pure esteriori, della democrazia parlamentare borghese, spiegano in parte la breve vita dello stato liberale in Italia e l’ascesa del fascismo, cioè della forma conclamata di dittatura borghese.

Con il fascismo, negli anni ’30, quando viene istituito l’I.R.I., nasce in Italia il capitalismo di stato e si afferma quella forma di “assistenzialismo alla rovescia” che perdura fino ad oggi: lo Stato si fa carico dei fallimenti dei padroni, nazionalizzando le imprese in perdita. Il fascismo socializza le perdite, mentre i profitti continuano a rimanere privati. Le commesse statali di guerra consentono enormi profitti alle imprese private, soprattutto alla FIAT degli Agnelli, tra i principali sponsores del regime fascista. Nelle campagne, nonostante la campagna propagandistica, connessa alle bonifiche delle zone paludose dell’Agro Romano e dell’Agro Pontino, il fascismo non intacca la grande proprietà fondiaria e il latifondo. Nuove terre verranno assegnate ai contadini italiani, afflitti da una secolare miseria e arretratezza, nelle colonie, come bottino dell’aggressione imperialista all’Etiopia, alla Somalia e alla Libia. In Italia, invece, la proprietà agraria non si discute.

Dopo la Liberazione, estromesso il PCI dal governo, con la ricostruzione finanziata dai capitali americani del “Piano Marshall”, affluiti in funzione anticomunista e antisovietica in considerazione dell’importanza strategica della posizione geopolitica dell’Italia, si irrobustiscono sia il capitalismo di stato che quello privato, il primo sempre più attivo nel fornire supporto al secondo, nonostante gli intenti proclamati nella Costituzione. Alle aziende statali, regolate dai vincoli del diritto pubblico, si affianca il sistema delle Partecipazioni Statali, dove lo Stato agisce direttamente come titolare della proprietà (in tutto o in parte) e come soggetto economico in base al diritto privato. Lo Stato svolge la funzione di capitalista collettivo in nome della borghesia, che detiene il potere politico e ne determina le scelte, contribuendo per conto di questa allo sfruttamento della classe operaia. Per questa ragione i Comunisti ritengono insufficiente avanzare la sola parola d’ordine della nazionalizzazione senza collegarla alla rivendicazione del potere e del controllo operaio.

In effetti, il processo di concentrazione del capitale in Italia si realizza grazie all’intervento dello Stato, soprattutto nei settori siderurgico, chimico e petrolchimico, energetico, cantieristico,  minerario, alimentare, dei trasporti e delle comunicazioni. Nel dopoguerra e fino agli anni ’80, le imprese di grandi dimensioni, a parte la FIAT, sono tutte statali e, in prevalenza, ad alta intensità di capitale. Non esiste il piano economico, ma esiste la “programmazione”, che fissa non obbiettivi quantificati e obbligatori, ma linee generali di sviluppo, con l’intento di una loro realizzazione quasi spontanea per effetto del peso che le aziende statali o a partecipazione statale avevano sul mercato. Il settore pubblico dell’economia svolge in questo periodo anche una funzione di ammortizzatore, assorbendo la forza lavoro espulsa dall’industria privata per effetto dell’innovazione tecnologica.

Il capitalismo italiano riesce, in quel periodo, a sostenere la competizione interimperialistica grazie al ruolo dello Stato in economia, ad un uso della spesa pubblica a sostegno del capitale,  con politiche di incentivo al settore privato, sgravi e agevolazioni fiscali e contributive per il padronato. Soprattutto viene usato lo strumento della svalutazione competitiva della lira per promuovere l’esportazione delle merci italiane. Certamente, la tenuta e la relativa crescita si accompagnano ad un’inflazione elevata e ad una crescita del debito pubblico, ma l’indicizzazione dei salari e delle pensioni al costo della vita, sia pure con ritardo trimestrale, e il saldo positivo della bilancia commerciale, che compensa più che proporzionalmente la bolletta energetica, contribuiscono a sostenere la domanda interna. Il PIL, sia pure a fasi alterne, tendenzialmente cresce e il capitalismo italiano diventa una delle principali economie europee.

Tuttavia, le contraddizioni insanabili del modo di produzione capitalistico non tardano a manifestarsi, prime fra tutte l’anarchia della produzione e del mercato e quella tra carattere sociale della produzione e appropriazione privata del prodotto, che confliggono in modo implacabile con gli accresciuti bisogni della società. Il rapido susseguirsi di fasi di crisi e stagnazione economica inducono la borghesia capitalistica a scatenare, sotto il pretesto della lotta all’inflazione, un attacco a fondo contro la classe operaia e i lavoratori, iniziando lo smantellamento delle tutele e dei diritti, conquistati in anni di lotte durissime. Nel 1984, un referendum voluto dai padroni, sponsorizzato dal governo guidato dal socialista Craxi, mal gestito da una CGIL egemonizzata da un PCI ormai avviato sulla strada del revisionismo e dell’autodissoluzione, cancella la scala mobile.

Con la successiva scomparsa dell’Unione Sovietica e del blocco socialista, la borghesia non ha ormai più alcuna remora nella demolizione dei diritti dei lavoratori e delle loro conquiste, nella distruzione di quello stato sociale che pure era stato il cavallo di battaglia della socialdemocrazia.

L’adesione al Trattato di Maastricht e all’Unione Monetaria Europea, fortemente voluta e attuata dai governi di centrosinistra, priva la borghesia italiana dell’arma della svalutazione competitiva, ma le fornisce gli strumenti e gli alibi per portare più a fondo l’attacco alle posizioni della classe operaia e ai diritti dei lavoratori.

In nome del ripianamento di un debito pubblico, voluto e servito per finanziare banche e padroni, viene brutalmente attuato un massacro sociale senza precedenti, presentandolo come un’esigenza oggettiva, imposta dalla crisi e dalla collocazione dell’Italia all’interno della UE. In realtà, l’UE è lo  strumento con cui la borghesia italiana e le altre borghesie europee conducono più organicamente la loro offensiva contro la classe operaia, per imporre ed attuare più efficacemente politiche antipopolari a sostegno del capitale nei rispettivi paesi.

Attraverso una dissennata politica di crescenti privatizzazioni, portata avanti sia dai governi di centrosinistra che da quelli di centrodestra, vengono dilapidati il patrimonio pubblico e il settore statale dell’economia, abbandonati al saccheggio dei privati nostrani, quasi sempre mossi da intenti puramente speculativi, e delle borghesie imperialiste più forti. L’intreccio tra politica corrotta, crimine organizzato e capitale è particolarmente evidente e attivo in questo processo.

La scomparsa del settore pubblico, privatizzato spezzettando grandi unità produttive integrate in unità più piccole, acquisite dai privati con investimenti ridicoli e spesso utilizzando appositi incentivi statali, la crescente internazionalizzazione della FIAT e la delocalizzazione delle produzioni all’estero, hanno di fatto cancellato la presenza in Italia della grande industria, con una duplice, deleteria conseguenza. Da un lato, abbiamo assistito alla ulteriore trasformazione del capitale industriale in capitale immobiliare e finanziario, sostanzialmente improduttivo e parassitario. Dall’altro, è stato sguarnito il paese di un apparato produttivo moderno e significativo sul piano della concorrenza internazionale, in quanto oggi l’Italia dispone solo di micro, piccole e medie imprese che, per dimensioni e assenza di economie di scala e di concentrazione, sono del tutto inadeguate e marginali a livello internazionale. Private, a causa dell’euro, dell’arma della svalutazione competitiva, individuano nella riduzione del costo del lavoro, e precisamente del salario nelle sue diverse forme, l’unica via per il recupero di competitività.

Oltre alle imprese, si privatizzano trasporti, sanità e servizi d’assistenza alla persona, previdenza, cultura, istruzione, trasformando in oggetto di scambio e fonte di lucro diritti essenziali della persona umana, di fatto limitandoli o addirittura azzerandoli.

La devastante deregolamentazione del mercato del lavoro, maturata teoricamente nel brodo di coltura del giuslavorismo di matrice PDS-DS-PD, avviata dai governi del centrosinistra e continuata da quelli di centrodestra (pacchetto Treu, legge n. 30, ecc.), ha cancellato diritti e tutele dei lavoratori, fino ad arrivare all’odierna libertà di licenziare senza possibilità per il lavoratore di ricorrere contro il licenziamento davanti a un giudice. E’ stato destrutturato il CCNL (Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro), rafforzando la contrattazione di secondo livello, dove i lavoratori sono più isolati e più deboli. Sono state introdotte infinite tipologie di contratti atipici, tutti a tempo determinato e tutti sgravati da oneri fiscali e contributivi per i padroni, i primi assorbiti dallo Stato, i secondi scaricati sui lavoratori. Il minore introito contributivo è stato fatto pagare al popolo, attraverso il peggioramento delle condizioni di pensionamento e l’ulteriore, assurdo, allontanamento dell’età pensionabile.

Ovviamente, queste misure, contrabbandate per incentivi all’occupazione quando in realtà sono incentivi allo sfruttamento e al profitto, non hanno alcun effetto positivo sui livelli occupazionali: la disoccupazione totale è cresciuta, toccando ufficialmente l’8,4%; quella giovanile è quasi al 30%, con punte del 50% in alcune aree del paese. Ad essere fortemente colpite sono anche le donne, impedite addirittura nel loro diritto alla maternità, a causa della mancanza di servizi sociali e di garanzie di conservazione del posto di lavoro.

Oggi l’Italia è il paese in Europa a maggior “flessibilità” del lavoro, dove i lavoratori hanno meno tutele, dove il salario medio di un operaio metalmeccanico con 32 anni anzianità raggiunge 1.100 euro al mese (se non c’è cassa integrazione), dove un giovane è costretto a lavorare con contratti trimestrali a 400 euro al mese, dove si muore sul lavoro per una paga oraria di 3,90 euro, senza contributi, dove si va a lavorare malati pur di conservare il posto, dove i padroni possono licenziare liberamente, dove il resoconto degli incidenti sul lavoro è un vero e proprio bollettino di guerra. Eppure la crisi si acuisce, lungi dal risolversi, dimostrando che, lungo questa strada, si arriva solo alla macelleria sociale.

Mentre, spremendo salari e pensioni, privando del presente e del futuro giovani e donne, si reperiscono fondi per il sostegno alle banche e ai monopoli, per le guerre imperialiste e per mantenere il Vaticano, la sanità e l’assistenza, le scuole e le università, la scienza e il mondo della cultura, l’ambiente e il territorio sprofondano nel più rovinoso degrado.

 

IL MOVIMENTO OPERAIO IN ITALIA

La classe operaia italiana oggi attraversa una fase di debolezza politica e frammentazione sindacale.

La deviazione revisionista e riformista del PCI, emersa in modo evidente a partire dal suo VIII Congresso nel 1956 e culminata con lo scioglimento e la trasformazione in Partito Democratico di Sinistra nel 1991, ha privato di fatto la classe operaia italiana del proprio partito d’avanguardia. Il tentativo di mantenere viva in Italia la prospettiva comunista,  perseguito nell’arco di un ventennio con l’esperienza di Rifondazione Comunista e del Partito dei Comunisti Italiani, si sta concludendo in modo fallimentare, non solo con la cancellazione della presenza dei due partiti da qualsiasi rappresentanza istituzionale, ma soprattutto con la loro crescente distanza dalla classe operaia e dalle masse popolari, con la loro aperta trasformazione in comitati elettorali di politicanti e notabili asserviti al Partito Democratico e al centrosinistra, disposti a sostenere qualsiasi misura politica, anche la più antipopolare, pur di ritornare ad occupare qualche posto, ben retribuito, in parlamento e nelle istituzioni.

Questa situazione ha posto l’esigenza di dare vita al partito Comunisti Sinistra Popolare, nella prospettiva di ricostruire in Italia il Partito Comunista, un partito comunista che diventi forte, adeguato ai tempi, saldamente ancorato al marxismo-leninismo e saldamente radicato tra la classe operaia e i lavoratori.

Il Partito deve immediatamente lavorare per ristabilire l’unità della classe operaia e per costruire, attorno ad essa, un blocco sociale di forze, che raggruppi lavoratori della città e della campagna, giovani e donne del mondo del precariato, strati di piccola borghesia, lavoratori della scienza e della cultura, piccoli commercianti, piccoli imprenditori, auto-impiegati, oppressi dal capitale monopolistico e proletarizzati dalla crisi. Questo blocco sociale, organizzato in un Fronte Unitario dei Lavoratori, deve diventare, sotto la guida del Partito, il soggetto della rivoluzione proletaria in Italia, con la finalità di abbattere il capitalismo, strappare il potere politico alla borghesia, instaurare la dittatura proletaria, la più alta ed estesa forma di democrazia che l’umanità conosca e avviare così la costruzione del socialismo-comunismo.

Il Fronte, pur avendo un forte connotato di classe, rappresenterà comunque un blocco eterogeneo dal punto di vista sociale e politico.

Il Partito deve quindi attrezzarsi, ideologicamente, organizzativamente e politicamente ad esercitare la propria egemonia in modo non settario, aperto alla collaborazione con altre forze politiche e sociali che siano orientate in senso antimperialista e anticapitalista, ma mantenendo ferma la propria autonomia ideologico-organizzativa e tenendo ferma la barra del timone nella direzione della rivoluzione socialista. Gli inevitabili compromessi di percorso e la necessaria flessibilità dell’azione politica non dovranno mai rappresentare una deviazione dai principi del marxismo-leninismo, né un’abdicazione agli obbiettivi rivoluzionari. Per il Partito non sono quindi percorribili vie che prevedano la sua partecipazione a coalizioni di centrosinistra, a fumosi progetti di “unità della sinistra” o di “unità delle forze democratiche”, né tanto meno il suo sostegno a governi borghesi, comunque vestiti, socialdemocratici o liberal-conservatori che siano.

Il Fronte dovrà essere articolato per luoghi di lavoro e territorialmente, e avrà il compito di sviluppare la lotta rivoluzionaria di massa. Il Fronte esprimerà i propri organi dirigenti, i Consigli o Assemblee, a tutti i livelli verticali, fino a quello nazionale, costituendo così l’embrione e il modello del potere statuale futuro, sollecitando e creando le condizioni per la più ampia partecipazione popolare alla direzione e alla gestione dello Stato. Ciò è necessario in quanto non è sufficiente estromettere la borghesia dal potere, occorre – come insegna Lenin – “distruggere la macchina dello stato borghese”, funzionale al dominio della borghesia, e sostituirla con la macchina del nuovo stato proletario, funzionale al potere operaio.

La rivoluzione socialista deve essere correttamente intesa come processo. Ciò impone al Partito un’attenta analisi delle fasi del processo rivoluzionario e una valutazione realistica delle forme di lotta da adottare, degli obiettivi tattici di breve e medio periodo da perseguire, in modo da non cadere in controproducenti fughe in avanti, ma facendo sì che ogni tappa acquisita segni un punto più avanzato della lotta verso l’obiettivo finale.

Inoltre, il Partito deve sempre tenere presente la dimensione internazionale e l’influenza che i fattori esterni al paese esercitano sulla situazione interna, sviluppando la solidarietà proletaria internazionalista e i legami con i Partiti Comunisti e Operai degli altri paesi, scambiando con loro analisi, opinioni ed esperienze, sostenendo attivamente chi lotta contro l’oppressione imperialista.

 

OBBIETTIVI DEL PARTITO NEL BREVE E MEDIO PERIODO

Pertanto, il Partito individua i seguenti obbiettivi di una prima fase di lotta che incominci ad intaccare le posizioni del capitale monopolistico e dell’imperialismo:

Politica Internazionale

uscita dell’Italia dalla NATO, disimpegno da tutte le missioni di guerra all’estero, chiusura di tutte le basi militari straniere, richiesta di indennizzo ai paesi responsabili per i danni alla salute, all’ambiente e al paesaggio, arrecati al popolo italiano dalla presenza di basi militari straniere; limitazione di bilancio alle sole esigenze di difesa del popolo e del territorio italiano, in ottemperanza all’art. 11 della Costituzione; adozione di linee di politica estera orientate in senso chiaramente antimperialista;

uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dalla Unione Monetaria Europea (sistema dell’euro), ripristino della sovranità politica e economica (commerciale e monetaria) al fine di sviluppare tutte le potenzialità di sviluppo del nostro paese, per non sprofondare ulteriormente nell’indebitamento e nella recessione;

azzeramento unilaterale della parte di debito sovrano detenuto da banche e istituzioni finanziarie, monopoli e fondi a carattere speculativo, italiani ed esteri;

divieto di qualsiasi attività e pubblicità delle agenzie di rating sul territorio italiano e sottoposizione delle agenzie stesse e dei loro dirigenti a procedimento penale per associazione per delinquere con finalità eversive, in base alle leggi italiane;

Lavoro

abrogazione di tutte le leggi che legittimano situazioni di precarietà del lavoro o che discriminano i lavoratori per genere e età;

messa fuori legge e perseguibilità penale del caporalato, sotto qualsiasi forma;

ripristino della piena validità e preminenza del Contratto Nazionale Collettivo di Lavoro;

ripristino di chiari e rigidi limiti di legge al licenziamento e della possibilità di reintegro del lavoratore da parte del giudice;

istituzione di un salario minimo garantito, idoneo a garantire un’esistenza dignitosa, garantito per legge dallo Stato e al quale nessun contratto tra le parti sociali possa derogare;

istituzione di un’indennità di disoccupazione, a tempo indeterminato fino alla proposta di nuova assunzione, non inferiore al 80% dell’ultimo salario percepito;

istituzione di un’indennità, a tempo indeterminato fino alla proposta di assunzione, pari al 50% del salario medio, per i giovani in cerca di prima occupazione al termine dell’istruzione obbligatoria;

riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario e contributi;

ripristino dell’indicizzazione dei salari al costo della vita (scala mobile);

politica di controllo popolare alla fonte dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo;

abolizione delle imposte indirette sui generi di prima necessità;

controllo dei lavoratori sulle condizioni di sicurezza e salute sul lavoro; inasprimento delle pene per chi le disattende; politiche di prevenzione degli incidenti e delle malattie professionali;

politiche di sostegno alla ricerca applicata e all’innovazione, di prodotto e di processo, per le piccole imprese, favorendone la concentrazione e l’integrazione in forme associate consortili o cooperative, in modo da consentire loro di acquisire economie di scala.

Sanità

universalismo della prestazione sanitaria;

abolizione dei tickets sanitari di qualsiasi tipo, nella prospettiva di garantire l’assistenza sanitaria gratuita, a partire dai farmaci salvavita;

blocco delle privatizzazioni e dei tagli di bilancio nel sistema della sanità;

blocco delle privatizzazioni e dei tagli dei servizi di assistenza ai disabili e agli anziani e loro miglioramento ed espansione;

crescente intervento statale nel settore farmaceutico, fino alla sua completa nazionalizzazione, e nella sanità, con l’obbiettivo di renderla totalmente pubblica.

Casa

l’abitazione è un diritto fondamentale della persona e dovrà essere garantita a tutti, attraverso grandi  politiche di rilancio dell’edilizia popolare pubblica, affitti commisurati al salario percepito, requisizione dei grandi patrimoni immobiliari sfitti.

Istruzione, Università, Ricerca, Cultura, Sport

istruzione gratuita obbligatoria fino a 18 anni, cessazione del finanziamento pubblico alle scuole e università private, destinando le ingenti risorse così liberate al potenziamento del sistema formativo statale a tutti i livelli, allo sviluppo della libera ricerca scientifica, alla creazioni di condizioni di accesso all’istruzione e alla cultura uguali per tutti;

sostegno alla produzione di cultura in tutti i suoi aspetti, alla salvaguardia del patrimonio artistico del popolo italiano, alla possibilità di fruizione dell’arte e della cultura, senza barriere di classe, per uno sviluppo armonico della personalità umana

sostegno alla diffusione della pratica dell’attività sportiva, gratuita e accessibile a tutti.

Informazione

controllo popolare sul sistema dell’informazione, che deve restare preminentemente pubblico, vietando qualunque residua ingerenza del capitale in questo campo per impedire la manipolazione dell’informazione e delle coscienze.

Giustizia e Sicurezza

democratizzazione della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e delle Forze Armate, riportando il loro operato sotto il controllo popolare, integrandone gli organici, a partire dai massimi gradi, con quadri di provenienza proletaria ed estendendo le garanzie e i diritti sindacali a tutti i lavoratori in divisa;

democratizzazione della magistratura, eliminando qualunque rischio di casta separata e favorendone lo stretto rapporto con il popolo, nella dovuta salvaguardia della sua autonomia, al servizio del popolo stesso.

Parlamento e Istituzioni

ritorno alla legge elettorale proporzionale, senza sbarramenti, secondo il principio “una testa, un voto”;

parlamento unicamerale per semplificare e velocizzare l’iter legislativo, consentendo anche un notevole risparmio di spesa, nella prospettiva di un parlamento dei lavoratori;

equiparazione delle indennità parlamentari alla retribuzione che il deputato percepiva prima dell’elezione;

istituzione del vincolo di mandato, per evitare che il deputato tradisca i propri elettori, passando ad altro schieramento politico;

revocabilità del mandato parlamentare da parte degli elettori;

separazione della Chiesa dallo Stato e affermazione della laicità di quest’ultimo, nel rispetto paritario di tutte le confessioni religiose e dell’ateismo.

Ambiente

salvaguardia e valorizzazione del patrimonio ambientale e paesaggistico dell’Italia;

applicazione e diffusione di tecnologie non inquinanti e che consentano il risparmio energetico;

introduzione di un serio sistema sanzionatorio per le aziende che ancora inquinassero;

adozione e diffusione delle fonti rinnovabili e alternative di energia;

educazione dei consumi e loro orientamento al risparmio energetico e di materiali;

sottrazione della raccolta, smaltimento e riciclo rifiuti al business criminale attraverso la completa nazionalizzazione del ciclo;

politica di riconversione delle aziende inquinanti, anche attraverso lo studio di utilizzi alternativi dei materiali impiegati o di riciclo degli scarti e delle emissioni.

 

DOVE PRENDERE LE RISORSE

Le risorse per attuare queste riforme devono essere trovate attraverso precise misure di politica economica, quali:

nazionalizzazione senza indennizzo delle banche, delle società finanziarie, dei fondi speculativi e delle assicurazioni;

nazionalizzazione senza indennizzo delle grandi aziende e delle aziende dei settori strategici di rilevanza nazionale;

nazionalizzazione delle aziende che hanno delocalizzato produzioni all’estero, indipendentemente dalle loro dimensioni e dal settore di appartenenza;

competenza statale sul commercio estero, improntato alla salvaguardia degli interessi nazionali su base di vantaggi reciproci, cooperazione, equità e parità dei contraenti;

lotta alla rendita parassitaria, attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e delle transazioni finanziarie;

lotta all’evasione fiscale, prevedendo anche il carcere e la confisca dell’intero patrimonio per i casi più gravi;

lotta alla corruzione nell’apparato statale e nella pubblica amministrazione, prevedendo la confisca del patrimonio nei casi di corruzione, tanto per il corrotto che per il corruttore, nonché nei casi di concussione;

abolizione di tutti i privilegi fiscali della Chiesa Cattolica e delle altre confessioni religiose, delle politiche di agevolazione e dei trasferimenti statali in loro favore;

eventuale collocamento dei titoli del debito pubblico attraverso sottoscrizione diretta dei risparmiatori, sottraendolo così al ricatto della speculazione internazionale.

Le entrate patrimoniali che così lo Stato acquisirebbe consentirebbero di diminuire la pressione fiscale, finanziare lo sviluppo e migliorare la qualità della vita del popolo.

 

LA QUESTIONE DEL POTERE

E’ del tutto evidente che il perseguimento stesso di obbiettivi di questo tipo ponga all’ordine del giorno la questione del governo e del potere.

La battaglia di opposizione ai governi borghesi di qualsiasi tipo, per l’attuazione degli obbiettivi che il Partito si è dato in questa fase, dovrà essere condotta non tanto nelle aule parlamentari, quanto nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di studio e il suo esito dipenderà dalla capacità che il blocco sociale organizzato nel Fronte avrà di mettere in crisi qualsiasi governo borghese attraverso la lotta di massa, coinvolgendovi strati sempre più ampi di lavoratori, di giovani, di donne.

Saranno i rapporti di forza che concretamente si determineranno, lo sviluppo concreto delle forme di lotta e le sue dimensioni, a stabilire se il nuovo governo del Fronte sarà espressione dello stesso popolo in lotta, senza passaggi elettorali in un primo tempo, oppure se tale governo si formerà nell’ambito dei meccanismi formali della democrazia borghese, cioè attraverso una maggioranza parlamentare scaturita da elezioni politiche. Ciò che sarà determinante sarà la creazione di un legame indissolubile tra questo governo e le masse popolari, lo stimolo per una loro sempre più attiva partecipazione al controllo e alla gestione della cosa pubblica. Il Partito, come avanguardia organizzata della classe operaia ha e avrà un ruolo determinante nel guidare il Fronte e il suo governo nel processo rivoluzionario e nella costruzione del socialismo-comunismo.

 

IL SOCIALISMO-COMUNISMO

Il socialismo è lo stadio iniziale, il primo gradino della società comunista.

Si caratterizza e si sviluppa sulla base di leggi generali, comuni a tutti i paesi, indipendentemente dalle loro peculiarità.

Il Partito, nel solco dell’elaborazione marxista-leninista, individua i seguenti caratteri generali del socialismo, che sono anche gli obbiettivi che il Partito persegue:

la conquista del potere da parte della classe operaia e dei suoi alleati e l’instaurazione della dittatura proletaria, massima forma di democrazia;

la socializzazione dei principali mezzi di produzione, abolendo la proprietà privata su di essi e sostituendola con la proprietà sociale in capo allo Stato;

la pianificazione centralizzata della produzione e della distribuzione sotto controllo dei lavoratori;

il principio generale della distribuzione “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”.

Non esistono paraventi “storici” o “nazionali” che possano giustificare, in tutto o in parte, la negazione o l’assenza di questi caratteri generali del socialismo.

 

La dittatura proletaria

Poiché “lo Stato è l’organizzazione del dominio politico-giuridico di una classe sulle altre” (K. Marx), stato è sinonimo di dittatura. In ogni stato/dittatura, a seconda dei rapporti di forza tra le classi e al grado di asprezza del loro scontro in un dato momento storico, possono prevalere, di volta in volta, ora gli aspetti coercitivi, autoritari, ora aspetti più consensuali e democratici.

La dittatura proletaria è la più alta ed estesa forma di democrazia, la più avanzata – e finale – organizzazione statuale. Ispirandosi al principio del centralismo democratico, essa si basa sulla continua e indispensabile ricerca del consenso all’interno del blocco sociale, costituito dalla classe operaia e dai suoi alleati, ed esercita il potere di coercizione nei confronti di chi volesse distruggerla. E’ fuorviante identificarla con quegli specifici aspetti che ha assunto in alcuni paesi, per effetto delle durissime condizioni di scontro di classe, interne ed esterne, in quei determinati momenti storici.

La dittatura proletaria non vieta l’esistenza di altri partiti e organizzazioni, purché agiscano nell’ambito del sistema socialista e ne rispettino Costituzione e leggi. Al contrario, favorisce lo sviluppo e l’articolazione di quella che Gramsci definisce “società civile” per distinguerla dalla “società politica”, cioè dall’organizzazione statuale.

Infatti, è l’esercizio stesso del potere proletario ad essere diverso da quello del potere borghese. Il proletariato, abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione e liberando la stragrande maggioranza del popolo dallo sfruttamento, da un lato non ha bisogno dello stesso, imponente apparato repressivo di cui necessita la borghesia per conservare il suo dominio. Dall’altro lato, abolendo la proprietà privata, determina la progressiva scomparsa delle classi, del loro antagonismo e, in ultima istanza, anche di sé stesso. E’ perciò naturale che, con la dittatura proletaria, molte funzioni statuali vengano assunte direttamente dalla “società civile”. E’ il percorso che porta alla graduale estinzione dello stato e all’autogoverno dei produttori che caratterizzeranno la fase avanzata del comunismo.

 

La socializzazione dei mezzi di produzione

La proprietà privata dei mezzi di produzione è all’origine di ogni conflitto sociale, poiché genera la divisione in classi della società, tra chi è proprietario e chi, non essendolo, è costretto a vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario che gli permette solo di riprodursi socialmente come venditore di forza lavoro. Nel modo di produzione capitalistico, il valore che la forza lavoro produce in più rispetto a ciò che le è necessario per riprodursi (plusvalore), viene appropriato dal capitalista. Così si realizza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nel capitalismo, a questa finalità di estrazione del plusvalore e di ottenimento di profitto viene oggettivamente subordinato ogni aspetto della vita umana.

La socializzazione dei mezzi di produzione consente alla società nel suo complesso di beneficiare del plusvalore prodotto, che è destinato non più al profitto privato, ma allo sviluppo della società intera.

Le realizzazioni della scienza e della tecnica, in condizioni di proprietà sociale dei mezzi di produzione, permettono di incrementare la ricchezza sociale fino a costituire una solida base tecnico-materiale per il soddisfacimento dei bisogni del popolo, sia materiali che spirituali. Anziché generare disoccupazione, determinano maggiore tempo libero che l’uomo può dedicare ad attività diverse dal lavoro.  Con la socializzazione dei mezzi di produzione si attua la liberazione del lavoro dallo sfruttamento e si pongono le basi per la liberazione dal lavoro, inteso come attività forzata per la sopravvivenza.

La socializzazione non può e non deve essere immediatamente totale. Essa deve avvenire per gradi, partendo dai settori a più alta concentrazione di capitale e dai settori strategici. Il Partito deve però agire per promuovere le associazioni di piccoli produttori privati in cooperative da traghettare, quando ve ne siano le condizioni in termini di concentrazione e accumulazione, verso la proprietà sociale. L’allargamento progressivo dei rapporti socialisti di produzione, il graduale superamento del carattere mercantile della produzione e dei rapporti di scambio basati sul denaro sono obbiettivi irrinunciabili del Partito in questa fase.

 

La pianificazione

Il mercato e la concorrenza tra produttori, provocata dalla proprietà privata, generano spreco e distruzione di ricchezza sociale. La socializzazione dei mezzi di produzione consente di porre fine a questa disastrosa anarchia della produzione, ponendo le condizioni per l’attuazione della pianificazione della produzione e della distribuzione.

Per allocare le risorse e stabilire gli obbiettivi produttivi nel modo più efficace e più funzionale al soddisfacimento dei bisogni della società, la pianificazione deve essere centralizzata e strettamente connessa all’esercizio di una delle funzioni principali della dittatura proletaria, il controllo dei lavoratori, che deve garantire il corretto e preciso flusso di informazione e comunicazione: dei bisogni e dei dati dal basso verso l’alto, dell’entità delle risorse allocabili e degli obbiettivi dall’alto verso il basso, vigilando sull’inderogabile realizzazione di quanto stabilito e sull’applicazione di eventuali correttivi.

 

Il principio generale della distribuzione socialista

“Da ciascuno secondo le sue capacità” è un enunciato che afferma già di per sé un principio di giustizia sociale: nessuno, neppure la società nel suo complesso ha diritto di chiedere a un suo membro più di quanto questi può dare. Inoltre, presuppone che queste capacità non vengano umiliate o ridotte, ma al contrario, valorizzate e promosse, in quanto fonte di ricchezza sociale, insieme all’individuo che ne è portatore. Nel contempo, impegna ciascuno, cioè tutti, a contribuire al progresso e al benessere della società.

“A ciascuno secondo il suo lavoro” stabilisce il principio che il lavoro individuale non sia più sfruttato dal padrone privato, che si appropria del prodotto del lavoro altrui, ma che sia remunerato, in termini di salario diretto, indiretto (diritto alla casa, alla sanità gratuita, all’istruzione gratuita, alla cultura, alla sicurezza sul lavoro, alla assistenza alla maternità e all’infanzia, alla garanzia del posto di lavoro, ecc.) e differito (pensione) sulla base del contributo che ciascuno dà allo sviluppo della società, misurato in ore di lavoro.

Con la crescita della ricchezza sociale accumulata, cioè della base tecnico-materiale della società e con l’estensione dei rapporti socialisti di produzione a tutti i settori e livelli dell’economia, con la definitiva trasformazione della proprietà cooperativa e collettiva in proprietà sociale, il principio generale della distribuzione evolverà in: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Poiché ogni individuo può avere bisogni diversi da quelli di un altro, questo principio costituisce la negazione dell’appiattimento, in quanto afferma l’uguaglianza nel riconoscimento della diversità delle personalità e dei bisogni. E’, questo, il principio generale della distribuzione della società comunista, la società dell’uguaglianza e della libertà vere per cui combattiamo, nella quale l’uomo, finalmente libero dallo sfruttamento, dal bisogno, dall’ignoranza e dalla superstizione, diventerà padrone del proprio destino e darà con successo l’assalto al cielo.

 

CONCLUSIONI

Il Programma del Partito non è un documento definitivo. Delinea solo il livello degli obbiettivi di lotta al di sotto dei quali non si può scendere, restando aperto ad ulteriori elaborazioni, arricchimenti e correzioni, dettati dall’evolvere reale della lotta di classe.

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