Documenti Congressuali

Documenti congressuali CSP-Partito Comunista

Roma 17-18-19 Gennaio 2014

Indice

Premessa

- Parte prima
1) Non è fallito il socialismo ma la sua revisione
2) La lotta per il socialismo comunismo, contro il revisionismo politico ed ideologico
3) L’insegnamento di Gramsci oggi
4) Il revisionismo italiano dal dopoguerra fino al PD

- Parte seconda
5) Il no comunista al golpe europeo
6) La questione meridionale, il paradigma italiano da Gramsci ai giorni nostri
7) Internazionalismo ed antimperialismo
8) Natura della crisi; un programma di trasformazione socialista
9) Il Fronte unito dei lavoratori (FUL) per la ricostruzione del sindacalismo di classe in Italia
10) La gioventù comunista
11) Differenze di genere, differenze di classe
12) Per la ricostruzione di un vero Partito Comunista

- Parte terza
13) Regolamento congressuale 2014
14) Statuto del Partito Comunista
15) Regolamento finanziario del Partito Comunista

PREMESSA

L’analisi dei comunisti è una critica radicale, implacabile e irrevocabile, al capitalismo che, giunto alla sua fase finale, sta trascinando l’umanità e questo pianeta in un baratro fatto di crisi economica, guerra, fame, malattie e sottosviluppo, distruzione dell’ambiente.

La proposta è altrettanto radicale: l’abbattimento del capitalismo parassitario e moribondo per costruire il Socialismo-Comunismo, per la liberazione dell’umanità dal giogo dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dall’ingiustizia, dalla miseria e dalla guerra. Ci richiamiamo al marxismo-leninismo e all’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre con piena convinzione e senso della storia, consci del fatto che, con la fine dell’URSS non è finita la sua illuminante eredità, ma solo la sua degenerazione revisionista, iniziata nel 1956 con il XX Congresso del PCUS e le riforme di Khrusciov e Kosygin. Da sempre gli oppressi cercano di emanciparsi dai loro oppressori, ma oggi dall’esito della lotta di classe dipende la sopravvivenza stessa del pianeta. Il Socialismo-Comunismo è l’unica vera soluzione alternativa, ma per sconfiggere l’imperialismo, tanto degli USA, quanto dell’UE e degli altri paesi, il cui capitalismo è recentemente entrato in fase monopolistica, non basta la denuncia. La teoria rivoluzionaria deve trovare applicazione in una prassi altrettanto rivoluzionaria: il Partito Comunista è appunto lo strumento che unisce e organizza teoria e prassi.

Parliamo qui di una politica vera e alta, non di quella miserabile degli arrivisti e dei corrotti, di un ideale per cui i comunisti sono sempre stati pronti a sacrificare la propria vita.

Stiamo ricostruendo il Partito Comunista in Italia, con profonda cognizione della nostra gloriosa storia e degli errori del passato, tenendo conto anche delle esperienze, accumulate nel ventennale tentativo di tenere aperta la “questione comunista” in Italia dopo lo scioglimento del PCI.

Comunisti Sinistra Popolare ne è stata coraggiosa e generosa parentesi, apertasi nel 2009, con la quale abbiamo voluto prendere le distanze, in un quadro di seria autocritica, dagli errori di governismo e parlamentarismo e dalle conseguenti deviazioni opportuniste del PRC e del PDCI. Oggi, grazie ad una seria riflessione teorica e ad un impegno militante determinato, siamo in grado di fornire una sponda, ideologicamente, politicamente e organizzativamente adeguata a quanti ritengono che il capitalismo non sia l’ultimo orizzonte della storia e che il Socialismo-Comunismo sia l’unica via di uscita definitiva dalla sua crisi. In queste tesi non troverete i toni suadenti, i colori sbiaditi, le teorie del dubbio e quell’eclettismo che negli ultimi quarant’anni hanno caratterizzato, prima, la fine del PCI e poi le sue ipotesi rifondative.

Siamo pienamente coscienti che, quanto le condizioni oggettive reclamano oggi la necessità di un forte cambiamento, tanto, almeno in Italia, sono ancora deboli le condizioni soggettive. Perciò assumiamo pienamente l’insegnamento leninista di Gramsci, quando rilevava che “…un esercito già esistente è distrutto se vengono a mancare i capitani, mentre l’esistenza di un gruppo di capitani, affiatati, d’accordo tra loro, con fini comuni, non tarda a formare un esercito anche dove non esiste“. Noi dobbiamo e vogliamo costruire, appunto, un partito di quadri, di capitani che con una chiara linea di classe, siano in grado di guidare alla vittoria l’esercito di massa dei proletari nella loro accezione più vasta.

Ci rivolgiamo ai comunisti sinceri che ancora militano in organizzazioni che apertamente o surrettiziamente hanno rinnegato l’ideologia comunista, ai comunisti delusi dalla politica, ai comunisti ‘in fieri’ delle nuove generazioni e a tutti gli sfruttati, vittime del capitalismo e della sua crisi.
Ricominciamo dalle nostre radici, dai nostri più arditi obiettivi, facendo tesoro delle nostre riflessioni e elaborazioni teoriche, lo facciamo per realizzare una rivoluzione che cambi in meglio la vita di tutti, orgogliosi della nostra identità, nel nome dell’idea più alta e nobile che esista: il Comunismo, che è “la gioventù del mondo”. A questo serve anche il programma politico che presentiamo.

Invitiamo tutti compagni a studiare e approfondire il documento congressuale, a contribuire al suo miglioramento con riflessioni, proposte, consigli ma, soprattutto, con un’appassionata militanza. Il Partito Comunista non si costruisce a tavolino, ma con l’impegno e la lotta di tutti e di ciascuno.

PARTE PRIMA

1) Non è fallito il socialismo ma la sua revisione.

Consideriamo (fortunatamente) terminata la stagione dell’eclettismo dubbioso, dell’esaltazione dei particolarismi che, in questi ultimi anni, ha contribuito a distruggere identità e prospettiva per chi voleva richiamarsi con coerenza al comunismo, per poi ridursi infine al nulla teorico ed organizzativo. In questo percorso, appunto da comunisti, prendiamo “in carico” la storia del movimento comunista internazionale e rivendichiamo la “spinta propulsiva” della Rivoluzione d’Ottobre, la costruzione del Socialismo in URSS e la figura di Stalin, continuatore dell’opera di Lenin, indicando nei processi di revisionismo di quella esperienza una delle cause del fallimento che, appunto, si ascrive esclusivamente alla sua degenerazione e non certo alla sua essenza. Il fallimento dell’Urss è il fallimento del revisionismo, da Khrusciov a Gorbaciov.

NON E’ FALLITO IL SOCIALISMO, MA LA SUA REVISIONE!!!

Sarebbe un po’ come dire, guardando oggi alla miseria della politica e della società italiana, che la colpa è dei partigiani che hanno fatto la Resistenza. In tal senso, la figura di Stalin non va presa come “feticcio”, ma servirà, assieme a Marx, Engels, Lenin, Gramsci e agli altri grandi della “nostra” storia, da una parte come punto teorico di attualizzazione della teoria marxista-leninista e, dall’altra, come “spartiacque” per la costruzione pratica del partito. In Italia la dittatura della borghesia ti “consente” addirittura (sino ad oggi) di esser “comunista” ma non sopporta, non ammette lo “stalinismo”.

Sono molti (troppi) quelli che si sono piegati a questo diktat in Italia, (peraltro neanche Stalin si definiva stalinista, il marxismo-leninismo è termine di riferimento politico e ideologico): chi non se la sente di rispondere adeguatamente al pensiero unico della borghesia non potrà mai contribuire realmente alla costruzione del Partito Comunista. Di fronte alla palese dittatura della borghesia globalizzata serve sviluppare il concetto della dittatura proletaria, da cui nessuna parte del popolo ha nulla da temere, in quanto vera “democrazia di tutti”.

Il 7 novembre 1917, milioni di operai, contadini e soldati, guidati da Lenin, capo del Partito Bolscevico, compirono, per la prima volta nella storia dell’umanità, la più grande rivoluzione popolare in grado di scalzare dal potere la borghesia, instaurando un nuovo potere operaio e popolare fondato sui Soviet come base del nuovo Stato Socialista.

Ciò avvenne per il concentrarsi, in quel paese, di alcune contraddizioni del capitalismo che lo portarono ad essere l’anello debole della catena imperialista, ma anche per la costruzione, nel corso di lunghi anni, di una forte direzione politica rivoluzionaria che seppe coniugare, in ogni fase di sviluppo degli avvenimenti, una giusta analisi di classe dell’imperialismo e del capitalismo ad una audace e tempestiva determinazione dei compiti dell’avanguardia organizzata della classe operaia e del popolo: il Partito Comunista.

Solo così si poté, nel breve volgere di pochi giorni, spostare i rapporti di forza a favore delle forze proletarie ed instaurare il potere dei soviet, sconfiggere la reazione interna dei capitalisti e dei proprietari terrieri e successivamente, nel corso di una lunga guerra civile, respingere l’attacco di 15 eserciti stranieri, che si scatenarono nel primo feroce attacco contro la Russia Sovietica al fine di uccidere nella culla la giovane rivoluzione, nell’interesse del capitale finanziario internazionale.

La storia dello stato, che, dopo la vittoria contro l’invasione straniera, si chiamerà Unione Sovietica è la storia della costruzione del primo stato socialista del mondo che dal 1937 diventerà la seconda potenza industriale del mondo. E che, con la forza economica e politica accumulata, seppe respingere il secondo proditorio attacco delle forze imperialiste europee e mondiali nel 1941, questa volta nella forma delle armate nazi-fasciste, inseguendo il nemico fino alla sua capitale, Berlino, issando sulla sede del Reichstag la bandiera rossa dell’Unione Sovietica e della rivoluzione proletaria.

La storia del primo stato socialista terminerà nel 1991 con la restaurazione del capitalismo e la vanificazione delle grandi conquiste sociali che in quell’esperimento si realizzarono, a causa delle pressioni internazionali, ma soprattutto, dell’avvento nella sua direzione politica di forze che, sulla base di una profonda revisione dei principi e dei valori del marxismo-leninismo, a partire dal 1953 e nel corso dei decenni successivi, cominciarono ad inseguire la chimera della coniugazione della pianificazione con il mercato, di fatto inseguendo il modello del capitalismo nella competizione internazionale, subendone la profonda influenza fino a diventarne subalterni ed infine sconfitti.
Questo triste epilogo della storia del socialismo realizzato nel corso del XX secolo, ben lungi dal far venir meno le ragioni dell’emancipazione proletaria, è, per tutti i comunisti, fonte di grandi insegnamenti.

Innanzitutto, è la conferma della tesi leninista che, anche dopo una o più sconfitte, la borghesia non rinuncia ai tentativi di restaurazione del proprio potere, a cui si può resistere vittoriosamente soltanto consolidando il potere popolare e non scimmiottando le leggi del suo ordinamento sociale.

Inoltre, si conferma valida la tesi che soltanto con una forte politica di competizione, a livello internazionale, il socialismo può contrastare l’egemonia del capitalismo e limitarne sempre più il campo d’azione, e non con la cosiddetta politica di “pacifica coesistenza” perseguita dal XX congresso del PCUS in poi.

Infine, apprendiamo, da tutta la storia del ’900 che la lotta al revisionismo politico ed ideologico in seno al movimento operaio e comunista deve, sempre, essere condotta apertamente e senza omissioni, coinvolgendo in essa non solo i militanti di partito ma le più vaste masse popolari che, solo se informate e coscienti del proprio ruolo storico, possono essere permanentemente protagoniste della costruzione della nuova società.

Sulla base di questi principi e dagli insegnamenti tragici che ci vengono dalla storia, noi confermiamo l’attualità di una identità comunista e la necessità di ricostruire, allo stesso tempo, il Partito Comunista in Italia e l’unità rivoluzionaria del movimento comunista internazionale, traendo forte ispirazione dalla nostra storia, a partire dall’esempio grande e universale della Rivoluzione Proletaria e Socialista d’Ottobre, che ha aperto una nuova fase nella storia dell’umanità con la costruzione del Socialismo nell’Urss. Ma impariamo anche dagli errori che hanno portato alla restaurazione del capitalismo nei Paesi dell’Est.

Facendo tesoro di tutto questo, con il capitalismo nella sua fase finale imperialista, i comunisti e i popoli sapranno realizzare nuove rivoluzioni proletarie per costruire col potere operaio e popolare il Socialismo-Comunismo.

2) La lotta per il socialismo – comunismo, contro il revisionismo politico ed ideologico.

Per ridare credibilità e capacità di attrazione, prima di tutto fra le masse popolari, agli ideali del socialismo e del comunismo al fine di rimotivare la stessa utilità politica e sociale dei partiti comunisti, è necessario ritornare alle origini del movimento comunista, per riscoprirne le basi politiche ed ideologiche e le finalità storiche che ne determinano le ragioni della propria esistenza.

E’ nel Manifesto del Partito Comunista del 1848 di Marx ed Engels che, per la prima volta, troviamo la esposizione organica dell’analisi e dei principi fondativi del socialismo-comunismo. Qui, la rivoluzione comunista viene definita come la più radicale rottura con i tradizionali rapporti di proprietà e con le idee tradizionali, indicando come obbiettivo della prima tappa della rivoluzione operaia l’elevarsi del proletariato a classe dominante, per raggiungere la democrazia, intesa nel suo significato autentico di potere popolare.

Il proletariato, viene detto nel testo, userà il suo dominio politico per togliere via via alla borghesia tutto il capitale, per concentrare nelle mani dello Stato, ossia del proletariato organizzato quale classe dominante, tutti gli strumenti di produzione, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive, procedendo attraverso progressive infrazioni al diritto di proprietà e dei rapporti borghesi di produzione.

Le misure programmatiche, da attuarsi, a grandi linee, nei paesi più progrediti, vanno in tale direzione e parlano di centralizzazione del credito nelle mani dello Stato, mediante una banca nazionale con monopolio esclusivo, di centralizzazione dei mezzi di trasporto in mano allo Stato, di moltiplicazione delle fabbriche nazionali espropriate ai capitalisti privati, di espropriazione della proprietà fondiaria ed impiego della rendita della terra per le spese dello Stato, di imposizione fiscale prima progressiva poi -col nuovo sistema- ridotta ai minini termini, di educazione pubblica e gratuita, del diritto e del dovere del lavoro per tutti. Queste sono le nostre origini.

E che cosa fece la Comune di Parigi del 1871, che fu la prima materializzazione del potere proletario? Dovette riconoscere, innanzitutto, che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare ad amministrare con la vecchia macchina statale, bensì, per non perdere di nuovo il potere, da una parte deve eliminare tutto il vecchio apparato repressivo già usato contro di essa, e dall’altra deve difendersi contro i suoi stessi deputati ed impiegati dichiarandoli revocabili senza alcuna eccezione ed in ogni momento.

La Comune applicò, a questo proposito, due misure infallibili. In primo luogo, assegnò elettivamente tutti gli impieghi, amministrativi, giudiziari, educativi, per suffragio generale degli interessati e con diritto di revoca, in qualsiasi momento, da parte di questi. In secondo luogo, per tutti i servizi, da quelli inferiori ad i più elevati, pagò solo il salario che ricevevano gli altri lavoratori, cosicché, il più alto assegno che essa pagava era di 6mila franchi. In questo modo veniva posto un freno sicuro alla caccia agli impieghi ed al carrierismo.

Questi principi e queste misure vennero messe in discussione in seno ai partiti del movimento operaio già sul finire del XIX secolo. Eduard Bernstein, nella sua opera del 1899, “Le premesse del socialismo” affermò che la socialdemocrazia avrebbe dovuto trasformarsi da partito di rivoluzione sociale in partito democratico di riforme sociali, negando il carattere scientifico del socialismo, il processo di impoverimento progressivo e di proletarizzazione come effetto delle contraddizioni capitalistiche e la necessità della dittatura del proletariato come sbocco della rivoluzione e strumento della costruzione del socialismo.

Toccò a Lenin ristabilire la vera dottrina di Marx della rivoluzione e del socialismo, partendo dalla confutazione puntuale delle deformazioni e della revisione profonda a cui era stata sottoposta. A partire, innanzitutto, dalla dottrina dello Stato, ribadendo in “Stato e Rivoluzione” che lo Stato è l’organo di dominio di classe, strumento di oppressione di una classe da parte di un’altra. E, poi, polemizzando con Karl Kautsky che, dopo pochi mesi dalla Rivoluzione d’ottobre, aveva iniziato un’operazione di demolizione dell’operato dei bolscevichi accusandoli di adottare mezzi antidemocratici. Nell’opuscolo ” La rivoluzione proletaria ed il rinnegato Kautsky”, Lenin ricorda, tra l’altro, che Marx ed Engels per ben quaranta anni, avevano parlato della necessità storica per il proletariato di spezzare la macchina statale borghese per poter avviare la costruzione dello stato proletario e del socialismo, tenendo conto delle rivoluzioni del 1848 e, ancor più, del 1871.

Ma, soprattutto, in quest’opera, Lenin compie una analisi delle possibilità della restaurazione capitalistica dopo la vittoria della rivoluzione proletaria che, alla luce degli avvenimenti del XX secolo, assume tonalità profetiche. Polemizzando, appunto, con Kautsky, che esaltava puramente i principi, ritenuti universali, della democrazia borghese, Lenin ricorda che gli sfruttatori, cioè la borghesia, anche dopo essere stati sconfitti dalla rivoluzione proletaria, mantengono ancora molti privilegi e condizioni di vantaggio rispetto ai proletari, cosicché essi non si piegheranno mai alla decisione della maggioranza degli sfruttati, e poiché il passaggio dal capitalismo al comunismo abbraccia un’intera epoca storica, negli sfruttatori permane la speranza della restaurazione del loro potere che si tramuta in tentativi di realizzarla.

Il revisionismo politico ed ideologico del marxismo-leninismo, d’altronde, è il riflesso intellettuale della situazione sociale di determinati ceti, intermedi o settori della stessa classe operaia che, ritengono di potere trovare soluzioni alla propria condizione sociale nell’ambito di un capitalismo improntato ai principi del cosiddetto ” sistema di mercato sociale” come terreno di possibile compromesso fra interessi contrapposti. Esso ha trovato, pertanto terreno fertile per svilupparsi non solo nella socialdemocrazia, ma anche nel movimento comunista, a partire dai paesi dell’est europeo e nella stessa Unione Sovietica.

Se l’Unione Sovietica è sopravvissuta nei primi anni, che sono stati quelli della sua maggiore debolezza, partendo da condizioni di sottosviluppo di carattere medioevale, dopo aver subito il primo attacco concentrico di carattere economico e militare di molti stati capitalisti, costituendosi, poi, come forza determinante nella sconfitta del nazismo e del fascismo, è perché i dirigenti del PCUS erano guidati da un’analisi di prospettiva che fece dire a Stalin nel 1931, rispondendo a coloro che chiedevano un rallentamento dei ritmi di sviluppo economico ed industriale: ” Siamo rimasti indietro di 50 o 100 anni rispetto ai paesi più evoluti. Dobbiamo colmare questo divario nell’arco di dieci anni. O ci riusciamo o saremo stritolati.” L’esito della Seconda Guerra Mondiale e l’effetto che il 1945 provocò nel mondo fu grande. Libertà, democrazia, socialismo erano apparsi a tanti combattenti i veri obbiettivi per cui lottare e tutta la situazione politica conobbe un generale spostamento a sinistra. I comunisti facevano progressi non solo in Europa orientale ma in tutto il mondo, passando da 1,5 a 4,8 milioni di iscritti e conseguendo, nelle elezioni, percentuali di voti che oscillavano fra il 10 ed il 30 per cento in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale. L’URSS iniziò una nuova opera di ricostruzione di cui il fattore decisivo fu una massiccia politica di investimenti statali in economia, superiori a quelli degli anni ’30, che permisero la realizzazione di un ulteriore balzo nella sua potenza industriale, con risultati spettacolari nel duello con gli USA.

Ciò avverrà, in un contesto di divisione dell’Europa e del mondo in blocchi contrapposti che vedrà, ben presto, le potenze capitalistiche occidentali lanciare la Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica ed i paesi di democrazia popolare dell’est europeo.

Inoltre, da parte di alcuni partiti comunisti occidentali, si compresero in ritardo gli obbiettivi perseguiti dall’imperialismo americano, confidando essi in una più duratura alleanza delle potenza vincitrici della guerra, sottovalutando la volontà dell’imperialismo nord-americano di cacciare i comunisti dal governo dei paesi della parte occidentale dell’Europa. Emersero, in questi anni, nel movimento comunista, nuovamente, i difetti classici di elettoralismo e parlamentarismo che erano tipici, da sempre, del riformismo e dell’opportunismo e che vennero fortemente criticati nella riunione del Cominform del settembre 1947.

Cominciarono a comparire tesi quali la via parlamentare e nazionale al socialismo che verranno generalizzate dopo il XX Congresso del PCUS, che nel PCI avrà una sua formulazione completa, nel contesto della elaborazione della “via italiana al socialismo” nel suo 8° Congresso del 1956. Si tratterà di una concezione del socialismo che nasce, non da una rottura rivoluzionaria, ma da una evoluzione sulla base delle trasformazioni progressive accumulate nel quadro del capitalismo, fondata su di una revisione della teoria leninista dello Stato, che sottovaluta il carattere di classe della democrazia borghese identificata sempre più come “democrazia” tout court.

La situazione postbellica non ampliava soltanto le possibilità di successo del movimento comunista internazionale, ma creava anche le premesse per l’insinuarsi dell’ideologia borghese nelle sue fila, a partire dal suo Partito guida, il PCUS.

La coalizione antifascista che aveva permesso la vittoria nella guerra contro il fascismo ed il nazismo, alimentava delle illusioni sull’imperialismo in certi settori del movimento, portandoli a pensare che da parte degli alleati nel conflitto mondiale non sarebbe venuto alcun pericolo per il socialismo, ma anzi tale alleanza si sarebbe potuta articolare stabilmente, a livello nazionale, in ampi fronti popolari antifascisti e democratici, attenuando o cessando la lotta contro l’imperialismo, in particolare quello statunitense il che avvenne, dopo la morte di Stalin, con l’avvio della politica di” coesistenza pacifica” con la sanzione definitiva nel XX Congresso del PCUS del 1956.

Tale posizione si fondava sulla ricerca di un compromesso, di una durevole e pacifica convivenza tra socialismo ed imperialismo che ignorava la naturale aggressività di quest’ultimo, ponendo il socialismo in condizioni di particolare debolezza e vulnerabilità verso l’imperialismo stesso.

Un altro approdo del XX Congresso del PCUS, in termini di revisione politica ed ideologica, fu la deformazione e falsificazione del concetto stesso di socialismo. Fino ad allora, due tesi erano ritenute valide come fondamento del marxismo-leninismo:
1) Il potere della classe operaia, guidata da un partito comunista come premessa politica per l’esistenza di uno Stato Socialista.
2) L’applicazione in ogni paese, tenuto conto delle particolarità nazionali, di regole e leggi di validità generale durante il processo di costruzione del socialismo, al fine di garantirne il successo. Secondo l’impostazione di Khrusciov, invece, l’edificazione del socialismo non era più legata alla classe operaia ed alla guida di un partito comunista, ma sarebbe potuta avvenire nella libera competizione delle forze più disparate, anche borghesi, ed in queste circostanze, il Parlamento, con la conquista al suo interno di una solida maggioranza delle forze di sinistra, sarebbe potuto essere trasformato in strumento di democrazia per i lavoratori.

In un primo momento, queste tesi sembrarono conquistare il consenso della quasi totalità del movimento comunista internazionale, con le sole significative eccezioni del Partito Comunista Cinese e del Partito del Lavoro d’Albania. Tuttavia il tragico epilogo,nel 1973, dell’esperienza del Governo di Unità Popolare di Salvador Allende in Cile, confermò che la vittoria elettorale non è sufficiente a garantire il successo del processo rivoluzionario.

Ma, invece di trarre da questo insegnamento, l’occasione per la necessaria rettifica politica e teorica, consistenti partiti comunisti occidentali svilupparono la loro elaborazione politico-ideologica nella direzione di quello che venne chiamato “eurocomunismo” che rappresentò la sintesi più avanzata del revisionismo moderno, arrivando ad affermare che era possibile un incontro di carattere strategico con le forze borghesi, costruire il socialismo sotto l’ombrello della NATO e costruire il socialismo ogni giorno, passo dopo passo, senza conquista del potere

Infine, il risultato della deformazione revisionista della teoria del socialismo è stato la liquidazione del socialismo in Unione Sovietica e nei paesi dell’est europeo attraverso tappe che si sono sviluppate con:
1) La sostituzione di una pianificazione economica seria e centralizzata con il tentativo di combinazione di economia pianificata e regolazione della produzione attraverso il mercato.
2) Il rapido incremento del divario produttivo rispetto ai paesi capitalisti sviluppati, a causa dell’attenuarsi della rivoluzione tecnico-scientifica..
3) La demolizione delle fondamenta dell’economia socialista con l’introduzione della ” economia di mercato socialista ” che portò alla rovina i kolchoz, costretti a cedere la propria terra per ritornare alla coltivazione attraverso aziende famigliari private.
4) La definitiva liquidazione dell’economia fondata sulla proprietà collettiva e popolare ed il ritorno al capitalismo integrale.

Condizione fondamentale, quindi, per ricostruire veri partiti comunisti in tutto il mondo, in grado di riprendere con vigore la lotta anticapitalistica e per il socialismo, è la critica dei capisaldi del revisionismo antico e moderno, rimettendo al centro della riflessione politica e teorica i principi fondamentali del marxismo-leninismo che sono stati confermati dalla storia.

L’accentuarsi della crisi del capitalismo esalta i suoi aspetti più autoritari ed antidemocratici. I parlamenti borghesi, oltreché scavalcati dallo strapotere dei governi, perdono sempre più legittimità a causa di leggi elettorali che, tramite sbarramenti, premi di maggioranza ecc., cercano di escludere dalle istituzioni la rappresentanza politica, il ruolo della classe operaia e del conflitto sociale. I comunisti, quindi, ritengono che, ai fini della conquista del potere da parte della classe operaia, la lotta parlamentare non sia determinante, ma debba essere comunque praticata, dove e quando possibile ed utile, in quanto rappresenta una verifica dell’efficacia del lavoro svolto tra le masse ed una tribuna da cui diffondere il programma comunista.

Il Partito Comunista deve prioritariamente lavorare per costruire l’unità della classe operaia e per costruire attorno ad essa un blocco di forze sociali che raggruppi lavoratori della città e della campagna, giovani e donne del mondo del precariato, strati di piccola borghesia, lavoratori della scienza e della cultura, piccoli commercianti, piccoli imprenditori, oppressi dal capitale monopolistico e proletarizzati dalla crisi che, organizzato in un Fronte Unitario dei Lavoratori, diventi, sotto la guida del Partito, il soggetto della rivoluzione proletaria, con la finalità di abbattere il capitalismo, strappare il potere politico alla borghesia, instaurare la dittatura proletaria come più alta ed estesa forma di democrazia ed avviare la costruzione del socialismo-comunismo.

La rivoluzione socialista deve essere correttamente intesa come processo e guidata dal Partito, con una attenta valutazione delle forme di lotta da adottare, degli obiettivi tattici di breve e medio periodo da perseguire, in modo da non cadere in controproducenti fughe in avanti, ma facendo sì che ogni tappa acquisita segni un punto più avanzato della lotta verso l’obiettivo finale.

Inoltre, il Partito deve sempre tenere presente la dimensione internazionale e l’influenza che i fattori esterni al Paese esercitano sulla situazione interna, sviluppando la solidarietà proletaria internazionalista ed i legami con i Partiti Comunisti ed Operai degli altri paesi, scambiando con loro analisi, opinioni ed esperienze, sostenendo attivamente chi lotta contro l’oppressione imperialista.

La battaglia di opposizione ai governi borghesi di ogni tipo, condotta, non tanto nelle aule parlamentari, quanto nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di studio, vedrà il suo esito determinato dalla capacità del blocco sociale organizzato nel Fronte di mettere in crisi qualsiasi governo borghese attraverso la lotta di massa, coinvolgendovi strati sempre più ampi di lavoratori, di giovani e di donne.

Saranno i rapporti di forza che concretamente si determineranno, lo sviluppo concreto delle forme di lotta e le sue dimensioni, a stabilire se il nuovo governo del Fronte sarà espressione dello stesso popolo in lotta, in un primo tempo senza passaggi elettorali, oppure se tale governo si formerà nell’ambito dei meccanismi formali della democrazia borghese, cioè attraverso una maggioranza parlamentare scaturita da elezioni politiche. Ciò che sarà determinante sarà la creazione di un legame indissolubile tra questo governo e le masse popolari, lo stimolo per una loro sempre più ampia ed attiva partecipazione al controllo ed alla gestione della cosa pubblica. Il Partito, come avanguardia organizzata della classe operaia ha ed avrà un ruolo determinante nel guidare il Fronte ed il suo governo nel processo rivoluzionario e nella costruzione del socialismo-comunismo.

La dittatura proletaria non vieta peraltro l’esistenza di altri partiti ed organizzazioni, purché agiscano nell’ambito del sistema socialista e ne rispettino Costituzione e leggi. Al contrario, favorisce lo sviluppo e l’articolazione di quella che Gramsci definiva ” società civile ” per distinguerla dalla ” società politica “, cioè dall’organizzazione statuale. La socializzazione dei mezzi di produzione consente alla società nel suo complesso di beneficiare del plusvalore prodotto, destinato non più al profitto privato, ma allo sviluppo della società intera. Con la socializzazione dei mezzi di produzione si attua la liberazione del lavoro dallo sfruttamento e si pongono le basi per la liberazione dal lavoro come attività forzata per la sopravvivenza. La socializzazione non può e non deve essere immediatamente totale. Essa deve avvenire per gradi, partendo dai settori a più alta concentrazione di capitale e dai settori strategici. Il Partito deve agire per promuovere le associazioni di piccoli produttori privati in cooperative da inserire, quando ve ne siano le condizioni di concentrazione ed accumulazione, nella proprietà sociale. L’allargamento progressivo dei rapporti socialisti di produzione, il graduale superamento del carattere mercantile della produzione e dei rapporti di scambio basati sul denaro sono gli obiettivi irrinunciabili del Partito in questa fase.

Per allocare le risorse e stabilire gli obbiettivi produttivi nel modo più efficace e più funzionale al soddisfacimento dei bisogni della società, la pianificazione deve essere centralizzata e strettamente connessa all’esercizio del controllo dei lavoratori, che deve garantire il corretto e preciso flusso di informazione e comunicazione: dei bisogni e dei dati dal basso verso l’alto, dell’entità delle risorse allocabili e degli obbiettivi dall’alto verso il basso, vigilando sulla realizzazione di quanto stabilito con gli eventuali correttivi.

Il principio generale della distribuzione socialista si fonda su due affermazioni.
La prima, “da ciascuno secondo le sue capacità” afferma un principio di giustizia sociale in base a cui nessuno, neppure la società nel suo complesso, ha il diritto di chiedere ad un suo membro più di quanto questi può dare, valorizzando le sue capacità come fonte di ricchezza sociale, impegnando così ciascuno a contribuire al progresso ed al benessere della società.
La seconda, “a ciascuno secondo il suo lavoro” stabilisce il principio che il lavoro individuale non sia più sfruttato dal padrone privato che si appropria del prodotto del lavoro altrui, ma sia remunerato in termini di salario diretto, indiretto (diritto alla casa, alla sanità gratuita, alla cultura, alla sicurezza sul lavoro, all’assistenza della maternità ed infanzia, alla garanzia del posto di lavoro, ecc.) e differito (pensione) sulla base del contributo che ciascuno dà allo sviluppo della società, misurato in ore di lavoro.

Con la crescita della ricchezza sociale accumulata e con l’estensione dei rapporti socialisti di produzione a tutti i settori e livelli dell’economia, con la definitiva trasformazione della proprietà cooperativa e collettiva in proprietà sociale, il principio generale della distribuzione evolverà in ” da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni “. Poiché ogni individuo può avere bisogni diversi da un altro, questo principio costituisce la negazione dell’appiattimento, in quanto afferma l’uguaglianza nel riconoscimento della diversità delle personalità e dei bisogni. Esso costituisce la base del funzionamento della distribuzione della società comunista, la società dell’uguaglianza e della libertà vere nella quale la donna e l’uomo, finalmente liberi dallo sfruttamento, dal bisogno, dall’ignoranza e dalla superstizione, diventeranno artefici del proprio destino.

3) L’insegnamento di Gramsci oggi.

Leggere e studiare Gramsci è un’avventura per molti versi difficile ed eccitante. Com’è noto i suoi scritti del carcere sono una serie quasi di appunti sparsi, in cui ci si può addentrare o seguendo l’ordine cronologico, oppure seguendo le chiavi di lettura delle edizioni critiche che propongono degli assemblaggi scelti dagli editori tra prime, seconde e a volte anche terze riscritture dell’Autore. La prima modalità è certamente la più avvincente: la sensazione è quella di essere presi per mano ed essere condotti in una foresta di pensieri di rara profondità, talvolta legati all’attualità che Gramsci viveva nel suo tempo, talvolta con spunti profondamente attinenti all’attualità odierna. La seconda modalità è certamente quella più agevole ed efficiente per il lettore che, come sempre più spesso accade, può dedicare un tempo limitato a questa lettura.

Su Gramsci è stato scritto molto, moltissimo, molto di più di quanto lui stesso abbia scritto. Questo è un bene, perché ha tenuto il suo pensiero al centro dell’attenzione del mondo politico e culturale italiano e, molto di più, non italiano. Ma purtroppo bisogna dire che le cose che sono state scritte sul suo pensiero e sulla sua vita sono state spesso motivate da disegni ideologici e politici che si sono sovrapposte al pensiero originario del grande rivoluzionario e dirigente politico. Pertanto il nostro parere è: se non avete mai letto qualcosa su Gramsci, non cominciate a farlo ora e iniziate a leggere direttamente le sue pagine: vi affascineranno e troverete da soli i vostri spunti di riflessione. Se invece siete già stati sommersi dalle tante polemiche che sono nate dalla prima pubblicazione delle sue opere a oggi, forse sarebbe il caso di ascoltare il nostro punto di vista. C’è tanto da confutare nelle cose che sono state scritte su Gramsci, sulla sua vita e sulle sue opere, e non si può fare che sommariamente nelle poche pagine che ci ritagliamo qui.

Sulla vita. Come mai Gramsci scrive febbrilmente nei primi anni del carcere e poi si dedica quasi esclusivamente a rivedere i testi da lui scritti, sostanzialmente non producendo nulla di nuovo? Come mai nei due anni di vita dopo l’uscita dal carcere non riprende la scrittura, sebbene sottoposto a libertà vigilata, ma certo in condizioni molto più libere di quelle carcerarie? Sono state imbastite delle vere e proprie spy- story su questi fatti, che coinvolgono il rapporto di Gramsci col Partito Comunista d’Italia e in particolare con Togliatti, col Partito Comunista dell’URSS, storie tutte centrate su un unico assunto: Gramsci durante la prigionia cominciò a dissentire dalla politica ufficiale dell’Internazionale Comunista, ma non poteva rivelarlo perché ricattato in Italia a causa della sua condizione e in URSS a causa della presenza in quel paese della moglie. La base documentaria di queste ipotesi sta sostanzialmente in una sola lettera, quella in cui Gramsci auspicava che nel partito bolscevico si ritrovasse l’unità in seguito ai violenti scontri ideologici e politici che coinvolsero la sua dirigenza. Chiunque avesse mai letto le pagine dei Quaderni potrà sempre e solo trovare critiche anche pesanti al pensiero di Trotskij (chiamato nel suo linguaggio crittografico col nome di Leone Davidovi) e apprezzamenti senza riserve per l’opera politica e ideologica di Giuseppe Bessarione (Josif Stalin), definito il più genuino interprete attuale della filosofia della prassi (il materialismo dialettico). Anche la polemica che si è sollevata riguardante la scomparsa dell’ultimo dei suoi quaderni lascia molto perplessi: ammesso che i quaderni siano 30 e non 29, in questo quaderno mancante (o sottratto) cosa mai ci sarebbe stato? Qualcosa che contraddiceva a tal punto i primi da risultare così scomodo per i dirigenti comunisti sovietici e italiani? Insomma illazioni che non hanno alcuna base documentale.

Quanto alle condizioni di salute di Gramsci, negli ultimi anni di detenzione e durante il periodo di libertà vigilata in clinica, erano talmente precarie da giustificare ampiamente la sua impossibilità di dedicarsi a nuovi approfondimenti o anche solo a poter leggere o scrivere, almeno con la profondità dimostrata nei primi anni. Questo è documentato dalla semplice lettura della cronistoria dei suoi quaderni e anche dalla distribuzione temporale dei nuovi scritti e delle riletture. E questo dovrebbe mettere a tacere ogni illazione su dissidi, ricatti e altre assurdità che possono avere cittadinanza su romanzi di fantascienza politica ma non su seri studi di critica politica.

Sulla ideologia. È stato, ed è tutt’oggi, molto in voga classificare Gramsci come pensatore, come filosofo. E in particolare associarlo al filone idealista italiano, che vede in Benedetto Croce il suo massimo esponente. È vero che Gramsci non può che partire dalla lettura del massimo e più influente filosofo italiano vivente all’epoca, ma qual è il suo rapporto con lui? Questo rapporto è stato paragonato a quello che Marx ha avuto con Hegel, ossia – si dice – del più fedele discepolo che ha continuato la sua opera. Ora ciò si afferma in barba a tutti gli scritti che Marx e Engels, dal loro lato, e Gramsci, dal suo, hanno prodotto. Ma forse non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Come tutti i lettori di Marx ed Engels sanno, il materialismo dialettico è il ribaltamento della dialettica idealista, è la restituzione del meccanismo dialettico dal mondo delle idee a quello della materia, ma soprattutto è un ribaltamento che riporta il pensiero, la filosofia, dalla sterile speculazione alla prassi, all’azione: è benzina per l’azione politica del proletariato. Marx ed Engels non sono filosofi, sono dirigenti politici della classe operaia, non lo sono per loro espressa dichiarazione, ma soprattutto per la loro storia politica. Lo stesso va detto con forza di Gramsci, con le sue stesse parole: «Si potrebbe scrivere un nuovo Anti-Dühring che potrebbe essere un “Anti-Croce” da questo punto di vista, riassumendo non solo la polemica contro la filosofia speculativa, ma anche quella contro il positivismo e il meccanicismo e le forme deteriori della filosofia della prassi.» (Quaderno 8). Non bastano le ripetute affermazioni del Gramsci del carcere, in cui esplicitamente dice che la sua filosofia della prassi è il materialismo dialettico, quello fondato da Marx e che vedeva allora in Stalin il più fedele interprete? Non bastano le pagine di vere lezioni di materialismo storico che Gramsci ci impartisce sul Risorgimento italiano e la sua impareggiabile analisi di classe, sul rapporti tra intellettuali e classi, sul fordismo e le origini e le ricadute che esso ha sulla base materiale americana e sulla sua sovrastruttura? Purtroppo, una volta che si è andata affermando questa falsità, molti filosofi e politici italiani e non, che – invece di partire dalla lettura critica di Gramsci – si sono adagiati su questa lettura fatta da altri, hanno finito per regalare Gramsci all’idealismo, anziché difenderlo come grande dirigente del movimento comunista internazionale che ha nel materialismo storico e dialettico il suo strumento di lotta più affilato.

Sulla politica. Qui le cose si fanno ancora più complicate, perché si intersecano con tutta la storia del PCI dall’immediato dopoguerra, fino al suo scioglimento.

Gramsci è l’antesignano delle “vie nazionali al socialismo”? La sua concezione della conquista dell’”egemonia” e della guerra di posizione che conquista una “casamatta” dietro l’altra, sottraendola al nemico, è l’antesignana politica della “lunga marcia nelle istituzioni” che il PCI iniziò al momento della famosa “svolta di Salerno”? La sua concezione della “società civile”, dell’”Occidente” contrapposto all’”Oriente”, è una concezione interclassista che rigetta la dittatura del proletariato e prefigura una alleanza tra “produttori” che contrasta le forze reazionarie intese solo come quelle “parassitarie”? Noi crediamo fermamente di no. Questa lettura è profondamente sbagliata.

Basta leggere le pagine di Gramsci nell’originale per rendersi conto di quanto profondamente marxista-leninista fosse il suo pensiero, di quanto tutta la sua analisi fosse volta a scoprire le crepe di un sistema capitalistico-imperialista, che in Europa era riuscito a frenare l’impeto rivoluzionario e passava al contrattacco, di quanto la sua concezione del Partito e dello Stato fosse indirizzata sempre e solo alla conquista del potere politico da parte dell’avanguardia rivoluzionaria.

Chi aveva interesse a piegare, a torcere il suo pensiero per scopi legati all’attualità e per giustificare e trovare “padri nobili” alle proprie scelte politiche, fece un’operazione – prima di tutto culturale – che segnò pesantemente l’influenza che Gramsci ebbe in Italia e che invece avrebbe potuto avere tutt’altro segno. Anche la scelta di inserire Gramsci nell’empireo dei “pensatori” italiani, persino dei grandi “scrittori”, fu una scelta tesa ad accreditare il PCI come grande partito “nazionale” e i suoi dirigenti come fondatori della nuova società italiana che usciva dal fascismo. La scelta di quella politica imposta a tutto il Partito comunista italiano, l’idea che si potessero “spostare gli equilibri” su un terreno più “avanzato” fa parte della revisione politico-ideologica che abbiamo analizzato nelle pagine precedenti.

La lettura di Gramsci, del Gramsci vero, del grande dirigente del proletariato italiano e internazionale, del grande teorico del marxismo-leninismo, è quello che noi oggi sottoponiamo all’attenzione del proletariato internazionale, dei popoli antimperialisti e anticapitalisti, che vedono nel socialismo la prospettiva rivoluzionaria che può e deve cambiare il mondo.

Necessità di una politica ideologica di massa

Antonio Gramsci ha sempre attribuito un’importanza rilevante alla preparazione ideologica non solo dei militanti comunisti ma delle stesse masse popolari, al fine di condurre una efficace lotta contro il capitalismo e per il socialismo.

In uno scritto del maggio 1925 pubblicato su ” Lo Stato operaio ” del marzo-aprile 1931 egli afferma infatti che: “Noi sappiamo che la lotta del proletariato contro il capitalismo si svolge su tre fronti: quello economico, quello politico e quello ideologico, ma la lotta economica non può essere disgiunta dalla lotta politica, e né l’una né l’altra possono essere disgiunte dalla lotta ideologica. Perché la lotta sindacale, diventi un fattore rivoluzionario, occorre che il proletariato l’accompagni con la lotta politica, cioè che il proletariato abbia coscienza di essere il protagonista di una lotta generale che investe tutte le questioni più vitali dell’organizzazione sociale, cioè abbia coscienza di lottare per il socialismo. I tre fronti della lotta proletaria si riducono ad uno solo, per il Partito della classe operaia, che è tale, appunto, perché riassume e rappresenta tutte le esigenze della lotta generale. Perciò il Partito deve assimilare il marxismo e deve assimilarlo nella sua forma attuale, come leninismo.

Aspra e sferzante è infatti, a questo proposito, la critica di Gramsci alle tradizioni del movimento operaio italiano: “L’attività teorica, la lotta cioè sul fronte ideologico, è sempre stata trascurata nel movimento operaio italiano. In Italia, il marxismo (all’infuori di Antonio Labriola) è stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari. Mai, le Direzioni del Partito immaginarono che per lottare contro la ideologia borghese, per liberare cioè le masse dalla influenza del capitalismo, occorresse prima diffondere nel Partito stesso la dottrina marxista ed occorresse difenderla da ogni contraffazione. Per lottare, quindi, contro la confusione che si è andata in tal modo creando, è necessario che il Partito intensifichi e renda sistematica la sua attività nel campo ideologico, che esso ponga come un dovere del militante la conoscenza della dottrina del marxismo-leninismo, almeno nei suoi termini più generali.

E ancora, sempre nello stesso scritto, in merito all’organizzazione del Partito: “Il nostro Partito non è un partito democratico, almeno nel senso volgare che comunemente si dà a questa parola. E’ un Partito centralizzato nazionalmente ed internazionalmente. Perché il Partito viva e sia a contatto con le masse occorre che ogni membro del Partito sia un elemento politico attivo, sia un dirigente. Appunto perché il Partito è fortemente centralizzato, si domanda una vasta opera di propaganda e di agitazione nelle sue file, è necessario che il Partito, in modo organizzato, educhi i suoi membri e ne elevi il livello ideologico per guidare, in qualunque condizione, la lotta della classe operaia e delle masse popolari. La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria.

Il Partito Comunista In diversi momenti della sua vicenda politica ed umana, Antonio Gramsci ha trattato il tema della funzione storica e dell’organizzazione del Partito Comunista. In un articolo pubblicato su ” L’Ordine Nuovo ” del 4 settembre e 9 ottobre del 1920 egli afferma : “Il Partito Comunista è lo strumento e la forma storica del processo di intima liberazione per cui l’operaio da esecutore diviene iniziatore, da massa diviene capo e guida, da braccio diviene cervello e volontà; nella formazione del Partito Comunista è dato cogliere il germe di libertà che avrà il suo sviluppo e la sua piena espansione dopo che lo Stato operaio avrà organizzato le condizioni materiali necessarie. Il Partito Comunista, anche come mera organizzazione si è rivelato forma particolare della rivoluzione proletaria, compiuta dagli uomini e dalle donne organizzati nel Partito Comunista, che nel Partito si sono plasmati una personalità nuova, hanno acquistato nuovi sentimenti, hanno realizzato una vita morale che tende a divenire coscienza universale e fine per tutta l’umanità.

E, ancora, in un articolo su “L’Ordine Nuovo” dell’11 giugno 1921: “Il Partito comunista è il partito politico, storicamente determinato, della classe operaia rivoluzionaria. La classe operaia è nata e s’è organizzata sul terreno della democrazia borghese, nel quadro del regime costituzionale e parlamentare. Ecco perché,nelle varie fasi del suo sviluppo, essa ha appoggiato i partiti politici più diversi. Con la creazione del Partito Comunista, la classe operaia rompe tutte le tradizioni ed afferma la sua maturità politica. Essa vuole lavorare positivamente per il proprio sviluppo autonomo di classe; essa pone la sua candidatura a classe dirigente ed afferma di poter esercitare questa funzione storica solo in un ambiente istituzionale diverso dall’attuale, in un nuovo sistema statale e non già nel quadro dello Stato parlamentare burocratico.

Sindacati e Consigli

Il ruolo dei consigli di fabbrica come cellula del futuro Stato operaio è stato uno dei temi su cui Antonio Gramsci ha più riflettuto e scritto. Così, nell’editoriale de “L’Ordine Nuovo” del 11 ottobre 1919 leggiamo: “L’organizzazione proletaria che si riassume, come espressione totale della massa operaia e contadina, negli uffici centrali della Confederazione del Lavoro, attraversa una crisi costituzionale. Gli operai sentono che il complesso della ” loro ” organizzazione è diventato tale enorme apparato, che ha finito per ubbidire a leggi proprie, intime alla sua struttura ed al suo complicato funzionamento, ma estranee alla massa che ha acquistato coscienza della sua missione storica di classe rivoluzionaria.

La dittatura proletaria può incarnarsi in un tipo di organizzazione che sia specifico della attività propria dei produttori e non dei salariati, schiavi del capitale. Il Consiglio di fabbrica è la cellula prima di questa organizzazione. Poiché nel Consiglio tutte le branche del lavoro sono rappresentate, proporzionalmente al contributo che ogni mestiere ed ogni branca di lavoro dà alla elaborazione dell’oggetto che la fabbrica produce per la collettività, l’istituzione è di classe e sociale. Perciò il Consiglio realizza l’unità della classe lavoratrice, da alle masse una coesione ed una forma della stessa natura di quella da esse assunte nella organizzazione generale della società. Il Consiglio di Fabbrica è il modello dello Stato proletario. L’esistenza del Consiglio dà agli operai la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il loro lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia.”

Il Vaticano e l’Italia

Particolarmente netto ed inequivocabile è il giudizio di Antonio Gramsci sul Concordato fra Stato italiano ed il Vaticano compreso nei Patti Lateranensi siglati l’11 febbraio 1929 fra regime fascista e Chiesa Cattolica. Nei ” Quaderni del carcere”, infatti leggiamo: “La capitolazione dello Stato moderno che si verifica per il concordato viene mascherata identificando verbalmente concordato e trattati internazionali. Ma un concordato non è un comune trattato internazionale: nel concordato si realizza, di fatto, una interferenza di sovranità in un solo territorio statale, poiché tutti gli articoli di un concordato si riferiscono ai cittadini di uno solo degli stati contraenti, sui quali il potere sovrano di uno Stato estero giustifica e rivendica determinati diritti e poteri di giurisdizione. Il concordato intacca in modo essenziale il carattere di autonomia della sovranità dello Stato moderno. La Chiesa, in cambio, si impegna verso una determinata forma di governo di promuovere quel consenso di una parte dei governati che lo Stato esplicitamente riconosce di non poter ottenere con mezzi propri, mentre quest’ultimo riconosce pubblicamente ad una casta di suoi cittadini determinati privilegi politici.

La questione meridionale

A questo tema dedichiamo un ampio capitolo di questo documento, frutto delle riflessioni aggiornate e della ricerca dei nostri militanti. Qui ci limitiamo, quindi, a citare un brano de “L’Ordine Nuovo” del 3 gennaio 1920 che dimostra la concretezza programmatica del pensiero di Gramsci come base per la formazione di un blocco sociale di alleanza popolare. “La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletariato settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalistica,emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca ed all’industrialismo parassitario del Settentrione. La rigenerazione economica e politica dei contadini non deve essere ricercata in una divisione delle terre incolte e mal coltivate, ma nella solidarietà del proletariato industriale, che ha bisogno, a sua volta, della solidarietà dei contadini, che ha interesse a che il capitalismo non rinasca economicamente dalla proprietà terriera e che l’Italia meridionale e le isole non diventino una base militare di controrivoluzione capitalistica. Imponendo il controllo operaio sull’industria, il proletariato rivolgerà l’industria alla produzione di macchine agricole per i contadini di stoffe e calzature per i contadini, di energia elettrica per i contadini; impedirà che , più oltre, l’industria e la banca sfruttino i contadini e li soggioghino come schiavi alle loro casseforti. Spezzando l’autocrazia nella fabbrica, spezzando l’apparato oppressivo dello Stato capitalistico, instaurando lo Stato operaio che soggioghi i capitalisti alla legge del lavoro utile, gli operai spezzeranno tutte le catene che tengono avvinghiato il contadino alla sua miseria, alla sua disperazione; instaurando la dittatura operaia, avendo in mano le industrie e le banche,il proletariato rivolgerà l’enorme potenza dell’organizzazione statale per sostenere i contadini nella loro lotta contro i proprietari, contro la natura, contro la miseria; darà il credito ai contadini, instituirà le cooperative, garantirà la sicurezza personale e dei beni contro i saccheggiatori, farà le spese pubbliche di risanamento e di irrigazione. Farà tutto questo perché è suo interesse dare incremento alla produzione agricola, avere e conservare la solidarietà delle masse contadine, rivolgere la produzione industriale a lavoro utile di pace e di fratellanza fra città e campagna, tra Settentrione e Mezzogiorno“.

In merito al confronto ideologico nel PCU(b)

Nella seconda metà degli anni ’20, nel PCU(b) (che diventerà PCUS nel 1952) divampa un duro scontro politico sulle modalità e le forme di costruzione del socialismo che vedono contrapposte la maggioranza guidata da Stalin e la minoranza guidata da Trockij, Zinov’ev e Kamenev. Antonio Gramsci il 14 ottobre 1926 scrive una lettera riservata, da lui firmata a nome dell’Ufficio Politico del PCdI ed inviata a Mosca. In essa, dopo aver espresso attenzione e preoccupazione si afferma: “L’Ufficio Politico del PCdI ha studiato, con la maggiore diligenza ed attenzione che le erano consentite, tutti i problemi che oggi sono in discussione nel Partito Comunista dell’ Unione. Noi, finora abbiamo espresso un’opinione di Partito solo sulla questione strettamente disciplinare delle frazioni. Dichiariamo ora che riteniamo fondamentalmente giusta la linea politica della maggioranza del CC del Partito Comunista dell’ Unione. Ci impressiona il fatto che l’atteggiamento delle opposizioni investa tutta la linea politica del CC toccando il cuore stesso della dottrina leninista e dell’azione politica del Partito dell’Unione. E’ il principio e la pratica della dittatura del proletariato che vengono posti in discussione, sono i rapporti fondamentali di alleanza tra operai e contadini che vengono turbati e messi in pericolo, cioè i pilastri dello Stato operaio e della Rivoluzione. E’ questo per noi l’elemento essenziale delle vostre discussioni, è in questo elemento la radice degli errori del blocco delle opposizioni e l’origine dei pericoli latenti che nella sua attività sono contenuti. Nella ideologia e nella pratica del blocco delle opposizioni rinasce in pieno tutta la tradizione della socialdemocrazia e del sindacalismo, che ha impedito finora al proletariato occidentale di organizzarsi in classe dirigente.“. Il pieno appoggio alla linea della maggioranza del CC del PCU(b), guidata da Stalin, smentisce il presunto antistalinismo, in mala fede attribuito a Gramsci dai suoi esegeti opportunisti e revisionisti, fuori e dentro il PCI.

Egemonia, guerra manovrata e guerra di posizione

Una delle più disoneste manipolazioni del pensiero gramsciano, forse la peggiore, viene attuata dai suoi esegeti revisionisti distorcendo il concetto di egemonia, centrale in tutta la sua elaborazione, contrapponendolo al concetto leninista di dittatura proletaria. Lo scopo dell’operazione consiste nel tentativo di attribuire a Gramsci la paternità ideale e teorica dell’accettazione revisionista e opportunista della democrazia borghese, del parlamentarismo e delle forme legali di lotta come valori universali. Partendo da una falsa contrapposizione del “Gramsci immaturo”, cioè del dirigente rivoluzionario dell’Ordine Nuovo e delle lotte del Biennio Rosso, al “Gramsci maturo” delle riflessioni carcerarie, ridotto al ruolo di filosofo speculativo, i revisionisti cercano di spacciare il naturale sviluppo, anche autocritico, del pensiero gramsciano in merito alla sconfitta delle insurrezioni operaie del 1919-1920 come un “salto” (Paolo Spriano), una presa di distanza dalla teoria rivoluzionaria di tipo leninista.

Certamente, la manipolazione viene resa più facile dal linguaggio in codice che Gramsci è costretto ad usare per evitare le maglie della censura carceraria, per cui, in tutti i suoi scritti dalla prigionia, uno stesso termine viene utilizzato con significati diversi, a volte etimologici, altre volte come alias di concetti che, per ragioni di sicurezza, non potevano essere definiti col loro nome. Tuttavia, una lettura attenta e priva di malafede consente di desumere dal contesto il giusto significato.

E’ il caso del concetto di egemonia. In alcuni casi viene usato con il significato etimologico di “guida, capacità di direzione”, in altri è sinonimo criptato di dittatura proletaria. Su questa apparente ambiguità il revisionismo ha imbastito l’assurdo teorema della presunta opzione gramsciana per uno stato operaio, basato sulla sola creazione del consenso, che di fatto riconoscerebbe la democrazia borghese, i suoi istituti e i suoi principi come valori universali, cioè a prescindere dal loro contenuto di classe. Nulla di più falso! Lasciamo alle parole di Gramsci il compito di confutare questa menzogna: “... la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come «dominio» e come «direzione intellettuale e morale». Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a «liquidare» o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini o alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene saldamente in pugno, diventa dominante, ma deve continuare ad essere anche «dirigente»” (A. Gramsci, Quaderni del Carcere, ed. Einaudi 1975, p. 2010-2011).

Nel concetto di egemonia, Gramsci sottolinea l’unità dialettica tra dominio e direzione, tra coercizione e consenso, tra forza e convinzione e, così facendo, ribadisce la concezione leniniana della dittatura proletaria come la più alta forma di creazione del consenso all’interno del blocco sociale coagulato intorno alla classe operaia, ma anche come la più implacabile forma di coercizione, anche violenta, del blocco avversario. E ancora: “Il proletariato può diventare classe dirigente e dominante nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classe che gli permetta di mobilitare contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza della popolazione lavoratrice…” (A. Gramsci, La costruzione del Partito Comunista, ed. Einaudi, 1971, p. 140).

E’ la riproposizione della politica delle alleanze della classe operaia concepita da Lenin come condizione imprescindibile per il successo della rivoluzione e l’instaurazione della dittatura proletaria. Gramsci, giustamente, si sofferma spesso sulla componente consensuale dell’egemonia, in quanto cruciale per la creazione e la tenuta del blocco sociale rivoluzionario. L’esercizio dell’egemonia dipende dalla capacità di “dare soluzioni concrete ai problemi concreti” delle masse non proletarie, di far comprendere loro che l’attuazione degli interessi proletari coincide con la realizzazione dei loro stessi interessi, che la classe operaia, liberando sé stessa, libera l’intera società. L’egemonia è quindi anche capacità “… di conservare l’unità ideologica di tutto il blocco sociale che appunto da quella determinata ideologia è cementato e unificato.” (A. Gramsci, Il Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Editori Riuniti, p. 7), allo scopo di mantenere unito un blocco sociale disomogeneo e con contraddizioni di classe interne (pensiamo, ad esempio, alla contraddizione tra l’elemento operaio e quello piccolo-borghese contadino). In qualsiasi blocco sociale, questa “universalità” della classe egemone è affermata dagli intellettuali a lei organici, la cui funzione è appunto quella di garantire la tenuta e la compattezza del blocco sociale sul piano ideologico. Nel caso del proletariato, questa funzione è svolta dal partito rivoluzionario, il “moderno principe”, intellettuale collettivo organicamente legato alla classe operaia, che non si limita alla semplice creazione del consenso, ma agisce sulla realtà trasformandola, in un’inscindibile legame tra teoria e prassi, tra idea e azione.

Nella sua radicale critica al meccanicismo del marxismo volgare, Gramsci ammonisce che il capitalismo è in grado di superare anche la più rivoluzionaria delle crisi; il capitalismo non cade da solo se manca l’azione del soggetto rivoluzionario, cioè del partito e in questo individua le cause della sconfitta del Biennio Rosso 1919- 1920: le condizioni oggettivamente rivoluzionarie, determinatesi dopo la guerra imperialista mondiale, hanno dato vita ad un forte movimento insurrezionale del proletariato, la cui sconfitta è dovuta al difetto di condizioni soggettive, cioè alla mancanza di un partito rivoluzionario. Con buona pace dei revisionisti, Gramsci non ha alcun ripensamento né sul merito, né sulle forme di lotta, ma constata semplicemente il dato di fatto dell’assenza, in quella fase, di un partito comunista, capace di organizzare la lotta insurrezionale e guidarla alla vittoria.

Come in Gramsci è chiarissimo il ruolo dei consigli di fabbrica come embrione e modello della futura statualità proletaria, che ci autorizza “…ad affermare che il soviet è una forma universale e non è un istituto russo e solamente russo…” (A. Gramsci, Ordine Nuovo, ed. Einaudi, 1954, p. 147), così è altrettanto esplicita in lui la funzione del partito in condizioni di dittatura proletaria: “… il partito comunista educa il proletariato ad organizzare la sua potenza di classe e a servirsi di questa potenza armata per dominare la classe borghese e determinare le condizioni in cui la classe sfruttatrice sia soppressa e non possa rinascere. Il compito del partito comunista nella dittatura è dunque questo: organizzare potentemente e definitivamente la classe degli operai e dei contadini in classe dominante; controllare che tutti gli organismi del nuovo Stato svolgano realmente opera rivoluzionaria; rompere i diritti e i rapporti antichi inerenti al principio della proprietà privata” (A. Gramsci, Ordine Nuovo, ed. Einaudi, 1954, p. 42).

Un partito, quindi, che è fulcro e direzione del potere operaio, che ne verifica l’attuazione pratica e che si pone fuori e al di sopra della legalità e del diritto finora vigenti. Nulla a che vedere con la via revisionista, imboccata successivamente dai gruppi dirigenti del partito fondato da Gramsci.

L’altra grande mistificazione revisionista trae lo spunto da diversi scritti, in cui Gramsci analizza la fine della fase rivoluzionaria immediatamente successiva alla guerra imperialista mondiale e alla Rivoluzione d’Ottobre, in Italia e in Europa, ragionando di “guerra manovrata e guerra di posizione”. Premesso che dobbiamo avere sempre ben presente che si tratta di riflessioni esposte in forma di appunti, quindi prive di organicità, in una situazione di costrizione fisica e psicologica, le quali, pertanto, non possono assumere il valore di un’opera compiuta, redatta in condizioni di libertà, né tanto meno essere erette a dogma indiscutibile, anche in questo caso ci sembra comunque forzata in estrema malafede l’interpretazione che di questi concetti hanno dato i revisionisti. In posizione di forte critica all’interpretazione trotzkista della concezione marxiana di “rivoluzione permanente”, Gramsci scrive: “E’ da vedere se la famosa teoria di Bronstein[Trotzki] sulla permanenza del movimento non sia il riflesso politico della teoria della guerra manovrata …, in ultima analisi il riflesso delle condizioni generali-economiche-culturali-sociali di un paese in cui i quadri della vita nazionale sono embrionali e non possono diventare «trincea o fortezza». In questo caso, si potrebbe dire che Bronstein, che appare come un «occidentalista» era invece un cosmopolita, cioè superficialmente nazionale e superficialmente occidentalista o europeo. Invece Ilici [Lenin] era profondamente nazionale e profondamente europeo. … Mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel 1917, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente … Questo mi pare significare la formula del «fronte unico» … In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente … lo Stato era solo una trincea avanzata dietro cui stava una robusta catena di fortezze e casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale.” (A. Gramsci, Quaderni del Carcere, ed. Einaudi 1975, p. 866- 865). E ancora: “ Questa mi pare la questione di teoria politica la più importante, posta dal periodo del dopo guerra e la più difficile ad essere risolta giustamente. Essa è legata alle questioni sollevate dal Bronstein, che in un modo o nell’altro, può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta. Solo indirettamente questo passaggio nella scienza politica è legato a quello avvenuto nel campo militare, sebbene certamente un legame esista ed essenziale. La guerra di posizione domanda enormi sacrifici a masse sterminate di popolazione; perciò è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più «intervenzionista», che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente «l’impossibilità» di disgregazione interna: controlli di ogni genere, politici, amministrativi ecc., rafforzamento delle «posizioni» egemoniche del gruppo dominante ecc. Tutto ciò indica che si è entrati in una fase culminante della situazione politico-storica, poiché nella politica la «guerra di posizione», una volta vinta, è decisiva definitivamente.” (A. Gramsci, Quaderni del Carcere, ed. Einaudi 1975, p. 801-802).

Anche di queste considerazioni di Gramsci si sono serviti, stravolgendole, i teorici revisionisti per affermare una sua presunta presa di distanza dall’esperienza dell’Ottobre sovietico e dell’insurrezione armata, attribuendogli, a sproposito, la paternità di una concezione gradualistica del processo rivoluzionario. Il tentativo manifesto della manipolazione è quello di dare nobili natali alle successive deviazioni revisioniste che hanno portato alla mutazione genetica e alla dissoluzione del PCI, dall’accettazione aprioristica della democrazia e della legalità borghesi, alla concezione di una via parlamentare al socialismo, alla partecipazione condivisa e convinta alle istituzioni dello Stato borghese, anche a quelle non elettive. Nulla di tutto ciò è presente nell’opera, teorica e pratica, di Gramsci.

Intanto, per capire la riflessione gramsciana, occorre tenere ancora una volta presente il momento storico in cui scrisse questi appunti, contenuti nei Quaderni N° 6 e N° 7, cioè dal 1930 al 1932 e, soprattutto, circoscriverla al reale oggetto di analisi. Sono passati più di dieci anni dalla sconfitta delle insurrezioni operaie del Biennio Rosso in Italia e dei tentativi rivoluzionari in Polonia, Ungheria e Germania. Il movimento operaio è uscito battuto da quelle esperienze, l’ondata rivoluzionaria si è arrestata, è iniziata una fase controrivoluzionaria, con l’ormai decennale affermazione del fascismo in Italia e l’ascesa del nazismo in Germania, il tentativo di fermare il fascismo sul piano militare, con l’esperienza degli Arditi del Popolo e delle Squadre d’Azione Comunista, è fallito. D’altro canto, l’Unione Sovietica non solo resiste, ma cresce. Su questi fatti, storicamente circoscritti, riflette Gramsci, valutando le tattiche che il movimento operaio aveva applicato nei dieci anni trascorsi dalla fine dei tentativi rivoluzionari, interrogandosi sulle ragioni della sconfitta. La riflessione avviene tenendo conto della lotta tra la linea della maggioranza del PCU(b), guidata da Stalin, contro le posizioni di Trotzki, ormai espulso dal partito e dall’Unione Sovietica.

Nel primo testo citato, Gramsci si riferisce al fallimento delle insurrezioni operaie in Europa – e solo a quelle -, non all’esperienza dell’Ottobre. Usa il passato, quindi non fa affermazioni a valenza generale, ma a valenza particolare, con precisa collocazione spazio-temporale; ragiona di tattica, non di strategia, cioè non mette in discussione né l’obiettivo (la dittatura proletaria), né il metodo in sé (l’insurrezione armata), ma acutamente rileva l’inadeguatezza dell’applicazione di una tattica in sé giusta nel momento sbagliato, cioè quando ormai era incominciata la fase controrivoluzionaria; giustamente fa notare l’assenza di una “ricognizione” preventiva, di un’analisi scientifica dei rapporti di forza reali all’interno di ciascun paese. E’ questa la lezione storica che Gramsci trae dalle vicende degli anni 1919-1920 in “Occidente”, cioè in Europa: la maggiore articolazione della società civile in questi paesi rispetto “all’Oriente”, alla Russia e il sostanziale equilibrio tra società civile e società politica, tra apparato di creazione del consenso e apparato di dominio, influiscono sui rapporti di forza tra le classi e rendono necessario un intenso ed efficace lavoro per la conquista dell’egemonia e la costruzione del blocco sociale rivoluzionario prima (prima, non invece!) dell’assalto frontale, per crearne le condizioni. In sostanza, una tattica non esclude l’altra, ma, a seconda della situazione reale, la guerra di posizione può servire a creare le condizioni soggettive per la guerra di movimento. Gramsci non dice che in Occidente l’unica tattica praticabile in qualsiasi tempo è quella della guerra di posizione, ma dice che nel 1919-1920, in quel preciso periodo storicamente determinato, questa sarebbe stata l’unica tattica applicabile in Europa.

Nel secondo brano riportato più sopra, Gramsci sviluppa ulteriormente ciò che Lenin aveva compreso già nel 1921, cioè che l’ondata rivoluzionaria si era arenata e che un assalto frontale al capitalismo in Europa sarebbe stato destinato al fallimento e avrebbe messo in pericolo la sopravvivenza stessa del primo stato proletario al mondo.

Lenin, Stalin e Gramsci, in forte sintonia e in contrapposizione all’avventurismo trotzkista, capiscono che è giunto il momento di passare alla guerra di posizione, cioè ad erigere quelle “trincee e casematte”, questa volta proletarie, che avrebbero consolidato la costruzione del socialismo “in un paese singolarmente preso”. Per Gramsci il passaggio a questa nuova, durissima, fase di guerra di posizione comporta “una concentrazione inaudita dell’egemonia“. Emerge in questo suo scritto il nesso dialettico tra direzione e dominio all’interno del termine “egemonia”, che viene a coincidere con quello di dittatura proletaria.

La guerra di posizione, quindi, è una tattica, determinata dalle concrete condizioni storiche, applicabile sia alla fase preparatoria dell’assalto rivoluzionario, sia alla fase successiva di costruzione del socialismo. Non è, per Gramsci, l’alternativa “all’abbattimento violento della società borghese” (K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista), né è sinonimo di via parlamentare, che non è guerra, ma compartecipazione, né comporta l’osservanza della legalità borghese, così come la “conquista delle trincee e delle casematte” non significa affatto l’insediamento, lautamente retribuito, nelle istituzioni borghesi. Neppure implica una visione gradualistica, per cui prima si dovrebbe conquistare l’egemonia e poi il potere. Anche a volere scindere i due concetti, intendendo l’egemonia come sola capacità di direzione e non anche come esercizio del dominio, è evidente che, se teniamo presente il nesso indissolubile tra teoria e prassi che caratterizza tutto il pensiero gramsciano, l’egemonia non può che costruirsi attraverso l’azione concreta per la conquista del potere, attraverso l’iniziativa rivoluzionaria.

Sono questi solo alcuni frammenti dell’articolato e profondo pensiero di Antonio Gramsci su alcuni dei principali temi della sua elaborazione e della sua battaglia politica “nel mondo grande e terribile“, come era solito chiamare il contesto in cui si trovò ad operare. Da essi i comunisti possono, ancor oggi, trarre spunto ed ispirazione per la loro lotta, in un mondo non meno “grande e terribile” di quello in cui visse e lottò il fondatore del Partito Comunista d’Italia.

4) Il revisionismo italiano, dal dopoguerra fino al PD.

C’è sempre un inizio. Come il virus infetta il corpo, come la ruggine logora il ferro. Ci chiediamo: cosa ha portato la grande esperienza storica e politica dei comunisti in Italia alla irrilevanza politica e alla miseria odierna? Durante questo percorso, su cui ha certo inciso anche il contesto esterno, ci sono state frenate e accelerazioni, avanzate ed anche sconfitte. Alla fine il più grande partito comunista d’Occidente – il partito di Antonio Gramsci – è arrivato alla sua consunzione. E’ chiaro che chi, come noi, vuole ricostruire un vero Partito Comunista in Italia, non può esimersi da una analisi seria e approfondita di questi perché. Non affretteremo conclusioni che solo con un percorso condiviso di rilettura del passato si potranno avere, ma è utile fare un po’ di chiarezza qui ed ora. Abbiamo ritenuto strategico analizzare la storia del PCUS e dell’URSS, serve farlo anche per l’ Italia, il nostro Paese.

La temperie in cui Palmiro Togliatti dirige il PCI post-resistenziale era innegabilmente avversa ad una reale possibilità di ‘fare la rivoluzione’ in Italia. Detto questo, non si può ignorare in che misura ed in che cosa Togliatti abbia fatto, o non abbia fatto, nel fare pesare i ‘rapporti di forza’ nell’arena italiana. Non essendo trotzkisti, non saremo così falsi e faziosi nel dire che il “tradimento” della rivoluzione inizia con la svolta di Salerno, tuttavia sia questa, sia i suoi successivi sviluppi esigono una riflessione più approfondita che il nostro Partito dovrà affrontare. Sarebbe infatti troppo semplicistico liquidarla come un “tradimento”, sic et simpliciter. Nelle date condizioni del 1944 il PCI, con il Nord del Paese occupato dai tedeschi e dai loro servi fascisti e il Sud “liberato” dagli angloamericani (che appoggiano la monarchia e il debole governo Badoglio), lavorò per emarginare le posizioni attendiste di chi voleva delegare agli eserciti alleati la liberazione dell’Italia, coinvolgendo invece le masse popolari nello sforzo, anche militare, antifascista. La linea del Congresso di Bari, che ribadiva la pregiudiziale antimonarchica e propugnava il rovesciamento di Badoglio e la sostituzione del suo governo con un governo del CLN, si stava rivelando impraticabile e paralizzante.

E’ opportuno riportare quanto scrive a questo proposito Pietro Secchia: «Se non ci fosse stata la guerra e la necessità di vincerla per schiacciare il nazismo, noi avremmo potuto e saputo risolvere rapidamente la situazione con un’azione rivoluzionaria delle masse. Ma appunto perché c’è la guerra, che è malgrado tutto la nostra guerra, dobbiamo tutti evitare che le masse, giustamente esasperate da una situazione che non è più tollerabile, tentino di risolvere spontaneamente la situazione in forme che potrebbero essere una limitazione dello sforzo di guerra.»[P. Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione, Feltrinelli, Milano, 1975 ]; e, più oltre: «Il Consiglio nazionale del PCI iniziò i suoi lavori a Napoli il 30 marzo con un rapporto di Velio Spano sulla situazione del paese e del partito, dal quale emergevano l’imbarazzo di chi era ormai convinto dell’impossibilità di risolvere la situazione restando sulle posizioni tattiche del congresso dei CLN di Bari e la logica della vecchia impostazione: “costituendo un governo democratico, che è il nostro obiettivo, noi faremo fare un passo decisivo in avanti alla situazione italiana e ci metteremo contemporaneamente in condizione di dare un maggiore contributo allo sforzo di guerra”. Togliatti nel suo intervento, sempre sulla base di un’analisi della situazione italiana ed internazionale, impostò la questione in questo modo: “Nessuna libertà potrà essere garantita al popolo italiano fino a che i nazisti non saranno stati cacciati dal territorio nazionale. Bisogna quindi intensificare lo sforzo di guerra per liberare il paese. Costituiamo dunque un governo di unità nazionale e in tal modo faremo fare anche un passo notevole alla situazione.” Dimostrò che bisognava uscire da una situazione caratterizzata dall’esistenza, da una parte, di un governo investito del potere ma privo di autorità perché privo dell’adesione dei partiti di massa, dall’altra parte di un movimento di massa autorevole, ma escluso dal potere. “Tale situazione, mentre alimentava confusione e disordine, stancava e deludeva le masse “creando un ambiente favorevole agli intrighi reazionari”. Il Consiglio nazionale approvava l’indicazione e l’iniziativa presa dal compagno Togliatti di costituire un governo di un’unità nazionale.» [P. Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione, Feltrinelli, Milano, 1975 ].

Anche a seguito dell’avvenuto riconoscimento del governo Badoglio da parte dell’URSS, ai fini di ottimizzare e massimizzare lo sforzo bellico, l’idea di sviluppare, in quel momento, un fronte di lotta e di alleanze, sociali e politiche, il più ampio possibile contro un nemico fortissimo e mostruoso, rinviando ad un secondo momento la questione istituzionale, era di per sé valida e imposta dalle condizioni oggettive (lo stesso Secchia virgoletta sempre il termine “svolta”).

Si tratta di capire, invece, perché e come questo “compromesso temporaneo” abbia perso il suo carattere di temporaneità, finendo per oscurare gli obiettivi rivoluzionari in riferimento alla questione, centralissima per i comunisti, dello stato e del potere. Assolutamente da respingere la tesi, secondo la quale ciò fu una conseguenza della Conferenza di Yalta. A Yalta, Stalin, Roosevelt e Churchill non divisero il mondo in sfere d’influenza talmente definite da segnare per sempre le sorti dell’Italia in modo netto ed irrevocabile con quella “spartizione”. Infatti nelle Conferenze di Teheran (1943), della stessa Yalta (febbraio 1945), e Postdam (luglio 1945) si decise in primo luogo del problema tedesco e si definirono ipotesi di assetto provvisorio delle nazioni europee, in attesa di poter realizzare il principio dell’autodeterminazione dei popoli, con la conseguente scelta del sistema sociale.

Crediamo, piuttosto, che le deviazioni dal percorso rivoluzionario originino da errori di valutazione della situazione e delle prospettive da parte di Togliatti e di parte del gruppo dirigente del PCI.

L’insegnamento della Terza Internazionale fu fondamentale nella vittoria sul nazifascismo, consentendo di acquisire stima, fiducia e simpatia da parte delle masse popolari. Nel corso della Resistenza nei vari paesi europei, i partiti comunisti che ne avevano fatto parte, piccoli e clandestini, raccolsero gli elementi migliori espressi dalla lotta antifascista e crebbero enormemente perché seppero unire al compito della lotta alla barbarie nazifascista l’obiettivo dell’emancipazione delle classi oppresse. E’ ciò che fece anche il PCI, che crebbe molto, diventando, per numero di aderenti, il primo partito popolare. Sempre l’eredità delle linee direttive della Terza Internazionale imponeva di non delegare la liberazione dei popoli agli eserciti alleati, né che la Resistenza al nazifascismo si manifestasse come fatto spontaneo e disorganizzato senza riferimenti politici, né ancora che il crollo delle forze dell’Asse comportasse il ritorno alle forme statuali prebelliche.

Quindi, una volta sconfitto lo Stato fascista, si pensava di sostituirlo con uno stato di tipo nuovo che non fosse la semplice riedizione del vecchio stato liberale.

Quali dovevano essere le sue caratteristiche? La teoria comunista dello Stato prevede che, una volta rovesciato il dominio borghese con la rivoluzione, non sia sufficiente semplicemente sostituirsi alla borghesia alla guida dello stato, ma sia necessario distruggere la “macchina” dello stato borghese per crearne un’altra, espressione della nuovo potere proletario. Quale forma concreta doveva assumere il nuovo Stato, su quale tipo di istituzioni doveva basarsi? Questo problema aveva trovato risposte sempre più precise con la diffusione delle sollevazioni rivoluzionarie, dalla Comune di Parigi fino all’Ottobre Sovietico. Gli stati usciti dalla guerra e dalla Resistenza avevano, invece, forme non ancora definite; il potere non era saldamente e definitivamente in mano a nessuna delle classi, al relativo potere di una classe faceva da contrappeso il contro-potere della classe antagonista (dualismo di potere), con rapporti di forza variabili in base a diversi fattori, tra cui non ultimi i rapporti di forza internazionali, ma la battaglia per gli assetti istituzionali in Italia non era così definita.

I Comitati di Liberazione Nazionale avrebbero potuto costituire il modello di una nuova macchina statale, in senso marxista-leninista e in un’accezione estensiva di fronte popolare, con cui sostituire la vecchia macchina statale, distrutta, nel nuovo Stato post-resistenziale. Molti Paesi dell’Europa Orientale, sconfitte le componenti borghesi anche per via parlamentare, diventarono infatti democrazie popolari, utilizzando quelle forme di coalizione politica e organizzazione statuale che si erano affermate nella fase resistenziale e risolvendo il dualismo di potere a favore del proletariato.

Una corretta analisi marxista-leninista dimostra che in Italia, dal 1944 al 1947, si è verificata appunto una tipica situazione di dualismo di potere, dove al potere “legalmente costituito” della monarchia, della grande borghesia e dei governi che ne furono espressione, faceva da contraltare il contro-potere di un proletariato che poteva contare su un’avanguardia, anche armata, di 2.500.000 uomini, inquadrati nelle fila del PCI, in forte analogia con il dualismo di potere tra governo provvisorio e soviet che si manifestò nella seconda fase della Rivoluzione Russa. Mentre in Russia il dualismo si risolverà nel modo che tutti conosciamo, in Italia darà vita al governo di unità nazionale, del quale faranno parte i partiti antifascisti, compreso il PCI, fino al 1947.

Gli errori tattici e di valutazione di Togliatti e della maggioranza del gruppo dirigente del PCI di quegli anni risultano comprensibili come tali – e non semplicisticamente liquidabili come tradimento -, solo alla luce di questa analisi.

Un primo errore è costituito dall’accettazione dei meccanismi e delle forme della democrazia borghese a priori. Fermo restando il rinvio della questione istituzionale a liberazione avvenuta e guerra terminata, sarebbe stato indubbiamente più coerente agli insegnamenti del marxismo-leninismo non abbracciare tout court la soluzione dell’assemblea costituente eletta a suffragio universale (in un paese disabituato all’esercizio dei diritti democratici, largamente analfabeta e manipolato dai preti!), ma rimandare a quelle forme di coalizione e organizzazione del potere che stavano concretamente scaturendo dalla Resistenza. Connesso a questo, il secondo errore: l’assolutizzazione graduale di un compromesso che sarebbe dovuto essere temporaneo e limitato al periodo di belligeranza, fino all’accettazione definitiva della democrazia e delle istituzioni borghesi come unico terreno di lotta. Crediamo che le cause di queste due deviazioni debbano essere individuate, da un lato, nella sopravvalutazione delle capacità del Partito di risolvere a favore del proletariato il dualismo di potere in atto agendo principalmente sul terreno scivoloso della democrazia parlamentare borghese e, dall’altro lato, dalla sottovalutazione della forza del Partito e della sua capacità di resistenza e dissuasione di eventuali tentazioni reazionarie sul terreno a lui più consono, quello dello sviluppo delle lotte di massa, mai venute meno, neanche durante la clandestinità e la lotta armata. La prima considerazione ci insegna come non sia scontato che una grande forza organizzativa e militante si traduca automaticamente in un analogo peso elettorale. Pensiamo al risultato risicato del referendum monarchia-repubblica o all’insuccesso elettorale del Fronte Popolare nel 1948. La seconda considerazione spiega il timore, esagerato, delle possibili reazioni, interne e internazionali, di fronte a qualsiasi radicalizzazione dello scontro di classe. Pensiamo all’inerzia con cui viene accettata l’esclusione del PCI dal governo del Paese nel 1947, ma anche all’inserimento dei Patti Lateranensi e del Concordato nell’art. 7 del progetto di Costituzione per paura di una guerra di religione, minacciata da Pio XII. La valutazione sbagliata circa la durata e la tenuta dell’unità antifascista, considerate ormai come scontate, darà origine a provvedimenti quali l’amnistia ai fascisti e sfocerà poi nell’imprevista espulsione dei comunisti dal governo. Questa espulsione risolverà definitivamente il dualismo di potere a favore della borghesia. Infatti, l’analisi storica marxista-leninista ci insegna che le situazioni di dualismo non sono eterne, ma storicamente determinate e limitate nel tempo, in quanto vengono risolte, a favore di una classe o dell’altra, dalla dialettica della lotta di classe in un insieme di condizioni oggettive e soggettive, un fatto che era sfuggito totalmente alla maggioranza dei dirigenti del PCI di allora.

Lo stato italiano di oggi non ha nulla a che spartire con lo stato nato dalla Resistenza, in quanto conclamatamente borghese per via della soluzione che il dualismo trovò nel 1947. Non riconoscendo il dualismo che caratterizzò lo Stato italiano nato dalla Resistenza dal 1944 al 1947, i revisionisti e gli opportunisti identificano lo Stato italiano di oggi con lo Stato post-resistenziale, in una visione aclassista della storia. Specularmente, tutte le ricostruzioni storiche da parte delle formazioni estremistiche di ultrasinistra presentano lo Stato italiano dell’immediato dopoguerra come uno Stato borghese puro e semplice, fin dalla sua nascita, negando anch’esse il dualismo di potere e la lotta di classe che si svolgeva al suo interno. Si tratta di una rappresentazione appunto contraria ma simmetrica a quella che danno i revisionisti.

Il Comitato di Liberazione per l’Alta Italia (CLNAI) aveva nelle brigate partigiane e nei GAP le massime espressioni organizzative di lotta armata contro il potere nazifascista. A differenza di quanto avveniva nei CLN delle zone “liberate” dagli alleati, dove la passività delle masse era pressoché totale, il CLNAI, su spinta del PCI, si preoccupò costantemente del loro coinvolgimento nella guerra di liberazione, a partire dall’organizzazione dei grandi scioperi del 1943. Il CLNAI e il PCI al suo interno avevano ben presente l’indispensabile collegamento tra lotta partigiana e lotta politica e sociale di massa, magari innescata anche da semplici rivendicazioni economiche. Queste particolari condizioni fecero maturare vere e proprie esperienze di governo popolare, guidato dal CLNAI, in forme che avrebbero potuto essere adottate per la futura organizzazione statuale dell’Italia liberata. Nelle fabbriche, ad esempio, vennero istituiti i Consigli di Gestione, un embrione di democrazia consigliare simile a quello sovietico. Le diverse condizioni oggettive nelle zone occupate dagli angloamericani, la debolezza del PCI in quelle regioni e la conseguente mancanza di esperienze soggettive analoghe a quelle maturate al Nord, spiegano il relativo predominio delle “alchimie istituzionali” nel CLN centrale. Mentre in Alta Italia, liberazione dal nazifascismo ed emancipazione sociale formano un unico, inscindibile obiettivo, a livello centrale questa unicità viene a mancare, per cui non solo la battaglia sull’assetto istituzionale, sulla forma, viene rimandata a tempi successivi, – cosa ammissibile, come già detto -, ma anche la battaglia sul contenuto sociale del nuovo stato, sulla sua sostanza di classe, sfuma in una prospettiva temporale indefinita, sacrificata alle sole esigenze dello sforzo bellico.

Fu questo, probabilmente, il più grave errore di valutazione di Togliatti e della maggioranza del gruppo dirigente del PCI. La “svolta”, comunque, passò a maggioranza, ma venne interpretata e attuata in modo diverso al Nord, rispetto al Centro e al Sud. Per Pietro Secchia e il gruppo dirigente del Nord, l’apertura a nuove forze e componenti sociali, il loro coinvolgimento attivo nella lotta di liberazione non doveva offuscare gli obiettivi di giustizia e emancipazione, ma favorire la lotta contro gli elementi antinazionali: attendisti, industriali antifascisti a parole, ma collaborazionisti nei fatti, alti ufficiali che aiutavano fascisti e tedeschi nella caccia ai partigiani, doppiogiochisti e così via. A livello centrale, però, si invitava alla cautela e alla moderazione, per non turbare le componenti più borghesi della coalizione antifascista. Con il feticcio dell’unità a tutti i costi e della salvaguardia degli equilibri iniziava, in quegli anni, ad incistarsi nel corpo del partito quel virus del “cretinismo parlamentare” che lo avrebbe infettato per tutti gli anni a venire, fino alla sua dissoluzione.

Nel CNL si manifestarono da subito divergenze sul modo di condurre la lotta e sulla funzione dei CLN stessi a liberazione avvenuta. La Democrazia Cristiana ed il Partito Liberale li volevano organi transitori. Per comunisti, azionisti e socialisti, questi organismi dovevano invece trasformarsi in strumenti di un nuovo ordinamento politico-sociale.

Il comunista Eugenio Curiel, giovanissimo scienziato e studioso di marxismo-leninismo, ucciso a Milano dai fascisti pochi giorni prima della Liberazione a soli 33 anni, teorizzò una forma statuale che indicò come “democrazia progressiva”, caratterizzandone così la funzione: “garantire le condizioni politiche e sociali migliori all’opera della ricostruzione, senza assegnare per questo un confine precostituito tra problemi della ricostruzione e problemi dell’edificazione della società socialista…dobbiamo lottare perché la democrazia progressiva si realizzi superando i limiti e gli ostacoli che le vorranno frapporre le forze reazionarie, dobbiamo lottare perché la rottura si operi nelle condizioni a noi più favorevoli, quindi in condizioni tali che la rottura venga ad essere la meno costosa possibile per la classe operaia e per tutta la nazione”. La formulazione della democrazia progressiva fu fatta propria dal PCI al suo V Congresso. Essa era intesa, nell’accezione di Curiel, come trasformazione rivoluzionaria dello Stato, che avrebbe dovuto basarsi appunto sui CNL. Va rilevato come in Curiel siano ben presenti sia il nesso tra liberazione e costruzione del socialismo, sia l’ineluttabilità della rottura con la borghesia, cioè la temporaneità del compromesso con questa. Uno Stato di tale genere avrebbe determinato condizioni massimamente favorevoli per la rottura rivoluzionaria e per la conquista dell’egemonia da parte dei comunisti. Nel rapporto alla Direzione del PCI del marzo 1945, Pietro Secchia affermò: “Prima, durante e dopo l’insurrezione, dovremo riuscire a coprire le nostre città e le nostre campagne di una rete di migliaia e migliaia di Comitati di liberazione, di fabbricato, di villaggio, di officina. Saranno questi gli organismi popolari su cui poggia il movimento insurrezionale, sui quali poggerà il governo democratico in Italia. Senza questi organismi, base del potere popolare, è vano parlare di democrazia progressiva”.

Purtroppo, è difficile trovare una citazione di Togliatti che si riveli in sintonia con Curiel e Secchia a proposito dei CLN e della democrazia progressiva. “Noi desideriamo – disse in un discorso a Napoli nel 1944 -, che al popolo italiano venga garantito nel modo più solenne che, liberato il paese, un’Assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale libero, diretto e segreto, da tutti i cittadini, decida delle sorti del paese e della forma delle istituzioni…Questa posizione è democraticamente la più corretta… Ponendo alla base del nostro programma politico immediato la convocazione di un’Assemblea costituente dopo la guerra, ci troviamo in compagnia degli uomini migliori del nostro Risorgimento, in compagnia di Carlo Cattaneo, di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, e in questa compagnia ci stiamo bene”. Togliatti non si richiama evidentemente alla storia e al patrimonio ideale del proletariato Al già citato errore, la scelta aprioristica delle forme della democrazia borghese a scapito delle forme che scaturivano direttamente dalla lotta partigiana e popolare e alla dubbia scelta delle compagnie, almeno per quanto riguarda Cattaneo e Mazzini, somma qui un altro, esiziale errore: la concezione della Resistenza come questione di indipendenza nazionale a prescindere dai suoi contenuti e motivazioni sociali, come continuazione ideale del Risorgimento. Gramsci definì il Risorgimento come “rivoluzione incompiuta”, mettendo in luce la debolezza e lo spirito compromissorio della borghesia italiana, incapace di costruire fino in fondo il proprio stato nazionale senza un compromesso di classe con l’ancien régime. Stalin, nel saluto alle delegazioni estere, presenti al XIX Congresso del PCUS, sottolineò come fosse compito dei comunisti “raccogliere le bandiere che la borghesia lascia cadere” nella corsa alla massimizzazione del profitto, perseguita calpestando i principi stessi delle rivoluzioni borghesi. Tuttavia, per Gramsci come per Stalin, il compimento della rivoluzione borghese, inteso come realizzazione effettiva dei proclamati principi di libertà e eguaglianza, può avvenire compiutamente solo “dopo” la rivoluzione socialista, non “invece” di questa. E’ evidente come, con queste premesse, la democrazia progressiva venga svuotata di ogni contenuto rivoluzionario, per diventare una chimera all’insegna di un gradualismo che nulla ha a che vedere con l’insegnamento marxista-leninista. L’idea che fosse possibile “superare” il capitalismo attraverso la sola via parlamentare e con graduali riforme che introducessero “elementi di socialismo” era e rimane infondata e antiscientifica.

In merito alla mancanza delle condizioni oggettive per una rivoluzione proletaria, Pietro Secchia, allora responsabile dell’organizzazione del PCI, fece saggiamente notare (per quei tempi una precisazione del genere suonava come una critica serratissima) che “..tra il fare l’insurrezione e non far nulla ce ne passa..” ed è chiaro che il riferimento era diretto alla politica togliattiana, che scelse la via istituzionale come strategica sin dal 1944, quando l’esperienza di governo popolare dei CLN avrebbe potuto porre altre prospettive. La cacciata dei comunisti dal governo nel 1947 segnò il punto di non ritorno di tale strategia: quell’evento così significativo non ebbe alcuna reazione, neanche uno sciopero generale politico, al massimo qualche strillo sull’Unità.

Si può, quindi, affermare che il PCI, dopo la Liberazione, abbia perso “a tavolino” la battaglia per la conquista del potere, senza aver mai tentato neppure di ingaggiarla. In tutti i momenti decisivi ha prevalso la linea togliattiana della difesa dello “Stato democratico, nato dalla Resistenza”.

Dopo quanto detto finora, non si può passare sotto silenzio la politica dei quadri condotta da Togliatti, con la quale nel PCI di fatto veniva esautorato il gruppo dirigente proveniente dalla Resistenza, sostituendolo con funzionari certamente di qualità ma di estrazione borghese, privi dell’esperienza della clandestinità e della resistenza armata.

Togliatti costruì la svolta dell’VIII Congresso in modo, per quanto possibile, indolore. Fu indetta la IV Conferenza Nazionale in preparazione del congresso, la quale decise la sostituzione di ben il 30% dei dirigenti del partito con nuovi funzionari e quadri politici. “Riguardo all’anzianità del partito, fra i delegati alla IV Conferenza Nazionale, rispetto al VII Congresso, vi fu un’accresciuta partecipazione di elementi entrati nel partito dopo il 25 aprile 1945″.

Le conclusioni della Conferenza, di fatto, anticiparono l’VIII Congresso (1956): fu appunto allontanata dai vertici una gran parte dei dirigenti formatisi nel fuoco della lotta partigiana, sostituiti da giovani quadri, entrati nel partito dopo il 25 aprile. A quattro giorni dalla chiusura della Conferenza venne formata una nuova segreteria, dalla quale fu escluso uno dei più prestigiosi rappresentanti della generazione che aveva combattuto in Spagna e poi in Italia, nella clandestinità e nella Resistenza: Pietro Secchia. Dall’VIII Congresso in poi, lo stato borghese italiano verrà identificato con lo “Stato uscito dalla Resistenza”, la cui salvaguardia acritica diventerà il punto centrale del programma del PCI fino al suo scioglimento. Quel Congresso sanzionò ufficialmente e irreversibilmente la svolta revisionista- khruscioviana del PCI. Non a caso Togliatti disse: “Noi comunisti italiani siamo stati quel settore che ha dato un maggior contributo alla progressiva elaborazione di queste posizioni nuove (XX Congresso del PCUS)…”. “Il XX Congresso ha constatato che oggi il socialismo non è più limitato ad uno Stato, ma è diventato un sistema mondiale di Stati… Da queste constatazioni sono derivate parecchie conseguenze che riguardano il nostro orientamento politico generale, la nostra strategia, la nostra tattica. Prima grande conseguenza è la evitabilità della guerra … Il XX Congresso ha ricavato anche la conseguenza che la marcia verso il socialismo prende aspetti diversi da quelli che ha avuto nel passato: non è più indispensabile…la via dell’insurrezione come si dovette fare in Russia nel 1917; è possibile giungere ad attuazioni socialiste seguendo l’utilizzazione del Parlamento”.Con queste parole, pronunciate all’VIII Congresso del PCI, Togliatti assume a bagaglio ideologico del partito gran parte delle deviazioni revisioniste di Khrusciov, dalla teoria della coesistenza pacifica e dell’evitabilità della guerra, al parlamentarismo come percorso per giungere al socialismo. Ci si può chiedere se lo fece convintamente o sulla base della considerazione della necessità di sostenere comunque l’Unione Sovietica, soprattutto dopo i fatti di Ungheria. Resta il fatto che quelle scelte avvieranno definitivamente il PCI sulla strada del revisionismo.

La storia degli anni successivi dimostra che la borghesia italiana, diventata nel 1947 detentrice assoluta del potere statale, lo usa con lo scopo manifesto di piegare la classe operaia e di scompaginare e mettere all’angolo il Partito Comunista.

Gli episodi di repressione e provocazioni negli anni bui del governo Scelba ne sono la riprova. In questa situazione la politica il PCI si limitò alla difesa del proprio diritto all’esistenza e alla difesa della legalità “democratica”, incapace di contrattaccare in modo incisivo. Con il passare degli anni, il feticcio dell’unità interna ha sempre viziato il dibattito su linea e programma, facendo sì che le divergenze apparissero in forme attutite, nascoste, ovattate, tali da non rivelarsi mai come contrasti di principio, in un’errata applicazione del centralismo democratico, tesa solo alla perpetuazione del gruppo dirigente in carica. Le migliaia di militanti, che avevano dedicato la loro vita alla passione comunista, ebbero difficoltà sempre più serie ad orientarsi e, tanto più, a schierarsi.

Per contro, è innegabile il ruolo fondamentale che il PCI ha svolto nel dopoguerra per l’affermazione dei diritti dei lavoratori, per il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro, ottenendo conquiste significative, ma non irreversibili, sul piano sociale ed economico. Da qui la nostra difesa del suo ruolo, che rivendichiamo come parte della nostra storia, tanto dagli attacchi di destra e reazionari, quanto da quelli dell’estremismo parolaio e avventuristico. Un conto è la ‘nostra’ critica, da comunisti, a Togliatti, che tra l’altro analizzò strutturalmente la dittatura italiana nelle celebri “lezioni sul fascismo”, un altro è togliere il suo nome dalla toponomastica delle città, come vorrebbero Alemanno e Volonté, o definirlo un traditore del proletariato, come fanno alcuni cripto-estremisti: a questo ci opporremo sempre.

Nel dopoguerra esistevano consistenti margini, economici e politici, che rendevano possibile un disegno riformista, anche grazie agli equilibri e ai rapporti di forza internazionali tra paesi socialisti e paesi imperialisti. Il PCI seppe utilizzarli con successo a vantaggio della classe operaia e dei lavoratori, ma non fu capace di collegare, o non volle collegare, queste conquiste e le contraddizioni che esse aprivano con l’obiettivo politico della conquista del potere. Si comportò come un buon partito socialdemocratico, ma altra cosa deve essere un partito rivoluzionario, un partito realmente comunista che, tenendo sempre conto dei rapporti di forza esistenti, mantenga inalterata la spinta verso l’obiettivo finale. Certamente, il PCI accumulò, in quel lungo periodo, un immenso e qualificato patrimonio, fatto di militanza, passione e onesti rapporti umani, che ne ha costituito l’eredità più preziosa, purtroppo tradita e dissipata dopo, anche dai gruppi dirigenti succedutisi alla guida del tentativo “rifondativo”, che dicevano una cosa, ma ne avevano in testa un’altra, nettamente diversa.

L’VIII Congresso sancì anche la definitiva adozione del concetto di ‘via nazionale al socialismo’. Al di là delle originali intenzioni di Togliatti, vere o presunte, questa non divenne una creativa tattica per raggiungere il nobile scopo tenendo nella dovuta considerazione le particolari condizioni e caratteristiche dell’Italia, ma si trasformò in una teoria che negava la validità delle leggi generali dello sviluppo capitalistico, economico, sociale e politico-statuale, che agiscono in modo sostanzialmente uguale in tutti i paesi, indipendentemente dalle loro peculiarità storiche e culturali, in nome di una indimostrata prevalenza del particolare sul generale. Il suo naturale evolversi fu un continuo e progressivo allontanamento dai principi scientifici del marxismo-leninismo, fino ad approdare alle aberrazioni, teoriche e pratiche, dell’eurocomunismo.

Queste considerazioni ci consentono di comprendere l’ultima parte della storia del PCI, da Berlinguer alla Bolognina. Sia chiaro che quanto affermiamo lo facciamo col massimo rispetto per tutti quei compagni che in quel periodo hanno dato gli anni migliori della loro vita alla militanza e che anche oggi possono dare un aiuto formidabile alla nostra difficilissima opera.

Fatta salva la statura morale di Berlinguer, assolutamente imparagonabile alle miserie dei politici attuali, occorre riconoscere che il livello della cultura politica di tutti i protagonisti di quel periodo era incommensurabile rispetto agli odierni peones che infestano le istituzioni. Vogliamo paragonare la pochezza dei Berlusconi, dei Grillo, dei Renzi, dei Bersani di oggi con la statura e la capacità dei Nenni, dei Moro, dei Fanfani, persino degli Andreotti e dei Craxi di ieri? Personalità discutibili, avversari e nemici, ma tutti politici veri, non inetti corifei di un teatrino che ormai disgusta tutti.

La politica dei quadri, è rivelatrice delle linee politiche che si vogliono imprimere al partito e della sua composizione di classe; Berlinguer promosse, come eredi del gruppo dirigente allora in carica, gli Occhetto, i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, i Bersani, ecc., così come nel successivo tentativo rifondativo furono scelti i Garavini, i Bertinotti, i Giordano, i Diliberto ed i Ferrero. In entrambi i casi, anziché quadri proletari, furono scelti professionisti in carriera della politica o del sindacalismo post-EUR.

L’approfondimento delle note potrà darci decisamente ragione nell’affermare che, se Togliatti mantenne almeno un legame, forse più formale che sostanziale, con il marxismo-leninismo e riconobbe sempre il grande contributo dell’Unione Sovietica alla causa della liberazione del lavoro e dei popoli, Berlinguer abbandonò decisamente qualsiasi riferimento ad esso come teoria rivoluzionaria. Al XIV Congresso del PCI, nel 1975, Berlinguer propose e fece passare la modifica dello Statuto del partito, eliminando i riferimenti all’ideologia marxista-leninista per affermarne la “laicità”.

Ciò stava a significare che il partito rinunciava ad avere una propria e definita visione del mondo, aprendosi a quell’eclettismo ideologico che lo renderà privo di autonomia e preda della cultura dominante. Una scelta certamente provocata dall’affanno di dare sempre nuove e maggiori garanzie di “affidabilità” al nemico di classe e agli avversari politici che ne erano espressione, dimenticando che il potere non si elemosina, ma si conquista e che entrare al governo non significa prendere il potere. Era il tentativo di dimostrare che il PCI non doveva più spaventare la classe dominante, in quanto, a parte le “mani pulite”, era come tutti gli altri partiti, avendo finalmente reciso ogni cordone ombelicale con la teoria e gli obiettivi rivoluzionari, tutt’al più un buono e onesto amministratore e gestore di un capitalismo dal volto umano. Questo snaturamento si rese possibile anche grazie alla decisione, presa al XIII Congresso del 1972, di accorpare le cellule di lavoro alle sezioni territoriali, privandole dell’autonomo potere di delega ai successivi congressi. In questo modo, l’elemento proletario, veniva stemperato su un territorio dove prevaleva l’elemento piccolo- borghese, che otteneva la possibilità di esprimere un numero maggiore di delegati al congresso. La componente piccolo-borghese acquisì in tal modo un peso preponderante nelle maggioranze congressuali e, conseguentemente, nelle scelte tattiche e strategiche del partito. Fu proprio quel congresso a eleggere Berlinguer formalmente vice-segretario, di fatto segretario, a causa della malattia che invalidava Luigi Longo.

Nel pensiero di Berlinguer spiccano, tra tutti, alcuni punti cardinali: il compromesso storico, la democrazia come valore universale, l’eurocomunismo, l’accettazione dell’ombrello della Nato, l’adesione alla UE ed infine le considerazioni sull’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione Sovietica.

Le riflessioni di Berlinguer sull’austerità e sulla questione morale non hanno la stessa forza, né possono in qualche modo controbilanciarne l’effetto devastante. Del resto, se si accetta alla fine il capitalismo come orizzonte, non ci si può stupire che esistano clientele e corruzione: se unico valore è il profitto, queste ne sono le naturali conseguenze. Obiettivamente non si può negare che Berlinguer si sia anche trovato ‘schiacciato’ da un corpo politico del partito in cui i cosidetti ‘miglioristi’ (da Amendola a Cervetti) avevano in mano i gangli vitali, anche economici (il mondo della cooperazione ad es.) del Partito, da qui l’aggancio fortemente voluto dall’attuale Presidente Napolitano con Craxi e col sistema di potere che rappresentava e la stessa ‘solitaria’ presenza di Berlinguer ai cancelli della Fiat nel 1980 e nella giusta lotta in difesa della “scala mobile”. Sono episodi significativi che risultano però essere ininfluenti su un quadro dirigente ed un corpo largo di partito in cui la “mutazione genetica” era già avvenuta.

Partiamo dal compromesso storico, cioè da tre scritti di Berlinguer, pubblicati su Rinascita tra il 28 settembre ed il 12 ottobre 1973 all’indomani della eroica morte del Presidente del Cile Salvador Allende per mano dei golpisti di Pinochet prezzolati dagli Usa. Invece di constatare semplicemente che la democrazia borghese esiste solo se la borghesia è saldamente al potere, ma se questo vacilla, – come nel Cile di Allende – e il popolo riesce in qualche modo ad emanciparsi per via istituzionale e democratica, allora la borghesia rinnega le sue stesse regole formali, passando a metodi violenti e terroristici, Berlinguer scrive: “noi abbiamo sempre pensato – e oggi l’esperienza cilena ci rafforza in questa persuasione – che l’unità dei partiti dei lavoratori e delle forze di sinistra non è condizione sufficiente per garantire la difesa ed il progresso della democrazia…” A parte il leitmotiv della “difesa della democrazia”, che non spiega mai di quale democrazia si stia parlando, prescindendo dal suo carattere di classe, Berlinguer confonde le intese politiche con le alleanze sociali tra la classe operaia e gli strati popolari di piccola borghesia, stravolgendo il pensiero di Gramsci. Gramsci sottolineava come il motore della rivoluzione proletaria in Italia dovesse essere un nuovo blocco sociale, egemonizzato dalla classe operaia, che raggruppasse il proletariato e anche elementi di piccola borghesia, suoi alleati. Il compromesso storico di Berlinguer, invece, non è un’alleanza sociale della classe operaia, antagonista al blocco sociale della borghesia, ma un’alleanza politica tra i maggiori partiti in quel momento, il PCI, il PSI e la DC, quest’ultima, per altro, espressione politica della grande borghesia, privata e di stato.

L’analisi di Berlinguer sul golpe in Cile del 1973 non ha nulla a che vedere col marxismo-leninismo, anzi perviene a conclusioni diametralmente opposte. Da un punto di vista leninista, l’errore di Allende è consistito proprio nel non avere neppure cercato di “spezzare la macchina dello stato borghese”, ma di averla accettata, confidando in una maggioranza parlamentare e nella lealtà dei vertici dell’apparato statale. Sarebbe stato necessario sviluppare forti movimenti di massa a sostegno del nuovo governo, creare una milizia operaia armata, cambiare i meccanismi istituzionali, passando a organi eletti non su base delle circoscrizioni elettorali territoriali, ma dei luoghi di lavoro, sospendere l’attività dei partiti che non si riconoscevano nel programma del nuovo governo, decapitare i vertici e modificare le strutture dell’esercito, della polizia, dei servizi di sicurezza, dei ministeri economici, con la massiccia introduzione di fidati elementi proletari. Sarebbe stato necessario, insomma, instaurare la dittatura proletaria. Allende non lo fece e il popolo cileno pagò a caro prezzo questo errore. Berlinguer, come sappiamo, ignorò queste considerazioni.

L’eurocomunismo, come teoria e prassi compiutamente revisioniste e opportuniste, origina dall’incontro di Bruxelles del 26 gennaio 1974 tra Berlinguer e i revisionisti spagnolo e francese, Santiago Carrillo e Georges Marchais, segretari dei rispettivi Partiti Comunisti che sposarono le tesi sul valore della democrazia, da Berlinguer così formulate: …”questa larga convergenza di opinioni riguarda anzitutto il fondamentale problema del rapporto tra democrazia e socialismo come sviluppo coerente ed attuazione piena della democrazia. Essa comprende il riconoscimento del valore delle libertà personali e della loro garanzia, i principi di laicità dello Stato e della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti, dell’autonomia del sindacato, delle libertà religiose e di culto, della libertà di ricerca e delle attività culturali, artistiche e scientifiche…” Il nome stesso, termine coniato dai giornalisti, ma subito fatto proprio dai revisionisti, marcava già di per sé un netto distacco, addirittura una forte contrapposizione alle esperienze di socialismo storicamente realizzate. Il passo citato evidenzia con chiarezza come Berlinguer avesse fatto proprie categorie tipiche del pensiero borghese, assolutizzandole al di fuori e al di là di qualsiasi contesto storico e sostanza di classe. La visione del socialismo che ne scaturisce per specularità è quella di una cupa tirannide dove questi nobili principi sarebbero negati. Una rappresentazione falsa e del tutto subalterna alla propaganda borghese.

Resta il fatto che le teorie di Berlinguer hanno prodotto il disarmo teorico ed organizzativo di ogni resistenza operaia e popolare in Italia e spianato la strada alle forze più retrive del capitalismo monopolistico, che stanno dissanguando l’Italia e il suo popolo.

L’intervista a Giampaolo Pansa (proprio lui!) sul Corriere della Sera del 15 giugno 1976 sancisce l’accettazione definitiva dell’Occidente capitalistico e della sua micidiale alleanza militare, la NATO, portando a compimento la rottura con il campo socialista che, anche se infettato dal germe del revisionismo khruscioviano, rimaneva pur sempre il più formidabile baluardo di contenimento dell’imperialismo. «Pansa: “…insomma, il Patto Atlantico può esser anche uno scudo utile per costruire il socialismo nella libertà…” Berlinguer: “Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico anche per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua….”».

Ed infine, sempre su questo filone, c’è la famosa frase con cui, nel 1981, viene definitivamente reciso il “cordone ombelicale” anche ideale, con la storia del movimento operaio e comunista:“…si è esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre…”.

Assolutamente rilevante è poi la scelta strategica con cui Berlinguer “sposa” il processo di unità europea e capitalistica mentre esistono ancora l’URSS ed il campo socialista. Nella famosa intervista con Eugenio Scalfari, uno dei distruttori del PCI, sul giornale La Repubblica del 2 agosto 1978: «”…Scalfari: “Il 1979 sarà l’anno dell’Europa. E lei ha detto nell’ultima riunione del Comitato Centrale che il PCI ha fatto una scelta europea definitiva. Lo conferma?”. Berlinguer: “Lo confermo. Sappiamo che il processo d’integrazione europea viene condotto, almeno per ora, prevalentemente da forze e da interessi ancora profondamente legati a strutture capitalistiche che noi vogliamo trasformare. Sappiamo che l’integrazione sopranazionale, condotta e guidata da quelle forze, pone vincoli al processo di trasformazione nazionale… Ma noi riteniamo che comunque bisogna spingere verso l’Europa e la sua unità e che la sfida che questo obiettivo comporta vada accettata, portando la lotta di classe, democratica e rinnovatrice, a livello europeo e a coscienza europea…”».

Una rapida considerazione del pauroso peggioramento, sotto tutti gli aspetti, della condizione dei lavoratori e dello stesso ceto medio in conseguenza della dittatura dell’Unione Europea può certo darci la disastrosa portata degli errori teorici e delle deviazioni pratiche di questo segretario del PCI.

Infine, alcune considerazioni sulla Costituzione italiana, che poteva essere considerata, non a torto, la più avanzata dell’Occidente capitalistico, frutto appunto dei rapporti di forza e della grande, ma non risolutiva, influenza dei comunisti nell’immediato dopoguerra. Mentre le costituzioni sovietiche succedutesi negli anni erano di tipo statico, cioè sancivano, in modo quasi fotografico, l’ordinamento statuale realizzato fino a quel momento e il livello dei diritti già realmente acquisiti, al di sotto del quale non si poteva scendere, ma a partire dal quale si doveva progredire, la costituzione italiana fu concepita come programmatica. Ordinamento e diritti, lungi dall’essere acquisiti, costituivano l’obiettivo programmatico a cui lo Stato avrebbe dovuto tendere. Nonostante la rigidità della procedura di modifica, è proprio questa la sua più grande debolezza: per vanificarla è sufficiente non attuarne gli obiettivi.

Inoltre, le modifiche, apportate negli ultimi vent’anni alla sua parte attuativa ne hanno di fatto paralizzato quella programmatica. Disattesa, quindi, stravolta ripetutamente, è di fatto ormai sostituita da una ‘costituzione materiale’ che certifica i rapporti di forza a favore del capitale. Oggi, con l’inserimento del ‘pareggio di bilancio’ voluto dalla BCE e dalla UE, viene definitivamente violentata. “La stalla è aperta da tempo ed i buoi sono scappati”. Non è un caso che, proprio in questo contesto, in quella che si autodefinisce sinistra, si sentano flebili e contraddittorie voci a sua difesa. Tra i suoi attuali difensori notiamo personaggi come Rodotà, il primo presidente del PDS di Occhetto, Giulietti ed altri ancora che nel passato hanno fatto a gara nel mettere sul banco degli imputati le posizioni ideologiche, politiche e rivendicative più avanzate del movimento operaio. Della compagnia fa parte anche il contraddittorio Landini che solo poche settimane fa siglava, insieme alla Camusso e alla CGIL, il più vergognoso e anticostituzionale protocollo d’intesa con Confindustria per stroncare il sindacalismo di base e oggi firma a favore della difesa della Carta costituzionale… Se, da un lato, i comunisti devono essere in prima fila per evitarne ulteriori modifiche peggiorative e restrittive, è fuori da ogni ragionevole dubbio che la Costituzione oggi vigente non è più la Costituzione del 1948, frutto dell’unità antifascista e della Resistenza. Soprattutto dopo l’inserimento dell’obbligo di pareggio del bilancio, che avrà incalcolabili conseguenze negative sul piano sociale.

Un periodo di soli settant’anni separa l’oggi da quando, grazie alla solida organizzazione del PCI clandestino, si formarono le prime ‘bande’ partigiane che si batterono contro il nazi-fascismo. Oggi, quegli uomini si rivolterebbero nelle tombe se scoprissero quale immonda torsione è stata fatta ai principi che stavano alla base del loro sacrificio. E’ anche per questo che, con immensa modestia ma con ferma convinzione, vogliamo riprendere il loro cammino e ricostruire il soggetto rivoluzionario, il Partito Comunista, evitando tanto le deviazioni parlamentariste, quanto l’errore di una scolastica ortodossia slegata dai processi reali della società.

Queste note non esauriscono certamente il complesso problema dell’analisi della storia, della mutazione degenerativa e della scomparsa del più forte Partito Comunista dell’Europa Occidentale, ma devono servire come prima traccia per una ulteriore, imprescindibile elaborazione analitica collettiva da parte di tutto il partito che stiamo costruendo.

PARTE SECONDA

5) Il No comunista al golpe europeo.

Le cause della crisi che sta attanagliando l’Europa sono individuabili solo attraverso una corretta analisi marxista-leninista della realtà. La crisi che stiamo vivendo e che correttamente definiamo “crisi generale del capitalismo” ha la sua vera origine nella maturazione della contraddizione fondamentale del capitalismo tra carattere sociale della produzione e appropriazione privata del prodotto e si manifesta come crisi di sovrapproduzione e sovraccumulazione, in conseguenza delle quali si accentua la tendenza alla caduta del saggio di profitto, già endemica del modo di produzione capitalistico.

Per cercare di arrestare la flessione del saggio di profitto, il capitalismo in primo luogo intensifica lo sfruttamento della forza-lavoro e l’estrazione di plusvalore, comprimendo il salario diretto, indiretto (servizi sociali), differito (pensione e Tfr) allungando il tempo di lavoro in termini di orario e di età pensionabile. Un’altra via che il capitalismo cerca di seguire a questo scopo è la delocalizzazione della produzione in quei Paesi dove i costi di produzione, in particolare del lavoro, sono inferiori. In terzo luogo, il capitale cerca rimedio alla caduta del saggio di profitto anche spostandosi dalla produzione di beni e servizi al settore finanziario, generando effetti speculativi e accentuando il proprio carattere parassitario.

In quarto luogo, utilizza parassitariamente la spesa pubblica, finanziata dalla fiscalità sostenuta in gran parte dal lavoro dipendente, mutandone la composizione a proprio favore attraverso un insieme di provvedimenti di politica economica a sostegno delle imprese private, di settori di imprese, di aree geografiche specifiche in cui le imprese operano, di progetti speciali di “sviluppo”, di realizzazione di grandi opere, ecc.. Si va dalle agevolazioni creditizie, alla defiscalizzazione e alla decontribuzione, fino alla concessione di finanziamenti a fondo perduto. I costi connessi a queste misure determinano un incremento del deficit dello Stato e del suo indebitamento per finanziarlo. Il tutto ricade, come detto, sulle spalle dei lavoratori contribuenti.

Infine, ricorre alla guerra. Marx e Lenin hanno analizzato e descritto i periodi di crisi come caratterizzati non solo da licenziamenti e creazione di un esercito salariato di riserva, cioè di disoccupati, ma anche dalle guerre tra stati imperialisti, finalizzate sia al controllo e alla spartizione delle risorse e dei mercati, sia alla distruzione di parte della massa di capitale sovraccumulato nel tentativo di compensare la caduta del saggio di profitto.

In tutti i casi, il capitale affronta la propria crisi cercando di scaricarne il peso sui lavoratori, sia all’interno che all’esterno del proprio Paese. Nonostante questi approcci, tuttavia, il capitalismo monopolistico non riesce più a riavviare positivamente il ciclo di riproduzione e accumulazione, come aveva fatto con relativo successo in passato, poiché la contraddizione fondamentale di questo modo di produzione è giunta a maturazione e può essere risolta solo attraverso il mutamento rivoluzionario del modo di produzione stesso. Il prolungamento dell’agonia del capitalismo moribondo può verificarsi solo a prezzo di un insostenibile e inaccettabile immiserimento dei popoli.

La natura stessa della concorrenza interimperialistica determina la formazione di conglomerati imperialisti transnazionali, cioè di blocchi di stati, disomogenei quantitativamente per livello di sviluppo industriale e per grado di accumulazione, ma omogenei qualitativamente per il carattere monopolistico del capitale e della proprietà dei mezzi di produzione. L’elemento unificante che li tiene insieme è una relativa comunanza di interessi delle classi dominanti dei paesi che ne fanno parte, comunque in competizione tra loro: la necessità di creare un mercato interno più vasto di quello strettamente nazionale, tramite forme di unione doganale, monetaria e bancaria; l’esigenza di acquisire maggior peso nell’ambito della generale concorrenza interimperialistica per il controllo delle risorse, dei mercati e delle vie di comunicazione; la volontà di attuare a livello di ciascun paese forme di sfruttamento del lavoro più pesanti, mascherandole come misure “oggettivamente necessarie” o “imposte” da un’insindacabile volontà esterna e superiore; l’intenzione di comporre il conflitto tra gli “appetiti” delle diverse borghesie nazionali in modo incruento, senza ricorrere all’uso delle armi, come accadeva nel passato.

L’Unione Europea è, appunto, uno di questi conglomerati imperialisti, per il quale valgono tutte le considerazioni esposte sopra. Gli Stati imperialisti europei che ne fanno parte, spesso in aspra competizione anche tra loro, cercano di far pagare il costo della crisi e della concorrenza mondiale con gli USA e i BRICS innanzitutto ai propri lavoratori e ai popoli dei paesi terzi, ma si cannibalizzano anche fra di loro, approfittando delle debolezze politiche ed economiche del vicino. Dall’introduzione della moneta unica, le politiche economiche che l’Unione Europea, cioè il capitale monopolistico industriale e finanziario europeo, impone ai popoli dei paesi aderenti ruotano sostanzialmente sui seguenti cardini: – rigore di bilancio, abbattimento del rapporto deficit/PIL e rientro del debito pubblico; – contenimento dell’inflazione; – fiducia nella presunta capacità di autoregolazione del mercato.

Alla base di queste politiche vi è il tentativo di mantenere una relativa stabilità dell’euro, rendendolo capace di guadagnare la fiducia dei mercati e di strappare al dollaro il ruolo di mezzo universale dei pagamenti internazionali, in una visione monetarista in cui il denaro viene considerato il regolatore supremo dell’economia. Gli interventi di immissione o ritiro di moneta circolante da parte delle banche centrali, secondo i monetaristi, consentirebbero di influenzare e regolare, almeno sul lungo periodo, tutte le altre variabili, produzione e domanda di beni e servizi, importazioni ed esportazioni, livello occupazionale, ecc.., determinandone la tendenza al raggiungimento di posizioni di equilibrio sistemico. I marxisti sanno bene che il primo mobile di qualsiasi economia è la produzione. Se non vi fosse produzione di merci, non vi sarebbe scambio e, quindi, non vi sarebbe esigenza del denaro come equivalente generale di scambio delle merci. La quantità d’equilibrio di moneta circolante è quindi funzione della quantità di merci prodotte, non viceversa, tant’è vero che le crisi di sovrapproduzione, quando l’offerta di beni supera la domanda, generalmente rischiano di innescare pericolosi fenomeni deflattivi, cioè di deprezzamento delle merci rispetto al denaro. Lo squilibrio è determinato non dalla carente offerta di moneta, ma dall’eccessiva offerta di merci. Pertanto, in condizioni di mercato capitalistico, qualsiasi intervento delle autorità monetarie teso ad aumentare la massa di moneta circolante non è in grado di ripristinare l’equilibrio, in quanto non agisce sulla produzione. L’equilibrio può essere raggiunto solo al di fuori del modo di produzione capitalistico, del profitto e del mercato che lo caratterizzano, da un’economia socialista centralmente pianificata.

Se analizziamo i cardini delle politiche economiche dell’UE, non possiamo non rilevarne il segno di classe che le marca. Per come l’euro, i requisiti per far parte dell’Eurozona e i vincoli di stabilità valutaria sono stati concepiti dai Trattati di Maastricht, la sua stessa introduzione ha determinato un consistente trasferimento di quote di reddito nazionale dal lavoro al capitale. Questo fenomeno ha interessato tutti i paesi aderenti, anche se in misura differente per via delle diverse parità delle valute nazionali con l’euro, provocando una relativa omogeneizzazione verso l’alto dei prezzi in tutta la zona interessata. In Italia l’adozione dell’euro è stata particolarmente pesante per i lavoratori. Mentre i prezzi venivano convertiti con un rapporto di 1:1, salari, stipendi e pensioni subivano l’adeguamento al tasso di cambio 1:1937,26: ad un raddoppio dei prezzi ha corrisposto un dimezzamento delle retribuzioni! La rapina, evidente fin dall’inizio, tuttavia, non si è fermata a questo.

Le politiche di riduzione del rapporto deficit/PIL e di rientro dal debito pubblico, imposte dall’UE, agiscono principalmente sulla spesa pubblica e sulla fiscalità. In fase di recessione economica, quando il PIL decresce, l’unica via per ridurre il rapporto deficit/PIL, non essendo possibile agire sul denominatore, rimane l’abbattimento del deficit, cioè la riduzione della spesa e l’aumento delle entrate. La riduzione della spesa pubblica si traduce, di fatto, in tagli drastici al finanziamento di servizi essenziali, quali istruzione, sanità, trasporto pubblico, ricerca scientifica, infrastrutture necessarie allo sviluppo, assistenza e previdenza, mentre non vengono minimamente toccate le voci di spesa riguardanti i trasferimenti, a vario titolo, dallo Stato alle grandi imprese e alle banche private, o le missioni di guerra, o l’acquisto di nuove armi, o le grandi opere inutili. Le defiscalizzazioni e le decontribuzioni, tra l’altro, avvantaggiano le grandi imprese, ma contribuiscono a peggiorare i conti pubblici sul lato delle entrate, il cui aumento è ormai affidato a dismissioni e privatizzazioni del patrimonio pubblico del popolo e ad un insostenibile aumento della pressione fiscale, che sta strangolando lavoratori e ceto medio produttivo. Si tratta di misure che deprimono ulteriormente la domanda, amplificando gli effetti della crisi, ma consentono la sopravvivenza, parassitaria e assistita, dei monopoli e delle banche private, scaricando il fardello del loro mantenimento sulle spalle dei lavoratori e dei popoli, costretti a pagare un debito di cui non sono minimamente responsabili.

Con l’introduzione dell’euro, il debito pubblico è diventato il vero e proprio cappio al collo del popolo, determinato dall’uso di classe della leva fiscale e della spesa pubblica per sostenere il tasso di profitto del capitale monopolistico, industriale e finanziario. In Italia, il debito ha raggiunto quota 132% sul PIL. Strutturalmente, è composto per l’83% da titoli del debito pubblico, detenuti per l’87% da banche d’affari, fondi d’investimento, compagnie d’assicurazione, grandi imprese capitalistiche e, per il 52,4%, è posseduto da grandi investitori privati e fondi sovrani esteri. E’ evidente che il piccolo risparmio diffuso costituisce la minima parte, marginale e ininfluente, dei detentori di titoli del debito pubblico. Inoltre, stante il vigente meccanismo delle aste per il collocamento dei titoli del debito pubblico, è altrettanto evidente che l’accesso all’acquisto da parte dei piccoli risparmiatori può avvenire solo attraverso l’intermediazione di banche e brokers finanziari, che ovviamente lucrano sull’operazione. Queste considerazioni ci aiutano a capire la portata dell’operazione attuata facendo leva sul terrorismo mediatico scatenato sulla questione dello “spread”, cioè del differenziale tra il tasso di rendimento dei titoli pubblici nazionali in rapporto al bund, il titolo pubblico tedesco. Il mercato mobiliare è controllato e dominato da grandi gruppi concentrati di capitale finanziario, in grado di influenzarne l’andamento, mentre il piccolo risparmio è del tutto ininfluente e subisce soltanto le tendenze imposte da questi. Mentre il risparmiatore acquista il titolo in base al rendimento nominale della somma investita e si orienta su un arco temporale di breve periodo, il grande investitore punta a lucrare sulle differenze certe tra prezzi d’acquisto e valori nominali dei titoli e su quelle, aleatorie ma maggiori, tra prezzi d’acquisto e aspettative di prezzi di vendita futuri, realizzabili probabilisticamente su un arco temporale più lungo. Data l’inversa proporzionalità, a parità di valore nominale, tra prezzo e rendimento dei titoli, è solo questa aspettativa di lucro a spingere al rialzo i tassi di interesse sul debito e, quindi, ad aumentare lo spread. Considerando il carattere transnazionale del capitale finanziario e l’enorme massa di denaro di cui dispone, non è difficile comprendere come riesca a spostare l’attacco speculativo da un paese all’altro, da un titolo sovrano all’altro. Che le oscillazioni dello spread non siano motivate da considerazioni diverse dalla massimizzazione del profitto, quali la “fiducia nella solidità dell’economia” del dato paese e altre fandonie simili, lo dimostrano i fatti. Il calo immediato dello spread nei casi in cui i ministeri economici di un paese annunciano una nuova ondata di dismissioni e privatizzazioni è dovuto alla creazione di occasioni alternative d’investimento, convenienti e appetibili per il capitale in cerca di impiego, che quindi si sposta dal mobiliare ad altri settori d’impiego. La “fiducia” non c’entra nulla. C’entra solo l’opportunità di saccheggiare il patrimonio reale di un paese.

D’altro lato, l’operazione sullo spread ha coinciso con la concessione di prestiti da parte della BCE al sistema bancario privato al tasso agevolato dell’1%, fornendogli i mezzi per acquistare titoli del debito pubblico, lucrando la differenza tra il tasso passivo del prestito e i tassi nominali dei titoli di alcuni paesi, tra cui l’Italia, schizzati verso l’alto per la pressione speculativa di quegli stessi intermediari finanziari, con la complicità delle colluse agenzie internazionali di rating. Le banche private si sono arricchite ancora di più grazie all’intervento della BCE e il conto continua ad essere pagato dai lavoratori attraverso il prelievo fiscale con cui ciascun paese finanzia la BCE. La maggior parte dei debiti sovrani, compreso quello tedesco, è detenuta dalle banche private. L’eventuale insolvenza di uno Stato comprometterebbe i sistemi bancari e creditizi degli altri Stati, impossibilitati a far fronte alla crisi di liquidità con l’emissione di moneta, non consentita dalla BCE, facendo così sprofondare nella recessione i rispettivi sistemi produttivi. Per questa ragione, scegliendo di non finanziare gli stati, l’Unione Europea e la BCE hanno regalato alle banche private, negli ultimi quattro anni, 4.500 miliardi di euro, l’equivalente della somma del debito di Portogallo, Spagna, Italia e Grecia, per ricapitalizzarle a spese dei popoli europei, senza alcuna garanzia in termini di effettivo risanamento degli assets in portafoglio, di trasparenza e veridicità dei bilanci e di reale abbandono delle azzardate pratiche speculative che avevano determinato il disastro, né, tantomeno, di risarcimento ai milioni di piccoli risparmiatori, pensionati e pensionandi, fraudolentemente derubati dei loro modesti averi con la bufala dei derivati.

Più recentemente, la BCE e la Commissione Europea hanno creato il MES (Meccanismo di Stabilità Europea), anche chiamato “fondo salva stati”, al fine di immettere liquidità sui mercati e prevenire eventuali bancarotte o default, ma il prezzo che dovrebbero pagare i popoli degli Stati che facessero richiesta al MES di un intervento di sostegno sarebbe enorme in termini di privatizzazioni di beni pubblici, di pezzi di territorio, di tagli ai servizi essenziali, ai salari ed alle pensioni. Inoltre, il finanziamento pro-quota del MES è a carico della fiscalità generale degli Stati aderenti e non fa che peggiorarne la situazione debitoria e di ingiustizia distributiva.

Alla depressione della domanda conducono anche le politiche attuate dalla UE per contenere l’inflazione. La stabilità dei prezzi interni dovrebbe contribuire a fare acquisire competitività al sistema in un ambiente di generalizzata concorrenza internazionale e in condizioni di impossibilità di utilizzare lo strumento della svalutazione, ma in realtà viene perseguita colpendo e comprimendo i salari e le retribuzioni dei lavoratori allo scopo di trasferire maggiori quote di reddito dal lavoro al capitale. Una svalutazione competitiva dell’euro non viene neppure presa in considerazione perché contraria agli interessi della lobby finanziaria, politicamente predominante all’interno della borghesia monopolistica europea.

Il martellante battage messo in atto dall’apparato di propaganda di Bruxelles, le “raccomandazioni” della BCE a firma Mario Draghi, ogni esternazione degli euronotabili, le insistenti richieste dei rappresentanti del grande capitale, concorrono a imporre la riduzione del costo del lavoro, nelle sue componenti salariale e fiscale- contributiva, quale unica via percorribile per controllare l’inflazione e aumentare la competitività, come se il costo del lavoro fosse l’unica componente determinante nella formazione dei prezzi e come se il prezzo fosse l’unica variabile che influisce sulla competitività. Questa non si basa esclusivamente sul dato quantitativo, ma anche e molto più efficacemente su quello qualitativo, a determinare il quale concorrono fattori come il grado di infrastrutturazione, il livello della ricerca scientifica, l’introduzione di innovazioni di prodotto e di processo, l’organizzazione del lavoro e delle risorse umane, la rete di distribuzione, l’assistenza al cliente, la capacità di credito, ecc.. Il potenziamento di questi fattori a scopo competitivo è impedito in parte dalle stesse politiche di rigore di bilancio, imposte dall’UE, ma, dall’altra parte, da un grande capitale, monopolistico e cartellizzato, che concepisce la concorrenza internazionale solo come guerra dei prezzi, restio a destinare risorse, soprattutto in fase di sovrapproduzione, all’innovazione e alla ricerca. Ricondurre il problema della competitività al solo costo del lavoro, quindi, è un approccio riduttivo e in mala fede.

Certo, il costo del lavoro influisce sul livello dei prezzi, ma anche il profitto, nelle condizioni del mercato capitalistico, contribuisce a determinarlo. Mentre i lacchè del capitale si affannano a presentare la compressione dei salari e degli oneri sociali, quindi delle pensioni future, come unica via per la “ripresa”, nessuno osa mettere in discussione il profitto, diventato oggi una vera e propria “variabile indipendente”, intangibile e indiscutibile, neppure i sindacati, privi ormai di un orientamento di classe, imprigionati tra il corporativismo di categoria e la concertazione al ribasso.

La crisi ha rivelato l’inconsistenza dell’illusione circa la capacità di autoregolazione del mercato. Il mercato che l’UE ha idealizzato a fini propagandistici, dove merci e capitali circolerebbero liberamente, mossi dal meccanismo benefico di una libera concorrenza puntiforme, esiste solo nelle elucubrazioni degli economisti borghesi. Il mercato europeo è in realtà dominato da pochi gruppi monopolistici, altamente concentrati e cartellizzati tra loro, che impongono i propri interessi e la propria volontà, oltre che le proprie merci, ai popoli d’Europa; nessuna “libera concorrenza”, quindi. L’illusione è tale per il pubblico, non per gli attori. Alla deregolamentazione proclamata a parole fa riscontro nella realtà un’estrema e dettagliata regolamentazione dei sistemi economici nazionali e dei rapporti tra questi.

Dal contingentamento delle produzioni attraverso la fissazione centralizzata di quote, ai criteri di stabilità finanziaria, fino all’inserimento nelle costituzioni dell’obbligo di pareggio del bilancio dello Stato, qualsiasi aspetto della vita economica è dettagliatamente disciplinato dalle fonti normative dell’UE, originanti principalmente da organismi non elettivi, quali la BCE, la Commissione Europea, l’Ecofin, ecc., che riflettono e attuano la volontà del capitale monopolistico transnazionale.

I Comunisti non possono che combattere con la massima fermezza l’Unione Europea per questo suo carattere di braccio politico-amministrativo delle borghesie europee, ma devono farlo con un’estrema chiarezza di impostazione teorica e pratica della lotta.

Occorre che sia ben chiaro che, in questo gioco al massacro dei lavoratori, non esiste una borghesia nazionale più o meno colpevole delle altre. La borghesia di ciascun paese aderente all’UE è ugualmente responsabile delle politiche di rapina ai danni del lavoro, anche se partecipa alla spartizione delle spoglie in proporzione al suo peso specifico e alla sua posizione nella piramide imperialista. In qualsiasi banda di rapinatori, gli accoliti hanno diverse categorie di peso. Dobbiamo quindi sgombrare il campo da qualsiasi tentazione di condurre una battaglia, ad esempio, antitedesca, dove la Merkel fa la parte del cattivo e i vari Marchionne, Colaninno, De Benedetti, Squinzi, Marcegaglia, rappresentati dai vari Berlusconi, Monti e Letta, fanno la parte dei buoni e vengono assolti. Il grande capitale italiano è perfettamente inserito in queste logiche di competizione e di redistribuzione della ricchezza e riesce a trarne notevoli profitti, mentre il proletariato ed i ceti popolari italiani subiscono una doppia oppressione ed un doppio sfruttamento, quello da parte della propria borghesia nazionale e quello attuato dalle borghesie dei paesi collocati più in alto nella piramide dell’imperialismo europeo.

Bisogna abbandonare un uso improprio e fuorviante di termini come “colonialismo” e “sovranità nazionale”, applicati alle vicende interne dell’Unione Europea. Non dobbiamo dimenticare che proprio “questa” Europa è stata voluta dalle classi dominanti di ciascun paese aderente. Quando era ancora possibile rifiutare l’inserimento in costituzione del pareggio del bilancio, è stata la nomenclatura politica, espressione della borghesia nazionale, ad approvarlo con maggioranza quasi assoluta.

Parlare di un presunto disegno coloniale significa negare ogni responsabilità della borghesia nazionale. Allo stesso modo, affermare che “occorre ripristinare la sovranità nazionale”, significa non rendersi conto che la borghesia non l’ha mai persa, ma ha deciso sovranamente, in quanto detentrice del potere, non di “rinunciare a quote di sovranità”, bensì di centralizzare alcune funzioni, concentrandole nell’UE; se non si capisce questo, si finisce per accettare per buono l’alibi che la borghesia stessa propone. Peggio ancora se si parla di “sovranità popolare”: non si può ripristinare ciò che non è mai esistito.

L’irriducibile opposizione dei Comunisti all’Unione Europea e alla NATO, che sempre più si caratterizza come il suo braccio militare, assieme ad una strenua difesa degli interessi immediati della classe operaia e degli strati popolari produttivi, deve porsi in modo realistico gli obiettivi dell’uscita da entrambi questi organismi imperialisti e dal sistema dell’euro, del loro smantellamento e dell’azzeramento unilaterale del debito pubblico, della nazionalizzazione di banche e monopoli.

La constatazione dell’irriformabilità del capitalismo in generale, quindi anche di quello europeo, segna il punto di rottura irrevocabile tra i Comunisti e gli opportunisti del Partito della Sinistra Europea. Non si può pensare che sia possibile ristabilire semplicemente lo status quo precedente, che la borghesia stessa ha scelto di abbandonare, né che vi siano ancora spazi per un riformismo che non ha più mezzi materiali per attutire il conflitto di classe. L’unica via percorribile per cambiare l’Europa ed evitare povertà di massa e barbarie è il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e l’instaurazione del potere proletario.

Questo obiettivo non può che essere perseguito attraverso uno stretto coordinamento, politico e operativo, dei Partiti Comunisti e Operai dell’area, che ne rafforzi l’unità ideologica e politica con un intenso lavoro di analisi delle problematiche europee, di studio e di elaborazione di adeguate tattiche e forme di lotta praticabili nelle date condizioni, che sfocino in incisive azioni comuni e congiunte delle avanguardie proletarie di ogni paese.

6) La questione meridionale, il paradigma italiano da Gramsci ai tempi nostri.

“È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile d’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di qualche altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con la esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto. Il partito socialista fu in gran parte il veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale.” Antonio Gramsci

Gramsci ha dato uno specifico contributo al movimento operaio mondiale, facendo un’analisi di classe (ossia pienamente marxista) dell’Unità d’Italia.

Quell’unità fu il risultato dell’alleanza tra gli industriali del Nord e gli agrari del Sud, sotto l’egida della Corona britannica. Non che non ci fossero altre classi coinvolte, come gli agrari del Nord, gli industriali del Sud e gli intellettuali; ma quelle due furono le classi trainanti, “egemoniche”. Questa egemonia fu profondamente antidemocratica, perché – contrariamente per esempio a quanto accadde nella Rivoluzione francese – non risolse, ma anzi aggravò il problema contadino, creando inoltre il problema territoriale che fu chiamato la “questione meridionale”. La necessità impellente di risolvere i problemi finanziari del virtualmente fallito Regno sabaudo si fusero con i giochi geostrategici europei: un’Inghilterra gelosa dell’attivismo mercantile e navale dello Stato borbonico, un oscuramento dell’influenza della protezione asburgica, una inconcludenza della diplomazia francese. Tutto ciò rese vulnerabile dall’esterno la monarchia napoletana. Inoltre la nascente borghesia meridionale, emergente all’ombra della monarchia, si proiettava sulla scena internazionale commercialmente ma non militarmente (al contrario dello sfrenato attivismo cavouriano) e ciò rese lo stato duo siciliano vulnerabile anche dall’interno.

Fu quindi possibile per gli agrari del Sud stringere il patto infame, attratti dai facili guadagni della promessa “privatizzazione” ante litteram della mano morta delle terre demaniali e della Chiesa. Naturalmente ciò doveva passare dalla negazione più radicale e violenta delle istanze di riscatto dei contadini poveri. Chi ne fece subito le spese, oltre a questi, fu la nascente industria meridionale, condannata a un percorso di sottosviluppo insieme a tutto l’intero territorio meridionale. Quella classe degli agrari del Sud ha avuto nei decenni la possibilità di governare attraverso la mafia intere regioni e di accumulare enormi profitti, riciclandosi infine anche come classe sociale, ma sempre all’ombra del grande capitale finanziario, fino a ieri nazionale, oggi europeo.

Dopo l’Unità non solo il latifondo non fu distrutto, ma le terre espropriate al demanio e alla Chiesa furono appannaggio di pochi affaristi. Alle promesse inevase ai contadini si rispose con il terrore militare. Da lì cominciò una lunga storia di emigrazione. Il fascismo non fece che aggravare il divario Nord-Sud sia in termini di infrastrutture che di produzione. Solo nel secondo dopo-guerra la questione meridionale venne al centro di un’azione politica nazionale e per alcuni anni l’ampliamento del divario cessò, invertendone il senso. Fu il forte fronte popolare a saldare gli interessi delle classi che avevano perso la battaglia dell’Unità nazionale, ma che ora si battevano insieme: “Nord-Sud uniti nella lotta”.

La stagione durò poco. Essa coincise con il tempo dei grandi movimenti di lotte operarie, e i due movimenti, sincroni nella loro azione progressiva, arretrarono anche di pari passo negli anni 80. Altrettanto importante ricordare è che il tramonto di quella stagione viene ben prima del crollo dell’URSS, e che quindi le ragioni vanno cercate nell’abbandono del partiti popolari della loro collocazione di classe e della loro prospettiva rivoluzionaria.

Ma che convenienza ha avuto il Nord a tenere un terzo abbondante della propria popolazione in condizioni di sottosviluppo per 150 anni? Non avrebbe avuto grande vantaggio ad avere una parte del Paese forte, produttivo e ricco dove poter esportare i propri prodotti? Certo non si può spiegare tutto con quell’atto di pirateria che fu il furto dell’oro meridionale, né con l’abbattimento delle barriere doganali che sbaragliarono la debole industria meridionale. In realtà il Sud è stato tenuto in condizione di subalternità, ma non tutto, ci sono state classi sociali estremamente forti che hanno imposto i loro interessi a Roma; improduttivo, nel senso che non ha fatto concorrenza all’industria manifatturiera del Nord, ma si è caricato la parte più inquinante della produzione; povero, ma certo non tutto, presentando sacche di ricchezza testimoniate da una concentrazione di sportelli bancari ineguagliata in Europa. Quindi una divisione dei ruoli tra pezzi del capitalismo italiano, in cui però è stato il popolo meridionale a pagare il prezzo più elevato. Quindi non è vero che lasciare intere regioni al sottosviluppo e al degrado sia un cattivo affare per il capitalismo, anzi è stata la cifra del “miracolo” italiano.

È interessante anche vedere come sono evoluti i rapporti di forza tra i vari settori del capitalismo nazionale. Dopo la stagione caratterizzata da un flusso di investimenti pubblici nel Sud degli anni ’70 (appena paragonabile a quello settentrionale), si è assistito a una politica sempre più Nord-centrica. Gli aspetti eclatanti sono rappresentati dall’assorbimento nei grandi Istituti bancari del Nord dei due colossi meridionali (Banco di Napoli e Banco di Sicilia, con le relative banche che avevano precedentemente annesso). Il tessuto bancario meridionale si è trasformato sempre più in una rete per la raccolta dei risparmi e non per la erogazione del credito.

Testimonianza di ciò sta nelle differenze insopportabili tra i tassi di interesse praticati al Nord e quelli praticati al Sud. La recente restrizione di accesso al credito (credit crunch) lamentata da settimane dai giornali padronali nel Sud c’è sempre stata e ora si è più ancora aggravata. Si notino due cose essenziali.

Primo, analoghe restrizioni sono ben tamponate dal sistema bancario pubblico e privato in Francia e Germania. È singolare che le banche prevalentemente speculative del Nord Europa, rimpinzate di titoli spazzatura, abbiano una valutazione migliore delle banche italiane, prevalentemente votate al prestito alle famiglie e alle aziende, tanto che si è temuto la possibile “scalata” da parte dei grandi colossi finanziari. Per ora la partita è ferma, ma è solo rimandata.

Secondo, difficoltà di accesso al credito – o addirittura taglio improvviso dei fidi e esazione impietosa dei debiti attraverso Equitalia – nel meridione vuol dire gettare il malcapitato nelle braccia della mafia, con buona pace dell’antimafia di facciata dello Stato capitalista. Non si può non scorgere in questa situazione una regia che tende all’ulteriore compressione dell’Italia, e del Sud in particolare, incrementando i flussi finanziari dalla periferia al centro. Il capitalismo internazionale, sappiamo, ha da tempo trasformato la propria vocazione di esportatore di capitali dei tempi di Lenin a quello di importatore per sostenere le proprie bolle speculative.

Terzo, l’irrealisticamente elevato cambio dell’euro penalizza le economie più deboli, come quelle del Sud Europa e tra queste maggiormente quelle del Sud Italia, mentre favorisce le industrie tecnologicamente più avanzate, come quelle tedesche. Se bisogna sfoltire la concorrenza si comincia dalle industrie dei Paesi politicamente più deboli. Questa è la collocazione internazionale che è stata riservata al nostro Paese, e al Meridione in particolare, dalla dittatura della UE.

Quante volte ci hanno turlupinato con la favola che il Sud doveva diventare il ponte con i Paesi dell’altra costa del Mediterraneo? Quante volte si è parlato di “piattaforme logistiche” in cui trasformare l’intera Sicilia? Ebbene erano chiacchiere buone solo per andare da un’elezione all’altra. (Le piattaforme logistiche che invece sono state realizzate sono rappresentate dal porto di Gioia Tauro, del tutto avulso dal resto del territorio e che a esso non porta alcun beneficio).

Abbiamo visto l’Europa cosa intende per cooperazione nel Mediterraneo. La Sicilia è servita come base operativa per aggredire un popolo indomito come quello libico, e ci son voluti sette mesi di incessanti bombardamenti della più vasta coalizione dai tempi di Desert Storm, per ridurre a ceneri fumanti un’intera Nazione.

La Sicilia è sede di decine e decine di basi americane, tra le quali la più vasta d’Europa, Sigonella, e ora si prevede l’istallazione di un sistema radar a raggio intercontinentale, il MUOS, che costituisce un pericolo incombente alla salute delle popolazioni esposte, che viene a sommarsi alle 46 antenne del sistema NRTF già presenti a Niscemi da oltre vent’anni.

Un altro fenomeno che investirà nel prossimo futuro soprattutto le amministrazioni locali è l’enorme peso del debito che esse hanno contratto al d fuori di ogni controllo. Se oggi i Comuni più indebitati sono Torino e Milano, abbiamo invece già assistito a vere “bancarotte” come quelle del comune di Brindisi e fra poco si prepara il grosso botto del Comune di Palermo gravato da un debito che non sarà mai più ripianabile e che peserà a vita.

L’ingresso nell’Unione Europea ha avuto per l’agricoltura meridionale lo stesso effetto che ebbe l’Unità d’Italia: protezionismo per il Nord e liberismo per il Sud. I contributi elargiti nel tempo sono serviti a distruggere le coltivazioni di pregio a favore di produzioni di scarsa qualità e comunque non competitive col Nord. Si è pensato sempre come sostenere e far passare leggi in sede comunitaria a favore dei grandi gruppi industriali (vedi vicenda delle sementi), che hanno stravolto la trasformazione dei cibi (lo zuccheraggio dei vini, l’aranciata non più fatta con le arance, oli de-acidificati) e delle aziende agricole del Nord Europa (vedi le quote latte). Il calo dei prezzi, imposto dalla grande distribuzione porta all’erosione dei margini, ha comportato il calo della qualità e lo sfruttamento selvaggio della manodopera. Chi crede che i problemi dell’agricoltura sono da attribuirsi alla concorrenza dei prodotti provenienti dal resto del mondo, si sbaglia. Le ragioni sono da cercare nella speculazione privata e nel liberismo selvaggio. Le produzioni di qualità (vino, ortofrutta) spesso si collocano su mercati di nicchia, che poco o niente incidono sui livelli occupazionali. Dietro a ogni prodotto acquistato a basso costo c’è sfruttamento. Nardò con le angurie, Rosarno con gli agrumi e nella zona di Foggia e di Pachino con i pomodori, rappresentano uno spaccato di una realtà diffusa. Il fenomeno del caporalato è parte integrante dello sfruttamento capitalistico e non un accidente locale, è la modalità dello sfruttamento schiavistico proprio delle regioni periferiche dell’imperialismo. Ne è prova che mai nessun governo ha voluto – non potuto – contrastare questo fenomeno, né con legislazioni efficaci, né con azioni di repressione.
Né più né meno ciò che accade per gli incidenti sul lavoro.

Stesso discorso si può fare per il comparto della pesca. La fine dell’assistenzialismo, l’incremento abnorme dei costi, lo strangolamento della distribuzione e l’iper-sfruttamento del mare da parte delle multinazionali a cui nessun governo si è occupato di opporsi. A fare il mercato ovviamente è la grande distribuzione, spesso in mano o a capitali “oscuri” o a grandi multinazionali.

In Sicilia e in Sardegna abbiamo assistito a un fenomeno di ribellione che ha saldato classi e interessi eterogenei: i pastori sardi, i contadini, i pescatori e gli autotrasportatori siciliani. Occorre riconoscere che solo i primi si sono saldati stabilmente alle lotte operaie in difesa del posto di lavoro e hanno davvero avuto la unanime solidarietà del popolo sardo. Invece più variegato è il panorama in Sicilia. Il nostro Partito ha espresso una chiara posizione, respingendo le accuse di “mafiosità” indiscriminata di cui i rappresentanti dei capitalisti hanno bollato queste lotte. Se all’interno del movimento dei forconi ci sono parole d’ordine che – pur nella limitatezza dello spontaneismo – hanno dato voce alle istanze dei braccianti agricoli e giuste accuse e meritate ingiurie indirizzate ai rappresentanti politici locali e nazionali, dall’altro lato occorre ricordare che questi strati sociali fino a ieri godevano della mediazione politica delle destre. In realtà è proprio questa mediazione politica che è saltata col governo Monti, un governo che, contrariamente al precedente, è completamente impermeabile alle istanze del ceto medio. Il crollo della mediazione politica può aprire notevoli spazi di manovra per i comunisti, solo se essi sapranno esprimere una voce di opposizione di classe che leghi innanzitutto gli sfruttati contro il sistema capitalistico e quindi realizzi le giuste alleanze con gli altri ceti produttivi.

Se il comparto primario subisce forti penalizzazioni, la situazione nel comparto industriale è allo stremo. Lo smantellamento della potenza manifatturiera italiana, che tanta concorrenza fa al sistema mittel-europeo, comincia da qui. La metalmeccanica siciliana è scomparsa o sta per chiudere, non solo la FIAT e con essa l’indotto, ma anche tante piccole e medie realtà, come i Cantieri Navali di Trapani e Palermo, la chimica sarda, le industrie di trasformazione. Anche alcuni punti di eccellenza, come l’Etna Valley, sono in difficoltà. A parte alcune, restano i pezzi più inquinanti e devastanti: il petrolchimico (in Sicilia si raffina oltre la metà del petrolio italiano), i previsti rigassificatori e le trivellazioni. In queste condizioni il destino del Sud è segnato. Pensare che l’occupazione possa venire da produzioni di nicchia, o da un turismo d’élite è ridicolo. Restano invece i grandi affari legati agli appalti pubblici, di cui la mafia gode i benefici. Tuttavia è da sottolineare che anche qui le aziende locali svolgono per di più un ruolo di supporto sul territorio che consente di fare il lavoro sporco a basso prezzo, mentre le grandi commesse vengono aggiudicate da grandi multinazionali. È questo il caso, per esempio, della costruzione degli inceneritori o del Ponte di Messina. Le grandi ditte del Nord si aggiudicano gli appalti grazie a ribassi, che possono garantire da un lato con un sistema di subappalti che le rende invulnerabili rispetto alle numerose infrazioni sulla normativa del lavoro, o all’iniezione anche qui di capitali di origine illegale. Il tutto sotto l’egida della criminalità organizzata che, lungi dal creare un ostacolo all’impresa capitalistica, garantisce la pace sociale e sindacale.

Il comparto sanitario sta sempre più diventando una delle principali voci utilizzate dalla criminalità organizzata sia come forma di riciclaggio del denaro illecito, sia come fonte di reddito “pulito”, legale. Ma le mani sul business non sono solo quelle mafiose; prendiamo ad esempio il caso delle “sette sorelle della sanità privata”; in cui si annoverano banchieri e immobiliaristi con forti interessi nell’editoria. Le loro holding svettano per il numero di posti letto sparsi in cliniche, centri di riabilitazione, case di riposo per lo più accreditati, attraverso le Regioni, al Sistema sanitario nazionale, dunque a carico delle casse pubbliche in base a tariffe predeterminate. Oltre alle Sette sorelle c’è la Grande madre, cioè la Chiesa, che del business della sanità privata rappresenta una fetta importante, ma difficile da quantificare. La proprietà delle strutture è frammentata tra fondazioni, ordini religiosi, diocesi, tutti enti che non sono tenuti a rendere pubblici i propri bilanci. Esiste anche l’ottava sorella rappresentata dalla Compagnia delle Opere, braccio economico di Comunione e Liberazione: chiunque voglia fare affari deve entrare nei meccanismi ciellini; ogni settore ha una sua associazione, ognuna di queste associazioni fa capo a propri partner. Il sistema capitalistico è ben oliato e funziona a pieno regime soprattutto al Sud. Uno dei centri più potenti di organizzazione del consenso è proprio la rete clientelare dei medici. Ulteriore scandalo è la commistione pubblico-privato che non si vuole estirpare, un sistema che garantisce un continuo travaso di soldi e potere pubblici verso i potentati locali che finora sono stati la cinghia di trasmissione del potere capitalistico-mafioso-clientelare.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito in Italia al processo di smantellamento di vari settori pubblici, ma quello che ha subito gli attacchi più grossi è stato quello dell’istruzione, attraverso l’azione convergente dei governi sia di centro-destra che di centro-sinistra. Dai ministri della pubblica istruzione Luigi Berlinguer alla Gelmini, tra riduzione dei fondi di finanziamento alle “riforme” che hanno espulso decine e decine di migliaia di lavoratori precari sia la scuola che l’università statali italiane hanno subito continue penalizzazioni: niente tempo pieno che meglio agiva sul contrasto alle disuguaglianze sociali, introduzione del maestro unico, aumento inaccettabile del numero minimo di studenti per classi e contestuale riduzione del personale scolastico. Anche il ruolo svolto dagli enti locali, cui compete fornire le dotazioni infrastrutturali, contribuisce ad aumentare il divario, infatti nel Mezzogiorno il volume di spesa è più basso che altrove e col federalismo fiscale la situazione non migliorerà.

Notevole è il divario in percentuale tra i diplomati e laureati nel Centro Nord e nel Mezzogiorno con una forbice che si può calcolare dai 3 ai 7 punti percentuali o più nei vari ordini scolastici. Lo SVIMEZ ci avverte che nel Sud, e particolarmente in Sicilia, oggi si registrano i minori tassi di passaggio dalla scuola superiore all’università, mentre nel 2001-2002 questo differenziale si era sostanzialmente annullato. Questo avviene in un Paese che presenta il minor numero di laureati d’Europa e il più alto numero di laureati disoccupati. Ciò è testimonianza dello stato di arretratezza culturale del tessuto economico italiano in genere. Questa caratteristica è anche abbinata col fatto che in Italia si spende per ricerca e sviluppo circa la metà dei paesi nostri diretti concorrenti; ma la parte drammaticamente carente è soprattutto quella privata.

Nella scuola l’espulsione dei lavoratori precari è stata particolarmente massiccia nel Sud rispetto al Nord, ricordiamo che solo in Sicilia si sono persi finora ben 20mila posti. Inoltre la realizzazione dei test INVALSI hanno dato dei risultati dall’effetto comico. Laddove i risultati davano punteggi superiori alle scuole del meridione, si sono manomessi a posteriori i criteri di valutazione statistici, al solo scopo di ottenere ciò che era già stato scritto: gli italiani meridionali sono più ciucci di quelli del nord.

Stesso furore si è messo nell’università statale. Dopo la rottura dell’unità amministrativa attraverso le “autonomie” degli Atenei e la “liberalizzazione” dei piani di studio, i fondi per gli Atenei meridionali sono andati progressivamente prosciugandosi molto più di quanto non sia avvenuto per quelli del Nord. Attacco finale al diritto allo studio verrà con la prevista eliminazione del valore legale del titolo di studio. Inoltre già si è creata una rete di Atenei sedicenti “eccellenti” che si trovano tutti nel centro-nord.

A cosa mirano queste azioni che non possono essere classificate come “errori” o “disattenzioni”? Allo smantellamento del sistema pubblico e statale dell’istruzione.

Ciò porterà a due risultati convergenti. Il primo, più scontato, aprire le praterie della privatizzazione alle scuole private che presentano costi almeno tripli rispetto a quelle pubbliche. Ma anche le università statali (?) del nord avranno il loro beneficio, posizionandosi come poli di attrazione privilegiati per i figli delle classi dirigenti di tutta Italia. Quindi penalizzazione per il Sud e doppia penalizzazione per i suoi figli delle classi non abbienti. Il secondo risultato, più perverso, è un generale decadimento della linfa vitale culturale della società italiana, che nei prossimi decenni non potrà che portare a una progressiva espulsione del nostro Paese da quelli avanzati.

Il fenomeno mafioso in Sicilia si manifesta prima dell’Unità d’Italia. Essa si può considerare uno strumento di oppressione ideato dai rappresentanti del grande capitale agrario del sud (latifondisti ed aristocratici) per bloccare le rivolte scoppiate nel Regno delle Due Sicilie tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Il fenomeno mafioso muta nel tempo e acquisisce sempre maggiore forza in Sicilia fino a rendersi sempre più indipendente dal grande capitale agricolo alla fine del XIX secolo. La mafia in quel periodo stringe una forte alleanza con il grande capitale finanziario del Nord, ampiamente rappresentato a Roma in tutti i governi nazionali che si succedono dal 1861 fino all’inizio del ventennio fascista. Questa prima mutazione genetica avviene in concomitanza con la perdita di potere del grande capitale agricolo meridionale che soccombe progressivamente dinanzi alle esigenze espansionistiche del capitalismo agricolo ed industriale del nord. Il legame tra il grande capitale e la mafia rimane intatto durante il ventennio fascista e nel 1943 la mafia ha un importante ruolo nello sbarco alleato a Gela ed è decisiva nell’immediato dopoguerra quando il governo nazionale dovrà fronteggiare le spinte autonomistiche della Sicilia, reprimendole nel sangue (strage di Portella della Ginestra del 1° Maggio 1947), per bloccare le rivolte contadine e l’avanzata delle forze socialiste e comuniste.

Il connubio tra i partiti di governo (in particolare la DC) e la mafia rimane saldo e anzi si estende anche alle altre mafie meridionali durante il periodo che va dal 1945 al 1992 (vicenda Ciro Cirillo). Le organizzazioni mafiose meridionali non hanno più come fonte di entrata solo il “pizzo”, lo sfruttamento della prostituzione, il traffico di droga e di armi, ma si arricchiscono soprattutto con gli appalti pubblici. Infatti una parte consistente dei 280000 miliardi di lire erogate dalla Cassa del Mezzogiorno tra il 1951 ed il 1992 per lo sviluppo delle regioni meridionali è intercettato dalla mafia, mentre la maggior parte degli appalti va spesso a società ed aziende del Nord Italia.

Molti sono stati, negli ultimi 30 anni, i casi segnalati dalla magistratura inquirente di infiltrazioni criminali negli appalti delle grandi infrastrutture meridionali che vedono protagoniste grandi gruppi imprenditoriali del Nord colluse (ed a volte controllate) dalla mafia. La mafia infatti diventa sempre più un soggetto capitalista che mantiene inalterato il suo potere criminale. La mafia imprenditrice non si manifesta solamente in Sicilia ma anche nel Nord Italia. Quanto avviene in Sicilia sarà decisivo nella formazione dei nuovi equilibri tra il sistema politico, le organizzazioni criminali e la grande imprenditoria del Nord, che stabilizzeranno dopo il 1992. La mafia siciliana dopo la stagione delle stragi cercherà da quel momento in poi di rendersi meno visibile e penserà solo a fare affari con la nuova classe dirigente.

Uno degli affari più grandi su cui la mafia ha cercato di sfruttare è quello del Piano Regionale dei Rifiuti redatto alla fine del 2001 dalla Regione Siciliana governata da Totò Cuffaro, condannato nel Gennaio del 2011 per mafia. Il piano dei rifiuti prevedeva la costruzione di quattro megainceneritori del gruppo Falck, sovradimensionati e progettati secondo criteri obsoleti che li rendevano ancora più pericolosi. Inoltre il piano istituiva la formazione di 27 Ambiti Territoriali Ottimali, tramite i quali i comuni avrebbero gestito il trasporto e il conferimento dei rifiuti, con criteri di gare di appalto che avrebbero favorito le aziende di trasporto riconducibili a “Cosa Nostra”.

Ma l’affare del secolo rimane per la mafia e la ndrangheta il Ponte sullo Stretto. Un opera pubblica, inutile e dannosa, da oltre 6 miliardi di euro, di cui 1,1 miliardi già spesi solo per la progettazione. Un’opera da molti ritenuta irrealizzabile, dall’impatto ambientale devastante, su cui le due organizzazioni criminali avevano allungato i tentacoli. In conclusione esso era un affare solo per il grande capitale nazionale ed internazionale, oltre che per la criminalità organizzata.

Queste vicende dimostrano che la mafia diventa nei secoli imprenditrice, non solo perché ha sempre gestito una grande quantità di denaro, ma perché riesce anche a gestire il consenso politico-amministrativo-elettorale. La sua natura è quindi di essere la specifica declinazione che il capitalismo assume nelle regioni meridionali e non un “cancro” estraneo asportabile. Ecco il motivo per cui dove c’è capitalismo c’è la mafia e ci sono comportamenti di tipo mafioso, e dove c’è la mafia c’è il capitalismo con i suoi interessi.

Negli ultimi cinquant’anni ogni giorno 75 ettari di terra vengono trasformati in asfalto, 600 mila ettari di suolo vengono sommersi da colate di cemento, altrettanti rischiano di fare la stessa fine nei prossimi venti. In Sardegna è stato urbanizzato il suolo addirittura del 1.154% rispetto agli anni 50. Persino in quei comuni che si sono svuotati per ogni abitante perso abbiano guadagnato in media 800 metri quadri di cementificazione a causa dell’abusivismo e l’attività di cava ad opera delle lobby del cemento, favorite, negli ultimi 16 anni da ben tre condoni edilizi. Nel solo 2006 le cave hanno mutilato il territorio scavando 375 milioni di tonnellate di inerti e 320 milioni di tonnellate di argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali. Ne risulta un territorio fragile, in equilibrio precario, soggetto a frane, smottamenti, alluvioni, esondazioni, a forte rischio desertificazione, come mai prima d’ora. Ne sono l’emblema Sicilia, Calabria, Campania, Metapontino. Gli interventi per via della intempestività, occasionalità, non programmazione, infiltrazioni malavitose, gestione non oculata o speculativa risultano oltremodo onerosi e spesso inutili. I costi sulla società, soprattutto in termini di vite umane e danneggiamenti, sono esorbitanti. Tutto ciò è l’effetto di un capitalismo predatorio che non si arresta davanti a nulla.

Oggi è impossibile pensare di poter ritornare all’interno del sistema capitalistico alla tradizionale gestione del territorio. Questo perché la lentezza che contraddistingueva le società tradizionali non risponde alla logica del massimo profitto.

Il cemento armato si è sostituito alle tecniche e ai materiali locali, l’approvvigionamento idrico attuale sta prosciugando le falde e i bacini idrici naturali, i fertilizzanti chimici e i pesticidi si sono sostituiti ai concimi naturali a scapito della qualità dei cibi, le monocolture intensive alla rotazione agraria con conseguente inaridimento del suolo. Alle economie locali, fondate sull’agricoltura, l’allevamento, l’artigianato, gestite secondo metodi e modelli tradizionali si sono sostituiti sistemi e modelli finalizzati alla grande distribuzione, attraverso lo sfruttamento e l’uso intensivo dei suoli per aumentare la produttività e ottenere tutto ciò che la natura non riesce a fornire secondo i suoi cicli. Se continueremo a reiterare gli attuali comportamenti, entro i primi anni del 2030 avremo bisogno di due Pianeti per soddisfare il fabbisogno dell’umanità di beni e servizi.

La globalizzazione dell’economia e degli scambi ha fortemente indebolito la funzione degli Stati nazionali sotto diversi aspetti, nella capacità di contrattare con la grande impresa multinazionale che, sotto l’imperativo della flessibilità, distribuisce investimenti in settori e regioni in modo quasi capillare, e mal sopporta le esigenze di stabilità e continuità del paese ospite. Inoltre, al naturale indebolimento della base geopolitica di riferimento delle aree di influenza, una volta fondate sulla disponibilità di risorse e materie prime, vie d’acqua navigabili, porti e accessibilità, ora esse cedono il passo a fattori come la copertura dei satelliti televisivi, di segnali radio, etc.

Sul piano strettamente teorico, una posizione da ecologismo borghese – che non si manifesta solo nei salotti-benpensanti, ma pure in larghi settori di movimento, o di falso-movimento – è assolutamente fuorviante proprio perché nega la contraddizione capitale-lavoro come principale, soprattutto nell’analisi della finitezza dello sviluppo materiale e della qualità dei modelli di un possibile, futuro sviluppo.

Nefasto è pure il non considerare come il famigerato ciclo dei rifiuti nel Mezzogiorno d’Italia sia figlio legittimo ed oggi fratello stretto del ciclo delle cave e del ciclo del calcestruzzo, significa non solo non comprendere le sue radici materiali ed i suoi modi di produzione, in termini di logistica, impiantistica, tempi, distribuzione, ma anche derubricare la presenza strategica delle mafie in tale settore produttivo a semplice incidente, occasione casuale, e non invece elemento strutturale, tutto interno ad aspetti di un preteso sviluppo capitalistico che, lungi dall’essere definibile come arretrato, ne rappresenta invece una punta avanzata, anticipatrice di diffusioni addirittura planetarie.

Del resto la stessa prevalenza in tale ciclo industriale della specialistica del ciclo dei rifiuti nocivi industriali mette in risalto la natura di classe degli enormi danni, soprattutto alla salute pubblica, che da essa sono derivati e tuttora derivano massicciamente, ben al di là dei dati ufficiali.

Anche qui declassare la questione ad una querelle tra un nefasto Nord industriale e un Sud buono e bucolico è non solo puro esercizio di fantasia, ma sostanzialmente un tentativo disperato di deviare le gravissime responsabilità, anche morali, del sistema capitalistico nel suo insieme.

Le proposte dei comunisti di breve-medio periodo devono anche tenere conto del livello del dibattito politico che si è realizzato oggi in Italia tra i “movimenti”, facendo sedimentare le novità e i contributi interessanti che ne son venuti e contrastando le derive piccolo-borghesi che oscurano la contraddizione capitale-lavoro come fondamentale nella nostra società.

La contraddizione che questi movimenti hanno affrontato è quella tra una gestione dei beni collettivi (acqua, trasporti, …) di tipo privatistico, che è stata rigettata anche nelle forme di Società di capitali a intera o prevalente partecipazione pubblica, perché portatrice di interessi antisociali e non certo garanzia di efficienza, e una gestione pubblica che nelle esperienze passate si è spesso rivelata un baraccone parassitario del potere economico ed elettorale del sottobosco politico.

La ricetta alla quale quei movimenti hanno messo capo è “pubblico e partecipato”, ossia Società di gestione che abbiano una natura pubblicistica, ma che siano sottoposte a un costante e puntuale controllo della collettività, che si esprimerebbe per il tramite organizzativo di associazioni costruite dal basso.

Naturalmente sappiamo che tali soluzioni non possono essere definite come soluzioni ottimali, perché esse cercano di perseguire una impossibile compatibilità col sistema capitalistico.

Aumento della produttività significa solo abbattimento dei costi da parte del padrone ed espulsione di manodopera, modernizzazione e globalizzazione significa solo importare in Italia le condizioni di lavoro del cosiddetto terzo mondo. Solo una produzione “sociale” e non per il mercato, pianificata e controllata dalla classe operaia, può liberare le straordinarie energie produttive odierne e aumentare il benessere di tutti i cittadini. Questo è particolarmente vero nel Mezzogiorno d’Italia, dove si accumulano tutte le più stridenti contraddizioni del capitalismo moderno: mafia, devastazione del territorio, disoccupazione e precarizzazione del lavoro dipendente (ma oggi anche quello autonomo), bassissima spesa sociale utile e sprechi per sanità, infrastrutture, istruzione e ricerca.

7) Internazionalismo ed antimperialismo.

Il Partito Comunista che stiamo costruendo ha nell’antimperialismo e nell’internazionalismo proletario due ragioni fondanti. E’ indispensabile che tutto il corpo del Partito assimili pienamente e definitivamente i contenuti dell’analisi che, da tre anni a questa parte, il Partito ha compiuto in merito alla cosiddetta “globalizzazione” capitalistica, che altro non è se non il recupero del dominio mondiale incontrastato, salvo rare e limitate eccezioni, da parte del capitale monopolistico dopo la scomparsa del blocco socialista.

Questa analisi deve partire da una corretta definizione e comprensione dell’imperialismo, troppo spesso erroneamente identificato con la sua fenomenologia, cioè con la guerra, l’espansionismo, le politiche neo-coloniali. Queste sono le forme con cui si manifesta, ma è la concentrazione monopolistica del capitale che ne costituisce la sostanza. La concentrazione del capitale e la concentrazione della proprietà, che ne è la proiezione giuridica, la loro trasformazione in capitale monopolistico e in proprietà monopolistica dei mezzi di produzione al fine della massimizzazione del profitto sono una legge oggettiva generale dello sviluppo capitalistico nella sua fase imperialista, una legge che oggi opera allo stesso modo tanto negli Stati Uniti, quanto in Europa e, al di fuori di essa, in Asia, in America Latina e persino in Africa, sia pure con intensità diverse.

Non è quindi accettabile, perché falsa e sbagliata, la teoria del “superimperialismo” statunitense egemone che imporrebbe la propria volontà ai “subimperialismi” degli altri paesi industrializzati all’interno di un blocco omogeneo.

Nella realtà esistono diversi disomogenei poli imperialisti, in aspra competizione tra loro per il controllo delle rotte commerciali, delle vie di comunicazione e telecomunicazione, dell’informazione e per la spartizione delle risorse del pianeta, dalle fonti d’energia, alle materie prime, all’acqua fino alle risorse umane, immense masse di diseredati che costituiscono l’esercito di riserva dei nuovi schiavi della produzione capitalistica. Anche quando apparentemente si manifestano coincidenze d’interessi, la competizione interimperialistica non cessa di operare, rimandando semplicemente la contrapposizione aperta ad un momento successivo. E’ appunto il tentativo di comporre la concorrenza interimperialistica, o di acquisire massa critica al suo interno, che spinge gruppi di paesi capitalistici alla creazione di conglomerati imperialisti quali l’Unione Europea.

La teoria del “superimperialismo” conduce direttamente ad un’ulteriore e pericolosa degenerazione. E’ sufficiente che la contraddizione interimperialista si manifesti come contrapposizione di un qualsiasi imperialismo all’imperialismo USA per generare, soprattutto in certa “sinistra”, l’illusoria idea della dicotomia tra “imperialismo buono”, nei cui confronti scattano pulsioni di simpatia e “imperialismo cattivo”. Non è forse anche questo il senso dell’insistere del Partito della Sinistra Europea sulla necessità di creare un Esercito Europeo e di potenziare la Polizia Europea? E non deriva forse tutto questo dall’incapacità o dal rifiuto di comprendere la vera sostanza di qualsiasi imperialismo?

Solo queste considerazioni, basate su una definizione scientifica dell’imperialismo, possono farci comprendere il ruolo reale dei BRICS, la cui vera natura sfugge, per le ragioni che citavamo più sopra, alla maggior parte della cosiddetta “sinistra”.

Riportiamo una recente dichiarazione del generale in congedo Vladimir Dvorkin, esperto dell’Istituto dell’Economia Mondiale e delle Relazioni Internazionali presso l’Accademia delle Scienze di Russia, una fotografia precisa su questo aspetto delle attuali relazioni internazionali “… L’Occidente è infatti preoccupato per l’eventuale formazione dell’alleanza russo-cinese. Questa alleanza, che in precedenza era meramente economica, si sta trasformando adesso in politico-militare. Da una parte, ci sono le alte tecnologie russe nella sfera dell’aviazione e della navalmeccanica, le armi missilistiche e il potenziale nucleare russo, nonché le risorse russe. Dall’altra parte, la laboriosità, la numerosa popolazione e l’espansione demografica della Cina. È una tremenda forza. Ovviamente, l’Occidente è molto preoccupato da questo vettore di sviluppo dei rapporti russo-cinesi. Ciò, in sostanza, mette in forse il dominio dell’Occidente nel mondo.” Affermazione importante e piena di buon senso. Il problema è che non si può essere così ingenui da pensare che oggi i BRICS possano svolgere il ruolo che ieri svolgevano i paesi socialisti. La maturità del loro capitalismo, data dal livello di alta concentrazione del capitale industriale e finanziario in forme monopolistiche, ne certifica l’entrata nella fase imperialista. Il grado di accumulazione di capitale di questi paesi non è ancora ai livelli di USA e UE, anche se si sta rapidamente adeguando, così come è diverso il loro modus operandi nelle relazioni internazionali, possono apparire “più simpatici” ma la loro natura economica è sostanzialmente la stessa.

I BRICS sono quindi certamente in grado di mettere in discussione il predominio dell’Occidente, ma da una posizione imperialista e attraverso i ben noti meccanismi della concorrenza interimperialistica. Non si capirebbe altrimenti la differenza di comportamento tra la vicenda libica e quella siriana. Un loro eventuale successo comporterebbe solo lo spostamento del baricentro del dominio imperialistico da un polo all’altro. Per quanto detto, è evidente che i BRICS sono entrati in rotta di collisione con gli imperialismi tradizionali. La collisione, per ora, si manifesta soprattutto con l’erezione di dazi e altre limitazioni commerciali contro le merci, intese in senso lato, provenienti dai BRICS, ma il fatto stesso che sia questi, sia i poli imperialisti tradizionali siano legati al WTO, non consente un uso estensivo di queste restrizioni protezionistiche.

La necessità di assicurarsi il controllo delle risorse strategiche e dei mercati di sbocco, comune sia ai BRICS, sia agli imperialismi tradizionali sfocerà prima o poi in un confronto militare. Questo confronto in realtà già esiste, sia pure in modo indiretto e si manifesta nella moltiplicazione dei conflitti militari locali, cioè combattuti in casa d’altri. Afghanistan, Iraq, Jugoslavia, Libia, Siria sono la conferma più eclatante della competizione interimperialista, condotta a spese dei popoli di paesi terzi I comunisti e il movimento operaio non hanno oggi che un’arma da contrapporre a questi processi: la solidarietà proletaria internazionalista. Fin dalla sua fondazione, il nostro Partito sta infatti lavorando per costruire una solida rete di rapporti bilaterali con altri partiti comunisti e operai, a livello europeo e mondiale, ponendosi l’obiettivo di un coordinamento, anche organizzativo, sempre più stretto tra essi, sulla base di una teoria e prassi marxiste-leniniste coerenti e rigorose.

Per quanto riguarda le questioni europee, abbiamo da tempo stabilito e pratichiamo una linea di netta contrarietà e rottura con l’Unione Europea e la NATO, per l’uscita dell’Italia da entrambe.

Abbiamo svelato e il ‘feticcio’ delle alleanze politiche e del parlamentarismo, dimostrando come non esistano, nella fase attuale, partner o interlocutori plausibili per un partito comunista. Il Partito Socialista Europeo, a cui aderisce il PD, condivide con il Partito Popolare Europeo la rappresentanza del grande capitale industriale e finanziario, in un rapporto di alternanza di governo che, al di là di differenze marginali, in sostanza garantisce la continuità del potere della borghesia monopolista.

Gli opportunisti del Partito della Sinistra Europea del quale fa parte, a vario titolo, la cosiddetta “sinistra radicale” italiana, predicano l’alternativa ma hanno comunque un rapporto subalterno e funzionale alla UE, ingannando le masse con l’illusione della riformabilità del capitalismo e il miraggio della possibilità di una sua umanizzazione.

Sanno perfettamente che, nel quadro di questo sistema e di queste istituzioni, l’Europa dei popoli non esiste né mai esisterà, ma continuano a svolgere il ruolo ideologico di stampella sinistra dei palazzi di Bruxelles. I nomi dell’opportunismo sono simili in ogni paese, – Bloque de Esquerra, Izquierda Unida, Die Linke, Front de Gauche, Siryza ecc – ma ovunque mascherano la gabbia riformista entro cui vorrebbe confinare e neutralizzare la conflittualità di classe.

Per questo riteniamo che non vi siano oggi le condizioni per alleanze politiche dei comunisti con altri partiti. Crediamo invece che sia necessario lavorare per costruire le alleanze sociali della classe operaia con gli altri ceti popolari, promuovendo il coordinamento delle lotte anche a livello europeo. Anche in questo senso vediamo nell’internazionalismo proletario una delle leve strategiche della rivoluzione in Europa e nel mondo. La coerenza delle nostre posizioni e lo scambio di analisi ha portato il Partito all’instaurazione di rapporti fraterni, non solo formali ma fattivi, con importanti organizzazioni del movimento comunista internazionale che consideriamo partiti fratelli. Le sezioni nazionali della nostra Federazione Estera operano in stretto contatto e collaborazione con i partiti fratelli, ad un livello che va oltre la semplice condivisione di analisi e documenti per arrivare all’organizzazione di manifestazioni e azioni politiche congiunte e, fatto inedito fino ad ora, alla militanza degli emigrati di un partito nei ranghi del partito fratello del paese ospitante.

Insieme a trenta partiti comunisti e operai europei, aderiamo e partecipiamo attivamente all’Internazionale “‘Iniziativa dei Partiti Comunisti e Operai d’Europa”, il primo organismo di coordinamento dei comunisti per dare maggiore efficacia alla lotta contro l’UE e gli opportunisti del Partito della Sinistra Europea.

Consolidiamo costantemente i rapporti di solidarietà internazionalista col Partito Comunista Siriano e come quello del Messico, con Cuba socialista e il PCC, con la Repubblica Bolivariana di Venezuela, il PCV e il PSUV, mantenendo viva l’attenzione verso qualsiasi movimento rivoluzionario nel continente latinoamericano, cercando di contribuire a rafforzarne l’orientamento verso uno sviluppo socialista.

Quando parliamo di Cuba, il nostro pensiero va ai Cinque Eroi, di cui quattro ancora illegittimamente incarcerati e trattenuti negli Stati Uniti. Anche in queste sede esprimiamo la nostra solidarietà militante a loro, alle loro famiglie e al popolo cubano tutto, impegnandoci ad esigerne con sempre maggior insistenza la restituzione alla patria. Manteniamo viva la solidarietà con la Repubblica Democratica Popolare di Korea e con il Partito del Lavoro di Korea

Condividendo il principio dell’autodeterminazione dei popoli, il loro diritto a scegliere il proprio futuro senza l’intervento dell’imperialismo, esprimiamo solidarietà piena al popolo e al Partito Comunista di Palestina, contro l’occupazione sionista sostenuta dall’imperialismo statunitense ed europeo, per la liberazione di quelle terre, la liberazione dei detenuti politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, il ritiro di Israele entro i confini del 1967, lo smantellamento degli insediamenti illegittimi dei coloni israeliani e l’immediata cessazione dell’embargo contro la popolazione palestinese di Gaza. La nostra solidarietà va anche ai popoli e ai legittimi governi di quei paesi che oggi sono minacciati o aggrediti dall’imperialismo perché non ne vogliono accettare il rapinoso diktat. Come abbiamo fatto ieri con la Libia di Gheddafi, così facciamo oggi con la Siria di Assad e domani, se necessario, con l’Iran.

Paesi che hanno sistemi politici diversi tra loro, nei confronti dei quali esprimiamo criticità anche forte, ma che meritano la nostra totale solidarietà “senza se e senza ma” quando subiscono l’aggressione imperialista. In questa nostra unicità nel panorama politico italiano, siamo lontani dalla finta sinistra, anche radicale, tanto “politicamente corretta” quanto totalmente subordinata al pensiero unico del capitalismo, la quale si limita tutt’al più a qualche generico appello pacifista, nel quale non distingue mai tra vittime e aggressori.

8) Natura della crisi; un programma di trasformazione socialista.

Il capitalismo è giunto oggi ad una devastante crisi di sovrapproduzione e sovraccumulazione dalla quale non riesce ad uscire, né applicando ricette fondate sull’intervento pubblico a sostegno della domanda (keynesismo), né con il più sfrenato monetarismo fondato sul disequilibrio fra domanda ed offerta. Così, non riesce più a riavviare un duraturo ciclo di riproduzione allargata e di accumulazione. Quale la causa di tale situazione?

Nel mercato capitalistico, le nuove tecnologie permettono la riduzione della forza- lavoro impiegata nei processi produttivi, generando disoccupazione, con relativa diminuzione del costo del lavoro nel breve periodo. Tuttavia, il conseguente aumento della composizione organica del capitale – cioè il rapporto tra capitale costante (edifici, terreni, macchine, impianti etc.) chiamato così perché il suo valore rimane invariato al termine di ogni ciclo produttivo, e capitale variabile (forza-lavoro) che, invece, è l’unica a trasferire un valore aggiunto al prodotto, con la diminuzione dell’impiego delle quantità di quest’ultima – provoca, inevitabilmente, una diminuzione del saggio di profitto, come scientificamente dimostrato da Marx.

La caduta tendenziale del saggio di profitto, da un lato obbliga il capitale a distruggere una parte di se stesso, cioè quella invenduta ed accumulata in quota maggiore rispetto alla domanda del mercato, da cui i licenziamenti ed i disinvestimenti; d’altro lato, lo obbliga ad intensificare lo sfruttamento della forza- lavoro con l’incremento dell’estrazione di plusvalore attraverso l’estensione dell’orario di lavoro, l’allungamento dell’età pensionabile, la riduzione del salario nominale e la sua deindicizzazione dal costo della vita, i tagli ai servizi sociali ed alla entità delle pensioni erogate.

L’indebitamento pubblico è, oggi, da molti indicato come causa principale della crisi. In realtà, esso è stato uno degli strumenti principali con cui, nelle fasi di sviluppo, il capitale ha sostenuto il tasso di profitto attraverso politiche di sgravi fiscali e contributivi alle imprese, di agevolazioni creditizie, di finanziamenti ai vari settori industriali. Basti pensare, poi, che nella crisi in corso, tra il 2007 ed il 2009, il deficit di bilancio della media dei paesi dell’Unione Europea è cresciuto di 10 volte, dallo 0,7 al 7% del PIL, non a causa dell’aumento delle spese sociali, ma in seguito alla crisi delle banche che ha pesato sui bilanci pubblici dell’Unione Europea, dal 2008 ad oggi, per un ammontare di 3500 miliardi di euro, equivalente alla somma dei debiti pubblici di Spagna, Portogallo, Italia e Grecia.

E’ vero, invece, che i costi di questi interventi di spesa, come l’ultimo concordato a Bruxelles e denominato scudo anti-spread – che altro non è che un intervento di acquisto di titoli sottoposti a vendita speculativa sui mercati, finanziato dal Fondo salva stati, cioè con i soldi di tutti noi – vengono oggi scaricati sulla classe operaia, sui lavoratori e sui popoli.

La crisi attuale, quindi, non è dovuta all’indebitamento pubblico, il quale è stato creato in conseguenza dell’incapacità del capitale a riavviare il ciclo di riproduzione ed accumulazione, ma, nel suo stesso aspetto finanziario, è dovuta al fatto che, in seguito alla sovrapproduzione e tendenziale caduta del saggio di profitto, una parte del capitale ha cercato remunerazione al di fuori della produzione, trasformandosi da industriale in finanziario. Si pensi, a questo proposito, che nel 1980, gli attivi finanziari formati da azioni, obbligazioni, titoli di credito e di debito ed il PIL del mondo si equivalevano, ammontando entrambi a 27 trilioni di dollari, mentre nel 2008 gli attivi finanziari, avendo superato i 240 trilioni, valevano più di quattro volte del PIL mondiale che valeva 60 trilioni.

La crisi, quindi, è strutturale e sistemica a causa della contraddizione fondamentale ed insanabile del modo di produzione capitalistico tra il carattere sociale della produzione e la appropriazione privata del prodotto.

Infatti l’imperialismo, cioè l’attuale fase di sviluppo del capitalismo, è caratterizzato dalla concentrazione monopolistica del capitale e della proprietà privata che provoca il controllo pressoché totale delle risorse mondiali da parte di una piccolissima parte della popolazione e di un ristrettissimo gruppo di paesi e l’imposizione del proprio volere alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale; i dati dell’ONU ci dicono infatti che oggi nel mondo 12 milioni di individui (lo 0,2% della popolazione mondiale) detengono la metà del patrimonio finanziario dell’umanità, mentre 3 miliardi di persone ne detengono solo il 4,2%. Sempre secondo l’ONU, oggi, il reddito del mondo supera ormai i 65mila miliardi di dollari e con soli 100 miliardi di dollari si potrebbe sradicare la povertà più estrema e la fame dei 2,6 miliardi di poveri che vivono con 2 dollari al giorno, ma nulla di tutto ciò è avvenuto negli ultimi anni. Anzi, si è assistito ad una gigantesca redistribuzione del reddito dai poveri a favore dei ricchi. Nel periodo 1976-2006, in tutti i paesi dell’OCSE, l’incidenza della quota salari del PIL (comprensivo anche del lavoro autonomo) è diminuita mediamente di 10 punti percentuali passando dal 68% al 58%. In Italia il calo è stato di 15 punti a favore delle rendite e dei profitti. Negli USA ed in Italia oggi un decimo della popolazione percepisce la metà del reddito nazionale.

L’Unione Europea, è lo strumento con il quale il capitalismo monopolistico europeo persegue i propri interessi. Per reperire le risorse necessarie a contendere agli USA l’egemonia mondiale ed a competere da una posizione di forza con i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), l’UE e la BCE impongono ai popoli d’Europa sacrifici insostenibili ed un vero e proprio massacro sociale ai danni del lavoro salariato, di ampi settori di lavoro autonomo e di piccola borghesia in via di proletarizzazione, a favore del capitale.

L’adesione al Trattato di Maastricht ed all’Unione Monetaria Europea ha privato la borghesia italiana dell’arma della svalutazione competitiva, ma le ha fornito gli strumenti per portare più a fondo l’attacco alle posizioni della classe operaia ed ai diritti dei lavoratori.

Oggi l’Italia è il Paese d’Europa a maggiore “flessibilità” del lavoro, dove i lavoratori hanno meno tutele, dove il salario medio di un operaio metalmeccanico con 32 anni di anzianità può non superare i 1.200 euro al mese (se non c’è cassa- integrazione), dove un giovane è costretto a lavorare con contratti trimestrali a 400 euro al mese, dove si muore sul lavoro per una paga oraria di 3,90 euro senza contributi, dove si va a lavorare malati pur di conservare il posto, dove i padroni possono licenziare liberamente, dove il resoconto degli incidenti sul lavoro è un vero e proprio bollettino di guerra che registra 4 morti al giorno.

Mentre si spremono salari e pensioni, privando del presente e del futuro giovani e donne, si reperiscono fondi per il sostegno alle banche ed ai monopoli, per le guerre imperialiste e per mantenere il Vaticano, mentre la sanità e l’assistenza, le scuole e l’università, la scienza ed il mondo della cultura, l’ambiente ed il territorio sprofondano nel più rovinoso degrado. È una stridente realtà quella che vede, nel mondo, la ricchezza accumulata crescere sempre più, assieme alla povertà dei popoli, perchè concentrata in una elite sempre più ristretta.

Secondo uno studio recente del Politecnico di Zurigo, 147 multinazionali, tutte strettamente connesse fra di loro, di cui la maggioranza banche, rappresentano la rete capitalista che domina l’intera economia mondiale.

I loro nomi sono JP Morgan, Mehrril Lynch, Barcloys, Goldman Sachs, Bank of America, UBS, Deutsche Bank, Credite Suisse, BNPParibas e Unicredit. Esse fanno capo a 737 maggiori azionisti che, attraverso una rete fittissima di relazioni e proprietà intrecciate si sostengono a vicenda.

In un recente studio di James Henry, ex capo economista della Mc Kinsey, è stato calcolato che 21 mila miliardi di dollari di denaro cash depositato dai super ricchi del mondo in conti correnti ed in strutture finanziarie segrete nascoste nei paradisi fiscali – che, raggiungono i 32 mila miliardi se si aggiungono beni come yacht, ville e simili -appartengono a circa 10 milioni di persone, di cui solo 91mila di esse posseggono la metà di tale cifra. Inoltre, l’ammontare del valore nominale dei prodotti derivati è attualmente di 600mila miliardi di dollari, sette volte l’intera ricchezza prodotta a livello globale. Nel corso del 2012 i principali fondi speculativi hanno spostato, infine, sulla Europa in crisi ben 100 miliardi di dollari destinati ad acquistare, a prezzi stracciati, banche, imprese e qualsiasi altra cosa che i governi europei stretti dalla crisi decideranno di mettere in vendita, per far fronte ai debiti.
L’Europa, infatti, che aveva investito inseguendo il modello americano, ne seguì le sorti.

Ma, mentre gli americani nascondevano i loro problemi sotto il tappeto sul piano internazionale con il dollaro la cui domanda continuava a sostenere i consumi ed a finanziare il deficit commerciale, e sul piano monetario, con la politica dei bassi saggi d’interesse che dava l’opportunità di consumare ed investire in case a credito, stimolando la domanda aggregata e sostenendo la crescita del PIL; in Europa, nonostante dal 2002 la moneta unica avesse reso il credito più abbondante ed a buon mercato, i vantaggi commerciali conseguenti non si manifestarono perchè gli scambi intraeuropei ridussero il loro peso rispetto alla crescita degli scambi extraeuropei, cosicché, trasferendo in Asia la manifattura dei beni standardizzati di largo consumo, l’industria europea cominciò ad accumulare, in Europa, capacità produttiva inutilizzata.

La ricchezza privata in Italia, costituita da denaro contante, case, azioni e titoli, veleggia nel 2012 verso la cifra di 9000 miliardi di euro netti, cioè più di quattro volte il debito pubblico che ha raggiunto e superato a fine anno i 2000 miliardi di euro. Ma il debito pubblico è di tutti, mentre la ricchezza è di pochi. Infatti, il debito pubblico viene spalmato su 60 milioni di cittadini per una quota di circa 32.000 euro ciascuno, mentre per la ricchezza nazionale, la metà di essa, cioè oltre 4mila miliardi di euro, appartiene al 10% della popolazione, cioè a 6 milioni di persone che vivono nell’assoluto benessere, mentre il restante 90% dei cittadini, cioè 54 milioni di persone, si divide l’altra metà.

La ricchezza di tutte le famiglie del mondo ammonta a 150mila miliardi di dollari, le famiglie italiane ne possiedono il 6%, benchè l’Italia rappresenti solo l’1% della popolazione del pianeta ed il suo PIL sia il 3,4% di quello mondiale. Perciò, è giusto dire che l’Italia è un Paese ricco abitato da poveri.

Al vertice della ricchezza, nel nostro Paese, secondo i dati dell’indagine biennale della Banca d’Italia sui redditi degli italiani (2012), troviamo 240mila famiglie (circa 600mila persone), che possiedono un patrimonio di circa 5 milioni di euro a testa. Di essi, i primi dieci sommati valgono 50 miliardi e, da soli, possiedono quanto 3 milioni di loro concittadini di modesta condizione. Al primo posto c’è la famiglia Ferrero, con 19 miliardi di dollari di patrimonio personale. Al secondo posto, Leonardo del Vecchio (Luxottica), con 11 miliardi di dollari. Al terzo posto, Giorgio Armani, con 7,2 miliardi, al quarto Miuccia Prada con 6,8 miliardi. Al quinto posto, i fratelli Rocca proprietari del gruppo Techint con 6 miliardi ed al sesto posto, Silvio Berlusconi, proprietario di Fininvest e Mediaset con 5,9 miliardi. E questi sono solo i redditi dichiarati.

Dopo i super ricchi, troviamo il secondo livello, 2,5 milioni di famiglie (6.250.000 persone) che hanno ciascuna un patrimonio pari a 1,7 milioni di euro. Sono imprenditori, professionisti e commercianti di successo.
Al terzo livello troviamo 9,6 milioni di famiglie (circa 24 milioni di persone) con un patrimonio di poco più di 400mila euro a testa.
Al quarto livello, vi sono i 12 milioni di famiglie più povere, con un patrimonio medio di 72mila euro ciascuno: sono impiegati, insegnanti, dipendenti pubblici, precari, depositari del solo stipendio con cui cercano di vivere.
Al quinto livello, troviamo i poverissimi e cioè 3,2 milioni di famiglie (8 milioni di persone) che non posseggono nemmeno la cifra minima ritenuta indispensabile per la sopravvivenza, cioè 1011 euro al mese.
Infine, troviamo 1,4 milioni di famiglie (3,5 milioni di persone) che non arrivano a 500 euro al mese e vivono la miseria nera. Dal 2007 al 2011, questi sono aumentati del 14%, al Sud del 74%.

Se i 9000 miliardi di ricchezza privata nazionale fossero divisi equamente tra i 24 milioni di famiglie che compongono il popolo italiano, ciascuno avrebbe un patrimonio di 360mila euro. Invece, le famiglie superricche, che rappresentano appena l’1% della popolazione, hanno un patrimonio 65 volte superiore alla media e, da sole, si spartiscono il 13% del reddito pari a 1120 miliardi di euro.

La ricchezza nazionale, è composta per metà da case in proprietà che accomuna l’80% della popolazione italiana. Il patrimonio immobiliare complessivo vale 5mila miliardi ma, il 25% di esso è concentrato nelle mani del 5% dei proprietari.
I restanti 4mila miliardi, sono in parte in denaro depositato sui conti correnti delle banche od alle poste (1000 miliardi). Altri 1.500 miliardi sono investimenti finanziari: il 90% degli italiani ha messo i suoi risparmi in azioni, obbligazioni e titoli di Stato.

Lo stipendio medio dei lavoratori italiani è di 1286 euro mensili netti, mentre, secondo Eurostat, la soglia della povertà relativa per una famiglia composta da due persone è di 1011 euro mensili.
La distanza tra il superstipendio del manager che dirige l’azienda e quello di un dipendente è, in media, di 400 volte ma può arrivare, in alcuni casi, a mille volte.

I salari medi italiani sono i più bassi d’Europa: in una classifica di 31 nazioni stilata dall’OCSE, gli italiani risultano al 23° posto.

Il lavoro dipendente ed i pensionati, circa il 68% dei contribuenti, si accollano il 93% di tutto il gettito Irpef che entra, ogni anno, nelle casse dello Stato.

Negli ultimi 10 anni, una quota di circa 15 punti percentuali di ricchezza si è spostata dal lavoro alle rendite ed ai profitti.

Sui quasi 17 milioni di pensionati, la metà prende meno di 1000 euro al mese, 3 milioni meno di 500 euro e 2 milioni più di 2000 euro. Ma quello che è più grave è che, con le recenti modifiche al sistema pensionistico, in futuro le pensioni medie si aggireranno attorno ai 600 euro e precari e lavoratori in nero potranno aspirare, al massimo, alla pensione sociale di 460 euro.

In questo contesto, di per sé desolante, l’Italia, obbligata dalla Unione Europea, ha approvato una norma capestro, il cosiddetto fiscal compact, che obbliga il nostro Paese al pareggio di bilancio ed alla riduzione forzata del debito pubblico. Ciò significherà tagli per 45 miliardi l’anno per venti anni, a partire dal 2014.

Il carattere strutturale della crisi è dato, quindi, anche nel nostro Paese dal fatto che:
- Il bilancio pubblico deve conseguire un avanzo primario, sottraendo alla spesa finale almeno 3 punti di PIL all’anno.
- L’economia in fase depressiva ha bisogno del formarsi di un nuovo risparmio.
- Il calo generalizzato della domanda riduce i fatturati delle imprese.

La gente, lentamente, sta prendendo coscienza dei meccanismi che muovono l’economia mondiale e che determinano la divisione in ricchi e poveri.

La classe operaia è costretta ad abbandonare qualunque illusione di emancipazione all’interno di questo sistema. Il ceto medio è arrivato al culmine della sopportazione, essendo risospinto indietro dai processi di proletarizzazione.

La borghesia si stringe a difesa dei suoi privilegi continuando la sua politica di rapina del popolo e l’enorme blocco sociale di poveri e disoccupati che sta crescendo, prima o poi, chiederà il conto. Un recente sondaggio commissionato dalle Acli (Associazione cattolica lavoratori italiani), ha dato risultati sorprendenti:
- Il 75% del campione ritiene che la crisi la debbono pagare i ricchi.
- Il 37% è convinto che da questa situazione si esca solo attraverso una rivoluzione.

Nell’analisi delle cause e delle dinamiche della crisi in Italia, si cerca sempre di nascondere, da parte della cultura dominante, che, ricordiamo, è espressione degli interessi delle classi dominanti, le principali voci che hanno contribuito a determinare l’enorme debito pubblico del nostro Paese, attribuendone, in genere la responsabilità alle varie voci della spesa sociale. Vogliamo smentire tali menzogne con alcuni dati di cui non si parla mai.

Secondo l’analisi della società Ricerche e Studi presentata il 10 ottobre 2000 alla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, le uscite dello Stato verso IRI, ENEL, ENI, ed EFIM dalla loro fondazione fino al 2000, ammontavano a 139.700 miliardi di lire, il cui rendimento è valutabile, nello stesso periodo, in 33.900 miliardi di lire di dividendi incassati, e 70.800 miliardi di lire di introiti netti delle vendite di titoli. Se si aggiunge a tali cifre il valore delle attività residuali che tuttora possiede lo Stato, dopo le privatizzazioni degli anni ’90, si calcola in circa 80mila miliardi il saldo attivo. A tale risultato, concorrono soprattutto ENI ed ENEL, mentre il bilancio finale dell’IRI manifatturiero presenta un saldo negativo di 47.600 miliardi di lire. A distruggere ricchezza, inoltre, hanno grandemente contribuito i grandi gruppi dell’industria privata e cioè la FIAT bruciando 27.457 miliardi di lire, la Olivetti 14mila, Montedison 9mila e Italcementi più di mille.

Anche per questo, è particolarmente ingiusto il peso di sofferenze che viene scaricato dai gruppi dominanti sul popolo con la motivazione del rientro dai livelli del debito pubblico accumulato.

Dal 2008 ad oggi il PIL italiano è diminuito dell’8% (230 mld secondo la Corte dei Conti), la produzione industriale è diminuita del 20%, gli investimenti del 17% ed un deposito clandestino di 150mld di capitali italiani giace nei forzieri delle banche svizzere, mentre il tasso di disoccupazione in Italia è praticamente raddoppiato. Prima che il 2013 sia terminato è prevista, da varie fonti, un’ulteriore diminuzione del PIL dell’1,7% e dei consumi del 2,4%.

Una particolare attenzione, infine, contrariamente a quanto solitamente accade, merita la composizione sociale del popolo italiano composto, ormai da 60 milioni di persone. Di essi, 8 milioni sono operai, 15 milioni lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, 2,3 milioni lavoratori dipendenti a tempo determinato, 3,2 milioni lavoratori dipendenti del settore pubblico, 5,2 milioni lavoratori autonomi di cui 3,2 senza dipendenti, 530mila lavoratori cassintegrati, 433mila collaboratori atipici, 1,8 milioni di studenti universitari, 4 milioni di imprenditori di cui il 97% con meno di 50 dipendenti e 16,7 milioni di pensionati, 3 milioni di disoccupati ufficiali, ma in realtà 6 milioni di persone in età da lavoro privi di qualsivoglia attività lavorativa. (Fonte: ultimo censimento)

È alla luce di questa situazione che bisogna chiedersi quale programma politico sia necessario per cambiarla a favore dei lavoratori e delle masse popolari.

Noi comunisti indichiamo punti programmatici molto chiari e netti come base di una vera svolta politica per avviare l’edificazione del nuovo ordinamento sociale.

Politica internazionale

Uscita dell’Italia dalla NATO con disimpegno del nostro Paese da tutte le missioni di guerra all’estero e la conseguente chiusura di tutte le basi militari straniere.

Adozione di una politica estera orientata in senso antimperialista e limitazione delle spese di bilancio militare alle sole esigenze di difesa del popolo e del territorio italiano, in ottemperanza all’art. 11 della Costituzione.

Uscita dell’Italia dall’Unione Europea e dalla Unione Monetaria Europea (sistema dell’euro) e ripristino della sua sovranità politica ed economica al fine di sviluppare tutte le potenzialità di sviluppo del nostro Paese, per non sprofondare ulteriormente nell’indebitamento e nella recessione.

Azzeramento unilaterale della parte del debito detenuto da banche ed istituzioni finanziarie, monopoli e fondi speculativi italiani ed esteri, difendendo i fondi dei piccoli risparmiatori. Divieto di qualsiasi attività e pubblicità delle agenzie di rating sul territorio italiano e sottoposizione delle agenzie stesse e dei loro dirigenti a procedimento penale per associazione a delinquere con finalità eversive, in base alle leggi italiane.

Politica del lavoro

Abrogazione di tutte le leggi che legittimano la precarietà del lavoro e che discriminano i lavoratori per genere ed età e messa fuori legge e perseguibilità penale del caporalato sotto qualsiasi forma. Ripristino della piena validità e preminenza del Contratto Nazionale Collettivo di Lavoro e di chiari e rigidi limiti di legge per il licenziamento dei lavoratori e la possibilità di riassunzione del lavoratore su indicazione del giudice. Superamento di tutte le forme di false cooperative. Istituzione del salario minimo garantito per legge dallo Stato, per un’esistenza dignitosa alle lavoratrici ed ai lavoratori, di un’indennità di disoccupazione a tempo indeterminato fino alla proposta di nuova assunzione non inferiore all’90% dell’ultimo salario percepito, di un’indennità a tempo indeterminato fino alla proposta di assunzione pari al 60% del salario medio per i giovani in cerca di prima occupazione al termine dell’istruzione obbligatoria.Riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario e contributi e ripristino dell’indicizzazione dei salari al costo della vita (scala mobile), accompagnato da una politica di controllo popolare alla fonte dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo con l’abolizione delle imposte indirette (IVA) sugli stessi. Controllo dei lavoratori sulle condizioni di sicurezza e salute sul lavoro e politiche di prevenzione degli incidenti e delle malattie professionali con inasprimento delle pene per chi le disattende. Politiche di sostegno alla ricerca applicata ed all’innovazione, di prodotto e di processo, per le piccole imprese, favorendone la concentrazione e l’integrazione in forme associate consortili o cooperative, in modo di consentire loro di acquisire economie di scala.

La questione fiscale

Oggi, nel nostro Paese, fra le tante e gravi questioni che determinano il malessere sociale dei lavoratori e del popolo italiano, vi è la questione fiscale. La pressione fiscale ha raggiunto, ormai, in Italia, il 55% ( rapporto fra entrate fiscali e Pil ), colpendo sia i lavoratori dipendenti ed i pensionati ( che pagano il 93% dell’Irpef totale), ma anche i lavoratori autonomi e le piccole imprese. Da dove nasce, negli Stati ad economia capitalistica, l’esigenza di un prelievo fiscale così intenso? Nel capitalismo monopolistico, lo Stato è impegnato ad erogare una forte spesa pubblica, per riprodurre i propri apparati burocratico-militari, per garantire un minimo di servizi sociali, ma, soprattutto, per sostenere in varie forme ( contributi a fondo perduto, incentivi ed agevolazioni fiscali ecc. ) la produzione e l’attività finanziaria dei grandi gruppi industriali e bancari.Tanto più lo Stato, non è proprietario di attività produttive di beni e servizi e di banche, che garantiscano introiti economici, tanto più il fisco è l’unica fonte di sostegno alla spesa pubblica.

In Italia, lo abbiamo constatato chiaramente: quando il sistema economico era a carattere misto, con la proprietà privata ma anche pubblica delle attività produttive fondamentali del Paese, la pressione fiscale era più bassa, dopo le privatizzazioni degli anni ’90 e successivi, essa è svettata a livelli insopportabili.Qui sta il nodo della questione fiscale: lo Stato preleva le risorse di cui ha bisogno, principalmente per sostenere l’attività dei grandi gruppi industriali e finanziari, dal reddito dei lavoratori, dei pensionati e delle piccole imprese. Non esiste paese ad economia capitalistica che non sia strutturato in tal modo, pur con qualche differenza fra di loro.

I comunisti propongono come obbiettivo programmatico principale ed iniziale del loro progetto politico l’esproprio, la nazionalizzazione ed il controllo operaio e popolare dei principali gruppi produttivi e bancari come base per un livello inizialmente significativo di socializzazione dell’economia nazionale. Ciò ha come conseguenza, sul piano fiscale, che lo Stato, nel nuovo ordinamento socialista, è in grado, in quanto detentore e pianificatore dell’utilizzo della ricchezza prodotta dai lavoratori nelle imprese socializzate, di allentare, fin da subito, consistentemente la pressione fiscale, fino alla sua riduzione ai minimi termini e alla sua eliminazione nelle fasi più avanzate della transizione socialista-comunista, come testimoniato dalla storia dell’Urss e degli altri Stati socialisti. Per questo, il socialismo, con la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, è il sistema che è in grado di liberare i lavoratori dal giogo dell’oppressione fiscale lasciando il reddito da essi guadagnato a loro disposizione.

Questa è la nostra proposta di ” riforma fiscale “, dopo decenni di prelievo statale sui redditi di lavoratori e pensionati e di menzogne delle forze politiche e sociali dominanti sulla possibilità di ridurre il carico fiscale in un ordinamento socio- economico capitalistico.

Politica di tutela ambientale

Dato lo stato del sistema industriale italiano, è urgente una politica di riconversione produttiva delle aziende inquinanti, in grado di rilanciare l’occupazione lavorativa attraverso la riqualificazione ambientale degli impianti stessi, procedendo in un processo di collettivizzazione delle grandi proprietà. L’applicazione e la diffusione di tecnologie non inquinanti che consentano il risparmio energetico assieme all’introduzione di un serio sistema sanzionatorio per le aziende che ancora inquinano sono i primi fondamentali elementi in grado di imporre una svolta nella direzione della necessaria modernizzazione e riqualificazione del nostro apparato produttivo per garantire nello stesso tempo nuova occupazione qualificata e tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori e dei cittadini.

A questi fini è urgente lo studio e l’applicazione sempre più diffusa delle tecnologie fondate sull’utilizzo delle fonti rinnovabili ed alternative di energia, in contrasto con le politiche degli inceneritori, un’educazione di massa ai consumi fondati sul risparmio energetico e dei materiali e la sottrazione della raccolta, smaltimento e riciclo dei rifiuti al business criminale attraverso la completa nazionalizzazione del ciclo.

Politica dei servizi sociali

Il diritto alla salute, alla casa, all’istruzione, alla cultura ed allo sport sono oggi duramente messi in discussione dalle politiche dei vari governi borghesi.

I comunisti pensano che la salute possa essere difesa e seriamente tutelata solo rilanciando il carattere universalistico della prestazione sanitaria, abolendo qualsiasi tipo di ticket sanitari, nella prospettiva di garantire l’assistenza sanitaria gratuita, a partire dai farmaci salvavita. Per raggiungere tale obbiettivo è necessario il blocco delle privatizzazioni in corso e dei tagli di bilancio nel sistema della sanità, in particolare per i servizi di assistenza ai disabili ed agli anziani, garantendone anzi il loro miglioramento, potenziamento ed espansione. A tali fini è necessario un crescente intervento statale nel settore farmaceutico e nella sanità, nella prospettiva di una sua totale pubblicizzazione. Volevano far credere che la salute andava gestita in termini manageriali: il sistema sarebbe migliorato e si sarebbero annullate le perdite economiche, abbiamo visto come è andata a finire: i servizi sono notevolmente peggiorati ed i conti sono sempre più in rosso. Gli ospedali devono tornare in mano pubblica, sotto la gestione del popolo e di chi ci lavora. La stessa cosa vale per l’industria farmaceutica, così come la rete delle farmacie deve diventare al servizio del cittadino per garantirne la salute.

L’istruzione deve effettivamente essere gratuita ed obbligatoria fino al compimento dei 18 anni, cessando di finanziare, col denaro pubblico, scuole ed università private e destinando le ingenti risorse così liberate al potenziamento del sistema formativo statale a tutti i livelli, allo sviluppo della libera ricerca scientifica ed alla creazione di condizioni di accesso all’istruzione ed alla cultura per tutti, in tutti i suoi aspetti, senza barriere di classe, per uno sviluppo armonico della personalità umana.

L’abitazione è un diritto fondamentale della persona e dovrà essere garantito a tutti attraverso grandi politiche di riqualificazione dell’edilizia popolare pubblica, affitti commisurati al salario percepito e la requisizione dei grandi patrimoni immobiliari sfitti.

Una profonda riforma istituzionale

Innanzitutto, è necessario applicare un capillare controllo popolare sul sistema dell’informazione che deve restare preminentemente pubblico, vietando qualunque ingerenza del capitale in questo campo per impedire la manipolazione dell’informazione e delle coscienze.

Devono ugualmente essere profondamente riformate le istituzioni che garantiscono la difesa, la sicurezza e la giustizia, ricordando che l’arma della ‘legalità’ viene usata dalla borghesia per combattere la lotta di classe. Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Forze Armate e Magistratura debbono essere riportate sotto il controllo popolare, integrandone gli organici, a partire dai massimi gradi, con quadri di provenienza proletaria, eliminando qualunque rischio di casta separata, favorendone lo stretto rapporto col popolo, estendendo in questi settori le garanzie ed i diritti sindacali per tutti a partire dalla ricostruzione di un esercito fondato principalmente sulla leva popolare.

Nell’ambito delle istituzioni, transitoriamente all’istituzione del potere popolare, servono una legge elettorale proporzionale, senza sbarramenti, secondo il principio “una testa un voto” ; un Parlamento monocamerale per semplificare e velocizzare l’iter legislativo e consentire anche un notevole risparmio di spesa, nella prospettiva di un parlamento dei lavoratori; l’equiparazione delle indennità parlamentari alla retribuzione media di un lavoratore in trasferta; l’istituzione del vincolo di mandato, per evitare che il deputato tradisca i propri elettori; la revocabilità del mandato parlamentare da parte degli elettori.

Infine, deve essere sancita una netta separazione della Chiesa dallo Stato e l’affermazione della laicità di quest’ultimo, nel rispetto paritario di tutte le confessioni religiose e dell’ateismo.

Le risorse per le riforme

Le risorse per attuare queste riforme devono essere trovate attraverso le seguenti misure di politica economica:
La nazionalizzazione, senza indennizzo, delle banche, delle società finanziarie, dei fondi speculativi, delle assicurazioni, delle grandi aziende e dei settori strategici di rilevanza nazionale, delle aziende che hanno de localizzato produzioni all’estero.
La competenza statale sul commercio estero, al fine di salvaguardare gli interessi nazionali sulla base di reciproci vantaggi, cooperazione, equità e parità di rapporti nei confronti dei nostri partner internazionali.
La lotta alla rendita parassitaria, attraverso la tassazione dei grandi patrimoni e delle transazioni finanziarie.
La lotta all’evasione fiscale, prevedendo il carcere e la confisca dell’intero patrimonio per i casi più gravi.
La lotta alla corruzione nell’apparato statale e nella pubblica amministrazione, con la confisca del patrimonio tanto per il corrotto che per il corruttore, nonché nei casi di concussione.
L’abolizione di tutti i privilegi fiscali della Chiesa cattolica e delle altre confessioni religiose, delle politiche di agevolazione e dei trasferimenti statali in loro favore.

9) Il Fronte unitario dei lavoratori (FUL) per la ricostruzione del sindacalismo di classe in Italia.

Il nostro progetto politico

La debolezza politica e la frammentazione che oggi affliggono la classe operaia ed i lavoratori italiani richiedono che il Partito Comunista operi, immediatamente e con la massima energia, per ricomporre l’unità della classe operaia, con l’obbiettivo di creare, attorno ad essa, un vasto blocco sociale che raggruppi lavoratori della città e della campagna, giovani e donne del mondo del precariato, lavoratori della cultura e della scienza, strati di piccola borghesia, piccoli imprenditori, piccoli commercianti ed artigiani, auto-impiegati, oppressi dal capitale monopolistico e proletarizzati dalla crisi.

Il Partito ha individuato nel Fronte Unitario dei Lavoratori l’organizzazione di massa, in grado di costruire, sulla base dell’egemonia operaia, questo blocco sociale che dovrà divenire, sotto la guida del Partito Comunista, il pilastro della rivoluzione proletaria in Italia, con la finalità di strappare il potere politico alla borghesia, abbattere il capitalismo, instaurare la dittatura proletaria come la più alta ed estesa forma di democrazia, sulla base della quale avviare la costruzione del socialismo- comunismo. Il Fronte Unitario dei Lavoratori dovrà essere strutturalmente organizzato per categoria di lavoratori, che esprimeranno i propri delegati nei Consigli dei diversi livelli, da quelli di base sul luogo di lavoro, a quelli di categoria, fino a quelli centrali, che devono costituire il momento supremo di sintesi dell’organizzazione, fornendo così l’embrione ed il modello del futuro potere statuale.

Il Fronte Unitario dei Lavoratori non si deve identificare con il Partito. Il FUL è un’organizzazione di massa, mentre il Partito è un’organizzazione di quadri e, quindi, non deve essere inteso come presenza organizzata dei comunisti sui luoghi di lavoro. Per questa funzione esistono le sezioni e le cellule del partito, coordinate dalla Conferenza Nazionale dei Lavoratori Comunisti. I criteri di adesione devono essere meno rigidi, rispetto a quelli che adottiamo nel Partito: può far parte del FUL qualsiasi lavoratore, indipendentemente dalla propria appartenenza sindacale o partitica, dalla propria ideologia o religione, purché ne riconosca la piattaforma politica e rivendicativa e l’orientamento di classe. Anche il requisito della militanza, irrinunciabile nel Partito, nel FUL diventa meno vincolante: è sufficiente la partecipazione agli scioperi e alle mobilitazioni indette dal FUL, non è necessaria la condivisione di tutto il lavoro di elaborazione e organizzazione che vi sta dietro.

Permane, ovviamente, l’impegno a sostenerne finanziariamente l’attività con un contributo proporzionale al livello del salario percepito.

Fatte salve queste distinzioni, il legame tra il Partito e il FUL deve essere il più possibile ombelicale, affinché quest’ultimo diventi davvero la “cinghia di trasmissione”, grazie alla quale il Partito riceve la sollecitazione proveniente dalla classe operaia, la astrae dal semplice conflitto tra padroni e operai, generalizzandola nei termini della teoria rivoluzionaria e, quindi, la restituisce alla classe stessa come indirizzo pratico di lotta.

Pur non essendo un sindacato, il FUL non può che partire dallo stesso terreno, quello delle rivendicazioni immediate, economiche e non, con la differenza che queste devono essere collegate ad obiettivi generali, dichiaratamente politici, che abbiano un marcato connotato di classe. Occorrerà, allora, partire dalle lotte per gli aumenti salariali, per il salario minimo garantito, per la stabilità del posto, per la sicurezza sul lavoro, per il ripristino delle garanzie contrattuali nazionali collettive, per i diritti del lavoro e sul lavoro, per la riduzione dei ritmi e dei tempi di lavoro, per le pensioni e per l’assistenza, per i servizi e il diritto all’abitazione, spiegando ai lavoratori che tutto ciò crea contraddizioni che un modo di produzione in cui il profitto è diventato variabile indipendente non può a lungo tollerare. Occorrerà convincere che la soluzione del problema immediato non può essere slegata dall’abbattimento di questo sistema, che la classe operaia può e deve essere classe dirigente e dominante, che questo è l’unico modo rendere definitive le conquiste. La resistenza sociale non basta, occorre al FUL una piattaforma politica di classe.

Per ricostruire l’unità di classe occorre saper convincere che il corporativismo, il localismo e le altre gravi forme di frammentazione, alimentate da sindacati concertativi fino al collaborazionismo, sono perdenti nel breve periodo e esiziali nel lungo. La difesa individualista e corporativa, limitata al “proprio” posto di lavoro, alla “propria” fabbrica, al “proprio” settore produttivo, è impotente e porta all’isolamento e alla sconfitta. Questa tendenza è il riflesso nella coscienza dei lavoratori della pratica, imposta dai padroni e accettata dai sindacati, di neutralizzare la contrattazione di primo livello a favore di quella di secondo livello, dove i lavoratori sono più frammentati, isolati e ricattabili. Il FUL si batterà per ripristinare la sostanza collettiva delle lotte, della contrattazione, dei diritti come elemento fondante dell’unità di classe. Questo dovrà diventare il senso della parola d’ordine “uniti si vince”. Non l’unità delle sigle sindacali, ma l’unità della classe operaia! Al collettivismo della sostanza deve corrispondere il collettivismo delle forme di lotta, ripristinando i legami di solidarietà tra categorie e settori diversi, ridando efficacia alle agitazioni e agli scioperi. Il FUL dovrà fare ricorso a tutta la fantasia e creatività della classe operaia per inventare forme di lotta in grado di ottenere il massimo risultato col minimo costo per i lavoratori.

A questo scopo, il FUL dovrà coordinarsi strettamente con analoghe organizzazioni già esistenti in altri paesi, come il PAME in Grecia e i CUO (Comitati di Unità Operaia) in Spagna, anche per pervenire a forme di agitazione comuni e congiunte.

Estremamente importante è il lavoro che il FUL dovrà svolgere nei confronti delle categorie di lavoratori non operaie e non proletarie. Il FUL e i Comunisti al suo interno dovranno essere in grado di convincere questi strati popolari sostanzialmente piccolo-borghesi, diffidenti nei confronti dei Comunisti e degli operai, che oggi i loro interessi e la loro stessa sopravvivenza possono essere garantiti solo da un’alleanza di blocco con la classe operaia. In alternativa, ciò che li aspetta non è la cooptazione nella classe dominante, ma un tragico immiserimento.

A proposito di quanto qui detto, compiti immediati del Partito, subito dopo il Congresso, dovranno essere, in successione:
- convocazione di una Conferenza Nazionale dei Lavoratori Comunisti, che censisca la presenza e la collocazione dei membri del Partito per luogo di lavoro e mansione; la Conferenza dovrà anche stabilire tempi e modalità per la costituzione giuridica del FUL, elaborarne una bozza di statuto e di piattaforma, da approvarsi in sede di Direzione Centrale e Comitato Centrale;
- organizzazione, in tutti i luoghi di lavoro dove i Comunisti sono presenti, di assemblee di presentazione del FUL e della sua piattaforma, in cui si stabiliscano tempi e modalità di elezione dei Consigli di luogo di lavoro, come istanza primaria e di base.

Siamo, ovviamente, all’inizio di un duro lavoro che richiede da parte di tutti noi un grande impegno, individuale e collettivo, ma che ci consentirà di sviluppare la militanza e la lotta nei luoghi di lavoro, un terreno fondamentale per verificare l’efficacia della nostra azione politica. Non basta essere l’avanguardia della classe operaia per vocazione, ma occorre che essa ci riconosca come tale, in base all’esempio, all’impegno, alla preparazione e alla coerenza che sapremo dimostrare. Il lavoro così prefigurato non potrà quindi essere realizzato a tavolino, ma neppure dovrà essere immerso in quei gorghi di ingraiana memoria, che ne farebbe perdere senso ed orientamento; lavorare quindi senza alzare continuamente bandierine, ma pure evitando processi e rapporti indeterminati.

Indicazioni operative di lavoro

Dobbiamo avere attenzione nel corso della mobilitazione, ma anche semplicemente nei rapporti quotidiani con i lavoratori, colleghi di lavoro, ad esporre con chiarezza e semplicità le cause e le responsabilità della sofferenza che i lavoratori provano sulla loro pelle, svelando i nessi di causa-effetto che legano le politiche dell’Unione Europea e dei governi del nostro Paese agli interessi della classe padronale nel fare pagare ai lavoratori stessi il costo della crisi.

Una particolare attenzione andrà posta, inoltre, al fatto che ogni mobilitazione, ogni sciopero, che Lenin definiva – la scuola di guerra degli operai contro i padroni – lasci un patrimonio di esperienza e di organizzazione consolidato fra i protagonisti della lotta, tale da poter ripartire, per iniziative successive con un più consolidato patrimonio di consapevolezza, di coscienza politica e capacità organizzativa.

Se tutto ciò riusciremo a fare, allora, avremo gli elementi per creare più stabili rapporti fra diversi settori dei lavoratori con stabili strutture organizzative per dare ad un movimento di lotta sempre più ampie dimensioni di alleanze sociali, ponendo così le condizioni per eleggere forme di rappresentanza e di direzione politica quali Consigli di luogo di lavoro in grado di guidare la lotta aziendale, settoriale verso sbocchi positivi, che consolidino e moltiplichino il livello di coscienza popolare.

Naturalmente, queste, sono solo alcune indicazioni molto generali, che ciascuno di noi potrà applicare con creatività e duttilità nelle varie situazioni in cui si trova ad operare, occupandosi anche del le realtà di lavoro per loro natura “disgregate”, quali quelle dei giovani impegnati nei call-center e nelle telecomunicazioni, per le quali occorrerà pure, da subito, realizzare un’inchiesta significativa e su larga scala.

Andranno anche affrontate vicende del precariato diffuso, quello tradizionale e quello recente, sviluppatosi soprattutto a latere del Pubblico Impiego ( grazie alle invenzioni lsu, lpu, ecc. di bertinottiana memoria ).

Un rilievo specifico, ma non meno impegnativo, va pure dato alla condizione dei lavoratori delle cooperative, forse oggi i più sfruttati in termini economici ed i meno tutelati in termini normativi. Quello che di positivo ha rappresentato storicamente il movimento cooperativo , come figlio delle esperienze mutualistiche e solidaristiche, cresciuto a fianco del movimento sindacale operaio, si è trasformato brutalmente, negli ultimi 40 anni, in un vero cavallo di troia, dentro cui si sono sperimentate inedite forme di asservimento e disinvolte operazioni di riconversione finanziaria.. Da tutto ciò ne deriva, dunque, per il Partito, il compito di saper dare ad ogni militante nel mondo del lavoro il necessario supporto con materiale specifico di propaganda ed agitazione volto a divulgare fra i lavoratori i contenuti delle nostre proposte di lotta e le forme di lotta con cui sostenere le stesse, al fine di permettere ai nostri militanti di esserne protagonisti, divenendo così, agli occhi dei propri compagni di lavoro, avanguardie reali.

Accanto e parallelamente a tale lavoro potranno essere impostati due interventi, tendenzialmente di massa ed a carattere generale:
- la costruzione su base nazionale di un coordinamento di legali e di giuristi comunisti che, richiamando ma non ricalcando pedissequamente le esperienze storiche del “soccorso rosso”, utilizzi a pieno gli spazi aperti dall’ abrogazione dell’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori da parte della Corte Costituzionale, e la prevedibile non legiferazione in tempi brevi intorno alla rappresentanza sul lavoro, ciò in esatta contrapposizione con quanto ha rappresentato e realizzato il cosiddetto Forum diritti-lavoro ( la nefanda soglia del 5% sulla rappresentanza sui luoghi di lavoro è una loro brillante invenzione legislativa );
- l’apertura di uno spazio largo, ma specifico, dentro cui si possano centralizzare e generalizzare le esperienze di lotta per la sicurezza e contro le nocività sui luoghi di lavoro, seguendo la migliore tradizione del 69′ operaio e correggendo l’impostazione che è andata assumendo Medicina democratica, spesso ostaggio delle stucchevoli passerelle para- istituzionali, a partire da quelle aperte dal Quirinale.

10) Gioventù comunista

Come la questione del lavoro, anche la condizione e l’organizzazione della gioventù rivestono una forte importanza. La disoccupazione giovanile, secondo le previsioni, sfonderà a breve la quota del 50%, la stragrande maggioranza dei giovani lavoratori è assunta a tempo determinato, con forme di contratto precarie, con salari sempre più bassi e tutele inesistenti. I vincoli europei del patto di stabilità con il blocco delle assunzioni nel settore pubblico e l’aumento dell’età pensionabile, che ha rallentato il ricambio generazionale hanno contribuito ulteriormente alla diminuzione di posti di lavoro. Ogni misura governativa o legislativa degli ultimi due decenni si è risolta in un peggioramento ulteriore delle condizioni dei lavoratori in generale, delle nuove generazioni di lavoratori in particolare. Basti pensare ai danni prodotti dalla recente legge Fornero.

Masse sempre maggiori di giovani di estrazione popolare sono espulse dal sistema dell’istruzione. È il caso della diminuzione secca di 50.000 universitari tra il 2012 ed il 2013, ma anche nella scuola superiore si inizia a vedere un riemergere dell’abbandono scolastico. La causa sono i drastici tagli ai finanziamenti, la sempre maggiore richiesta di tasse e contributi diretti ed indiretti, che insieme al costo dei libri di testo, degli alloggi nel caso dei fuori-sede universitari, spingono a ridurre complessivamente il numero degli studenti e, nel caso delle scuole superiori, ad operare scelte di indirizzo sulla base delle possibilità economiche e non partendo dalle aspirazioni individuali del singolo studente.

Questo contesto risulta ulteriormente aggravato nelle regioni del mezzogiorno d’Italia, dove la cronica mancanza di lavoro si somma con gli effetti della crisi economica, con un aumento del lavoro nero e forme di nuovo caporalato, spingendo ad una nuova ondata migratoria di giovani dal sud Italia alle regioni del centro nord ed in generale dall’Italia all’estero. Questo flusso interessa oggi anche giovani laureati, privi di reali sbocchi lavorativi nel nostro paese.

Le nuove generazioni subiscono tutti i limiti del sistema capitalistico e vedono ad uno ad uno cadere i miti di sviluppo universale e di prosperità, che dal crollo dell’Unione Sovietica sono stati propagandati a “reti unificate”.

Tuttavia questi venti anni di propaganda ideologica non sono passati in un giorno. La propaganda anticomunista, l’idea che non esistano alternative reali a questo sistema, insieme con il tradimento operato dai partiti opportunisti e dai sindacati concertativi, hanno creato un mix di elementi che potranno essere superati nel tempo solo attraverso un lavoro militante che faccia emergere concretamente la diversità comunista rispetto ai partiti borghesi, che rinsaldi i legami di classe combattendo l’individualismo esasperato, il prodotto peggiore della propaganda ideologica di questi anni, che trasmetta un’idea del socialismo, come necessità e unico futuro dell’umanità, non come esperimento sconfitto e di conseguenza non ripetibile.

Nella nostra analisi è d’obbligo ricordare che sebbene spesso si parli in modo generico di “giovani”, la nostra attività deve essere rivolta ad intercettare ed organizzare i giovani di estrazione proletaria e popolare, che provengono da famiglie di lavoratori e disoccupati, che più drammaticamente vivono sulla propria pelle le contraddizioni di questo sistema. I giovani non sono infatti una classe sociale. Un conto è esser il figlio di Agnelli, un conto è esser figlio dell’operaio Pautasso. In ciò dobbiamo sempre evitare di prestare il fianco all’idea di uno scontro generazionale, che di volta in volta contrappone i giovani precari ai “vecchi garantiti”, i pensionati ai giovani che non avranno una pensione, o scadere nel “giovanilismo” come visione positiva di tutto ciò che è giovane. L’enorme capacità di questo sistema di dissimulare le sue colpe, facendo cadere lo scontro di classe nel vortice dello scontro all’interno della classe, è una delle caratteristiche del capitalismo, che dobbiamo combattere con maggior forza, rinsaldando l’idea dell’unità di classe, presupposto fondamentale per ogni avanzamento collettivo.

Per far questo è necessario un lavoro profondo che deve combinare una puntuale analisi politica e un’appassionata campagna ideologica con la capacità di trasmettere quest’analisi alle nuove generazioni ed al contempo lavorare per organizzare i giovani, come leve fondamentali nella lotta contro il capitalismo, per avvicinarli all’idea del partito, inteso nella sua forma leninista, mettendo in luce le profonde differenze con il sistema politico borghese.

Per questo il nostro partito sostiene la costruzione del Fronte della Gioventù Comunista, progetto al quale danno forza quotidianamente nostri militanti, quadri e giovani dirigenti. Molti dei giovani che aderiscono oggi al Fronte della Gioventù provengono dalle deludenti esperienze della diaspora comunista dell’ultimo ventennio, oppure sono alla loro prima esperienza di militanza comunista. Non è possibile, in questa fase e nelle condizioni date, costruire un’organizzazione che riesca ad amalgamare e tenere insieme queste diverse provenienze, sulla base di una chiara teoria e prassi marxista-leninista e del rigetto di qualsiasi forma di opportunismo, revisionismo e riformismo, senza un’autonomia organizzativa del Fronte della Gioventù Comunista, che faccia emergere tutto il potenziale rivoluzionario che i giovani possono e devono esprimere. Un progetto da sostenere perché, tra l’altro, concilia l’organizzazione della lotta dei giovani contro il capitalismo con la ricomposizione, su una piattaforma realmente rivoluzionaria, delle divisioni che hanno afflitto il movimento comunista in Italia in tutti questi anni, nella convinzione che le nuove generazioni debbano tornare a dare un contributo fondamentale alla crescita del Partito Comunista in Italia e un impulso decisivo alla rivoluzione socialista.

11) Differenza di genere, differenza di classe.

Nell’era della lotta mediatica non dimentichiamo quanto è stata indispensabile, fondamentale all’emancipazione di un’intera classe, la lotta delle donne per la conquista dei diritti sociali prima e civili poi e per l’affermazione dei principi di autodeterminazione e parità ma ricordiamo come questa lotta sia stata vera, autentica, densa di contributi ideali e di apporti concreti, a partire dalle fila della Resistenza e quindi nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro.

Oggi la condizione delle donne, in tutto il mondo, arretra a vista d’occhio, perchè la complessiva condizione della classe operaia, dei lavoratori, dei vasti ceti in via di veloce proletarizzazione e delle grandi masse emarginate ed escluse dello sviluppo della società capitalista, sono in difesa, aggredite dalla forza incontrollata del capitale globalizzato, capaci, per ora, solo di una lotta di retroguardia, a difesa, appunto, di una condizione che ormai è stata erosa ed esposta ad ogni aggressione, non esistendo un soggetto politico (ma nemmeno sindacale) capace di rendere protagoniste autorevolmente e senza ipocrisie, interessi, condizione, aspirazioni, ideali della classe operaia e dei lavoratori.

La condizione della donna, migliorata, avanzata, divenuta spesso traino di nuove conquiste e nuove dinamiche ideali e pratiche, quando la lotta popolare era forte e rappresentata da un’entità ancora salda e comunque ancorata a principi non compromessi, era altrettanto forte e le conquiste ottenute sono state immense.

Le otto ore, la parità di condizione dell’accesso al lavoro, lo statuto dei lavoratori, le previdenze sociali, il nuovo diritto di famiglia, divorzio, aborto, servizi sociali pubblici, tutto oggi che ciò è conservatore, antiriformista, ci ripetono alla nausea i governanti di destra e della finta sinistra, che coi loro governi, in questi due decenni, alternativamente, ne hanno fatto scempio.

Oggi quella condizione soffre maggiormente la sconfitta e paga il prezzo più alto dell’arretratezza economica e culturale che, sia pure con facce e forme diverse, si manifesta in modo devastante, in tutto il pianeta.

Se il lavoro manca, se grandi masse di ex lavoratori vengono espulse dalla produzione e dal complessivo mondo del lavoro, le prime a farne le spese sono le donne: è facile rispolverare la sottocultura (in realtà mai sopita) della donna che torna fra le mura domestiche, dopo aver fatto l’operaia, la commessa, l’impiegata o l’assistente nei servizi di cura per decenni. Saranno loro anche a tappare il buco della sanità pubblica che non c’è più, ad agire in via “sussidiaria”, come piace tanto alla destra (ma pure al PD che ha copiato il modello lombardo, esportandolo nelle Regioni che monopolizza da anni ed affidando alla rete delle sue cooperative – ex rosse – i servizi sanitari e sociali che sono stati pubblici: un affare dopo l’altro, terminato quello andato male delle cooperative edili …) in quelli sociali, di cura, rivolti alla persona, che torneranno ad essere appannaggio del lavoro (gratuito) delle donne.

Per questo ricordiamo come solo con un movimento operaio e popolare forte si possano far avanzare in modo altrettanto forte e duraturo le conquiste delle donne. E per mantenerle, tali conquiste che sono di un’intera società e ne sottolineano la cifra complessiva della civiltà, occorre che il movimento, nella sua espressione pratica e contemporaneamente ideale ed ideologica, resti sempre forte.

Così non è avvenuto e così le conquiste ottenute, i diritti, il progresso sociale e civile strappato con una dura lotta che molti tendono a dimenticare, sono state “riportate a casa” dall’avversario di classe, il capitalismo, nella versione più atroce del liberismo globalizzato.

Se nell’ex avanzato occidente la condizione della donna peggiora, a partire dal lavoro; se la violenza maschilista si abbatte come un macigno incontrollato e dagli aspetti umani biechi; se la sottocultura sessista, il fondamentalismo e il bigottismo religioso imperano e si riprendono, senza che molti e molte se ne accorgano, una egemonia culturale che la “finta sinistra” europea e italiana, in particolare, crede sia saldamente nella testa e nel cuore della maggioranza della popolazione, nel resto del mondo, per la donna la condizione di arretratezza significa schiavitù, violenza, abbrutimento, ignoranza, analfabetismo, malattia.

E globalizzazione significa che simili sacche di miseria e violenza di genere vengano esportate anche nelle (ex) civilissima Europa dove l’unico parametro di riferimento è il denaro e il potere che esso genera.

Questa parte del mondo così brutta non lo è diventata per caso, l’avanzamento sociale, il miglioramento della qualità della vita grazie alle lotte ed alle aspirazioni di tante generazioni, non sono sfumate nel nulla, dalla sera alla mattina.

Il nemico di classe ci ha lavorato sodo e ce l’ha fatta, ma di fronte ha trovato un avversario di classe sempre più arrendevole, tanto da diventare corrotto e proprio a partire dalle politiche sul lavoro, sui diritti sociali e sulla qualità della vita: svenduti e traditi con l’aggravante dell’uso di un’ipocrisia che si è fatta luogo comune.

La lotta delle donne, la lotta per le conquiste di un genere che oggi soffre immensamente e più dell’altro, torneranno con la ripresa della lotta operaia, della lotta della classe che ha come obiettivo quello di rovesciare gli attuali rapporti di forza, per imporre la propria visione del mondo che schiaccia sfruttamento e prevaricazione.

12) Per la ricostruzione di un vero Partito Comunista.

La traduzione della teoria rivoluzionaria in prassi finalizzata al rovesciamento del capitalismo richiede l’esistenza di un Partito Comunista di tipo leninista in grado di porsi efficacemente alla guida della classe operaia e del popolo e di collegare, nel corso delle lotte quotidiane, la difesa degli interessi immediati all’obiettivo del rovesciamento radicale dello stato di cose presente, cioè alla rivoluzione proletaria. Il Partito Comunista è, in altre parole, la sintesi collettiva e organizzata di teoria e prassi, la quale sola può produrre ed esportare nella classe operaia la coscienza del proprio essere e del destino storico che le compete in forza della propria collocazione nei rapporti di produzione. In ogni trasformazione del modo di produzione storicamente determinatasi, una nuova classe sostituisce quella vecchia, imponendo i nuovi rapporti di produzione di cui è portatrice come rapporti economici dominanti. In questo tipo di cambiamenti rivoluzionari, le classi che si sono succedute l’una all’altra come classi dominanti erano comunque proprietarie dei mezzi di produzione. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, connesso alla proprietà privata, continuava a permanere in forme diverse e più raffinate.

Il proletariato, in questo senso, è la classe “finale”, in quanto è l’unica classe che non detiene la proprietà privata dei mezzi di produzione e, pertanto, è l’unica classe che, con la rivoluzione socialista, può porre fine a millenni di sfruttamento e costruire una società realmente libera: il Socialismo-Comunismo. Il Partito Comunista deve appunto fornire alla classe operaia la coscienza di questo suo ruolo storico. E’ un compito arduo, in quanto il capitalismo è in grado oggi di condizionare la stessa classe operaia, veicolando al suo interno ideologie, modelli comportamentali e valori etici tipicamente borghesi.

La scuola, l’impresa, i media e le chiese scatenano la loro quotidiana battaglia delle idee con l’obiettivo della riproduzione e conservazione dei rapporti di produzione esistenti. Per questo il Partito deve attrezzarsi per contrastare quotidianamente, capillarmente e radicalmente la borghesia e il capitalismo sul piano della lotta delle idee, per scalzare la falsa universalità e svelare il carattere classista dei principi che legittimano la società borghese (libertà, democrazia, uguaglianza, ecc.), per fare emergere nella coscienza delle masse proletarie la necessità della società socialista-comunista.

Il capitalismo – ci ricorda Lenin e con lui Gramsci – non può crollare da solo a causa della sua crisi. L’attesa messianica dell’inevitabilità del crollo del capitalismo porta solo a un attendismo sterile e alla paralisi dell’azione rivoluzionaria. Lo vediamo tutti i giorni: l’aggravamento delle condizioni di vita delle classi subalterne, lo scempio ambientale, i gravissimi pericoli di guerra si vanno acutizzando. Il baratro verso cui il sistema capitalista-imperialista sta portando il pianeta intero si potrà evitare solo se il popolo, con alla testa il proletariato guidato dal Partito Comunista, prenderà effettivamente il potere.

I comunisti dirigono la lotta della classe operaia non soltanto per ottenere condizioni migliori di vendita della forza-lavoro, ma anche per abbattere quel modo di produzione che costringe i proletari a vendere la propria forza-lavoro ai capitalisti.

Perciò, i comunisti non devono limitarsi alla lotta economica, ma devono occuparsi attivamente dell’educazione politica della classe operaia e dello sviluppo della sua coscienza di classe svolgendo opera di agitazione e propaganda contro ogni manifestazione concreta della oppressione politica e sociale, considerando la lotta per i miglioramenti economici solo come il punto di partenza della sollevazione della masse ad una più ampia lotta per la libertà ed il socialismo.

Questo deve tornare ad essere per noi il compito principale nello sviluppo del nostro lavoro quotidiano. Il dilagare della crisi economica, con i suoi connotati di aumento della povertà, della disoccupazione, della precarizzazione del lavoro e dell’ingiustizia sociale, crea una situazione drammatica e preoccupante che, però, apre nuovi spazi di iniziativa e di lotta per un Partito Comunista che sappia collegare i più autentici bisogni e aspirazioni delle masse popolari alla lotta per l’abbattimento del sistema capitalistico e per il socialismo.

Partendo dall’unità della classe operaia, i comunisti devono costruirne l’alleanza sociale col ceto medio produttivo, proletarizzato dalla crisi. Questi compiti richiedono che il Partito sia in grado di formare militanti con una solida preparazione culturale, ideologica e politica, i quali, anche utilizzando tutti i moderni strumenti di comunicazione di massa, siano capaci di condurre, con disciplina e passione, la necessaria e capillare azione di propaganda e agitazione tra le masse e ne diventino effettivamente dirigenti politici.

Pertanto, oltre a un significativo incremento quantitativo, soprattutto di quadri di provenienza operaia, il Partito deve puntare decisamente sulla loro crescita qualitativa. Ogni militante comunista deve essere un dirigente del proletariato, deve sapere in ogni momento quale linea portare nel conflitto di classe dove si trova a operare, deve essere in grado di far capire con la sua opera di propaganda i collegamenti esistenti tra le lotte quotidiane, la politica nazionale e internazionale, sapendo riferirsi e ispirarsi all’esperienza del movimento operaio e comunista internazionale. Per troppo tempo la formazione dei quadri comunisti è stata prima sottovalutata e poi completamente smantellata dagli “eredi” del PCI, forse perché un quadro ben attrezzato ideologicamente non è una semplice macchinetta per fare tessere, né digerisce facilmente stravolgimenti opportunistici della linea del Partito, finalizzati solo a creare le fortune elettorali dei “dirigenti”, cosa a cui siamo stati abituati dal ventennale tentativo della “rifondazione”.

I presupposti di una teoria del partito si trovano già nelle opere di Marx e Engels, quando affermano che il proletariato acquista coscienza di sé solo organizzandosi in un partito “indipendente“. Nel “Manifesto del Partito Comunista” si sottolinea già la diversità dei comunisti rispetto agli altri partiti proletari. I comunisti sono “la parte che spinge sempre più avanti” (concetto dell’avanguardia proletaria) la quale, lottando per gli interessi degli operai “nel moto presente rappresenta in pari tempo l’avvenire del movimento” (concetto del partito portatore di un progetto strategico complessivo) per il fatto che collocano le lotte operaie in ogni nazione nel quadro degli interessi internazionalistici del proletariato e, nella lotta tra borghesia e proletariato, “rappresentano sempre l’interesse del movimento complessivo” (concetto di partito internazionalista). Engels affermava che la classe operaia può combattere in modo “indipendente … se il partito operaio conserverà e svilupperà le proprie organizzazioni di fronte alle organizzazioni di partito della borghesia e tratterà con quest’ultima come una potenza con altre potenze” (concetti di autonomia del partito e di organizzazione come forza del partito).

Da questi concetti, maturati dall’esperienza della I Internazionale nasceranno i partiti della II Internazionale ma, soprattutto, nascerà il partito politico moderno, con i tratti comuni che conosciamo: programma politico omogeneo, organizzazione diffusa e stabile, funzionamento continuativo, assunti come istituzionali dai partiti socialisti della II Internazionale. Questo tipo di partito determinerà l’entrata di grandi masse di lavoratori sulla scena politica e metterà definitivamente in crisi il tipo di partito borghese tradizionale, che generalmente si riduceva ad un comitato elettorale raggruppato intorno a questo o quel personaggio politico.

Tuttavia, la costituzione del partito politico operaio durante la II Internazionale non si collega all’elaborazione di una teoria del partito rivoluzionario: mancano la capacità e la volontà di affrontare il problema della conquista del potere politico.

Sarà Lenin a porlo seriamente come questione centrale e a sviluppare, conseguentemente, la teoria del partito rivoluzionario. Nel “Che Fare?”, Lenin affronta il problema del rapporto tra spontaneità e coscienza politica, in drastica e inappellabile polemica con il revisionismo di E. Bernstein, da questi teorizzato ne “Le premesse del socialismo” (1899) e l’economismo, che ne costituisce la versione russa.

Costoro sostenevano che il compito politico di abbattere l’autocrazia più feroce dell’Europa e dell’Asia dovesse essere lasciato alla borghesia, mentre il partito della classe operaia avrebbe dovuto occuparsi dell’organizzazione della lotta economica contro padroni e governo, per ottenere un miglioramento delle condizioni e della legislazione di lavoro. In una visione meccanicista, ritenevano che la coscienza di classe sarebbe dovuta scaturire automaticamente dallo sviluppo naturale della lotta economica.

Basandosi sull’analisi degli scioperi successivi al 1890, Lenin rileva come la lotta della classe operaia non abbia saputo superare una dimensione tradunionista e corporativa, con un forte risveglio dell’antagonismo tra operai e padroni, che, però, restava ancora subalterno alla borghesia, in quanto mancava negli operai “la coscienza dell’irriducibile antagonismo tra i loro interessi e tutto l’ordinamento politico e sociale contemporaneo“.

Lenin dimostra come gli operai non possano giungere spontaneamente a questa comprensione e superare la fase corporativa della lotta di classe senza una visione critica complessiva della società, che può essere data solo dalla teoria rivoluzionaria, intesa come scienza che assume, sviluppa, critica e supera i punti più alti del pensiero e della cultura borghesi. Questa dunque non può che nascere dall’esterno della classe operaia, come opera di quegli intellettuali che “sono giunti alla comprensione teorica del movimento storico nel suo insieme” (K. Marx, “Il Manifesto del Partito Comunista”). Ancora Lenin scrive: “la coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni. Il solo campo dal quale è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi” (V.I. Lenin, “Che Fare?”).

Il Partito è lo strumento che congiunge la teoria rivoluzionaria al movimento operaio, permettendo a quest’ultimo di acquistare coscienza politica e superare la fase economico-corporativa, la sintesi tra teoria e prassi rivoluzionaria. Con esso, la lotta di classe investe direttamente il piano delle ideologie e, da lotta economica, si eleva a lotta politica. Il ruolo dell’ideologia e della teoria è, per Lenin, fondamentale: “Non vi è azione rivoluzionaria senza teoria rivoluzionaria“. Ogni cedimento sul piano teorico, ogni scivolamento verso lo spontaneismo si traduce in perdita di autonomia dell’azione politica e in sottomissione alla borghesia e alle forme ideologiche del suo dominio.

Con Lenin, il problema dello Stato, della conquista e dell’organizzazione del potere diventa la questione decisiva della rivoluzione socialista, stroncando le teorie bernsteiniane, assai diffuse nella II Internazionale, che riducevano la lotta di classe ad un gretto rivendicazionismo economico ed alla richiesta di riforme graduali e concepivano la stessa rivoluzione come una conseguenza oggettiva delle leggi dello sviluppo storico. In questa prospettiva, il Partito è lo strumento fondamentale per la conquista del potere e l’organizzazione del nuovo Stato socialista.

Dalla concezione del Partito come organizzatore della coscienza di classe e guida dell’azione rivoluzionaria deriva la configurazione che esso deve assumere.

Innanzitutto, per Lenin, il partito non è una setta, ma un’organizzazione politica, capace di porsi alla testa della classe operaia, di costruire attorno ad essa un sistema di alleanze sociali, collegando le rivendicazioni immediate con gli obiettivi strategici. “Noi dobbiamo assumerci il compito di organizzare una lotta politica multiforme, diretta dal nostro partito, affinché tutti gli strati dell’opposizione possano dare e diano, a tale lotta e in pari tempo al nostro partito, tutto l’aiuto che possono. Noi dobbiamo trasformare i militanti … in capi politici che sappiano dirigere tutte le manifestazioni di questa lotta multiforme, che al momento necessario sappiano dare un programma di azione positivo agli studenti in fermento, ai rappresentanti degli zemstvo insoddisfatti, ai membri delle sette religiose indignati, agli insegnanti colpiti nei loro interessi, ecc., ecc.” (V.I. Lenin, “Che Fare?”).

Da una concezione del partito di questo tipo non può che discendere un criterio di ammissione nel Partito basato sulla accettazione del suo programma politico come condizione necessaria, ma non sufficiente. Il programma è determinato dalla concezione e dal metodo d’indagine marxista, ma la condivisione della visione del mondo materialistico-dialettica non può essere la discriminante a priori per l’adesione al Partito, ma deve essere l’obiettivo dell’azione costante dei gruppi dirigenti, all’interno del Partito, per formare quadri e militanti.

Tuttavia, come dicevamo, Lenin non ritiene sufficiente la condivisione del programma. Al II Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo del 1903, in netta polemica con Martov e i menscevichi, che sostenevano che chiunque appoggiasse il programma del partito potesse farne parte, Lenin affermava che soltanto chi milita effettivamente in un’organizzazione di partito può esserne considerato membro. Questo concetto verrà portato avanti da Lenin nell’opera “Un Passo Avanti, Due Passi Indietro” (1904), dove viene approfondita la teoria del partito e vengono confutate le accuse di “formalismo” e “autoritarismo”. Non di questo, infatti, si tratta, ma di ferrea coerenza logica. Se il Partito è lo strumento della coscienza critica, che eleva alla consapevolezza teorica e all’iniziativa pratica rivoluzionaria la spontaneità del movimento, allora la sua costruzione non può avvenire dal basso, ma dall’alto, concetto che Gramsci recepisce pienamente. Il Partito è parte integrante della classe operaia, ma non si identifica con essa, in quanto la coscienza politica rivoluzionaria di cui è portatore non è patrimonio di tutta la classe.

Dimenticare la differenza che esiste tra il reparto d’avanguardia e tutte le masse che gravitano verso di esso, dimenticare il costante dovere del reparto d’avanguardia di elevare strati sempre più vasti fino al livello dell’avanguardia, vorrebbe dire solo ingannare sé stessi” (V.I. Lenin, “Un Passo Avanti, Due Passi Indietro”). Il Partito si pone quindi in una posizione di direzione politica della classe operaia, non di identificazione con essa.

La direzione politica è incompatibile con una concezione amorfa dell’organizzazione, ma deve tradursi in rapporti organizzativi precisi, sorretti da una consapevole e condivisa disciplina. Da questa considerazione scaturisce il principio del centralismo. In questi passi di Lenin troviamo l’esaltazione del meccanismo della democrazia delegata, del ruolo del congresso e degli organismi dirigenti che ne scaturiscono, la cui “autorità è autorità delle idee, della coscienza portata al massimo grado di consapevolezza critica” (V.I. Lenin, “Un Passo Avanti, Due Passi Indietro”).

Non c’è posto per nessun autoritarismo, perché le idee si elaborano nel confronto e si sottopongono alla verifica dell’esperienza. Il centralismo si esplicita principalmente nel criterio di sottomissione della minoranza alla maggioranza, della parte al tutto.

Soltanto questo criterio consente di superare la dicotomia tra pensiero e azione, tra teoria e prassi, tipica dei partiti borghesi e parlamentaristici, garantendo l’unità e la disciplina necessarie alla lotta rivoluzionaria.

Lenin stigmatizza l’insofferenza per la disciplina e l’organizzazione come “anarchismo da signori“, tipico dell’intellettuale borghese. L’implicita critica a questo tipo di intellettuale e al suo individualismo costituisce il presupposto della successiva elaborazione gramsciana sull’intellettuale di tipo nuovo, “organico” alla classe operaia, capace, grazie all’impegno militante nel Partito, di fondersi con essa e di realizzare finalmente l’unità di pensiero e azione, in un riscontro all’affermazione di Marx “… i filosofi hanno finora variamente interpretato il mondo; ora si tratta di trasformarlo“.

La nozione di centralismo si precisa in quella di centralismo democratico al IV Congresso del POSDR (1906) e quindi sono da considerarsi errate le tesi che fanno risalire l’adozione di questo metodo al X Congresso del partito (1921). In questo concetto, l’estrema centralizzazione della direzione politica e la severa disciplina riguardo il rispetto delle decisioni prese diventano norma di un partito nel quale vige, a monte, il più aperto confronto di posizioni, con un dibattito largo e spregiudicato.

Non solo, ma alla centralizzazione della direzione, quindi alla ristrettezza degli organismi dirigenti (dopo la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, il Comitato Centrale era composto da 19 membri, l’Ufficio Politico e l’Ufficio d’Organizzazione da 5 membri ciascuno), corrisponde la decentralizzazione del lavoro e delle responsabilità.

Mentre per la direzione ideologica e pratica del movimento e della lotta rivoluzionaria del proletariato è necessaria la maggior centralizzazione possibile …, per la responsabilità dinanzi al Partito è necessaria la maggior decentralizzazione possibile …, cioè l’allargamento della responsabilità e dell’iniziativa è una condizione necessaria alla centralizzazione rivoluzionaria e il suo indispensabile correttivo” (V.I. Lenin, “Lettera a un compagno sui nostri compiti organizzativi”). Il centralismo garantisce l’unità e l’autonomia del partito, ma l’unità, l’efficienza, la passione e la disciplina nella lotta non si raggiungono senza far leva sull’effettiva partecipazione e responsabilità dei militanti. Questo rapporto tra disciplina e democrazia interna al partito investe la sua stessa capacità di collegamento con le masse.

Lenin indica così le basi su cui poggia la ferrea disciplina che consente al Partito di uscire vittorioso dallo scontro con la borghesia: “in primo luogo, mediante la coscienza dell’avanguardia proletaria e la sua devozione alla causa rivoluzionaria, mediante la sua fermezza, la sua abnegazione, il suo eroismo. In secondo luogo, mediante la capacità di questa avanguardia di collegarsi, di avvicinarsi e, se volete, fino ad un certo punto di fondersi con le masse dei lavoratori, dei proletari innanzitutto, ma anche con le masse lavoratrici non proletarie. In terzo luogo, mediante la giustezza della direzione politica realizzata da questa avanguardia, mediante la giustezza della sua strategia e della sua tattica politica e a condizione che le grandi masse si convincano, per propria esperienza, di questa giustezza. Senza queste condizioni, la disciplina di un partito rivoluzionario realmente capace di essere il partito di una classe d’avanguardia che deve rovesciare la borghesia e trasformare tutta la società, non è realizzabile” (V.I. Lenin, “L’estremismo malattia infantile del Comunismo”). Se il punto centrale della teoria del partito rivoluzionario in Lenin è il rapporto tra coscienza e spontaneità, tra partito e classe, tra teoria e movimento, il centralismo democratico ne è conseguenza necessaria e inevitabile.

Il nostro Partito si riconosce pienamente e si richiama alla concezione leninista del partito, recepita da Antonio Gramsci, il quale, nel Quaderno 14, così ne delinea la strutturazione su tre livelli:

1) “Un elemento diffuso, di uomini comuni medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo.” Senza i militanti, senza questi “uomini comuni” -ammoniva Gramsci – “il partito non esisterebbe, così come non esisterebbe neanche ‘solamente’ con essisono una forza in quanto c’è chi li centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente“. Questa affermazione, nel periodo della fittizia “democrazia istantanea” della rete e dei movimenti, può apparire meno partecipativa. E’ esattamente il contrario: la stessa concezione del ‘centralismo democratico’ (funzionamento del partito) e della ‘dittatura del proletariato’ (funzionamento dello stato) è quanto di più partecipativo e democratico possa esistere nella realtà concreta.

Siamo pronti a affermare senza tema di smentita che è di gran lunga più alto il grado di democraticità di un Comitato Centrale composto da un centinaio di dirigenti, che discutono e decidono liberamente sulla base di un mandato, comunque sempre revocabile, conferito loro dai militanti che li hanno eletti, piuttosto che una tornata di primarie con milioni di partecipanti che si illudono di poter scegliere un candidato in realtà già deciso da un gruppo dirigente autoreferenziale, etero diretto dai grandi gruppi capitalistici finanziari, o un meet-up di qualche centinaio di migliaia di persone, manipolate mediaticamente, che acclamano plebiscitariamente, come tifosi alla stadio, quanto ha stabilito il guru telematico di turno.

Ancora Gramsci:
2) “Un elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più“. I famosi “capitani” , i dirigenti che “in breve tempo possono costruire un esercito“. E poi ancora:

3)”Un elemento medio. Che articoli il primo col terzo elemento, che li metta a contatto, non solo ‘fisico’, ma morale e intellettuale“. Sono i cosidetti ‘quadri di partito’.

Il modello di partito leninista e gramsciano è l’unico che oggi consente di realizzare l’unità e l’autonomia di pensiero e azione rivoluzionaria della classe operaia e di superare la trappola della falsa antitesi, costituita dal dilemma tra il “pensiero unico” della borghesia e del capitale e la finta alternativa dei movimenti, della rete e dell’isolamento individualista.

Parte terza

13) Csp-Partito Comunista. 2° Congresso. Regolamento

- Con la seduta del CC del 5 ottobre 2013 e le votazioni che hanno approvato il documento politico, i cambiamenti dello Statuto, Regolamento finanziario ed il seguente regolamento si apre la sessione congressuale che si concluderà con il Congresso Nazionale che si terrà a Roma nei giorni 17/18/19 Gennaio 2014.

- La platea congressuale sarà composta da 300 delegati in rappresentanza dei circa 3.000 iscritti, con una misura di 1 delegato ogni 10 iscritti (da considerare come calcolo politico e non burocratico). Sono previsti inviti a livello territoriale e nazionale.

- L’elezione e la designazione dei delegati e degli invitati delle realtà territoriali in accordo con la Direzione Nazionale si svolgerà col voto nelle Assemblee precongressuali del Nord (Milano 3 Novembre), Centro (Roma 16 Novembre) e Sud (Napoli 1Dicembre).

- Il numero dei delegati assegnati ad ogni Comitato Regionale verrà definito dalla Direzione Nazionale sulla base dei cedolini degli iscritti consegnati alla Direzione stessa entro la suddetta data del 5 Ottobre 2013.

- Tutta l’attività congressuale dei luoghi di lavoro e territoriale sarà finalizzata alla discussione politica ed alla propaganda del documento politico. La definizione di organismi dirigenti di qualunque livello territoriale sarà attivata dopo il Congresso Nazionale, di concerto col Segretario Nazionale e con la nuova Direzione Nazionale eletti al Congresso.

- I lavori del Congresso saranno così articolati:

17 Gennaio: ore 16/21 riunione della Direzione Nazionale uscente e relazione del Segretario Nazionale

18 Gennaio: ore 10/13 accoglienza delegati ed invitati presso le strutture alberghiere; ore 15/20 attività e discussione nelle tre Commissioni Politiche: “Lavoro e Proletariato intellettuale”, “Partito e Gioventù”, “Relazioni internazionali, Donne e Pionieri”; ore 21 cena sociale per tutti i delegati

19 Gennaio, presso il Centro Congressi Frentani a Via dei Frentani: ore 8/10 sessione per soli delegati e votazione dei documenti congressuali ed elezione degli organismi dirigenti; ore 10/12 sessione interventi del Congresso; ore 12.30 intervento conclusivo del Segretario Nazionale.

- I membri del CC e della CNGC sono a tutti gli effetti delegati di diritto al Congresso Nazionale e saranno conteggiati internamente alla platea dei 300 delegati.

- La presidenza del Congresso è composta dai membri della Direzione Nazionale e della CNGC uscente.

14) Statuto del partito comunista Preambolo

Il PARTITO COMUNISTA è l’organizzazione politica rivoluzionaria d’avanguardia della classe operaia italiana, nasce dall’esperienza di Comunisti Sinistra Popolare e di comunisti variamente collocati e unisce lavoratori, donne e uomini che, su base volontaria e di unità ideale, vogliono abbattere il capitalismo e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo per costruire il Socialismo-Comunismo. Con questo fine si impegna ad organizzare la classe operaia, le lavoratrici, i lavoratori ed il popolo per arrivare all’attuazione piena del proprio programma politico.

Il Partito si fonda e si riconosce nel marxismo-leninismo, riconosce l’esperienza storica dei Paesi socialisti, difende e valorizza la storia ed i valori del movimento operaio e comunista, italiano e internazionale, dei principi ispiratori della Costituzione del 1948 e della Resistenza al nazi-fascismo. Perseguendo la rivoluzione socialista in Italia, il Partito lotta per una generale trasformazione socialista a livello mondiale, in sintonia con la parte più coerente del Movimento Comunista Internazionale, nello spirito dell’internazionalismo proletario e della solidarietà con le classi operaie degli altri paesi e i popoli in lotta contro l’imperialismo e i monopoli.

Nella fase attuale di difficoltà e dispersione dei comunisti in Italia, l’obiettivo è la costruzione di un grande Partito Comunista all’altezza dei compiti e dei tempi in cui viviamo, collocato attivamente all’interno del Movimento Comunista Internazionale, intransigente nella battaglia ideologica per la sua unità sulla base del marxismo-leninismo, contro il riformismo, il revisionismo, l’opportunismo e la socialdemocrazia.

Art.1-Adesione.

Possono iscriversi al PARTITO COMUNISTA donne e uomini, cittadini italiani ed immigrati di ogni nazionalità che abbiano compiuto il quattordicesimo anno di età, ne accettino l’impostazione ideologica, il programma politico e lo statuto, si impegnino a dare attività in una delle sue strutture, paghino regolarmente la quota tessera stabilita e siano presentati da almeno due compagni già iscritti.

L’iscrizione avviene presso la cellula del luogo di lavoro o sezione di residenza, rigorosamente su base individuale.
E’ istituito un periodo di candidatura a membro effettivo del Partito non inferiore a 3 (tre) mesi, per la necessaria valutazione delle qualità morali, dell’impegno politico e del grado di maturità politico-ideologica del candidato da parte degli organismi dirigenti dell’istanza di base competente, che può approvare o respingere il passaggio a membro effettivo, oppure richiedere un supplemento di candidatura.

E’ incompatibile con l’adesione al Partito l’iscrizione ad altre organizzazioni politiche e tanto più vietata l’adesione e la partecipazione ad associazioni segrete o che comportino particolari vincoli di adesione (sette o logge massoniche). Fanno eccezione:
- l’iscrizione di militanti, residenti all’estero, a partiti comunisti fratelli con i quali esista un accordo per la reciprocità di iscrizione dei loro militanti residenti in Italia, se consentita dai loro statuti. L’iscrizione deve comunque essere approvata dagli organismi dirigenti;
- l’iscrizione di militanti di età fino a 30 anni al Fronte della Gioventù Comunista.
- L’iscrizione ad associazioni di massa come il FUL, l’Anpi ecc.

Art.2- Diritti e doveri.

Ogni iscritto ha il diritto di:
- esprimere liberamente la propria opinione all’interno del Partito, contribuendo alla elaborazione della sua linea politica;
- chiedere e ottenere informazioni e chiarimenti dagli organismi competenti in merito alle decisioni politiche e alle questioni ideologiche;
- partecipare alla elezione degli organismi dirigenti; esser eletto nelle istanze organizzative di qualsiasi livello.

Ogni iscritto è tenuto a:
- partecipare all’attività ed alle riunioni; studiare gli atti e le pubblicazioni del Partito, migliorando costantemente la propria preparazione politica e ideologica e la propria conoscenza del marxismo-leninismo;
- svolgere attività di proselitismo e informazione politica nei luoghi di lavoro, di formazione e nella società;
- rispettare il centralismo democratico e le decisioni prese dalla maggioranza, contribuendo al rafforzamento della disciplina;
- esercitare costruttivamente la critica e l’autocritica, tipiche dello stile comunista, in modo da rafforzare la democrazia interna;
- rappresentare il Partito e diffonderne la linea politica all’interno delle organizzazioni sindacali e di massa di cui fa parte;
- mantenere il riserbo circa le discussioni interne, diffondendo all’esterno, in particolare sui social network, alla stampa e ai mezzi di comunicazione di massa, solo quanto definitivamente approvato come linea ufficiale del Partito;
- vigilare e difendere il Partito in ogni sede, combattendo fermamente l’eclettismo, l’infiltrazione di elementi ideologici borghesi e qualsiasi forma di deviazione dal marxismo-leninismo, contribuendo così all’unità organizzativa, politica e ideologica del Partito.

Art.3-Organizzazione.

Il PARTITO COMUNISTA è organizzato in cellule nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro e formazione ed in sezioni territoriali, in comitati federali e regionali e nelle strutture organizzative centrali.

Art.4-La sezione.

La cellula di fabbrica e dei luoghi di lavoro e formazione  o sezione di territorio è l’istanza di base. Deve esser costituita da almeno 5 iscritti nei luoghi di lavoro e da almeno 10 iscritti in quella di territorio.
Elegge un segretario e può costituire una segreteria con incarichi esecutivi funzionali.
E’ consentita deroga nei territori esteri, dove, con l’approvazione della Direzione Nazionale, il minimo di iscritti può essere inferiore.

Art.5-I comitati provinciali e regionali.

I comitati sono costituiti, di norma su base provinciale e regionale, (salvo diversa conformazione dovuta ad esperienze politiche condivise nel tempo, ad es.
comitati metropolitani o più comitati nella stessa provincia). Entrambi possono dotarsi di una segreteria esecutiva funzionale. Entrambi eleggono un segretario e un tesoriere.
Le Federazioni estere continentali sono equiparate al comitato regionale, quelle dei singoli Paesi esteri ai comitati provinciali.

Art.6 -La gioventù.

Il PARTITO COMUNISTA riconosce il lavoro politico sulla questione giovanile e si pone come obiettivo programmatico, impegnativo per tutti gli iscritti, la creazione di un’organizzazione della gioventù comunista organica al Partito, fondata sul marxismo-leninismo, sull’internazionalismo proletario e sull’antimperialismo, come avanguardia del proletariato giovanile.

Art.7- La vita interna.

La vita interna del Partito è regolata dal centralismo democratico.Il dibattito libero, la collegialità della direzione e la comunanza di intenti rappresentano i punti fondanti del funzionamento interno del Partito, che si articola in base al principio della verticalità delle decisioni, delle responsabilità e della comunicazione.

La linea politica e le decisioni stabilite sono vincolanti e devono venire lealmente attuate da tutti. E’ espressamente vietata la costituzione di correnti o di frazioni organizzate. L’esercizio della critica e dell’autocritica, nonché la condanna del carrierismo, del frazionismo e delle forme di lotta interna classiche del malcostume borghese sono altrettanti punti caratterizzanti la diversità della militanza comunista.

Art.8- I congressi.

Per ciascuna istanza organizzativa il massimo organo deliberativo è il congresso.Viene convocato di norma ogni tre anni dal Segretario Generale o su richiesta di un numero di componenti il Comitato Centrale non inferiore ai due terzi dei suoi membri. Il Comitato Centrale ne promulga anche il regolamento.

Il congresso nazionale, costituito dall’Assemblea dei delegati, determina la linea politica generale, delibera in materia di statuto e programma, elegge il Comitato Centrale e la Commissione Centrale di Controllo e Garanzia. Analoghe disposizioni sono stabilite per i congressi regionali, provinciali e di cellula o di sezione, ad esclusione di quanto riguarda le Commissioni di Controllo e Garanzia, non istituite a questi livelli.

Art.9- Modalità di voto.

Il voto è palese per ogni livello organizzativo, a meno che non sia richiesto diversamente da almeno il 40% dei delegati presenti ed è valido se al momento della votazione sono presenti almeno la metà più uno dei presenti. Tutte le decisioni, ad esclusione delle modifiche statutarie, vengono approvate in base al principio della maggioranza semplice.

Per le modifiche statutarie è richiesta la maggioranza qualificata dei due terzi del Comitato Centrale e della Commissione Centrale di Controllo e Garanzia in seduta plenaria con votazione e/o sottoscrizione.

I membri, dimissionari o decaduti dagli organismi dirigenti di ogni livello possono essere sostituiti con voto a maggioranza semplice. Sono possibili cooptazioni negli organismi dirigenti ad ogni livello nell’ordine di non più di un decimo dei facenti parte.

Art.10-La Conferenza di Organizzazione.

In caso di particolare necessità, dovuta ad eventuali criticità del momento politico, può venire convocata nel periodo che intercorre tra un congresso e l’altro, con gli stessi criteri di delega che valgono per l’Assemblea dei delegati al Congresso Nazionale La Conferenza di Organizzazione viene convocata e presieduta dal Segretario Generale Art.11- Il Comitato Centrale.

Il Comitato Centrale è l’organismo di direzione politica generale tra un congresso e l’altro.. Elegge, in seduta comune con la Commissione Centrale di Controllo e Garanzia, il Segretario Generale, il Tesoriere Centrale, la Direzione Centrale ed ogni altra eventuale istanza organizzativa. Dopo la prima seduta d’insediamento, viene convocato e presieduto dal Segretario Generale. In mancanza, la sua convocazione può essere richiesta da un numero non inferiore ai due terzi dei suoi membri effettivi.

Art.12- La Direzione Centrale.

La Direzione Centrale è l’organo esecutivo che dirige il Partito tra una convocazione e l’altra del Comitato Centrale, verifica la realizzazione della linea politica, discute ed approva le candidature per le elezioni politiche nazionali, amministrative locali ed europee, nomina i responsabili delle commissioni di lavoro ed assegna altri incarichi funzionali centrali.

E’ presieduta e convocata dal Segretario Generale. Ne sono membri di diritto il Segretario Generale, a cui viene assegnata la titolarità esclusiva del simbolo del Partito, il Tesoriere Centrale, che assume la rappresentanza legale del partito, il Presidente ed il Vicepresidente della Commissione Centrale di Controllo e Garanzia.

La Direzione Centrale è articolata in due uffici: l’Ufficio Politico, che dirige il Partito tra una convocazione della Direzione e l’altra, composto principalmente da compagni che ricoprono incarichi centrali, attinenti alle politiche generali del Partito, e l’Ufficio d’Organizzazione, composto principalmente da Segretari regionali e di grandi aree metropolitane, che si occupa dell’attuazione operativa delle decisioni e del collegamento tra il centro e le organizzazioni locali. Il Segretario Generale presiede e convoca entrambi gli Uffici.

Art.13- La Conferenza delle lavoratrici e dei lavoratori.

E’ istituita la Conferenza Nazionale delle Lavoratrici e dei Lavoratori. E’ coordinata dal Responsabile delle politiche del lavoro e convocata dal Segretario Generale. Si riunisce per dibattere le questioni concernenti il mondo del lavoro e l’impegno sindacale. La Conferenza è l’espressione del Fronte Unitario dei Lavoratori, metodo di organizzazione dei lavoratori comunisti nei vari sindacati.

Art.14- La Commissione Centrale di Controllo e Garanzia.

La Commissione Centrale di Garanzia e Controllo concorre, insieme agli altri organismi dirigenti, alla crescita del Partito e, in tal senso, fa riferimento e richiama alle più alte motivazioni ideali che da sempre costituiscono il patrimonio essenziale del costume comunista.

La Commissione vigila sull’applicazione dello Statuto, sulla correttezza e conformità dei comportamenti dei membri e dei dirigenti del Partito, sia all’interno che all’esterno di esso, sul rispetto della linea politica adottata, sul radicamento dell’ideologia marxista-leninista all’interno del Partito. Essa è composta da cinque membri ed elegge al suo interno il Presidente e un Vicepresidente Vicario, entrambi con diritto di voto all’interno degli organismi dirigenti, a differenza degli altri suoi componenti che hanno solo diritto di parola.

La Commissione decide di ogni questione disciplinare, di applicazione e di interpretazione dello statuto, nonché di eventuali contenziosi sorti a livello territoriale.

Può inoltre sciogliere, di concerto con il Segretario Generale e la Direzione Centrale, gli organismi politici territoriali, affidandone la gestione ad un commissario, che ha il compito, per un periodo di tempo prefissato, di garantirne la continuità politica e finanziaria fino ad un nuovo congresso territoriale.

Art.15- Le sanzioni disciplinari.

Si ricorre a sanzioni disciplinari solo dopo aver esperito tutti i tentativi politici necessari ad evitare la via disciplinare, previa comunicazione all’interessato.
Le sanzioni disciplinari sono articolate in:
- richiamo formale;
- sospensione temporale dall’organizzazione e/o dagli incarichi direttivi; – espulsione;
- radiazione.
L’eventuale sospensione cautelare non costituisce sanzione disciplinare, ma viene decisa per tutelare l’organizzazione e/o il compagno interessato. Non è contemplata l’autosospensione.

L’elezione negli organismi dirigenti di qualsiasi livello avviene sulla base del riconoscimento delle capacità e dell’impegno dello stesso, non per sola rappresentatività territoriale e comporta l’assunzione della relativa responsabilità da parte del compagno eletto nei confronti del Partito. Pertanto, dopo 3 (tre) assenze consecutive alle convocazioni dell’organismo di appartenenza, ancorché giustificate, constatata l’oggettiva impossibilità, comunque motivata, a ricoprire efficacemente il ruolo dirigente, l’assente decadrà automaticamente e potrà essere sostituito.

Art.16- La Conferenza dei Tesorieri.

E’ istituita la Conferenza Nazionale dei Tesorieri. Si riunisce su convocazione del Tesoriere Centrale. Ha il compito strategico di programmare e gestire l’autofinanziamento, con obbligo di rendiconto al Comitato Centrale e alla Direzione Centrale.

Art.17- L’autofinanziamento.

L’autofinanziamento è il mezzo fondamentale di sostentamento del PARTITO COMUNISTA che fa della critica della odierna politica di mestiere uno dei cardini della propria proposta politica.
Il tesseramento, le quote di autofinanziamento obbligatorie per i gruppi dirigenti di ogni livello, le feste popolari e le altre attività di sottoscrizione popolare costituiscono l’ossatura fondamentale del reperimento delle risorse economiche.

Per l’autofinanziamento è previsto un apposito regolamento più dettagliato, allegato al presente statuto. Il bilancio ogni anno verrà predisposto a livello nazionale e locale, discusso ed approvato dagli organi competenti: il bilancio nazionale dalla Direzione Centrale e dalla Conferenza dei Tesorieri, quelli locali dai comitati regionali e provinciali), per favorire il controllo e la gestione democratica delle risorse.

Art.18-Le cariche pubbliche elettive.

Le cariche pubbliche elettive non sono il fine della prassi politica comunista.
Le elezioni a qualunque livello costituiscono una verifica del lavoro svolto e un’occasione di tribuna per meglio propagandare le posizioni dei comunisti. Agli eventuali gruppi consiliari o parlamentari non è consentita alcuna autonomia politica organizzativa dal Partito, che resta sovrano nel decidere la linea politica e la sua attuazione anche nelle assemblee elettive.

Qualunque carica elettiva, conseguita in nome e per conto del PARTITO COMUNISTA può essere retribuita con una somma comunque non superiore allo stipendio di un lavoratore in trasferta. La restante parte dell’indennità percepita e di ogni altra voce di rimborso deve essere versata direttamente al tesoriere dell’istanza territoriale corrispondente. L’impegno va sostenuto con un apposito regolamento che verrà redatto ad ogni singola elezione da parte del Tesoriere Centrale di concerto con la Commissione Centrale di Controllo e Garanzia. Le cariche, derivanti da candidature del PARTITO COMUNISTA nelle assemblee elettive, non sono cumulabili.

Art.19 – Tessera, simboli e inni.

La tessera debitamente sottoscritta dall’iscritto attesta la regolare iscrizione e impegna il militante al lavoro politico.
Dopo la presentazione alle elezioni politiche del 2013 il simbolo elettorale è il seguente: “Cerchio di colore grigio, con inscritto un quadrato con stella, falce e martello di colore bianco al centro su sfondo rosso. All’interno del quadrato, nella parte inferiore (sotto la stella, falce e martello) vi è dapprima la scritta PARTITO in colore bianco, più in basso la scritta COMUNISTA in colore bianco su fascia nera”.
Il simbolo è nella disponibilità, per elezioni nazionali e locali, del Segretario Nazionale che può delegare altri compagni per l’uso a livello territoriale. Gli inni del PARTITO COMUNISTA sono l’Internazionale e Bandiera Rossa.

Art.20- Disposizioni finali.

Il seguente statuto regola la vita del PARTITO COMUNISTA dal secondo al terzo Congresso e, in tale periodo, può esser modificato solo con votazione o con sottoscrizione superiore ai due terzi dei membri del Comitato Centrale.

15) Regolamento finanziario

Principi Ispiratori

A questo Regolamento Finanziario e’ affidato il compito di stabilire e disciplinare le modalità di acquisizione delle attività economiche e patrimoniali con relative modalità di spesa e di impiego, partendo dal principio della economicità di gestione, al fine di assicurare equilibrio finanziario e patrimoniale.

Attraverso questo regolamento, il tesoriere gestisce e organizza amministrativamente e contabilmente l’organizzazione e le risorse a disposizione, compreso il patrimonio, con vincoli che consentono preventivamente l’equilibrio finanziario sia in sede previsionale che a consuntivo.

Art. 1 Ambito di applicazione

Questo regolamento disciplina in materia economica, finanziaria e patrimoniale il rapporto tra Organizzazione Centrale e le articolazioni regionali, nel rispetto della loro autonomia statutaria.

Art. 2 Figura del Tesoriere e suo rapporto con i regolamenti e i Tesorieri regionali.

a- Ogni articolazione regionale elegge un Tesoriere che è il legale rappresentante della stessa.
b- Ogni regolamento regionale deve essere dotato di una parte finanziaria e stabilire i poteri assunti dal Tesoriere.
c- Gli stessi regolamenti devono ispirarsi ai criteri di gestione che fanno capo al regolamento e allo statuto nazionale dell’organizzazione.
d- Il Tesoriere Centrale entro 30 gg. dall’approvazione del regolamento finanziario delle articolazioni regionali, o di una sua modifica, ne attesta la conformità.

Art. 3 Principio dell’autofinanziamento

a- Tesseramento per i componenti il Comitato Centrale: oltre alla quota tessera annuale é prevista una quota di autofinanziamento proporzionale al proprio reddito mensile (ad esclusione dei disoccupati e studenti) da versare con bonifico bancario AUTOMATICO trimestrale sulla base di scaglioni progressivi:
Fino a 1500.00 euro di reddito mensile l’1,5% Da 1501.00 a 3000.00 euro il 2,5% Da 3001.00 a 5000.00 euro il 4% Oltre 5000.00 euro di reddito mensile il 7%.
b- Tesseramento nei comitati regionali, provinciali, di zona e di sezione con tessera annuale e con quota di autofinanziamento proporzionale al reddito mensile identica al Comitato nazionale salvo diversa ed autonoma scelta degli organismi locali.
Alle organizzazioni periferiche del Partito resta il 90% dell’incasso complessivo per il Tesseramento, il restante 10% va versato alla Tesoreria Nazionale a mezzo bonifico.
c- Le altre fonti di autofinanziamento, come feste, cene , sottoscrizioni devono prevedere l’assegnazione del’80% del ricavato netto a beneficio delle articolazioni periferiche ed il restante 20% alla Tesoreria nazionale a mezzo bonifico.
d- La responsabilità dell’autofinanziamento non e’ solo dei Tesorieri ma anche degli organismi dirigenti periferici ad ogni livello.
In caso di inadempimento, la Commissione di Controllo e Garanzia Nazionale viene immediatamente informata.

Art. 4 Quota tessera di iscrizione

Le iscritte e gli iscritti hanno l’obbligo di sostegno finanziario alle attività politiche dell’Organizzazione, attraverso la loro quota di tesseramento.
A scadenza annuale, la Direzione Centrale su proposta del Tesoriere Centrale, sentita la Conferenza dei Tesorieri regionali, stabilisce la quota minima per l’iscrizione all’organizzazione. Le stesse saranno acquisite al patrimonio delle articolazioni periferiche secondo i criteri stabiliti dall’Art.3.

Art.5 Erogazioni liberali

Ogni organizzazione periferica può ricevere erogazioni liberali, anche allo scopo di realizzare progetti specifici e campagne di autofinanziamento.
Ciò dovrà essere regolato attraverso i criteri e modalità stabiliti dal regolamento finanziario regionale.

Art. 6 Etica degli eletti in organismi istituzionali

Gli eletti in organismi istituzionali , in rispetto del codice etico, sono tenuti a versare all’organizzazione il contributo d’intesa tra il Tesoriere Centrale e gli stessi, secondo le norme dello Statuto.

Art. 7 Feste manifestazioni ed altri eventi.

a- Le manifestazioni e gli eventi che ogni organizzazione periferica metterà in essere, allo scopo di reperire risorse finanziarie dovranno essere preventivante concordati con le altre articolazioni interessate, con le quali, si potranno altresì stabilire i criteri di ripartizione degli eventuali proventi.
b- I simboli riferiti all’organizzazione possono essere utilizzati dalle articolazioni periferiche salvo opposizione del legale rappresentante dell’organizzazione.

Art. 8 Modalità di spesa.

a- L’articolazione delle modalità di spesa dell’organizzazione, saranno regolate in riferimento alle metodologie tipiche della contabilità finanziaria.
b- Al Tesoriere spetta il compito di redigere il bilancio preventivo, e in base al bilancio assegnare, in via provvisoria, la disponibilità alle unità organizzative dotate della facoltà di impegnare tali risorse.
Le unità organizzative saranno individuate dal Tesoriere Centrale.
c- L’assegnazione delle disponibilità provvisorie sarà conseguente alla presentazione ad opera del responsabile di ogni unità organizzativa di una previsione di spesa relativa al programma di attività politica.
d- L’entità’ dell’assegnazione sarà proposta dal Tesoriere e approvata dal Comitato di Tesoreria , e costituirà per l’unita’ organizzativa vincolo da rispettare in via definitiva per il proprio programma di attività politica.
e- Stabilita l’assegnazione all’unita’ organizzativa, ciascuna spesa potrà essere effettuata soltanto a seguito di proposta sottoposta al Tesoriere, che con la sua autorizzazione, la trasformerà in impegno di spesa.
f- I singoli programmi di attività verranno sottoposti a revisione trimestrale del Tesoriere Centrale, e dovranno riportare gli impegni assunti con le relative spese effettuate, al fine di verificare la tenuta degli equilibri.
Questa verifica si dovrà effettuare anche sul bilancio preventivo generale e successivamente sottoposta al Comitato di Tesoreria.
g- Entro 60 gg. dall’entrata in vigore del presente regolamento, il Tesoriere Centrale redige ulteriore regolamento che stabilisce i criteri di approvazione delle spese ed impegni di spesa relativi alle trasferte sostenute per lo svolgimento delle attività a carico del bilancio dell’organizzazione.
h- Al fine di una corretta contabilizzazione, i costi sostenuti dovranno essere supportati da idonea documentazione contabile.

Art. 9 La Conferenza dei Tesorieri regionali.

a- Si istituisce una Conferenza composta dal Tesoriere Centrale e dai Tesorieri regionali, con la funzione di coordinamento dell’attività amministrativa e finanziaria.
Questo nel rispetto delle singole autonomie.
b- La Conferenza dei Tesorieri, si riunisce di norma tre volte l’anno, con lo scopo di coordinare ed illustrare gli indirizzi della Tesoreria Centrale.
Essa e’ convocata ad opera del Tesoriere Centrale.
c- La Conferenza può essere convocata anche straordinariamente, in seguito a richiesta supportata dagli argomenti dell’ordine del giorno da discutere. La Conferenza e’ presieduta dal Tesoriere Centrale.

Art. 10 Contratti bancari e postali, movimentazioni finanziarie.

a-I contratti bancari e postali dovranno riportare l’intestazione dell’articolazione dalla quale e nel cui interesse e’ stato stipulato(ad esempio il Comitato regionale)
b-Ogni operazione di spesa e di incasso effettuata dal Tesoriere Centrale o dal Tesoriere dell’articolazione regionale deve avvenire attraverso bonifico bancario o assegno bancario nel rispetto delle norme sul finanziamento pubblico, delle norme antiriciclaggio e di quelle di legge, applicabili.

Art. 11 Organizzazione amministrativa e contabile.

a- La contabilità dell’organizzazione e’ ispirata ai principi della contabilità economico- patrimoniale previsti dalle norme del codice civile per le società per azioni, con lo strumento della partita doppia. Annualmente si procede alla redazione del bilancio conforme allo Statuto e alle norme di Legge in riferimento alle organizzazioni politiche.
b- Al Tesoriere spetta il compito di elaborare un piano dei conti della tenuta della contabilità da sottoporre all’approvazione del Comitato di Tesoreria in primis, e successivamente alle articolazioni periferiche dell’organizzazione con lo scopo di agevolare l’omogeneità’ dell’amministrazione in tutto il territorio nazionale.

Art. 12 Bilancio preventivo e consuntivo.

a- Le articolazioni periferiche beneficiarie di contribuzioni in denaro da parte della Tesoreria Centrale, dovranno conferire alla stessa il bilancio consuntivo entro 15 gg. dalla sua approvazione.
b- A fine anno, un mese prima dell’approvazione del bilancio dell’organizzazione, il Tesoriere elabora il bilancio annuale e il rendiconto delle risultanze a consuntivo del bilancio di previsione, da sottoporre all’approvazione del Comitato di Tesoreria.
c- Ad avvenuta approvazione del rendiconto, il Tesoriere verifica il bilancio di previsione relativo all’anno in corso.

Art. 13 Rapporti di lavoro

Di norma non sono previsti rapporti di lavoro in quanto si vuole evitare la politica di mestiere. In casi eccezionali è richiesto un voto della Direzione Centrale su proposta del Tesoriere Centrale e comunque la eventuale regolamentazione dei rapporti di lavoro tra organizzazione centrale e articolazioni periferiche, sarà disciplinata da uno specifico regolamento del personale.

Art. 14 Norme applicabili.

Ciò che non e’ previsto dal presente regolamento, si deve riferire alle norme dello Statuto dell’organizzazione. Il presente regolamento ha validità a decorrere dal 20 Gennaio 2014.

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