LA FIERA DELLE VANITÀ: LE URNE COME TRAPPOLA

03 Febbraio 2014 di

Diceva Aristotele che l’arte imita la Natura.  Il momento elettorale nelle società a dominio capitalista è invece la proclamazione dell’esatto contrario: l’arte, il prodotto umano, plasma la natura, gli interessi in conflitto, secondo il disegno di quelli dominanti. La battaglia sulla legge elettorale ne è l’esempio più fulgido. La legge che determina il potere dei voti è di estrema importanza per il sistema di dominio borghese: rappresenta infatti il meccanismo attraverso il quale garantire, nell’impalcatura che dipinge le pareti esterne del sistema con la vernice dell’ideale democratico, la reale conservazione ed il consolidamento del blocco di potere  più idoneo agli interessi economici dominanti.
L’analisi corretta di tale fenomeno non può che muovere dalla teoria marxista dello Stato attraverso quelle che sono le riflessioni di Engels, correttamente analizzate da Lenin in Stato e Rivoluzione.
Ben nota il primo come le istituzioni statali sono il prodotto della società giunta ad uno stadio di sviluppo determinato e caratterizzato dagli antagonsmi delle diverse classi, antagonismi derivanti dai rapporti economici di produzione, antagonismi inconciliabili che si è impotenti ad eliminare. Perchè il conflitto non logori e distrugga la società e la produzione in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia solo in apparenza  al di sopra della società e che sia in grado, in virtù di questa apparente terzietà, di attenuare il conflitto e mantenerlo nel limite dell’ordine più favorevole alle classi che detengono il potere economico. Questo potere che si estranea dalla società e si pone apparentemente al di sopra di essa promana dai rapporti economici di produzione dominanti: la classe che detiene il potere economico prominente e dominante diviene anche politicamente dominante con l’istituzione dello Stato.
Questo, da un lato ci fa comprendere come lo Stato non possa mai essere l’organo di conciliazione delle classi: se gli antagonismi fossero conciliabili lo Stato non dovrebbe nemmeno esistere; esso in realtà svolge la funzione di garantire il predominio di un interesse su tutti gli altri.
Se potessero essere conciliati gli interessi alla massimizzazione del profitto dei monopoli bancari ed industriali con gli interessi delle classi subalterne all’accesso a tutti i propri bisogni e necessità, non ci sarebbe bisogno di un gendarme istituzionale che vincoli i membri della società al rispetto del debito pubblico e privato, alla proprietà privata, al pagamento dell’interesse del denaro dato a mutuo e quant’altro di occorrenza al mantenimento dei rapporti di produzione capitalistici.
Dall’altro lato è proprio lo Stato, questo apparente terzo estraneo, a diventare lo strumento di oppressione degli interessi antagonisti alla classe dominante, mediante la creazione di un ordine che legalizza e consolida gli interessi della classe dominante. L’ordine dello Stato diventa allora lo strumento per lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale.
Nella “apparente terzietà” sta però il maggior valore d’efficacia del meccanismo di dominio e della dittatura di classe.
La rivoluzione borghese ha portato al potere il principio di eguaglianza: tutti gli uomini sono nati uguali e devono essere trattati dallo Stato come eguali. Collegato al principio di eguaglianza è lo Stato di tipo rappresentativo, all’interno del quale tutti gli uomini hanno diritto ad eleggere i propri rappresentanti per mezzo del suffragio universale.
Questo apparente principio di parità ai blocchi di partenza è ancor oggi, tutto sommato, l’ingrediente che consente di mantenere, veicolare o comunque far sopportare l’apparente terzietà dello Stato.
Senonchè, l’eguaglianza degli uomini è proclamata solo a livello formale, prescindendo dai reali e concreti rapporti economici di produzione che originano le diseguaglianze sociali in grado di condizionare l’essere umano sin dalla nascita. Lo Stato borghese nasce ed origina dal conflitto delle classi, ma proprio per questo è lo Stato e l’ordine della classe che ha imposto il suo dominio. In ogni manifestazione questo ordine istituito deve servire questo dominio. Anche qualora le contraddizioni e la diseguaglianza sostanziale vengono a galla, l’apparente terzietà dello Stato deve mostrarsi idonea a veicolare la convinzione che possano essere eliminati attraverso il diritto di nominare i propri rappresentanti, deputati ad agire per eliminarli.
Proprio con riferimento al suffragio universale ed al principio di rappresentatività, proprio Lenin ricordava efficacemente come nell’epoca in cui scriveva:
” i democratici piccolo-borghesi, sul tipo dei nostri socialisti rivoluzionari e dei nostri menscevichi …. aspettano dal suffragio universale qualcosa di più: condividono ed inculcano nel popolo la falsa concezione che il suffragio universale possa nello Stato odierno esprimere realmente la volontà della maggioranza dei lavoratori e assicurarne la realizzazione.”
E’ pur vero che, eccezionalmente, come ricorda Engels, vi sono periodi in cui le classi in lotta hanno forze pressochè uguali, cosicchè il potere statale acquista una certa autonomia in qualità di apparente mediatore, ma alla fine gli interessi economicamente dominanti esercitano nuovamente un’azione per ricondurre la macchina statale alla sua funzione di strumento di oppressione per il mantenimento dei rapporti di produzione esistenti.
Ricorda sempre Engels come nella repubblica democratica la ricchezza esercita il suo potere indirettamente ma in maniera tanto più sicura con la corruzione da un lato e l’alleanza tra governo ed interessi finanziari dall’altro. E’ un’arte raffinata, attraverso la  quale, prosegue Lenin, viene consolidata l'”onnipotenza della ricchezza”, proprio perchè non dipendente da un cattivo ed indigesto involucro del capitalismo. Di quest’ultimo, la Repubblica democratica è l’involucro migliore: dopo essersene impadronito, “fonda il suo potere in modo talmente saldo che nessun cambiamento nè di persone, nè di istituzioni, nè di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo”
Quanto alla raffinatezza, si pensi al dibattito parlamentare di questi giorni: in un decreto che comprende mille provvedimenti economici da votare in aula in modo complessivo, vengono inseriti contemporaneamente l’abrogazione della seconda rata dell’IMU e contemporaneamente il rifinanziamento di Bankitalia, in modo tale da addossare la responsabilità della mancata abrogazione di una tassa a chi fa ostruzionismo contro quest’ultimo provvedimento.
Altro mezzo e artifizio per consolidare il blocco di potere dominante sta appunto nella legge elettorale.
L’assoluta realizzazione della parità formale del potere di eleggere i propri rappresentanti dovrebbe condurre alla conseguente affermazione che ogni voto è uguale all’altro e deve possedere eguale potere rappresentativo. In questo senso, anche nella nostra Costituzione si proclama in via di principio che il voto è “personale, eguale, libero e segreto” (art. 48 co. 2 Cost.).
Seguendo tale principio, va da sè che l’unica legge elettorale in grado di garantire egual potere a ciascun voto è la legge proporzionale pura senza clausola di sbarramento: i seggi in Parlamento sono ripartiti in base alla proporzione dei voti espressi per le liste. Nella “apparente terzietà” sta il nucleo del dominio e della dittatura di classe.
Non v’è chi non veda come nelle democrazie borghesi odierne questo principio sia sempre compresso, in misura maggiore o minore, attraverso artifizi che vogliono salvaguardare il c.d. “mito della governabilità”, il quale altro non è che il consentire agli interessi della classe dominante di essere realizzati il più in fretta possibile, senza appunto essere filtrati da quei meccanismi di controllo e democrazia sulle quali si dipinge l’apparente terzietà del sistema. Spesso, nell’agiografia della governabilità, si afferma che solo il sistema con un governo stabile può efficacemente guidare il paese, pena l’assoluto caos. L’esempio del Belgio smentisce tale affermazione: il paese fiammingo-vallone è rimasto per un tempo record senza governo stabile, senza particolari differenze quanto alla gestione della macchina statale.
Si comincia dalle clausole di sbarramento che impediscono l’accesso alla Tribuna ed alla pubblicità Parlamentare alle forze che non raggiungono una data percentuale, la quale spesso è di rilevante misura ed è dipinta in guisa da escludere determinate forze antagoniste: prescindendo dal merito discutibile ed opportunista della lista, la coalizione dell’arcobaleno fu esclusa nonostante rappresentasse il voto di 1.124.000 italiani, non proprio quattro gatti. La clausola di sbarramento dice che il voto non è uguale: il voto dato a una coalizione che non raggiunge il quorum non conta nulla.
Altro meccanismo è il sistema maggioritario, spesso in voga nei sistemi più marcatamente liberisti, che consente di escludere l’eguaglianza del voto parcellizzando la contesa dei seggi in ogni collegio, assegnandolo solo alla lista che vince. Il voto che perde non conta nulla sin dall’inizio. Parimenti i voti dati alle liste con minore percentuale hanno scarso potere di accedere alla rappresentatività in quanto devono divenire maggioranza in almeno un collegio.
Medesima funzione svolge il premio di maggioranza, che attribuisce un potere che non ha alla lista che ha raggiunto una relativa maggioranza proporzionale.
Vi sono poi le barriere all’ingresso che impediscono la presentazione delle liste a forze che non siano in grado di disporre di mezzi organizzativi e finanziari notevoli: sempre più eccessivo numero delle firme da raccogliere, formalità eccessive e costose, esenzione dalle formalità per le liste già presenti nelle istituzioni.
Spesso le iniquità divengono così rilevanti che l’apparente terzietà deve essere in qualche modo salvaguardata nelle forme dagli apparati dello Stato. E’ il caso che ha colpito il famigerato “porcellum” del nostro paese, sfrondato dalla Corte Costituzionale che ben però si è guardata dal dichiarare incostituzionale, ad esempio, anche la notevole clausola di sbarramento
Si noti che a tal proposito l’altrettanto famigerato “italicum” che si vorrebbe sostituire, non soddisfa nessuno dei requisiti correttivi auspicati dalla Corte Costituzionale.

Continua a conservare un premio di maggioranza che consente comunque una eccessiva sovrarappresentazione.
Continua a conservare un meccanismo di blocco delle liste
Contiene inammissibili soglie di sbarramento 8% per il partito che si presenta da solo, due milioni di voti potrebbero non contare nulla, 4,5% per il partito che si presenta in coalizione. Per non parlare della soglia del 12 % per le coalizioni, che rischia di non vedere rappresentati oltre tre milioni di possibili voti!
Numerosi commentatori hanno rilevato che la legge Acerbo, quella che consentì la presa di potere del fascismo, prevedeva una maggiore rappresentatività.

Si tratta allora, con una frase che fu del compagno Stalin, di raccogliere qualche volta le bandiere che la borghesia si affretta a gettare a terra, non tanto per santificare un correttivo del Parlamentarismo borghese, ma al fine di svelare la sua intrinseca natura di strumento di gestione della classe dominante, strumento che esclude quella democrazia che dice di rappresentare. Riproporre la battaglia per il ritorno ad una legge elettorale con proporzionale puro senza sbarramenti, lanciare la battaglia per la modifica delle formalità di ingresso per la presentazione delle liste dando a queste lotte un significato diverso da quello opportunista: spiegando al popolo che il capitale nega questi fondamentali principi perchè la loro democrazia, anche quando ci sono le elezioni, si ferma laddove rischiano di perdere il volante del giocattolo.
Non si tratta però di fare una battaglia di retroguardia simile a quella condotta in difesa dei valori di una Costituzione scarnificata ormai anche dal punto di vista formale. non bisogna ingenerare la falsa convinzione che il recupero del metodo proporzionale ponga rimedio alla diseguaglianza dei rapporti di produzione e porti esso solo alla vittoria le masse popolari. Così non è mai stato e mai sarà, altrimenti contraddiremmo le premesse di questa analisi. Oggi più che mai l’avanzamento delle forze popolari dipende dalla maturazione del conflitto sociale e dalla sua organizzazione, non dalla battaglia per le garanzie istituzionali borghesi. Tuttavia, lo stesso Lenin ricordava che finchè esisteranno istituzioni borghesi i comunisti non possono ignorarle e svolgere la loro lotta disvelando le contraddizioni anche nel cuore del sistema, non commettendo l’errore di astenersi dalle battaglie che possono essere veicolo di collegamento per promuovere una coesione sociale che possa essere indirizzata verso  il ribaltamento dello stato di cose esistenti.
Accanto all’apertura della contraddizione circa l’apparente terzietà della macchina statale, neppure garantita in modo formale, occorre chiedersi per quale motivo la borghesia si sforzi di promuovere sempre più sfacciatamente sistemi in grado di mascherare sempre meno la formazione di oligarchie.
Ciò va di pari passo con la delegittimazione della classe politica stessa, contro la quale non sembrano essere posti in campo antidoti che mirino a recuperare rappresentatività e quindi consenso intorno alle forze che devono servire il potere economico.
Siffatte circostanze possono dare una indicazione sia tattica che strategica sulle attuali manovre in corso. Da un lato la borghesia ha necessità di legittimare un sistema di decisioni veloci, senza i lacci e lacciuoli della democrazia e del parlamentarismo. Se l’oligarchia non regge, sarà possibile allora giocare la carta maggiormente reazionaria, magari contro gli stessi servi politici che avranno funzione di capro espiatorio e legittimazione di un potere autoritario, salvando la vera fonte delle contraddizioni.
Tornano alla mente le parole di Erich Honecker:

“……. l’inizio immediato della tragedia dell’ultima fase della storia tedesca si situa nell’anno 1933. In quell’anno, com’è noto, molti tedeschi votarono in libere elezioni per il partito nazista e il presidente Hindenburg, che era stato eletto altrettanto liberamente nel 1932, investi democraticamente Adolf Hitler delle funzioni di capo del governo. Subito dopo i predecessori politici degli attuali partiti dominanti, con l’eccezione della SPD, votarono i pieni poteri, dando a Hitler poteri assoluti dittatoriali. Solo i comunisti prima di quelle elezioni avevano detto: «chi vota Hindenburg vota Hitler, chi vota Hitler vota per la guerra». Al momento del voto per i pieni poteri i deputati comunisti erano già stati allontanati dal Reichstag, molti comunisti erano stati arrestati o vivevano in clandestinità. Già allora la messa fuori legge dei comunisti fu il segnale della fine della democrazia in Germania.”tratto dal Discorso-Autodifesa pronunciato davanti al Tribunale di Berlino, Erich Honecker.

L’unico voto dovrebbe essere allora quello eguale: ma le forze borghesi affrontano la partita delle elezioni quando possono essere più uguali degli altri, quando possono plasmare la natura a immagine della loro arte. Altrimenti rimane la comoda alternativa di incolpare i loro maggiordomi chiamando il loro gendarme autoritario di riferimento, il cui unico ed ultimo scopo sarà quello di salvare il loro dominio.

Enzo Pellegrin segretario di Torino Partito Comunista.

Condividi
  • Twitter
  • Facebook
  • email
    RUBRICHE

    Autore

    L'autore non ha ancora aggiunto informazioni al suo profilo
    Commenti Chiusi.