LAVORATORI TAXISTI, NON SCHIAVI

17 Gennaio 2012 di

LAVORATORI TAXISTI,  NON SCHIAVI

La campagna d’odio costruita ad arte contro alcune categorie di lavoratori (tassisti, edicolanti, benzinai…) ha come unico scopo quello di far passare per ragionevole e necessario un decreto liberalizzazioni che punta allo smantellamento di interi settori lavorativi. L’obiettivo non è far ripartire la crescita dell’Italia o aumentare la qualità di alcuni servizi, ma piegare definitivamente il mondo del lavoro alla logica del capitale. Per questo motivo resistiamo all’ideologia delle liberalizzazioni, in primo luogo da comunisti. E poi in veste di tassisti, in difesa del nostro lavoro e del nostro futuro.

Si è parlato di lobby, di categoria chiusa e quindi di privilegiati, di evasori e di imbroglioni. Si è venuto a creare un vero e proprio “profilo sociologico” del tassista: ignorante, maleducato, arraffone. L’opinione pubblica forse in parte ci ha creduto, bombardata da continui servizi televisivi e articoli di giornale, ignara anzitutto di quale sia il nostro lavoro.

Il tassista è un lavoratore che trascorre in macchina dalle dieci alle dodici ore al giorno, sei e spesso sette giorni su sette. Lavora le domeniche, i giorni festivi, si alza prestissimo la mattina e copre i turni di notte. Non ha tutele né garanzie, non ha ferie né malattia retribuite, tredicesima o tfr. Un infortunio sul lavoro o un guasto all’automobile significano giorni di lavoro persi. Lavorare nel traffico caotico e compulsivo delle nostre città richiede una soglia di concentrazione molto alta, a garanzia dell’incolumità dell’autista e di chi vi è trasportato. Lo stress fisico e psicologico che ne deriva è notevole, tant’è che uno studio Inps ha indicato il lavoro di tassista tra i più usuranti al mondo.

Questi ritmi elevati non portano lusso, ricchezza o privilegi, ma sono necessari per raggiungere con dignità la fine del mese, specie se si considera che il nostro settore – come molti altri – è stato pesantemente colpito dalla crisi economica di questi ultimi anni. A ciò bisogna aggiungere i costi di gestione molto alti, tra continui aumenti del prezzo del carburante, tariffe delle assicurazioni, bolli, tagliandi, usura del veicolo e via dicendo.

Risulta evidente che questo non è il profilo di una feroce lobby di potere, ma quello di una categoria di lavoratori che vive del proprio lavoro e che offre un servizio importante all’intera collettività. Questo servizio spesso viene criticato e bollato come insoddisfacente; le obiezioni, per lo più pregiudiziali, ignorano la realtà dei fatti oltre che le enormi differenze tra i vari contesti locali.

Perché le liberalizzazioni non servono a migliorare il servizio del trasporto pubblico? Anzitutto perché – già ora – i singoli comuni hanno la facoltà di valutare l’efficienza o meno del trasporto pubblico e di intervenire, qualora lo ritenessero necessario, attraverso il rilascio di licenze gratuite. Negli anni passati molte città decisero di incrementarne il numero, rafforzando in la rete taxi esistente; oggi questa operazione non è necessaria perché nella maggior parte dei centri urbani il totale di macchine in servizio non solo soddisfa la domanda, ma è addirittura in esubero. È sufficiente gettare uno sguardo agli affollati parcheggi taxi per contare i veicoli in doppia e tripla fila. L’efficienza del servizio offerto, messa continuamente in discussione dalle pesanti critiche rivolte, viene illustrata da uno studio recente (Eurotest 2011#) che valuta Milano quale punta di eccellenza a livello europeo.

A favore delle liberalizzazioni si fa leva sulle presunte richieste del cittadino-consumatore, prima fra tutte quelle di vedere abbassate le tariffe taxi. Ma la privatizzazione del trasporto pubblico locale può portare davvero ad un effettivo abbassamento dei prezzi? Non si capisce come, specie se si considera che la tariffa viene stabilita in toto dai comuni. Ci si aspetta allora di innescare ad ogni corsa una contrattazione sul prezzo fra tassista e cliente? Un’asta nei parcheggi a chi offre di meno? Non pare ragionevole. Inoltre uno studio effettuato dalla CGIA di Mestre# – che ripercorre la storia delle liberalizzazioni in Italia dal 1994 ad oggi – evidenzia che nella maggior parte dei settori liberalizzati i prezzi hanno registrato una forte impennata. Sempre a questo proposito, secondo Euro test 2011 le tariffe del tanto vituperato servizio nazionale risultano essere tra le più basse d’Europa . Infine, pochi fanno notare che liberalizzare le licenze porterebbe a un notevole incremento dei veicoli in circolazione, congestionando ancora il traffico delle città, con evidenti disagi sia per i tassisti (che vedrebbero oltremodo crollare gli incassi) che per l’utenza. “Quando si è in coda alle casse di un supermercato il 23 di dicembre, tutti vorremmo che alle casse non vi fossero 5 o 6 persone ma qualche decina, ma tutti gli altri giorni in cui il numero di clienti è normale, cosa farebbero gli addetti alle casse in esubero? La stessa cosa vale per i taxi quando piove….”

Allora perché liberalizzare le licenze taxi? Le liberalizzazioni rappresentano, per i grandi interessi privati, la chiave di accesso all’interno di settori, il nostro compreso, ad essi ancora immuni. Il quadro che si prospetta per la categoria è facile da delineare: la svalutazione delle licenze e la cumulabilità delle stesse permetteranno a grandi compagnie, preferibilmente legate al mercato dell’automobile, di acquistare un numero considerevole di veicoli e metterci al volante autisti alle loro dipendenze. Essendo i costi di gestione molto alti, l’unico modo di abbattere i prezzi sarà quello di ridurre all’osso gli stipendi dei dipendenti fino a trasformarli in manodopera sottopagata. Il profilo del tassista muterà in breve tempo: da piccolo artigiano autonomo a dipendente sfruttato fino allo sfinimento. I taxi in circolazione si moltiplicheranno e gli incassi crolleranno, costringendo ad aumentare ulteriormente le ore di lavoro.

Insomma: l’odio di classe serve ad alzare quel muro dietro cui si nascondono i veri responsabili della crisi che oggi viviamo. Colpire i taxi è un simbolo: significa accanirsi – e fare accanire – contro quelle categorie la cui autonomia è ancora oggi garanzia di dignità, fino a renderli sfruttati, schiavizzati, asserviti alla logica del capitale.

Mentre la pessima destra fa finta di stare con i taxisti ma in Parlamento i suoi esponenti sono pronti a votare per i provvedimenti di Monti, la sedicente sinistra ha fatto delle liberalizzazioni la propria bandiera, facendosi complice di chi intende svilire e precarizzare il lavoro, piegare tutto e tutti alla logica del profitto e del consumo. Questa cultura non può in alcun modo far parte dei programmi di una vera sinistra, tantomeno di chi si richiama al comunismo. È qui che il contrasto all’ideologia delle liberalizzazioni supera gli interessi di una singola categoria e diventa il punto di forza di una vera forza comunista che difende il lavoro contro gli interessi del privato, dei banchieri, delle grandi multinazionali e del capitale.

Chiediamo a tutti i compagni taxisti di sottoscrivere questo documento per costruire in ogni città una cellula di Taxisti con cui organizzare il Gruppo Nazionale di Taxisti di Comunisti Sinistra Popolare per il PARTITO COMUNISTA.

Per aderire scrivere a [email protected] oppure telefonare a Silvia Antonelli 

328 7848282

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