Disciplinarsi è rendersi indipendenti e liberi.

08 giugno 2015 di

Ha fatto molto scalpore l’uscita di un breve ordine del giorno votato al CC del Partito Comunista che disciplina l’utilizzo dei social network da parte dei militanti del Partito. Un piccolo documento, sintesi di una discussione e di riflessioni più complessive che sono state scritte per orientare l’attività dei militanti sui social network. Apriti cielo! A sinistra si è alzato il polverone, con le solite riflessioni e commenti che non ti aspetti (o meglio che ormai ti aspetti). In un attimo è partita la levata di scudi sulla libertà d’espressione e la libertà di critica, sul carattere verticista e centralista del regolamento, l’oppressione dei militanti e così via. L’ennesima dimostrazione in pochi minuti di quale sia il problema di orizzonte che è presente nelle organizzazioni. Il documento sintetico del CC ovviamente sottointende una serie di ragionamenti politici che cercherò in breve di esprimere.

I social network sono un mezzo eccezionale, frutto dello sviluppo scientifico e tecnico che ha trasformato in questi ultimi anni la comunicazione, travolgendo confini e barriere, trasformando la stessa idea delle distanze e del tempo. Come ogni mezzo che il progresso tecnologico crea è compito dei comunisti quello di comprenderne la base, il funzionamento, cercando di divenire anche in questo campo “padroni della tecnica” e sfruttarli a proprio vantaggio. Bisogna conoscere e comprendere gli interessi e le funzioni connesse con il processo di accentramento dei mezzi di informazione e comunicazione che è proprio dell’attuale fase capitalistica che vede il dominio dei grandi monopoli come e forse anche più che in altri settori. Conoscere quindi la natura del web, strutturalmente connesso con l’economia capitalistica sia nei suoi aspetti strutturali che sovrastrutturali. È normale quindi che attraverso questo mezzo il capitale riesca oggi a allargare le proprie frontiere di dominio ideologico, ponendo ai comunisti nuove sfide e allo stesso tempo fornendo nuovi terreni di lotta, che come tali devono essere organizzati. In una certa sinistra i social network ed internet subiscono quella canonizzazione intellettuale, la stessa vuole auto convincersi di un’idea di libertà, democrazia, critica autonoma rispetto al contesto dei rapporti di produzione nei quali la società si sviluppa. I social network sono straordinari in questo processo, riuscendo a dare l’illusione che gli avvenimenti accadano “dal basso”, che ciascuno dal grigiore della prigione della sua tastiera possa diventare protagonista.

Di Repubblica e degli altri giornali di pseudo-sinistra non ci occupiamo, perchè fanno il loro mestiere. Il Manifesto, invece, – che oggi ci critica velatamente con i commenti dei suoi lettori – pur continuando impropriamente a definirsi “giornale comunista, non a caso gioisce ad ogni rivoluzione colorata che nel mondo sistematicamente viene accompagnata dalla sua diffusione su facebook e twitter, quasi un marchio di fabbrica. Per qualche mese cresce l’infatuazione e si grida al nuovo modello, salvo poi sistematicamente scoprire che la famigerata “rivoluzione” è stata sostenuta, finanziata, propagandata dai soliti settori al soldo degli interessi imperialistici. Ma il mezzo è eccezionale. Perché nel dare a tutti l’illusione di essere leader della tastiera, disarticola ulteriormente ogni costruzione collettiva. E’ un mezzo potente che accelera il processo di disgregazione e  individualizzazione che nella società emerge e che è strutturalmente funzionale al mantenimento del dominio del capitale- Un dominio che al contrario solo attraverso l’organizzazione collettiva delle masse può essere spezzato. Chiunque abbia in questi anni svolto attività di lotta sa quanto la virtualizzazione del conflitto pesi, specialmente nelle nuove generazioni. Quanto un “mi piace” o un “parteciperò” virtuali siano visti come schierarsi apertamente, dimenticandosi che la realtà non si limita al virtuale. Tutto questo non solo non ha aiutato il conflitto ma lo ha strutturalmente indebolito. È straordinario che tutto ciò sfugga a chi oggi ci critica.

Il Partito Comunista non vieta l’utilizzo di facebook e twitter ma norma l’azione dei propri militanti. Non lo vieta perché vietare i social network sarebbe fare lo stesso errore dei luddisti, che attribuivano alla macchina, come strumento, una funzione economica e politica astratta e autonoma. Un’operazione che non cancellerebbe internet e che priverebbe solamente i comunisti di uno strumento da utilizzare e di conseguenza le masse di quel poco di attività critica che si riesce ad organizzare. Il Partito Comunista non vieta ai propri militanti di esprimere opinioni o considerazioni, non li trasforma in una massa acritica e priva di considerazione. Ricorda loro quali sono le sedi per esprimere le proprie opinioni e quali quelle della propaganda di partito.

Qualsiasi partito comunista nel mondo ha un proprio codice regolamentare su questo, e il fatto che gli altri “comunisti” nostrani se ne stupiscano, fa riflettere in una certa direzione. Cosa c’è di strano nel dire che il dibattito politico si conduce nelle sedi di partito e non su facebook? Che un militante non solo può, ma deve, far sentire la sua voce nelle assemblee e nelle riunioni del partito ad ogni istanza, rispettando allo stesso tempo gli altri livelli locali e le varie prerogative del partito? Nulla, se non fosse che l’idea borghese della libertà di critica, dell’autonomia dell’individuo ha talmente pervaso la sinistra da non rendersi conto che questa libertà e questa autonomia apparenti sono le catene più forti con cui si legano le classi subalterne alla propria condizione di sudditanza, impedendo scientemente alla classe operaia e alle masse popolari il percorso per la propria emancipazione. Il tutto ovviamente con l’illusione di qualche “mi piace” e condivisione, che rende tutti tanto liberi e critici, quanto schiavi e funzionali. 

Dal CC del Partito Comunista viene un impegno politico a fare in modo che i propri militanti utilizzino il proprio tempo per contribuire collettivamente alla crescita politica, teorica, organizzativa e di lotta del partito, confrontandosi internamente sulle proprie posizioni. Gramsci diceva che il Partito Comunista doveva essere l’intellettuale collettivo, e questa condizione non si costruisce con centinaia di inutili post su facebook, ma con discussioni, articoli, assemblee. Normare l’utilizzo di facebook vuol dire stringere sul percorso di costruzione di un soggetto collettivo, il partito comunista, che non si riduce alla mera quantità, alla somma di varie singole entità, pensieri e azioni, ma che trasforma in qualità la propria capacità e forza di azione collettiva.  un ragionamento che urta chiaramente tutti i sostenitori della trasformazione della sinistra nei vari circoli letterali radical-chic e che da bravi piccolo borghesi difendono la loro botteguccia intellettuale.

Una norma poi che spinge i compagni a non cadere nella trappola della virtualizzazione del conflitto. A ricordare che il lavoro del Partito Comunista si svolge nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, e che i social network possono diventare strumenti di propaganda. Nulla di più. Vi hanno dato fastidio queste regole? Inorridite di fronte a concetti come centralismo democratico, organizzazione, disciplina? Ne siamo contenti perché di voi non abbiamo bisogno. Il nostro partito ha ancora molti limiti e ne siamo coscienti, ma giorno per giorno ci adoperiamo per rimuoverli, per fare del nostro partito un’altra cosa rispetto al marciume ideologico e politico della sinistra radicale. Il dibattito, la disciplina, il lavoro politico sono elementi essenziali di questa diversità. Perché un militante comunista deve essere forgiato con una materia diversa, insieme al suo partito deve costruire un vertice inaccessibile al campo avversario di cui siete ormai parte. Gramsci, che amate citare come “democratico” diceva ai giovani che «disciplinarsi vuol dire rendersi indipendenti e liberi».

«Bisogna a disciplina contrapporre disciplina… Sarebbe strano che mentre troppo spesso si ubbidisce senza fiatare a una disciplina che non si comprende e non si sente, non si riesca a operare secondo una linea di condotta che noi stessi contribuiamo a tracciare e a mantenere rigidamente coerente. Poiché è questo il carattere delle discipline autonome: essere la vita stessa, il pensiero stesso di chi le osserva. La disciplina che lo stato borghese impone ai cittadini fa di questi dei sudditi, che si illudono di influire sullo svolgersi degli avvenimenti. La disciplina del partito socialista fa del suddito un cittadino: cittadino ora ribelle, appunto perché avendo acquistato coscienza della sua personalità, sente che questa è impastoiata e non può liberamente affermarsi nel mondo.»  La disciplina è la forza del partito.

Di Alessandro Mustillo, Ufficio Politico PARTITO COMUNISTA

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