Napoli: una rivoluzione di cartapesta. dal Partito Comunista, Comitato Regionale Campania.

28 settembre 2015 di

È dalle parole di Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia, che pochi giorni fa definiva la camorra “come dato costitutivo della città di Napoli”, che vogliamo partire.  Sentiamo, forte, l’esigenza di ricondurre su un terreno politico concreto tutti i ragionamenti che ci apprestiamo ad esporre, rispetto alla Capitale del Mezzogiorno ed alle forze auto-proclamatesi rivoluzionarie (anche se, da comunisti, ben sapevamo cosa si nascondesse dietro i venti del cambiamento tinti d’arancio) che da quattro  anni  questa  città,  più  nel  male  che  nel  bene,  la  governano.

Ebbene,  in  città si sta combattendo una guerra. Una guerra vera, sanguinosa, una guerra sporca, una guerra  tesa  ad  accaparrarsi  ed a gestire nuovi territori  e, conseguentemente,  le  relative piazze di spaccio,  di  usura,  di “pizzo”, di rapine e furti, di truffe,  ma  anche  di  corruzione  e  tangenti  nei  pubblici affari;  una  guerra condotta  dai  nuovi  e  feroci   clan,  nelle cui  fila  vengono  arruolati  giovanissimi soldatini  di  carta  che,  qualche  volta,  purtroppo,  uccidono  e  talvolta  muoiono ammazzati.

Ma perché questo succede? Perché dei giovani decidono di arruolarsi ed andare a combattere per una guerra che non appartiene a loro e, spesso, neppure alle loro famiglie proletarie?  Perché  la  camorra, come tutte le mafie, è un’industria, un’industria che, proprio lì dove non c’è nessun orizzonte, nessuna possibilità di emancipazione sociale, mette in profondità le sue radici,  perché è l’unica forza economica in grado di offrire  riscatto a chi è disperato, l’unica in grado di offrire quella cosa che somigli, anche se in modo aberrante, ad un lavoro.  Appare chiaro dunque come in una città come Napoli, con un tasso di disoccupazione relativo alla classe di età 15-19 pari all’ 89.55 (media italiana 50.41%), alla classe di età 20-24 pari al 69.05% (media italiana 28.59%) e alla classe di età 25-29 pari al 47.33% (media italiana 17.18%), stia  avvenendo  quello  che  tutti  i  giorni  vediamo  davanti ai nostri occhi o dalle nostre televisioni.

Tutto a  dimostrazione  che,  a  differenza  di  quanto  detto  del  presidente  Bindi,  la camorra non è affatto  un  dato costitutivo della sola  città di Napoli, bensì, proprio come tutte le mafie, proprio come il fascismo,  un  dato  costitutivo  del  sistema economico  capitalistico.  Essa è ben dentro le logiche del sistema  di  produzione e di  sfruttamento  del  capitale,  non  è  affatto  un’anomalia  da  estirpare dalle società borghesi, magari applicando  i  canoni  di una ideologia e di una morale cattolica, o peggio calvinista, che  hanno  invece  fatto  da  sfondo  e  da  alibi  all’affermarsi delle  mafie  di  tutto  il  mondo,  a  partire dalla  sua  capitale  New  York.

Le  responsabilità  non  sono,  quindi,  tutte del “Sindaco per Napoli”,  ma  tutta  sua è  la  responsabilità,  da buon demagogo vestito di una falsa toga, di  aver  seminato altre  inutili  e  false  speranze, di aver indotto altri giovani, sin’anche lavoratori, a pensare che si potesse liberare Napoli semplicemente con i buoni  sentimenti,  con  un  po’  di  onestà,  e  condotti  dall’ennesimo  liberatore  solitario.

Riprendendo gli slogan che accompagnarono Luigi De Magistris nella scorsa campagna elettorale, ci accorgiamo che già si precostituivano alcune giustificazioni: che ha amministrato la città solo da quattro anni a questa parte, che i disastri del pentapartito prima e poi dell’era bassoliniana erano stati  enormi, che anche il quadro delle politiche nazionali era devastante,  sia  quello dipinto  dai  governi  di centro-destra, sia  quello  tracciato  dai  governi  di  centro – (finta)sinistra.

Nel fare, però,  una  valutazione  concreta  di  quello  che  è  stata  l’amministrazione De  Magistris  non  ci si  può  esimere,  al  netto  degli  slanci  propri  delle  tifoserie, e che dovrebbero  essere  tenuti  ben  lontano dalla politica,  dal  prendere  atto  di come  questa  esperienza  politico-amministrativa,  che  negli  ultimi tempi, folgorata sulla via di Damasco, si è dichiarata più volte pienamente alternativa al Partito Democratico,  in  realtà,  nella  pratica,  questa  presunta  alternatività  non  l’ha  mai dimostrata.

Sulla  grande  questione  del  Lavoro,  in  particolare,  per  noi  comunisti ovviamente  fondamentale, l’amministrazione  ha  brillato  per  il  suo  disinteresse,  oltre che  per  una  totale  incompetenza.   Parecchie le fabbriche  sotto  le  quali c’erano stati quelli che oggi, alla prova dei fatti, possiamo unicamente definire “giri turistici”,  dove  a gran voce si era chiesto sostegno alla classe operaia partenopea, ricevendo in risposta  solenni  assicurazioni  di  un impegno attivo a  mantenere vive le poche realtà  produttive  ancora  presenti  in  città.   Quelle  fabbriche  sono oggi  chiuse o sono  state svendute.

Potremmo portare tanti  esempi a riguardo.  Uno tra tutti, il caso più emblematico, è quello dell’Alenia di Capodichino, vero gioiello dell’industria aero-spaziale internazionale (lor padroni la definirebbero  un’eccellenza),  lasciata  per  anni  nel dimenticatoio,  dopo  la  campagna  elettorale,  da  Luigi  De  Magistris  e  dai  suoi assessori.   Oggi  ceduta, come  sempre  svenduta,   senza  neanche  una  parola di circostanza, di  protesta   da  parte del sindaco, e  regalata  niente  poco  di  meno che ai  resti  dell’  Atitech,   già  pezzo pregiato  dell’industria  avanzata  pubblica  e già  regalata  dall’ineffabile Finmeccanica  a  tale signor Gianni Lettieri, candidato del centro-destra alle ultime amministrative proprio contro  De Magistris,  ma  soprattutto con  un  curriculum  di  tutto  rispetto  nel  settore  del  commercio  dell’ abbigliamento  usato.

Ma  sono tanti gli ulteriori esempi che tuttavia hanno un unico minimo comune denominatore: non la totale assenza di un piano industriale per la città di Napoli  ( la favola che raccontano i politici borghesi, che il nostro sindaco non ha neppure tentato di recitare ),  bensì  il  totale  disinteresse e la conclamata incapacità  di un’amministrazione comunale, che ha evidentemente preferito “prestare attenzione ai trucioli  e non al pezzo di legno”,  qualche  decina  di  posti  di  lavoro  in Comune,   mai  da  disprezzare,  anche  se  in  netto  sotto organico,   ma senza neppure  tentare  di  arginare  la  deriva  verso  la  quale Napoli   velocemente  e sempre  più  inesorabilmente  sprofondava.

Eppure  non  si  è  trattato  di   errori,  non  si  è  trattato  di  futili   incidenti  di percorso.   Lo  stesso  modus operandi  è  rintracciabile  su  tutte  le  questioni nevralgiche  e  strutturali  che  l’amministrazione comunale si è trovata ad affrontare: dal  Commissariamento di Bagnoli ( sul  quale al di là dei grandi proclami,  non è ancora  stato  espletato alcun  atto  formale  interdittivo  da parte del Sindaco) alla questione strategica  del Porto di Napoli ( su cui gli armatori privati, nazionali  ed internazionali,  chi  in maniera  più  esposta  e  scandalosa,  chi  più sommessamente  ed  in  sordina,  stanno  facendo  razzie,  a danno, come sempre accade in questi casi, dei lavoratori); dal Digestore Anaerobico di Scampia, un altro impianto chimico dannoso  dipinto  da  green-economy,  all’ennesimo  attacco portato ai  danni dei quartieri  proletari  dell’ Area orientale  e  dell’Area Nord, come da sempre destinati ad ogni sorta di assalto al territorio,  e  comunque  lasciati,  in piena soluzione di continuità con chi aveva governato prima, al proprio  triste  destino  di periferia  urbana  degradata.

A partire da quanto sopra asserito Il Partito Comunista  non può che rivendicare di essere stato tra le pochissime forze politiche che capirono, fin dal primo momento, fin da quando De Magistris avanzò per la prima  volta  la  sua candidatura, come quel film  dato  come  inedito ,  bensì  visto  più  e  più volte, sarebbe  finito,  e  che decisero  conseguentemente  di  percorrere  altre  strade,  non  prendendo  parte  a quella  che  si  è  poi  rivelata  una  rivoluzione  di  cartapesta.  Noi  non  ne  siamo pentiti,  altri  forse  si !

Da  quel  momento,  sono passati  quasi  cinque  anni   ed  Il  dibattito  sulle  sorti della  città,  lasciato  languire  in  orge  propagandistiche,  si  è  improvvisamente riaperto …  ovviamente  in  vista  delle  vicine  prossime  elezioni.   La  discussione su  chi  nel  prossimo  futuro  reggerà  Palazzo San Giacomo  è  ripartita, tra le forze politiche, ma  anche  tra  i movimenti  e  le  associazioni,  più  o  meno  veri  e  più  o meno  popolari,  un  teatrino  che  giorno  dopo  giorno  si   sta  arricchendo   di nuovi  personaggi.

Oltre  alla  probabile  ricandidatura  dell’ imprenditore  Lettieri,  alla  possibile candidatura-promessa  della  sempre  giovane-promessa Migliore, si  aggira lo spettro,  ovviamente  non  comunista,  se  non  anti  comunista,  addirittura di  quel Bassolino,  che  tanti  davano  per  politicamente  morto,  e  che  oggi  gli  stessi temono  assai,  specie  nel  suo  PD.    E   infine   c è  ormai  la   certa  la  ricandidatura  dell’attuale  Sindaco  di  Napoli,  oggi  formalmente alternativa al PD, almeno  sulla carta.  La  candidatura  che,  solo  dopo  il  formale  sostegno  di Civati & C. fuori  dal  PD,  ma  anche  dopo  le  rassicurazioni  della  (finta) sinistra  dentro lo  stesso  PD,  si  è  avvalsa  del  furbesco  artifizio  retorico  della  “ Napoli,  città derenzizzata “, prontamente  ed  opportunisticamente  sostenuto  dall’alleanza  di comodo  con  un movimento  fintamente  conflittuale,  e   completamente  acritico verso le  scelte  e  gli  atti politici  dell’amministrazione comunale.   Un  movimento che  sembra,  con  qualche  apprezzabile  esitazione, volersi  sommessamente accodare,  coprendo  così  il  fianco  sinistro  di  uno  schieramento  che  sempre più  va  somigliando  alla  famigerata  Syriza  della  Grecia,   in  cambio di  una  più  che mediata  libertà  di  azione  sul  territorio, volta a preservare i soliti interessi particolari e  qualche  residua  agibilità  politica.  Buoni  ultimi,  non  potevano  mancare  i  resti della  multicolore  federazione  della  sinistra,  che  rischiano  di  ridurre  tanti  pur generosi  militanti  a  veri  e  propri  questuanti,  con  il  cappello  in  mano  fuori dalle  porte  di  Palazzo S. Giacomo.

Ma  intanto  le  alleanze  con  gli  ex-dentro-fuori-pd  e  con  le  associazioni  e  i movimenti  napoletani   al sindaco,  da  sole,  potrebbero  non bastare  e  quindi, dopo  aver  ascoltato  le  incredibili  dichiarazioni  di  Di Maio, nuovo  infant prodigy della  borghesia  italiana,  che  parlando  degli  eletti  del  M5S  in  regione Campania,  fa  capire  tra  le  righe  che  il  Movimento  5  Stelle non avrebbe candidati adeguati a concorrere  alla  poltrona  di  Sindaco,   apre  prontamente anche  a  questa  forza,  proponendo  un  inedito  quanto  impresentabile  “patto di resistenza”  per  salvare  la  città.

È  quindi  questo  il  possibile  scenario  che  ci  troveremo  davanti:  le  ennesime operazioni  puramente   elettoralistica,  tutte   interne  al  solito,  noto  ceto  politico napoletano,  più  o  meno  riciclato,   che dirà una  cosa  ed  il  giorno  successivo alle  elezioni  farà  l’esatto  contrario.

Dal canto nostro non possiamo che rivendicare di essere forse gli unici che non hanno cambiato e non cambieranno  punto  di  vista  sullo  scenario  politico  borghese  e  piccolo-borghese  napoletano.

Non  è  neppure  inutile  ripetere  che  per  i  comunisti,  in  coerenza  con  le  impostazioni  leniniste,  la  presenza  nelle  istituzioni  borghesi  è  sostanzialmente  finalizzata  all’ utilizzo  del  diritto  di  tribuna,  ad  un  relativo  allargamento  e  potenziamento  della  efficacia  politica  del  Partito  Comunista,  che  però  vanno  assicurati  in  prima  istanza  dal  radicamento  nella  classe  operaia  e  dalla  costruzione  e presenza  nei  conflitti  di  classe,  e  quindi  dal  perseguimento  di  limitati  obiettivi  tattici,  che non vanno mai  contrabbandati  per  quelle  grandi  conquiste  strategiche  che  solo  il  socialismo-comunismo  potrà  assicurare,  così  come ci  insegna  l’esperienza  moderna  del  Partito  Comunista  di  Grecia  (K.K.E.).

Nessun  pastrocchio, quindi,   ci  vedrà  mai  attori  qui  a  Napoli  come  in  tutto  il Paese,  e  laddove  valuteremmo  essere  utile  per  le  masse  popolari  la  nostra presenza  alle  elezioni  borghesi  lo  faremmo  sempre  con  liste  di  lavoratori,  di soli  lavoratori,  in  primo  luogo  di  operai,  con  impostazioni  di   lotta   ed   in sintonia   piena   con   il   movimento   operaio   ed   i   suoi   stretti   interessi   di classe.

http://www.partitocomunistacampania.it/?p=478

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