LVA: CON ACCORDO DI MAIO 2.586 LAVORATORI IN CASSA INTEGRAZIONE. IMMUNITA’ PENALE FINO AL 2023.

30 ottobre 2018 di

Sono 2.586 i lavoratori dell’Ilva da ieri in cassa integrazione fino al 2023 per decisione della nuova proprietà che fa capo alla multinazionale Arcelor Mittal.  Nonostante i toni entusiastici del ministro del lavoro e dello sviluppo economico Di Maio, che annunciava che non ci sarebbero stati esuberi, si tratta di un epilogo annunciato già dal momento della sottoscrizione dell’accordo. Il testo infatti prevedeva l’impegno della società ad assumer 10.700 lavoratori a fronte degli oltre 13mila. Conti alla mano circa un quinto degli operai restava escluso, come il Partito Comunista e i sindacati non firmatari avevano dichiarato.
Nei fatti il Movimento Cinque Stelle ha proposto un accordo fotocopia rispetto a quello del PD, incassando i complimenti dell’ex ministro Calenda. Se Arcelor Mittal aveva indicato 3.000 esuberi ad agosto ne ha ottenuti 2.586 scaricando sullo stato tramite la cassa integrazione i costi degli esuberi (alcuni dei quali mascherati da uscite volontarie). Il piano Calenda prevedeva 10 mila assunzioni nella società principale e 1.500 in società esternalizzate. Di fatto un pareggio. La tanto decantata assunzione con articolo 18 era già prevista, dal momento che il riferimento era ai CCNL – che prevedono la tutela di cui al vecchio art. 18 -  tanto nel precedente quanto nell’attuale accordo.
Stesso risultato anche in termini ambientali. L’accordo Calenda prevedeva che i principali obiettivi di risanamento venissero realizzati entro il 2020. L’accordo Di Maio ne prevede metà nel 2019 e l’altra metà nel 2020, con completamento nel 2023. Nulla di particolarmente differente, e tutto da verificare nel futuro prossimo. Il dato che sa subito si apprezza invece è che per effetto del nuovo accordo, e del piano di risanamento contenuto nell’addendum, il limite dell’immunità penale e amministrativa per la società acquirente viene posticipato al 2023. A norma del decreto 98/2016: «Le condotte poste in essere in  attuazione del Piano di cui al periodo  precedente  non possono  dare  luogo a responsabilità penale o amministrativa del commissario straordinario,  dell’affittuario  o  acquirente e  dei soggetti  da  questi funzionalmente delegati,  in  quanto costituiscono adempimento delle migliori regole  preventive in materia ambientale, di tutela della salute e dell’incolumità pubblica e  di sicurezza sul lavoro» I Cinque Stelle non hanno cancellato questa norma, aderendo alle richieste di Arcelor Mittal.
Coincidenza apparente vuole che proprio il 2023 sarà il momento della fine del previsto risanamento ambientale, della fine dell’immunità penale e amministrativa e dell’impegno a riassumere una parte dei lavoratori in Cassa Integrazione. Siamo pronti a scommettere come finirà: ancora una volta l’arma di ulteriori licenziamenti e della mancata riassunzione dei lavoratori sarà utilizzata come ricatto per ottenere un allentamento degli obblighi ambientali, che sono anche tutela della salute dei lavoratori, e un ulteriore proroga dell’immunità. Ancora una volta un’azienda privata otterrà la possibilità di fare profitto licenziando, abbassando i diritti e i salari e peggiorando le condizioni ambientali. Le leggi capitalistiche d’altronde non lasciano scampo: l’acciaio prodotto in Italia può restare competitivo sul mercato internazionale solo mantenendo prezzi bassi e dunque a costo di abbassare i salari dei lavoratori e/o scaricare i costi di una produzione arretrata e priva di sicurezza e tutela ambientale sui lavoratori e sull’intera collettività.
Il Movimento Cinque Stelle si è reso complice di questo disegno che da sempre corrisponde agli interessi dei capitalisti del settore. Ieri i Riva oggi Arcelor Mittal a chiederlo, ieri il Partito Democratico, oggi il Movimento Cinque Stelle a consentirlo, anche a patto di tradire le promesse elettorali fatte ai lavoratori e ai cittadini di Taranto. Anche i sindacati firmatari, accettando questo accordo peggiorativo hanno tradito le ragioni dei lavoratori. Oggi si trovano a denunciare il ricorso da parte della proprietà a scelte discrezionali nell’assunzione dei lavoratori. Ma proprio l’accordo sottoscritto lo prevede, subordinando ogni criterio successivo all’arbitrio aziendale quando afferma che l’azienda terrà conto prioritariamente «delle esigenze del piano industriale, dei nuovi assetti organizzativi delineati da AM InvestCO e delle competenze professionali ritenute neessarie». Un assegno in bianco grazie al quale la nuova proprietà si sta liberando di molti operai che sono stati in prima fila nelle lotte di questi anni.
La soluzione per l’ILVA non è nella vendita a una multinazionale, ma nella nazionalizzazione e affidamento alla direzione dei lavoratori. L’Ilva deve essere riconvertita a una produzione compatibile con il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini, oggi possibile con le moderne tecnologie e con i processi produttivi più avanzati a patto di incidere su quelli che oggi sono i margini di profitto del privato. Il profitto privato nella produzione industriale di larga scala è incompatibile con l’interesse della collettività.
Denunciamo la complicità dei Cinque Stelle e il loro esplicito tradimento degli impegni assunti. Invitiamo i lavoratori e i cittadini di Taranto a ribellarsi a questo governo, che come i precedenti è dalla parte di capitalisti criminali. Non basta sostituire un capitalista con un altro. Pretendiamo un futuro diverso per Taranto e per l’Ilva. Esigiamo che chi ha causato morte e disastro ambientale in questi anni paghi e sia impedito ad altri di proseguire sulla stessa strada. Il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto non può essere mercificato e oggetto di continui ricatti.
Un vero governo popolare avrebbe saputo conciliare il diritto alla salute e quello al lavoro, facendo pagare i capitalisti, non assecondandone i piani.

UP Partito Comunista

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