ALITALIA. UNICA SOLUZIONE: NAZIONALIZZAZIONI, MA CON CONTROLLO OPERAIO.

30 settembre 2015 di

La condanna di pochi giorni fa dei vertici gestionali dell’Alitalia tra il 2001 e il 2007 ci dà l’occasione per una riflessione sul sistema capitalistico, che – anche quando si serve di strumenti, quali la proprietà pubblica, che teoricamente sembrerebbero in contraddizione con gli interessi della borghesia – riesce sempre a scaricare il costo della crisi sulla collettività e in particolare sui lavoratori.

Il Tribunale di Roma ha condannato a pene che vanno dagli 8 anni e 8 mesi, ai 5 anni di reclusione Giancarlo Cimoli, Pierluigi Ceschi, Gabriele Spazzadeschi e Francesco Mengozzi per bancarotta e Cimoli anche per aggiotaggio nel fallimento Alitalia. Il Tribunale ha anche disposto una serie di risarcimenti per un ammontare pari a 355 milioni di euro (di cui 160 milioni a carico del solo Cimoli) nei confronti verso le parti civili, azionisti e risparmiatori. Questi dati fanno capire l’entità del fiume di denaro pubblico che è refluito dalla collettività alle tasche dei pochi “fortunati”. Si parla infatti di circa 4 miliardi.

Ricordiamo inoltre la continuazione della vicenda Alitalia, non oggetto della sentenza. Dopo le fallimentari gestioni dal 2001 al 2007, l’Alitalia doveva finire nelle mani di Air France, ma il piano saltò per le esigenze elettorali di Berlusconi e quelle economiche del suo amico Toto; l’azienda, pulita dai debiti, scaricati di nuovo sui conti pubblici, venne rilevata dai “capitani coraggiosi”, i quali in pochi anni riuscirono a fare peggio delle precedenti gestioni, provocando una nuova crisi e nuovi licenziamenti. La compagnia “alleggerita” di ulteriori 2251 lavoratori è stata svenduta ad Etihad, ma dopo un anno il trend non è cambiato: l’AD Cassano si è dimesso pochi giorni fa con una “liquidazione” di milioni di euro dopo soli 9 mesi di lavoro effettivo, le perdite sono le stesse, così come le nostre preoccupazioni da dipendenti, in quanto l’azienda ha a disposizione accordi firmati dai confederali lo scorso giugno, che annullano alcune professionalità e rendono molti lavoratori “fungibili” tra loro, più flessibili e polivalenti. A tutto ciò aggiungiamo le leggi liberticide del governo Renzi in materia di lavoro ed il quadro che ne deriva è a tinte più che fosche.

Nella requisitoria del 30 giugno scorso il procuratore aggiunto, Nello Rossi, aveva detto:

«In Alitalia ci sono state operazioni contraddittorie e prive di motivazioni razionali, eppure i dirigenti hanno beneficiato di retribuzioni faraoniche senza aver risanato nulla nonostante i continui piani di risanamento aziendale che erano il veicolo attraverso cui drenare risorse pubbliche e private».

Le parole del magistrato sono pietre, ma noi dobbiamo parzialmente dissentire da lui, certamente un uomo probo, ma che non guarda questa vicenda attraverso le lenti della lotta di classe, ma con una visione interclassista. Noi riteniamo che a guidare certe grandi aziende, così come a governare gli Stati, non ci siano degli incapaci ma, al contrario, persone che sono state scelte e messe lì proprio per realizzare quello che fanno. Quindi in Alitalia, riteniamo che non ci siano state “operazioni contraddittorie e prive di motivazioni razionali”, al contrario: le operazioni compiute erano finalizzate al saccheggio programmato del patrimonio pubblico, che è stato costruito negli anni grazie al sacrificio dei lavoratori. Quindi le “retribuzioni faraoniche” dei dirigenti sono state il benservito che le fameliche classi dirigenti hanno dato ai loro manager. Quanto alle pene inflitte e ai risarcimenti, dovremo vedere cosa resterà di queste dopo il II e III grado di giudizio!

Gli unici che certamente non saranno risarciti sono le migliaia di lavoratori licenziati, esodati, condannati alla povertà e alla disperazione da qualcuno che ha colpevolmente distrutto una delle più grandi aziende del paese. I responsabili, oltre ai vari “manager” che si sono susseguiti, sono i vari governi di centro-destra e centro-sinistra e le politiche concertative e mai indirizzate alla lotta dei sindacati confederali e tradizionali. L’unica cosa certa è che gli unici che hanno pagato senza avere colpe sono stati i lavoratori. Lavoratori altamente qualificati, incolpati dalla canea mediatica asservita al potere di avere privilegi intollerabili e dipinti come “scansafatiche”, ai quali sono stati attribuite per anni la responsabilità del “fallimento” gestionale, che oggi possiamo e dobbiamo chiamare col loro nome: ruberie programmate.

Questa vicenda ci insegna (ma potremmo mettere insieme anche la vicenda dell’acqua pubblica, della sanità, ecc.) che non basta una proprietà pubblica a fare di un’azienda un’attività che lavora per la collettività. Senza uno stretto controllo operaio e popolare di ogni singola azienda, di ogni singola fabbrica ogni gestione pubblica si rivela quello che è sempre stata: debiti pubblici e profitti privati.

Ma c’è di più. Dobbiamo sempre anche sapere e dire in ogni momento che una singola azienda, anche se gestita nel migliore dei modi, se inserita in un “mercato” in cui vigono le regole del massimo profitto, non potrà mai davvero produrre ciò che serve ai lavoratori e per il bene dei lavoratori. Ciò naturalmente non si potrà fare certo nel quadro di leggi e governi di tipo borghesi senza una vera rottura istituzionale, ma in una nuova società, in cui il controllo operaio e popolare sia esteso progressivamente a tutte le attività economiche.

Quindi battiamoci per :

NAZIONALIZZARE O RINAZIONALIZZARE LE IMPRESE SENZA INDENNIZZO, A COMINCIARE DA QUELLE PIÙ GRANDI E STRATEGICHE

CONTROLLO OPERAIO E POPOLARE SU QUESTE AZIENDE

BASTA COL PROFITTO COME SCOPO DELLA PRODUZIONE, COSTRUIAMO IL SOCIALISMO-COMUNISMO

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