“CHI?” Un commento allo straordinario film LE CONFESSIONI di Roberto Ando’ con Toni Servillo.

30 aprile 2016 di

“CHI?”. UN COMMENTO DI MARCO RIZZO ALLO STRAORDINARIO FILM LE CONFESSIONI DI ROBERTO ANDO’ CON TONI SERVILLO

«“L’ultima forma di libertà è il silenzio”… certamente ricorderà chi lo ha scritto» «Un poeta greco» «Un grande poeta per una nazione fallita» «Ci sono fallimenti molto più grandi di quelli contabili»

«Il re è nudo!». Così nella favola I vestiti nuovi dell’imperatore di Hans Christian Andersen un bimbo mette in crisi il sistema di consenso artificiale che il potere ha costruito su una colossale menzogna.

Quest’accostamento ci ha ispirato la visione del film di Roberto Andò Le Confessioni. Non certo un thriller, né un giallo, forse un noir nelle atmosfere. In realtà una denuncia a voce alta di ciò che è sotto gli occhi di tutti e che solo con una colossale opera di distrazione di massa tentano di impedirci di vedere. Ognuna delle frasi scandalose scagliate contro lo spettatore meriterebbe un film a parte, ma Andò ce le riversa addosso tutte insieme. Solo qualche esempio:

«[A proposito della presenza del monaco Salus al G8] Stiamo defraudando il mondo della speranza, proviamo almeno a risarcirlo di qualche illusione»

«Io parlo dell’idea di generare denaro dal denaro, una specie di droga … ma è vero, il cosiddetto lato umano del mio mestiere non esiste»

«… quanto tempo abbiamo lasciato alla Grecia per il trasporto dei grandi capitali?» «Una settimana» «Questa volta dovranno bastare tre giorni»

«Roché [il Direttore del Fondo Monetario Internazionale] era abituato a tessere la sua tela con i politici, se qualcuno tentava di ribellarsi, era bravissimo a creargli intorno il vuoto…»

«… il mondo è ingiusto. Come avrà capito la democrazia è una frottola. Ci sono decisioni di cui persino i politici dei nostri paesi non saranno mai informati … e, come vede, i parlamenti di oggi sono per lo più composti da anime morte»

«Riciclaggio, crimine … i governi non rifiutano nulla, figurarsi le banche. I politici di oggi sono solo degli illusionisti, dei mediatori d’affari»

«La sovranità degli Stati non esiste più, uomini come Rochépossono calpestarla quando vogliono e i grandi capi del mondo ormai pendono dalle loro labbra. Sa cosa diceva? “Voi italiani avete inventato un modello di potere imbattibile, ma non siete stati in grado di farlo funzionare” … Si riferiva alla mafia»

«…noi politici usiamo degli incantesimi per nominare quello che non riusciamo a fare … “l’inversione della curva di disoccupazione”, “il ritorno della crescita”… sono le nostre formule magiche per prendere tempo. Il potere vero procede senza di noi e noi facciamo finta di niente»

Il film in realtà non ruota intorno alla morte del Direttore, che alla fine si rivela molto meno misteriosa, ma su un’equazione che egli avrebbe formulato e che potrebbe mettere in crisi i mercati e su una imminente manovra “lacrime e sangue” con cui non tutti i ministri sono concordi.

«Questa equazione è un guscio perfettamente vuoto, una formula che non corrisponde a nulla. Ma se io volessi, sarei in grado, partendo da questa formula, di far convergere, in poco tempo una enorme quantità di denaro sui mercati. Nessuno più dei politici ha bisogno di credere di poter governare quello che non si vede». La formula è solo una scusa per mostrare quanto siano evanescenti le conoscenze e la potenza dei ministri. E Salus combatte questo guscio vuoto con un altro guscio vuoto (lui non è a conoscenza del contenuto della manovra segreta, ma lo lascia credere) e questo bluff riesce a gettare quel sassolino nel complessissimo meccanismo sufficiente a bloccarlo.

Andò semina il film di particolari provocanti. Per esempio: nella formula si può riconoscere l’indice di concentrazione del Gini, al centro di polemiche accesesi recentemente sulla diseguaglianza; la camera del Direttore è la 119 e il richiamo al 11 settembre è esplicito quanto inquietante.

I ministri sono delle marionette senza spessore psicologico, come sono nella realtà, dominati dalla presenza superiore di una moderna “Innominata”, che appare in teleconferenza e che detta ordini come l’Imperatore di Star Wars. Solo il ministro italiano trova una dimensione umana nel momento della sua crisi più che di coscienza, diremmo di opportunismo, bersagliato da una delle fulminanti battute del monaco: «Lei è ancora in tempo per non passare alla storia».

Altra eccezione di umanità è data dal ricco proprietario dell’albergo che – si scoprirà alla fine – finge l’Alzheimer comeunico mezzo per tenere i figli legati a sé stesso.

Ancora più impietoso Andò con gli organizzatori del dissenso organizzato dal potere. ONG e “dissidenti” sono orpelli inutili o dannosi. La figura del cantante è di una vacuità imbarazzante, mentre la scrittrice è l’unico pericolo che potrebbe mettere a rischio la missione del monaco, quando gli consiglia, moderna tentatrice, di mettersi in salvo dandosi alla fuga.

Tutto il film è governato da una sottile simmetria estetica: l’arrivo del monaco all’inizio e la sua partenza alla fine, il discorso di Roché e l’orazione funebre per lui… Centro estetico, temporale e morale del film è la conversazione tra il monaco e l’amico del Direttore, l’economista Kiš. Questo dialogo racchiude tutto il senso del film.

«Io penso che anche voi economisti siate costretti a tener conto dell’infelicità» «Un certo tasso di disperazione è nell’ordine delle cose» «Che vuol dire “distruzione creativa”?» «Vuol dire che l’economia per crescere, deve prima distruggere il superfluo» «E chi appicca il fuoco?» «…questa volta non è così, bisogna prima dare uno scossone definitivo, sfoltire l’albero. Lasciare fuori qualcuno…» «Chi?»

Ecco, questo “chi?” esprime il “grido dell’anima” che Salusscaglia contro il potere, strappando la sua maschera. Salus quindi in quel momento interpreta tutti noi, svolge la funzione del “coro” delle tragedie greche, entra per primo ed esce per ultimo. E in quella domanda, breve, lapidaria, che non ammette risposta, se non il silenzio attonito dell’interlocutore completamente spiazzato, perché privo ormai di ogni ragione morale, troviamo il senso della rivolta di Andò.

Per noi comunisti si tratta di dare testa, corpo e gambe a questo grido contro questo potere, ormai privo di ogni diritto a definirsi dirigente, ma che mostra ogni giorno di più il suo dispotismo e la sua disumanità. Solo un nuovo potere, dotato di una nuova etica e di uno nuovo consenso, vero, non artefatto, comprato o estorto o carpito con la frode, può dare una nuova risposta.

Un nuovo potere da cui si genererà la nuova società, quella di liberi ed eguali, quella comunista.

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