La “buona scuola” di Renzi e le proposte dei comunisti.

22 aprile 2015 di

Renzi non sceglie a caso le parole, ma sembra altresì tirarle fuori da un vocabolario speciale, seduttivo e accattivante.

Entriamo subito nel merito della “buona scuola” di Renzi, al progetto a cui essa è funzionale, al disegno a cui viene richiesto di sottometterla, snaturandola, spogliandola della sua funzione sociale, civile, culturale.

Nell’introduzione al documento programmatico si afferma “[..] Ci serve un buona scuola perché l’istruzione è l’unica soluzione strutturale alla disoccupazione, l’unica risposta alla nuova domanda di competenze espresse dai mutamenti economici e sociali”.

Dunque ecco spiegata la bontà della scuola renziana: il suo essere funzionale, soluzione strutturale al problema della disoccupazione che egli, edulcorandone l’origine, attribuisce ad una quasi fisiologica metamorfosi economica e sociale, e non ad una crisi epocale dal carattere drammaticamente esiziale del sistema capitalistico.

Renzi chiama la scuola e la scuola deve rispondere: la leva del jobs act entra pesantemente nei muri attraversati dalle crepe del tempo delle nostre scuole e spinge nella direzione dell’assoggettamento della cultura alle capricciose esigenze di un mercato, chiaramente malato, che chiede modernità, flessibilità, ma, soprattutto, chiede, come ha sempre chiesto.

Le mura delle scuole, queste delicate, maltrattate, pericolanti pareti dentro cui si definisce il nobile universo della cultura, dentro cui i nostri ragazzi vengono accompagnati nel sentiero della conoscenza, della consapevolezza di sé, del proprio ruolo nel mondo e nella storia, vengono metaforicamente abbattute in nome del capitalismo e della sua malattia ed infine contaminate dai suoi meccanismi.

Significativo che Renzi parafrasi così la disoccupazione: ”nuova domanda di competenze espresse dai mutamenti economici e sociali”

Quindi la scuola sarebbe stata in questi anni incapace di cogliere questi mutamenti, gli insegnanti inadatti a creare figure in grado di incontrare la domanda di lavoro, le nostre università incapaci di creare cervelli, ad accezione di quelli accidentalmente nati per casuale mutazione genetica, e subito fuggiti via all’estero, laddove, invero, secondo Renzi, ci sarebbe stato un Paese ed un mondo del lavoro nostrano in grado di valorizzarli meritocraticamente.

Renzi propone un cambiamento epocale, una “rivoluzione”, un percorso innovativo rispetto ai sentieri battuti negli ultimi decenni, un nuovo modo di concepire l’istruzione, non più come mera spesa pubblica ma come asset strategico della crescita del Paese.

Ma come? Attraverso quali misure? Innanzitutto, si legge nel documento, uscendo dalla così detta zona di confort, leggasi errori del passato, ed introducendo nella pubblica istruzione criteri di gestione privata, a partire dai finanziamenti da parte di famiglie, organizzazioni e singole imprese operanti nei territori.

Ciò significa assoggettamento della scuola a logiche ed interessi affatto legati al benessere del Paese, ma a quello dei singoli finanziatori, ciò significa ingerenza dell’impresa nella didattica, asservimento della preparazione scolastica ai mestieri, una soluzione spuria in cui cultura e lavoro anziché incontrarsi virtuosamente lungo direttrici di lungo periodo, pianificate opportunamente, vengono promiscuamente mixati in una soluzione in cui il lavoro, malato, contamina l’istruzione, la cultura, la scuola e le figure in essa fondamentali, come quella del preside, trasformato, in questo disegno, in un vero e proprio manager.

Non è del resto la prima volta che assistiamo all’epifania di questa leggenda capitalistica secondo cui l’introduzione di criteri d’impresa nelle valutazione dei meriti e quindi nella conseguente costruzione di sistemi premianti, siano la medicina per combattere l’apatia produttiva.

Introdotti nel sistema scolastico, tali misure, innescherebbero pericolosi meccanismi competitivi tra docenti, presidi, creando un clima inadatto a quello in cui si produce e cresce cultura.

Il numero di studenti che a 16 anni vengono, dopo opportuno addestramento, introdotti nel lavoro attraverso il canale predisposto dall’impresa locale che partecipa ai finanziamenti dell’istituto scolastico, non è la misura della bontà di una scuola, semmai è l’emblema della sua resa.

E’ dunque questa la buona scuola di Renzi? Una scuola che non è più palestra di vita, ma palestra di mera forza lavoro?  A ciò sacrificheremo i programmi, lo studio dei classici, a ciò sarà dunque sottomesso il precario finalmente regolarizzato? A quale senso critico verranno mai educati tali ragazzi se già, al primo anno di studi superiori, saranno verisimilmente sedotti dalla volgare tentazione di lavorare subito, già tra i banchi di scuola e nei laboratori costruiti ad hoc secondo le necessità e le peculiarità dell’azienda di turno?

Eppure il “buon” Renzi richiama a sé e al suo programma, i nobili nomi di don Milani, Montessori e Malaguzzi, “innovatori silenziosi”, ispiratori del suo programma, paradigmi della scuola che strappa alla periferia e alla strada generazioni intere di ragazzi, altrimenti destinati all’ignoranza e alla schiavitù, si la schiavitù, perché cultura è libertà, perché possedere e padroneggiare la parola è la prima chiave per non essere sottomessi, per non essere messi ai margini della storia.

Ma chi sono i nuovi Don Milani della buona scuola di Renzi? Sono innovatori anch’essi, ma “moderni”, aperti, aperti alla comunità, alle imprese, alla produzione, in ultima analisi sono dei manager.

La scuola di Renzi, la buona scuola, già da anni caratterizzata da elevatissimi tassi di dispersione, è lontana ere da quel modello retoricamente invocato nel documento; essa è ancora di più scuola di classe, scuola che esclude e mano che respinge.

Il contributo volontario richiesto alle famiglie in fase di iscrizione, l’aumento dei prezzi dei libri scolastici e delle tariffe dei trasporti pubblici stanno plasticamente riproducendo l’esercito degli esclusi dalla cultura, ragazzi demotivati, problematici, tristi come adulti, perché dei problemi degli adulti già precocemente segnati.

Di ben altro ha bisogno l’Italia

L’Italia ha bisogno innanzitutto di un piano strategico di sviluppo industriale fondato su nuove priorità che sono: il rilancio di una produzione industriale nei settori portanti quali quello chimico siderurgico metalmeccanico cantieristico che la ponga al centro di un nuovo processo di riconversione economica per dotarla degli strumenti di cui ha bisogno una penisola situata nel cuore del Mediterraneo; una moderna ed efficiente rete portuale  che potenzi il trasporto via mare delle persone e delle merci, una rete di trasporto via terra che valorizzi un sistema a griglia fitta delle comunicazioni ferroviarie in grado di collegare le vaste zone del nostro paese, ora escluse dagli assi principali dell’alta velocità, una modernizzazione degli aeroporti.

Serve quindi una rete di trasporti moderni ed efficienti che rilanci l’industria metalmeccanica nella sua costruzione ed i settori siderurgici e chimici come base dell’impiantistica. Serve un piano di tutela ambientale e di riassetto idrogeologico in un paese tragicamente afflitto da frane ed inondazioni. Serve una modernizzazione e di una diffusione su più larga scala del sistema di comunicazioni fondata sull’utilizzo della rete.

A questo fine serve uno sviluppo incentivato e finanziato pubblicamente della ricerca scientifica ai livelli più avanzati.

Con tutto ciò si connette una vera ed autentica riforma della scuola che, per essere tale, deve essere statale, finanziata con le sole risorse pubbliche ed interconnessa con gli assi strategici del piano di sviluppo del Paese, precedentemente elencati.

Le risorse necessarie vanno reperite tagliando i fondi alla scuola privata che ora viene massicciamente finanziata dai bilanci statali e regionali.

Gli assi delle formazioni professionali e scientifiche devono essere correlati ai bisogni del progetto nazionale di sviluppo.

Parimenti va elevato il livello culturale del popolo italiano attraverso l’innalzamento a 18 anni della scuola dell’obbligo e la gratuità della stessa, al fine di creare profili culturali completi ed interdisciplinari.

Questa visione non può essere portata avanti senza la creazione di un polo pubblico statale trainante dei principali settori produttivi strettamente interconnesso con una scuola pubblica, in grado di creare formazione culturale e scientifica all’altezza della nuova prospettiva di sviluppo indicata.

Non una scuola assoggettata al capitalismo, ma che stia al passo di un nuovo e moderno piano di sviluppo negli interessi della classe operaia, dei lavoratori e di tutto il popolo italiano, finalizzata a creare nuova occupazione sulla base degli interessi reali del Paese.

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