UE. A proposito di opportunismo. (di Julio Díaz-PCPE)

06 Marzo 2014 di
UE. A proposito di opportunismo.

 
L’Unione Europea è un’alleanza interstatale di carattere imperialista costituita fin dalle sue origini con l’unico scopo di salvaguardare e favorire gli interessi della classe che corrisponde ai settori più avanzati dell’oligarchia europea. Questo è il suo unico scopo e tutte, assolutamente tutte, le argomentazioni di tipo culturale e sociale che legano l’UE alla sorte comune dei popoli europei sono pura propaganda che, dalla sovrastruttura, cerca di costruire un consenso interclassista verso quello che, come dicevamo poc’anzi, non è nient’altro che il più elaborato progetto di un’oligarchia che, in conformità alla fase attuale di sviluppo del capitalismo, si concentra in un numero sempre più ristretto di monopoli finanziari. Sulla base dell’analisi che caratterizza l’opportunismo come espressione dell’influenza della politica e dell’ideologia borghese sul movimento operaio e che, di conseguenza, identifica la sua principale missione nel generare confusione e dispersione degli obiettivi al suo interno, è facile capire perché, a proposito di tutto ciò che riguarda la costruzione dell’Europa, le forze opportuniste usino un linguaggio – quasi un metalinguaggio, potremmo dire – che gioca con una costante ambiguità e che finisce col porre le basi di una stretta alleanza di interessi con l’oligarchia europea.Qualche nota storica

In Spagna, questa identificazione delle strutture economiche e politiche europee come sinonimo di modernizzazione, democrazia, giustizia, cultura e libertà, è una carta messa sul tavolo dai settori economici più avanzati del franchismo e giocata magistralmente dalla direzione di un Partito Comunista di Spagna (PCE) che, a partire dalla sua proposta di riconciliazione nazionale del 1956, iniziava a gettare le fondamenta di una politica e di un programma che, esasperando le particolarità spagnole e preparando già le basi dell’Eurocomunismo, procedeva senza remore alla sostituzione del progetto rivoluzionario, proprio del PCE, con uno riformista e di conciliazione delle classi. Per quanto concerne l’Europa, fu a partire dall’8° Congresso del PCE del 1972 che si decise di scommettere sul processo d’integrazione europea rappresentato dalla Comunità Economica Europea fondata nel 1957. Ma è nel 9° Congresso – quello dell’abbandono formale del leninismo – che si afferma, ormai senza giri di parole, che “il PCE, nel sostenere l’ingresso della Spagna nella CEE, afferma la sua volontà di trasformare, al fianco delle altre forze di sinistra europee, l’attuale carattere della Comunità, dominata dai grandi monopoli. Aspiriamo all’Europa dei lavoratori, all’Europa dei popoli: un’Europa unita nei piani economici e sociali, che abbia una politica propria, indipendente”.

Questo era nel 1978, e da questo proclama sulla CEE, nel quale si occultava il suo carattere di classe e si chiamava ad articolarla, assieme alla socialdemocrazia, in una struttura al servizio dei lavoratori e dei popoli, sono passati 36 anni di esperienza che dimostrano l’impossibilità, l’inutilità e la falsità di questo proposito.

La vecchia CEE, oggi costituitasi nell’Unione Europea, non si trovava “dominata dai grandi monopoli” per un sovvertimento del suo proposito fondativo o una cattiva applicazione delle sue politiche. La CEE prima e la UE ora, com’è stato ampiamente dimostrato, risponde ad un interesse di classe molto preciso: quello dei monopoli, e per carattere, essenza e missione organica, non smetterà di portare avanti questo compito fino alla sua completa distruzione.

Il gioco della confusione

Come vediamo, non è da poco che si gioca con questi appelli volti ad ingannare e confondere la classe operaia e i settori popolari riguardo la natura di classe della UE. Non potendo disconoscere i risultati materiali dell’incorporazione della Spagna all’UE e le sue conseguenze per la classe lavoratrice e per il popolo, le forze dell’opportunismo restano ancora impantanate nel loro gioco di disorientamento. La terziarizzazione dell’economia spagnola a seguito di un intenso processo di deindustrializzazione e smantellamento del settore primario imposto dalla UE, la perdita della sovranità monetaria dello stato spagnolo con l’integrazione nella zona euro, la privatizzazione del settore pubblico e l’adeguamento legislativo ai diktat dell’Europa, vengono descritti – come faceva il PCE già nel 1978 – come sviamenti e risultati indesiderati delle politiche europee, come la conseguenza di quello che comunemente chiamano “attacco neoliberale della troika” (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale) al modello sociale europeo e ciò che la neonata piattaforma politica chiamata Podemos definisce come “l’Europa del saccheggio e del disprezzo verso i popoli, che tiene sotto ostaggio la nostra democrazia”. Mentono coscientemente, e lo fanno per la loro dipendenza politica ed economica dal progetto che li alimenta e gli concede un vuoto istituzionale nel quale svilupparsi.

La loro posizione sull’Europa combacia perfettamente con l’analisi che fanno della crisi generale e strutturale del capitalismo e, così intendendo quest’ultima come conseguenza di una sbagliata gestione delle risorse finanziarie, propongono il ribaltamento di quelli che chiamano caratteri identitari della UE come mezzo per il superamento della crisi. Correggere la rotta delle politiche neoliberali che ci hanno privato di servizi pubblici efficaci, gratuiti ed universali, per tornare allo stato sociale che tanto bene rappresentava il modello europeo di fronte agli imperialisti nordamericani. Questo è in sintesi il discorso degli opportunisti. Una proposta che, mentre denuncia la crescente situazione di esclusione sociale, sfruttamento e povertà alla quale ci conducono le politiche della Commissione Europea, allo stesso tempo si fa bandiera dell’UE e dell’euro proponendoci un pacchetto di misure keynesiane che rivitalizzerebbero l’economia nei paesi più poveri dell’UE. Idealisticamente, cercano di riportare indietro le lancette della Storia e ignorano che le leggi dello sviluppo economico del capitalismo non permettono ai monopoli che decidono il futuro dell’UE di fare una politica diversa da quella che si addice ad una potenza imperialista, che gioca pesante e con decisione per accrescere le sue sfere di potere economico e politico nel mondo. Sfruttamento, violenza e guerra sono l’unico futuro che offre l’UE.

Complici necessari

A proposito dell’opportunismo, il Partito Comunista del Messico afferma nel quarto numero della Rivista Comunista Internazionale che “ancora oggi, in Europa e America, esso costituisce un supporto fondamentale per l’imperialismo, ricevendo persino finanziamenti dai monopoli per condurre la sua azione politica, da ONG, attività ideologiche e soprattutto promozione di forme alternative di gestione capitalista dal «volto umano»”. Un’affermazione esagerata, forse diranno alcuni. Ma chi, in tempi di reazione imperialista su tutti i livelli, continua a proporsi come l’alternativa per una diversa gestione del capitalismo e persevera nella ferma difesa dell’istituzionalità borghese, dovrebbe domandarsi se il proprio ruolo può essere diverso da quello che con assoluta chiarezza gli segnalano i compagni messicani.

Nel suo XIX Congresso, tenutosi nel novembre del 2013, il PCE liquidava la questione con la magistrale formula “rompere con l’Europa dell’euro senza rompere l’Europa dell’euro”, collocandosi chiaramente sullo stesso livello di idealismo e/o complicità dell’appello del Partito della Sinistra Europea a “condurre la ricerca di uno sviluppo economico sociale, ecologico e solidale all’interno della UE senza rompere con l’euro, perché questo non condurrà automaticamente a politiche più progressiste”. Parole vuote ed ingannevoli quelle cui fanno eco i ciarlatani mediatici di Podemos, rivendicando all’interno della UE un’Europa giusta, dei diritti e della democrazia”. Frasi deplorevoli alle quali, senza alcuna difficoltà, potremmo aggiungere quelle pronunciate dal Comitato Esecutivo della Confederazione Europea dei Sindacati lo scorso ottobre, che propone una nuova rotta per l’Europa, per dimostrare che l’Europa difende il progresso sociale e non è uno strumento di attacco ai diritti sociali” e affinché questo diventi una realtà, tirano in ballo di nuovo Keynes e propongonoun piano di recupero europeo audace con l’obiettivo di investire il 2% del PIL per affrontare la crisi su tutti i fronti”.

L’analisi che fanno della crisi è necessariamente collegata alla loro proposta per il suo superamento e, ovviamente, con il soggetto politico protagonista di questo superamento. Niente crisi strutturale, niente socialismo e, ovviamente, niente classe lavoratrice. Per loro il superamento è inquadrato in una migliore gestione del sistema e in una correzione dal basso delle derive che ci hanno portato in questo pantano. Il capitalismo sociale è la loro formula, ma l’evidenza dei fatti ci dice che la vera utopia non è pretendere di condurre l’assalto al cielo e portare la classe operaia al potere, ma voler fare di questo lupo vorace chiamato capitalismo una cornice di convivenza favorevole a quella maggioranza della società che produce tutta la ricchezza.

Per questo la nostra proposta, la proposta del PCPE, è, in questo senso, inequivocabile e scarta qualsiasi tipo di convivenza con coloro i quali difendono l’ambiguità e la confusione su un tema centrale come la posizione nei confronti della UE. Uscire dalla UE e dall’euro, come passo necessario e imprescindibile nel cammino verso il potere operaio e il Socialismo, è oggi la parola d’ordine principale che demarca il confine tra riforma e rivoluzione.

Traduzione per Resistenze.org
18/02/2014
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