“Voto in Gran Bretagna: vittoria scontata della borghesia capitalista.” Nota del Partito Comunista in Gran Bretagna – Sezione Pietro Secchia.

08 maggio 2015 di

Il 7 maggio 2015, in Gran Bretagna si voterà, con sistema elettorale maggioritario, per il nuovo Governo dopo i cinque anni di coalizione di centro-destra Conservatori-LiberalDemocratici. I seggi saranno aperti dalle 7 di mattina fino alle 10 di sera, in una giornata che, quella del giovedì, ripercorre una tradizione elettorale diffusasi in Gran Bretagna dal lontano ottobre 1935, poi confermatasi per legge con un atto parlamentare nel 2011 (1).

Il voto del 7 maggio, riguarda anche il rinnovo di vari consigli comunali, con la possibilità di votare, in questo caso e per le europee (come nel 2014), anche per i cittadini non britannici, ma residenti stabilmente nel Regno Unito.

 Qual è lo scenario politico in Gran Bretagna, e quale può essere il risultato di queste prossime elezioni per il protagonismo sociale ed economico della classe lavoratrice e del popolo?

 Come comunisti, il giudizio per le elezioni britanniche del 2015 non può essere diverso da quello che è stato recentemente in Italia, così come in altre nazioni europee negli ultimi anni: la pessima formula dei governi di coalizione sarà sicuramente confermata anche in Gran Bretagna.

La crisi ideologica che tocca non solo l’Italia, l’Europa, ma anche il Regno Unito, propone, oltre ai partiti tradizionali Conservatori, LiberalDemocratici, e Laburisti, una serie di piccoli partiti pressoché sconosciuti fino a qualche anno fa, ma tuttavia inutili per il miglioramento della classe lavoratrice: UKIP (destra), Verdi (centro-sinistra), SNP (centro-sinistra scozzese), Plaid Cymru (centro-sinistra gallese), et cetera. Ad eccezione del partito UKIP, piccoli o grandi, i partiti presenti alle prossime elezioni sono tutti favorevoli alle politiche economiche e sociali dell’Unione Europea.

  Il voto elettorale conta poco anche in Gran Bretagna?

  L’attuale coalizione di centro-destra nacque nel 2010 non per volontà popolare espressa attraverso il voto, ma per semplice necessità di accontentare gl’interessi del capitalismo britannico ed internazionale, guidati dai tentacoli dei mercati finanziari della Troika del Fondo Monetario Internazionale (FMI), dell’Unione Europea (UE), e della Banca Centrale Europea (BCE).

Da ricordare, in questo caso, che proprio nel maggio-giugno 2010, la Gran Bretagna rimase in attesa di un risultato elettorale “chiaro” per ben un mese, ed in una vera e propria “campagna del terrore” portata avanti dai mezzi di comunicazione televisivi e giornalistici attraverso un messaggio che si poteva riassumere allora più o meno con il “bisogna scegliere presto il Governo per non indispettire i mercati” (2).

 Qual è il risultato sociale ed economico per le classi popolari e lavoratrici dopo cinque anni di coalizione Tories-LiberalDemocrats?

 Da anni ormai, la classe lavoratrice britannica vive una situazione di totale sconfitta nei confronti della borghesia capitalista. La sconfitta arriva da lontano però, e non dal 2010, o per colpa della destra rappresentata dai Conservatori di Margareth Thatcher. La sconfitta per i lavoratori ed i ceti popolari, come quelli in Portogallo, Italia, Repubblica d’Irlanda, Grecia, e Spagna (i PIIGS per il capitalismo dei mercati finanziari), arriva anche in Gran Bretagna per mano di quella parte politica che, per un certo periodo storico in Europa occidentale, veniva vista come alternativa al progresso sociale ed economico dell’economia pianificata dell’Unione Sovietica: la social-democrazia ed il keynesismo.

 Nel marzo 1974, la crisi dell’economia inglese, caratterizzata da alta inflazione e forte recessione, insieme a continui scioperi, rendeva particolarmente difficile la gestione del sistema capitalista di per sé già in crisi. Healey, allora ministro dell’economia (Cancelliere), agì aumentando le imposte dirette e creando nuove tasse su patrimoni e rendite. Quella prima fase della politica economica di Healey fu appoggiata da tutto il partito laburista, e permise di ridurre il debito della bilancia dei pagamenti, incrementando il prodotto interno. Tuttavia, nel 1976, per diminuire l’inflazione, d’accordo con il Presidente del Consiglio (Primo Ministro) James Callagham, e dopo un acceso congresso nazionale a Blackpool, Lancashire, che portò ad una spaccatura tra base e dirigenza, il partito laburista richiese un prestito d’emergenza al Fondo Monetario Internazionale (FMI). L’FMI, in cambio, obbligò il governo inglese a ridurre la spesa pubblica e ad attuare misure deflative, nonché privatizzazioni dei settori strategici dell’economia gestiti direttamente dallo Stato, la creazione di un mercato del lavoro basato sulla precarietà, licenziamenti facili, e bassi salari (tutte “riforme” a noi note in Italia oggi nel 2015!). Questa seconda fase della gestione Healey (1977-1979) provocò un’ondata di scioperi e proteste in tutti i settori economici del Regno Unito, culminati poi nell’inverno del 1978, noto anche come “L’inverno dello Scontento“. Da allora, e non dalla Thatcher o dal 2010, la classe lavoratrice ed i ceti popolari britannici hanno perso la lotta di classe contro la borghesia capitalista.

 Oggi, la crisi economica in Gran Bretagna si presenta con dati non molto diversi da quelli del resto d’Europa, ad eccezione della Germania: un tasso di crescita del +0.3%, cioè stagnazione economica in termini tecnici economici (3); una disoccupazione ferma ad 1.400.000 persone circa alle quali sarebbe corretto aggiungere i quasi 2 milioni di lavoratori con contratti a “zero ore”, contratti a chiamata e senza un orario minimo fisso giornaliero di lavoro, i lavoratori part-time, e quelli della piaga dei tirocinii gratuiti “internship” nelle multinazionali (4); bassi salari, contro i quali a poco serve la campagna portata avanti a livello nazionale da sindacati, tutti concertativi in Gran Bretagna!, come UNITE e UNISON (affiliati al partito laburista – sic!) del cosidetto “salario dignitoso” (living wage), cioè 7,85 sterline all’ora a livello nazionale, e 9,15 sterline all’ora per Londra, contro il salario minimo ufficiale, quello deciso dalla legge sul lavoro in vigore attualmente, di 6,50 sterline all’ora (5); una crisi generalizzata dei consumi che vede addirittura le grandi catene commerciali in piena difficoltà come il caso della catena degli elettrodomestici COMET, chiusa a fine 2012, Blockbuster, chiusa anch’essa nel 2012, e della grande distrubuzione con i suoi monopoli privati come Tesco, Sainsbury’s, e Morrison’s.

 Quale allora la soluzione?

 La soluzione non può arrivare con il voto parlamentare, dove oramai anche in Gran Bretagna sia il centro-destra che il centro-sinistra non sono altro che un’opzione alternativa l’una all’altra per gl’ interessi economici e sociali della borghesia e dei suoi privilegi. Le politiche monetariste della Banca d’Inghilterra dimostrano poi che la sola sovranità monetaria, cioè l’avere la sterlina come moneta e non l’euro, non è garanzia d’immunità dalla crisi di sistema del grande Capitale.

 La soluzione per l’uscita dalla crisi del popolo britannico, e per l’emancipazione della classe lavoratrice di questo Paese può solo arrivare con la guida di un partito comunista coerentemente basato sugl’insegnamenti scientifici del marxismo-leninismo, cioè sull’unica esperienza politica, sociale, ed economica che la Storia ha dimostrato essere alternativa alle barbarie del capitalismo.

                          Alain Fissore – Operaio e coordinatore per il Partito Comunista in Gran Bretagna

                          Stefano Rosatelli – Servizi sociali e coordinatore per il Partito Comunista a Londra.

(1)  Fixed-term Parliaments Act 2011;

(2)  BBC News 6 maggio 2010;

(3)  http://citywire.co.uk/money/uk-growth-slows-to-0-3-in-first-three-months-of-year/a811689;

(4)  http://www.theguardian.com/uk-news/2015/feb/25/zero-hours-contract-rise-staff-figures;

       http://www.independent.co.uk/news/uk/home-news/slavery-in-the-city-interns-at-investment-  banks-are-suffering-inhumane-treatment-warns-doctor-8778568.html

(5)  http://www.unitetheunion.org/campaigning/unitepolitics/unitepoliticsblog/we-need-a-living-wage-not-more-cuts/

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