8 MARZO DI LOTTA

05 marzo 2017 di

Ciò   che   sta   avvenendo oggi a danno delle donne, dallo sfruttamento ai licenziamenti, dai femminicidi ai maltrattamenti, è il segno chiaro dei tempi di una crisi sociale ed economica, dove tutto ciò che era stato conquistato prima, con decenni di lotta e di rivendicazione di classe, sempre più velocemente scivola via. Senza freni si arriva alla costruzione di un contesto sociale dove arretramento ed imbarbarimento dei rapporti umani, in generale e anche dentro le classi popolari sono sempre peggiori, improntati alla violenza ed alla prevaricazione e dove permangono concezioni patriarcali organiche ad una società improntata ai valori fondanti del capitalismo, quelli dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’accaparramento del profitto in capo a pochi individui.

Con la concentrazione in poche mani della ricchezza economica e finanziaria e l’aumento esponenziale della proletarizzazione del ceto medio, di concerto si immiserisce la qualità della vita di classi sociali che oggi non hanno nemmeno la consapevolezza di essere sfruttate, e all’ interno delle quali la condizione di vita delle donne proletarie peggiora ulteriormente. Non solo le donne sono private del lavoro per prime, sono sottopagate a parità di impiego, sono costrette a svolgere gratuitamente pesanti lavori in supplenza di servizi sociali divenuti inaccessibili, ma, all’ interno della famiglia e in un contesto sociale di classe senza coscienza, subiscono violenza, maltrattamento, isolamento e deprivazioni che, per le donne proletarie, sembrano diventate una condanna senza appello.

L’attuale debolezza del movimento operaio esige uno sforzo enorme per la ricomposizione di classe il rilancio delle lotte proletarie. Il partito, sul piano politico e il sindacato di classe, sul piano economico, devono essere in grado di tradurre l’elaborazione teorica, per altro valida ed avanzata, in concrete proposte di lotta e obiettivi tattici per ristabilire quei diritti e quelle conquiste di cui i lavoratori sono stati privati negli ultimi decenni.

In un mondo, dove è sancita per legge la parità di genere, sono stati introdotti istituti civili avanzati e paritari, sono stati  previsti servizi per la tutela delle donne, delle madri e della famiglia ed è stato cambiato persino il lessico, assistiamo al (finto) paradosso di donne che muoiono di fatica, lavorando in campagna fino allo sfinimento per 3 € all’ora, o di altre donne che non possono abortire presso le strutture pubbliche, occupate da medici obiettori per convenienza  (se il primario è obiettore), che non cercano più lavoro perché si sono stancate di incassare rifiuti, che non accedono alla scuola perché non se la possono permettere, che subiscono condizioni di convivenza violente perché non sanno dove andare e soprattutto di avere diritti. Le risposte che dà l’attuale sistema sociale, in tal senso, sono palliativi, specchietti per le allodole, documenti infarciti di pseudo-teorie di genere che hanno addirittura distorto il contenuto vero delle lotte di genere e di classe contro padroni e patriarcato per trasformarle in kermesse mediatiche, appaltate a chi ha derubato la classe persino delle parole d’ordine, appropriandosene e stravolgendole.

I partiti della sinistra borghese e i sindacati collaborazionisti utilizzano la differenza di genere per offuscare la coscienza della differenza di classe. La condizione delle donne proletarie non è certo uguale a quella delle donne borghesi.  La donna che cerca un lavoro e non lo trova, che viene licenziata o brutalmente sfruttata sul lavoro, che vive senza sostegno la maternità, la malattia e la vecchiaia, che subisce violenza, che viene espulsa dal ciclo formativo, ha interessi in totale contrasto  con  quelli  delle donne della classe dominante. Non c’è affinità, né vi può essere comunanza di problematiche e solidarietà, tra queste e le donne proletarie, tra chi esercita   l’oppressione   di   classe   e   chi   la   subisce.   L’oppressione   di   genere   è   conseguenza dell’oppressione di classe, di una divisione del lavoro ad essa funzionale. Pertanto, l’emancipazione femminile non può essere raggiunta che attraverso la più generale emancipazione del lavoro.

I partiti borghesi e i sindacati collaborazionisti pongono, invece, l’accento sulla violenza “fisica” sulle donne per nascondere la generalizzata violenza che la produzione e le società capitalistiche sistematicamente esercitano su di esse. La violenza sulle donne è uno dei sintomi della decadenza del capitalismo anche sul piano della civiltà, origina dal suo degrado sociale, morale e culturale. Il diritto al lavoro, ad una retribuzione e a una pensione dignitose, alla salute e alla maternità assistita, all’istruzione, oggi negato, deve tornare ad essere al centro delle lotte delle donne, come parte della più generale lotta di classe e nella consapevolezza che la liberazione della condizione femminile passa   necessariamente   attraverso   la   liberazione   dell’intera   società   dallo   sfruttamento,   che   la violenza,  fisica  e  sociale,  sulle  donne  può cessare  solo  con  un  “cambio  di  civiltà”,  cioè  con l’abbattimento del capitalismo e l’affermazione del socialismo-comunismo. Questa verità è confermata dalla storia. Cento anni fa, la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre per la prima volta realizzava pienamente l’uguaglianza di diritti, ruoli e responsabilità della donna nella società, nel rispetto e nella valorizzazione della differenza di genere.L’8   Marzo  non   deve   essere,   quindi,   una   semplice   ricorrenza,   ma   una   giornata   di   impegno   e mobilitazione che segni l’inizio della ripresa delle lotte per la riconquista dei diritti delle donne e degli uomini del lavoro e per un mondo libero dallo sfruttamento. E’ con questo spirito, con questo appello alla mobilitazione per i nostri obiettivi comuni, che salutiamo le lavoratrici d’Europa e del mondo.

Il documento è stato redatto dalla compagna Monica Perugini e dalla compagna Federica Savino (resp donne FGC) dalle compagne della Commissione Donne del Partito, è stato assunto per la discussione nell’Iniziativa dei Partiti Comunisti e operai d’Europa

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