CRISI DEI PAESI ARABI

01 Marzo 2011 di

Non occorrono sofisticate analisi per capire che popoli affamati scendono facilmente in piazza,
soprattutto se c’è, come sempre nella storia dell’umanità, qualcuno che soffia sul malcontento.
Eppure, oggi, sono in fiamme non i paesi del sahel sub sahariano, dove le popolazioni sono allo
stremo, ma i paesi del maghreb e dell’oriente arabo, dove esiste certamente la povertà ma non
la miseria infinita del Mali, del Niger, del Benin. I presidenti di Tunisia ed Egitto sono caduti,
Gheddafi traballa, Yemen, Algeria, Bahrein, Marocco, sono sul punto di esplodere.
Al di là della facile retorica, dell’entusiasmo che ha pervaso anche molta parte della cosiddetta
sinistra italiana nel vedere in piazza così tante persone, c’è da chiedersi cosa vuole chi protesta e
chi l’organizza. La prima domanda non necessita di risposte complicate. L’aumento generalizzato
del prezzo dei generi alimentari si è ancora più sentito tra le popolazioni dei Paesi del Nord Africa
e della penisola Arabica; l’alto tasso di corruzione di questi Paesi, nonché un potere ingessato,
ha creato malcontento anche tra la borghesia che necessita di uno Stato più al passo dei tempi in
termini di infrastrutture, di cultura, informatica, organizzazione del commercio.
Questa miscela ha contribuito a portare in piazza i poveri e la borghesia locale.
La seconda domanda, invece, richiede un’analisi più approfondita.
I primi Rais a cadere sono stati il tunisino Ben Alì e l’egiziano Mubarak: tutti e due decisamente, e
senza tentennamenti, filo-occidentali, precisamente filo-americani.
Il più che trentennale potere di questi due leader, assieme ad altri regimi filo-occidentali che
potrebbero crollare (vedi Marocco, Giordania, Yemen, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein e
Qatar) ha garantito Israele da nuove guerre, ha permesso agli Stati Uniti d’America di impadronirsi
delle risorse energetiche dell’Iraq e di avere una presenza militare nella zona, oltre quella di Israele,
ancora più capillare, nonché di controllare da vicino l’Iran.
Alla luce di questo scenario e considerato che ieri, per la prima volta dalla Rivoluzione Komeinista
del 1979, navi da guerra iraniane hanno attraversato il canale di Suez e sono entrate nel
Mediterraneo, è logico e consequenziale pensare che non possano essere stati gli USA a rovesciare i
loro alleati creando, così, problemi alla loro enclave nel Medio Oriente e cioè Israele.
E’ più ragionevole pensare che un Paese sciita come l’Iran, per sua natura non filo-occidentale e
antiamericano, nonché forze integraliste mussulmane, possano aver soffiato, e in alcuni casi aiutato,
chi è sceso in piazza in questi giorni.
Un discorso a parte merita la Libia.
La rivoluzione di Gheddafi, al di là del giudizio che si voglia dare sul suo Governo, è l’unico Paese
arabo che ha saputo distribuire più equamente le ricchezze derivate dal petrolio. Chiunque abbia
una minima conoscenza dei Paesi Nord Africani non può che concordare sul fatto che la Libia sia
stato, sino ad oggi, di gran lunga il Paese più civile e laico dell’aerea.
In Libia le proteste sono iniziate nella parte est, in Cirenaica, zona da sempre insofferente alla
politica di Gheddafi e dove emergono segnali crescenti di pressioni integraliste: oggi una coalizione
di leader islamici ha emesso una fatwa (parere religioso) per proclamare che ribellarsi contro
l’attuale leadership è dovere divino di ciascuno. In questa zona si è arrivati a dichiarare la Cirenaica
un “emirato”.
Certamente Gheddafi non è Ben Alì e cercherà di resistere, armi in pugno, a quello che lui ha
definito un golpe organizzato dagli USA.
La partita che si gioca in Libia è di estrema importanza per i futuri equilibri politico-militari
nell’area.

Da una parte gli integralisti islamici, che mirano a creare una cintura di Paesi, aiutati dall’Iran, anti
israeliani e antiamericani.
Dall’altra gli Usa che, colti di sorpresa dagli eventi, cercano di limitare i danni infiltrandosi nella
crisi libica, consapevoli che, con Governi controllati dai fondamentalisti islamici, potrebbero, in
un futuro non troppo lontano, essere espulsi dal Medio Oriente, un’aerea strategica per le risorse
energetiche. Per non parlare di Israele che si troverebbe accerchiato.
Per ora il grande assente dalla scena politica di questi giorni, l’Arabia Saudita, paese ricco ma
arretratissimo dal punto di vista politico e sociale, tace.

Franco Costanzi
C.S.P.
Dipartimento politiche internazionali

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