Intervento di Rizzo all’incontro internazionale di Madrid

20 maggio 2017 di

di Marco Rizzo, segretario generale del Partito Comunista in Italia.

Da marxisti dobbiamo sempre partire dall’analisi della situazione economica. Alcuni dati ci aiutano a comprendere la crisi in cui si trova oggi il capitalismo internazionale. Quando si realizzò in Francia il primo (allora) G6, nel 1975, la quota di Prodotto Lordo Mondiale dei paesi partecipanti superava il 50% mondiale, oggi il G7 rappresenta una quota di circa il 35-37%. A fronte di ciò abbiamo la conseguente crescita della quota delle cosiddette potenze emergenti, i BRICS – sebbene anch’essi soffrono dal 2006 della crisi data da rallentamento (CINA), frenata (INDIA e RUSSIA) o recessione (BRASILE). In particolare gli investimenti cinesi all’estero sono raddoppiati dal 2011 al 2015 piazzandosi ormai per esempio in Italia al terzo posto per investimenti, ex aequo con la Francia dopo USA e GB (2015). Un secondo dato riguarda la capacità di generare profitti da parte del capitalismo. La crisi economica porta a disinvestire nelle attività “reali” e a investire di più nella pura speculazione finanziaria, creando le “bolle” a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Come insegna Marx, la crisi si genera nel settore produttivo, ma si scarica e si manifesta nel settore finanziario, ma non è quest’ultimo a generare la crisi, che è sempre crisi di sovrapproduzione che diventa crisi di sovraccumulazione.

Dal 2004 al 2016 i principali paesi del G7 hanno aumentato la quota di capitalizzazione di borsa rispetto al PIL, ossia quanta moneta gira in borsa rispetto al prodotto reale. Dopo la crisi del 2009, oggi la situazione è peggiore a quella di prima. La bolla si carica quindi soprattutto nei paesi più forti, mentre i paesi dove la crisi è stata più acuta e ancora non si riesce a venir fuori, come Spagna e Italia, si è più indietro a recuperare la distruzione di capitale del 2009. Come fa il capitalismo a generare profitti sempre crescenti, che devono soddisfare la necessità di valorizzazioni sempre più elevate per capitali in espansione, in una economia che vede incrementi di PIL molto bassi? Questa è la base della crisi irrisolubile in cui si dibatte il capitalismo occidentale. La sua risposta è sempre più arrogante e bellicosa, ma nasconde la crisi mostruosa in cui esso è avviluppato. Ribadiamo però che il militarismo e il bellicismo non è la caratteristica unica dell’imperialismo, ma ne è solo una sua particolare manifestazione.

Gli altri paesi capitalisti, oltre a quelli occidentali, esportatori di capitali e che vivono sempre più la concentrazione monopolistica, sono anch’essi nella fase imperialistica, anche se più o meno sviluppata, e non potrebbe essere diversamente nell’era dell’imperialismo, come ci insegna Lenin. Tutto ciò porta a improvvisi rimescolamenti dei rapporti di forza internazionali nella competizione per l’egemonia economica, politica e strategica e conseguenti riposizionamenti dei paesi all’interno della piramide imperialista, che modificano la politica all’interno e tra le alleanze interstatali imperialiste con la destabilizzazione delle relazioni internazionali. Il capitalismo non è nuovo a questi violenti scossoni. Ricordiamo che essi furono la causa che portò alla Prima Guerra mondiale: crisi e riposizionamento delle alleanze. Le multinazionali hanno la propria rappresentanza nazionale sempre presso un grande stato imperialista. Tra i rimescolamenti assistiamo anche a importanti ricollocazioni internazionali, per esempio la FIAT si è andata a mettere sotto l’ala dell’imperialismo americano, trasferendo la propria sede in Olanda, ma fondendosi con la Chrysler. Quindi è chiaro che le grandi borghesie dei paesi europei traggono grande profitto dal partecipare al banchetto imperialista e non sono affatto “costrette”, ossia questi paesi, tra cui l’Italia, la Spagna, la Grecia, non sono affatto “colonie” di altri imperialismi. Altro discorso va fatto per la piccola e media borghesia di questi paesi. Essa non è uno strato omogeneo. Vi sono settori molto vivaci, soprattutto quelli che hanno una forte propensione all’esportazione o che lavorano con settori dinamici, soprattutto quelli militari; ci sono settori arretrati che subiscono profondamente l’effetto della crisi e, dall’introduzione dell’euro e la pesante deflazione interna che questo ha comportato, non hanno più la possibilità di avvalersi dell’aumento generalizzato dei prezzi. I primi sono ben aggregati al carro imperialista, i secondi invece sono a metà del guado: sognano un impossibile ritorno ai tempi d’oro del passato, come suonano le sirene della destra xenofoba e sovranista e non riescono a percepire il proletariato come la classe di riferimento alleata.

In tutti i paesi la risposta è quella tipica della fase imperialistica dominata dalla crisi economica e la crescente competizione inter-imperialista, cioè approfondendo il processo di concentrazione del capitale e la ricerca di una maggiore competitività a spese della forza lavoro, con politiche di massacro sociale e intensificazione dello sfruttamento, disoccupazione e compressione dei salari e delle pensioni, intensificazione dei ritmi di lavoro e flessibilizzazione e precarizzazione dei rapporti lavorativi, fino al lavoro gratuito, taglio di diritti sociali, impoverimento degli agricoltori e dei settori popolari, una divisione internazionale del lavoro a beneficio del grande capitale e della finanza, taglio delle spese sociali e privatizzazione che limitano sempre più l’accesso delle masse popolari a servizi e diritti fondamentali quali sanità, istruzione, trasporti ecc. mettendoli al servizio dell’accumulazione capitalistica. Dall’altro lato la spesa pubblica viene sempre più indirizzata verso i settori a più alta concentrazione monopolistica: grandi opere inutili e devastanti e spese militari. Queste ultime generano anche enormi profitti per le aziende che lavorano in quel settore, ma i costi che gravano sulle finanze pubbliche sono mostruosi. Se l’export italiano degli armamenti, dopo la flessione del 2011-2014, ha avuto una grande ripresa, superando fino a triplicare il dato del 2011 (grazie alla supercommessa di Eurofighter al Kuwait del 2016 ), di cui allo stato come profitto va una minima parte, le spese militari previste passeranno dal 1,1% gradualmente fino al 2% previsto dalla NATO e recentemente confermato da Gentiloni a Trump; ossia, 16 miliardi a regime ogni anno in più. La guerra imperialistica e i conflitti armati locali, che si sviluppano sul terreno del capitalismo e della competizione interimperialista per le risorse, per le quote di mercato, per le vie di comunicazione, per la nuova spartizione del mondo in base ai nuovi rapporti di forza, economica, politica, militare ecc. che coinvolgono sempre più direttamente le potenze imperialistiche, portano nuovamente l’umanità sul baratro di una guerra mondiale, causando nel frattempo quelle enormi masse di persone costrette a emigrare, strappati dalle loro terre per sfuggire alla guerra, alla distruzione, saccheggio e povertà. L’Italia e la Spagna sono tra le principali terre di approdo di questo flusso, con un Mediterraneo trasformato in gigantesca fossa comune; uomini e donne, bambini, sottoposti alla speculazione affaristica del “viaggio” e della cosiddetta accoglienza, ma soprattutto allo sfruttamento utilizzati per la competizione al ribasso per la compressione di diritti e salari da parte della stessa classe che produce le guerre e le cause della immigrazione.

I governi borghesi perseguono la “gestione dei flussi migratori”, che sarà all’odg del prossimo G7 di Taormina, ossia la spartizione delle quote nella misura adeguata all’accumulazione capitalistica e dei profitti dei monopoli, e sulla generazione del conflitto orizzontale interno cioè alla classe degli sfruttati, con razzismo, marginalizzazione ecc. sul quale alimentare la macchina di guerra, sfruttamento e repressione. I nostri paesi, Italia e Spagna, e in particolare regioni martoriate da basi militari e militarizzazione del territorio, come la Sicilia e il sud Europa, ridotte a deserto produttivo e piattaforme di guerra strategica nel Mediterraneo per le potenze del G7, dell’Ue e della NATO. La risposta dei comunisti a tutto questo non può essere né il buonismo della finta sinistra innocua per il capitalismo, né la risposta sovranista della destra. Entrambe queste soluzioni sostanzialmente favoriscono il grande capitale. La massa di profughi (non migranti!) che si abbatte sui nostri paesi in conseguenza delle guerre imperialiste che sono state scatenatoe nei loro, costituisce quell’esercito salariato di riserva di cui Marx faceva cenno e di cui il capitale non può fare a meno. È l’ariete con cui si abbattono i residui diritti dei lavoratori europei. La risposta giusta però non è la guerra tra poveri che favorisce il capitale, ma l’alleanza tra gli sfruttati: bianchi e neri, giovani e vecchi, donne e uomini. UGUALE SALARIO A UGUALE LAVORO, salario minimo garantito per tutti.Non salario sociale, che riduce il proletario a un plebeo che non ha né classe né dignità, ma ridare forza al lavoro e ai lavoratori, uniti contro il capitale. Solo l’unità dei lavoratori, di tutti i lavoratori uniti contro il capitale, può superare le contraddizioni, le oppressioni che affliggono questa società.

La stessa critica va mossa a proposito della soluzione alla crisi economica e finanziaria che specularmente propongono sia la sinistra riformista, fiancheggiatrice del capitalismo, che la destra, espressione della borghesia più retriva: non un impensabile “riforma” dell’UE, non solo un’uscita dall’euro ma uscita dall’UE, dalla NATO e da tutti i conglomerati imperialistici, con la immediata nazionalizzazione delle banche, del commercio con l’estero e dei principali mezzi di produzione con affidamento ai lavoratori. Una società a misura di chi produce la ricchezza e non di chi la sperpera. Oggi le risorse tecniche e produttive potrebbero far stare meglio tutti, europei e non, ma è solo la necessità di produrre per il profitto che genera miseria. Una volta la miseria era generata dalla carestia, oggi sotto il capitalismo la miseria è generata dalla abbondanza. Agli inizi dell’Ottocento la risposta degli operai disperati per l’introduzione delle nuove macchine, che toglievano loro il lavoro, era distruggerle, era la risposta di una classe che non era ancora classe cosciente e armata della propria scienza, il marxismo. Oggi la classe operaia ha una scienza – filosofica, politica ed economica – che si chiama marxismo-leninismo: è il socialismo scientifico del XX secolo, che resta valido ed attuale nel XXI, e che dà l’unica risposta che è riuscita a battere e far paura al capitalismo negli ultimi cento anni, dall’Ottobre a oggi, la rivoluzione proletaria e l’edificazione del socialismo, basato sull’economia pianificata centralizzata e guidata e diretta dalla classe operaia.

Per questi motivi il nostro incontro oggi prosegue idealmente sabato prossimo a Taormina dove il 27 maggio avremo una importante iniziativa internazionale del nostro Partito, col KKE con l’eurodeputato Zarianopoulos e col compagno Carrelas della vostra segreteria politica come PCPE. Nello stesso luogo, nelle stesse ore in cui i capi dei Paesi del G7 si riuniranno anche noi lo faremo per dire no all’imperialismo contro l’UE, la NATO, il capitalismo, per il potere dei lavoratori e il socialismo. Appunto come recita lo slogan di convocazione di questo incontro: Ne’ terra, né mare, ne’ aria per gli imperialisti!

In ultimo volevo parlare della solidarieta’ internazionalista in questo momento cosi cruciale per il PCPE. Piu’ di trent’anni fa ero al Montjuic a Barcellona, correva il 1986. Ero giovane membro della direzione provinciale del PCI di Torino, nella corrente “filosovietica” di Armando Cossutta. Andammo a montare uno stand per Interstampa (rivista che si batteva contro l’eurocomunismo) alla Festa di Avant, il giornale del PCC, il Partito dei Comunisti di Catalunya, collegato al nascente PCPE che dal 1984 si era staccato dall’eurocomunista PCE di Carrillo e Iglesias. Il caso volle che in aereo incontrassi Piero Fassino, futuro segretario del PDS, poi Ministro e Sindaco di Torino, allora Segretario della Federazione di Torino del PCI che mal sopportava la nostra attivita’ di solidarieta’ internazionalista. Anche lui era diretto a Barcellona, ma ad un’altra festa: quella del PSUC, il Partito Socialista Unificato di Catalunya, affiliato al PCE carrillista. Biasimò la mia contemporanea presenza nella citta’ catalana e fu ‘gentilmente’ mandato a quel paese..(capito’ altre volte, non solo in quel periodo).

Conobbi decine di compagni tra cui Juan Ramos Camarero (segretario prima del PCC e poi del PCPE), Maria Pera Lizandara (segretario del PCC), Ignacio Gallego (anch’esso segretario del PCPE, rientrato poi nel PCE) Juan Tafalla (direttore di Avant), Arturo Obach e tanti altri. In quella grande festa comunista feci il mio primo intervento nel mio improbabile “spagnolo” (che ancora oggi non ha subito miglioramento alcuno) davanti ad una grande folla di Comunisti, nonché agli ambasciatori dei Paesi Socialisti. Il PCC ed il PCPE erano allora riconosciuti dall’ URSS (anche se da li’ a pochissimo il traditore Gorbacev interruppe ogni rapporto coi marxisti-leninisti in Spagna, Italia ed in ogni dove). Ho sempre amato la Spagna, la sua storia, dalla Guerra Civile ai giorni nostri. Se mi chiedessero dove andare a vivere, dopo l’Italia, sceglierei senza esitazioni la Spagna, dall’Andalusia alla Galuzia, da Barcellona a Madrid per arrivare fino ai Paesi Baschi…

Forse anche per questo ho seguito con la massima attenzione la storia dei comunisti spagnoli ed in particolar modo quella del nostro Partito Fratello, il PCPE. Non mi dilungo sui ricordi per arrivare subito all’ultimo congresso, il Decimo, che si è svolto lo scorso anno a Madrid, e che mi ha visto onoratissimo ospite. Nella mia vita politica ho fatto decine di congressi. Per necessita’ (di coerenza all’ideale comunista) sono stato costretto ad esser attore e promotore di ricostruzioni e di fratture e posso quindi considerarmi un discreto esperto di “meteorologia congressuale”… Ebbene in quel congresso, oltre ad una presenza maggioritaria di interventi nel solco chiaro della linea marxista-leninista, ho avuto la sensazione netta di trovarmi di fronte anche alle forme eclettiche dell’eurocomunismo che ben abbiamo conosciuto in questi anni di battaglia ideologica e politica contro il revisionismo e l’opportunismo impersonati da dirigenti come Carmelo Suarez e Julio Diaz.

Ritengo sempre necessaria la lotta ideologica e politica all’interno di un PARTITO COMUNISTA, proprio per non lasciare spazio a processi di revisione ed opportunismo. Lo dico sempre in Italia, ma mi permetto di dirlo anche ai compagni fratelli del PCPE e di ogni altro partito comunista: – il punto centrale della nostra lotta è e deve restare il conflitto tra capitale e lavoro; ogni altro “diversivo” non fa altro che ritardare la presa del potere politico da parte del proletariato (che oggi è stragrande maggioranza nel popolo). Pensare che possa esserci una “supremazia” dei cosiddetti diritti civili rispetto a quelli sociali significherebbe “far girare al contrario” l’orologio della storia.

Anteporre le pur importanti conquiste borghesi per i diritti individuali della RIvoluzione Francese a quelle strategiche per i diritti sociali della Rivoluzione Sovietica è e sarebbe un errore esiziale per chi vuole definirsi oggi comunista. Continuo ricordando la «superiorita’» della presenza del Partito Comunista rispetto a quella dei movimenti, di tutti i movimenti. I movimenti vanno e vengono, il Partito resta! Infine un dato storico ed ideologico che ritengo simile ad una “prova” di fedelta’ agli ideali bolscevici: la questione su Stalin. Diffidate di chi denigra o anche solo dimentica la figura del continuatore dell’opera di Lenin, di chi ha saputo costruire il Socialismo in URSS e battere il mostro nazista. Da quando e’ stato fondato il nostro Partito in Italia, la tessera comunista ha tra le effigi Marx, Engels, Lenin e appunto Stalin. Quando e se quell’immagine fosse tolta sarebbe un chiaro segno di sconfitta. Non e’ fallito il Socialismo, e’ fallita la sua revisione, da Kruscev a Gorbacev. Credo che queste mie semplici considerazioni siano alla base delle scelte obbligate della stragrande maggioranza dei militanti del PCPE, con l’appoggio dell’intera organizzazione dei Collettivi della Gioventu’ Comunista, che hanno scelto come Segretario Generale il compagno e fratello Astor Garcia. Dall’Italia, a nome dell’intero Partito Comunista e mio personale, porto qui il nostro saluto e la nostra solidarietà internazionalista.

W il PCPE!

W i CJC!

W l’internazionalismo proletario!

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