Contro l’attacco della Fiat-Chrysler Automobiles, a difesa degli interessi della classe operaia

02 Febbraio 2014 di

La Fiat-Chrysler Automobiles, come è stato battezzato il nuovo mostro della concentrazione monopolistica internazionale,ha dunque superato le nostre più fantasiose previsioni.

E’ infatti nato un soggetto finanziario uno e trino: la sede fiscale in Gran Bretagna, la sede legale in Olanda, la sede di mercato azionario negli Stati Uniti. Come sempre a noi interessano non i risvolti da gossip della tecnocrazia capitalistica, ma studiare le mosse del nemico di classe per svelarne le mosse tattiche e le mire strategiche, al fine di approntare le nostre linee di condotta.

I commentatori borghesi convergono sull’analisi, per la verità un po’ scontata, che vede nelle tre opzioni altrettante opportunità tattiche: la prima, quella britannica, segnata dagli enormi vantaggi fiscali offerti dalla legislazione inaugurata sì dalla Lady di ferro, ma rafforzata dall’ineffabile new-labour-man, il signor Blair (attenti alla riedizione un po’ grottesca, ma altrettanto violenta del signor Renzi); la seconda, quella olandese, segnata da una particolare tutela assegnata ai pacchetti azionari cosiddetti di riferimento, rispetto a configurazioni azionarie più dinamiche e/o parcellizzate; la terza, quella newyorkese, segnata dalle enormi opportunità di riallocazione, in ingresso ed in uscita, di capitali finanziari, una volta fissate la prima e la seconda condizione a contorno.

Data per verosimile questa analisi, non resta che confermare ciò che abbiamo individuato da tempo come la strategia di fondo del nuovo gruppo (che era ed è poi il compito assegnato dal capitale monopolistico al signor Marchionne) per quanto riguarda lo scenario industriale italiano: trasferimento delle direzioni tecnico-gestionali nelle capitali mondiali del vecchio capitalismo, rapina delle fondamentali ed innovative risorse della conoscenza e della ricerca del nostro settore automobilistico, prosciugamento di tutte le possibili fonti di contribuzione pubblica (segnatamente in Italia, poi negli Usa, quindi nelle prossime location di investimento internazionale), smantellamento dell’intero apparato industriale automobilistico del nostro Paese, e conseguente riallocazione dei capitali da ciò liberati.

Che questo sia lo scenario strategico del gruppo Fiat-Chrysler Automobiles lo stanno dimostrando i balbettii indecorosi di ministri ed alti tecnocrati (tutti di rigorosa fede massonica), ma anche dei pennivendoli politici e sindacali di varia colorazione, ma unica funzione degradante.

Partiamo da questi ultimi, i moderni lacchè del capitale, con i loro clamorosi insuccessi.

Come puntualmente informano i compagni dello Slai-Cobas, nell’impianto di Pomigliano fallisce miseramente l’assemblea indetta dai sindacati gialli fim-uilm-sispic, con la partecipazione di scarsi 250 operai sui 1250 attualmente in produzione, e con il tentativo, da parte di squallidi e da tempo screditati funzionari del tradimento di classe, di contrabbandare per vittorie strategiche il risultato dei loro accordi nefasti, il tutto condito da neologismi e tecniche da marketing da magliari, rispetto ai quali il vecchio Berlusconi appare addirittura un po’ naif.

La Fiom rimane sempre di più nella palude, con la impresentabile Camusso che la spinge a chiedere a Marchionne ridicole definizioni di politica industriale, in presenza di una politica industriale così chiara da risultare addirittura sfacciata, ed un Landini che rimanda ad una quadratura tutta politicista, cui Marchionne neppure accede, essendo lui, il padrone,  uno dei maggiori costruttori proprio degli attuali assetti politico-istituzionali. Il tutto immerso in una sorda contrapposizione dentro la Cgil, che avviene non già su linee contrapposte, ma su classiche battaglie di collocazione. In tutto ciò ai compagni di fabbrica della Fiom, pure onesti e generosi, non rimane che protestare dalle pagine di facebook …

Intanto i compagni dello Slai-Cobas rispondono alla provocazione della Fiat, che ha diffidato i cassintegrati di Slai-cobas che si sono rifiutati di indossare il giubbetto da “visitatore” per recarsi in assemblea in quanto  lavoratori. Quei coraggiosi operai hanno affermato il loro diritto ad essere considerati a tutti gli effetti dipendenti fiat, soprattutto partecipando ad un’assemblea di fabbrica, e quindi non diversi da tutti quanti gli altri, sfidando l’azienda ad avviare le annunciate procedure disciplinari. Se, per difendere i “suoi” sindacati gialli, l’azienda dovesse vergognosamente trovare  il  coraggio  di  una  simile  ritorsione,   i  compagni  agirebbero  subito  contro l’azienda per comportamenti antisindacali.  Si  ricorda, a questo proposito,  che il  prossimo 28  aprile  a  Torino  si  terrà  la  causa per  l’impedimento  aziendale  alla  partecipazione  dei  cassintegrati  iscritti  allo  Slai-cobas  alle assemblee sindacali di fabbrica, frapposto dall’azienda il luglio scorso.

Non è, però, solo sul terreno vertenziale che la classe operaia  Fiat, e non solo a Pomigliano, sta tentando di rialzare la testa.

In tutti gli impianti del gruppo, anche in quelli già abbandonati al loro destino, come quello di Termini Imerese, la rabbia operaia tenta infatti di trasformarsi in nuova azione consapevole, certo tra mille difficoltà.

Pesano, non ci stanchiamo di ripeterlo, le mancanze di un sindacato di classe e di un Partito Comunista. E’ soprattutto per questo che abbiamo, con il nostro 2° Congresso nazionale, posto all’ordine del giorno appunto la costruzione del Partito e l’avvio di una politica di fronti unitari dei lavoratori, processi che hanno intanto la necessità di produrre parole d’ordine ed obiettivi tattici giusti e credibili.

Crediamo, a questo proposito, che i tempi siano maturi e che si siano create le condizioni oggettive per lanciare la parola d’ordine della nazionalizzazione senza indennizzo degli impianti del gruppo Fiat, un gruppo che continueremo a chiamare così  in omaggio alle decine di migliaia di operai e lavoratori che quella realtà industriale l’hanno materialmente ed intellettualmente costruita.

Va condotta, ovviamente, una battaglia su tutti i possibili terreni, che sia accorta e non demagogica, ma al tempo stesso decisa. Non sono da sottovalutare neppure le implicazioni di ordine costituzionale, partendo dalla circostanza di fatto, spesso ricordata dal nostro Segretario Generale, che il popolo italiano ha già pagato, con i contributi pubblici elargiti, e di ogni genere, ben tre volte l’attuale valore nominale dell’azienda Fiat, senza considerare il grazioso regalo portato dal signor Prodi  alla  famiglia  Agnelli,  e cioè il gioiello dell’industria automobilistica italiana, l’Alfa Romeo.

Non ci interessano le dispute astratte sulla costituzione tradita, tutte motivate dalla falsa tutela dei diritti individuali, né ci sogniamo di delegare alla (in)giustizia borghese l’affermazione di quei diritti collettivi, a partire dal diritto di sciopero, che si conquistano e difendono con l’esercizio del conflitto di classe. Vorremo solo sfidare questi soloni, a partire dal signor Rodotà, su quello che per loro rimane un feticcio sacro: la proprietà privata dei mezzi di produzione.

Per noi invece, coerentemente comunisti, la  Fabbrica  Italiana  Automobili  Torino  non appartiene al capitale, e neppure alla nazione italiana; appartiene invece al popolo, in primo luogo alla sua classe operaia.

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