POVERA ITALIA!

25 febbraio 2015 di

“Noi Italia” questo è il nome del rapporto annuale con cui l’Istat fotografa il fenomeno della povertà in Italia; già, perché la statistica è la scienza che studia i fenomeni sociali, che li descrive, rappresenta graficamente, che ne  fornisce stime avvalendosi di tecniche inferenziali, che  ne evidenzia le cause latenti attraverso analisi multivariate, che ne misura  la variabilità, secondo quella logica apparentemente brutale, ma straordinariamente efficacie su qualsiasi piano, sia esso politico, medico, sociale, secondo cui “se non si misura, non si migliora”. La misurazione è in un certo senso la denuncia di un fenomeno, il primo atto di dichiarazione della sua esistenza, l’emancipazione dello stesso da uno stato di caos ad uno di ordine e quindi metodo. Così si studiano i fenomeni, e quando i risultati evidenziano un dramma, come quello dello studio di cui parliamo, la reazione dovrebbe essere prima di tutto morale e politica. In Italia, riferisce l’Istat nei risultati dello studio sull’anno 2013, il 23,4% delle famiglie vive in condizioni di “disagio economico”. Il disagio è una condizione di inadeguatezza rispetto ad un determinato contesto, un disagio economico è una condizione plasticamente descrivibile come difficoltà materiale ad arrivare a fine mese, denaro che  si risparmia come il fiato, salita affannosa nel tempo, preoccupazioni rispetto alle quali non ci si può permettere di deprimersi, perché bisogna conservare le capacità di tenuta, centellinare le risorse, selezionare i bisogni, stabilire e rivedere costantemente le priorità nella complessa organizzazione famigliare. Così vivono 14, 6 milioni di italiani, nel disagio ; e fra questi, 6 milioni, pari al 7,9% delle famiglie italiane, è sprofondato nella povertà assoluta, perdendo qualsiasi capacità di gestione del problema, soccombendo ad esso e ricadendo nella fascia dell’invisibilità, quella che, tolte le risorse, come una inarrestabile gancrena, tocca i tessuti più profondi dei diritti di cittadinanza e consuma infine la dignità. La situazione al Sud è ancora più grave: in Calabria ed in Sicilia un terzo delle famiglie è relativamente povero, il reddito mensile è del 29% più basso di quello medio nazionale. In generale il nostro Paese è al 10° posto nella graduatoria europea delle disuguaglianze dei redditi, accanto a Cipro, Estonia, Croazia, con oltre il 60% delle famiglie che si colloca al di sotto del reddito medio annuo, pari a € 29.426, circa € 2.452 mensili. La situazione migliora in alcune regioni del centro nord, come Toscana, Emilia Romagna ed in particolare nella provincia autonoma di Bolzano che presenta il più alto reddito familiare annuo (36.410 €).  L’indice di concentrazione del Gini (formulato dallo statistico italiano Gini) è  una misura della diseguaglianza di una distribuzione; se applicato al reddito esso risponde alla semplice domanda di come sia concentrata la ricchezza tra la popolazione: esso varia tra 0 ed 1,  valori prossimi allo zero  corrispondono alla concezione di omogeneità della distribuzione, valori prossimi all’1 indicano una distribuzione più diseguale, disarmonica, dove poche persone concentrano gran parte della ricchezza. Omogeneità, concentrazione, sono tutti concetti statistici che facilmente possiamo e dobbiamo traslare sul piano etico e politico attribuendo loro il nome di giustizia ed ingiustizia, uguaglianza e disuguaglianza. Lo 0,2% della popolazione mondiale concentra nelle proprie mani il 50% delle ricchezza finanziarie: si chiama, appunto, concentrazione, ovvero disuguaglianza, ingiustizia sistematica, perpetuazione di meccanismi fondanti il sistema capitalistico che generano un mondo iniquo, un mondo povero.

Cosa significa essere poveri oggi in Italia? Ce lo racconta ancora una volta L’Istat. Essere poveri significa innanzitutto rinunciare a qualcosa, privarsi di qualcosa, a partire dai così detti beni voluttuari fino ad arrivare a quelli di prima necessità. Povertà è privazione e le privazioni crescono.  Così l’Istat formalizza il fenomeno attraverso l’indice di “deprivazione” che tocca punte superiori al 50% in alcune zone del Sud come la Puglia e la Calabria, contro valori di molto più bassi dell’Italia dell’Ovest e dell’Est, rispettivamente fermi al 15,4% e al 13, 1%. I poveri esistono, respirano, sono fatti di carne ed ossa, pensano, aspirano, desiderano, in alcuni casi reagiscono, non si lamentano, conservano la capacità di sorridere alla vita, in altri ricadono nella speranza o nella disperazione più fatalistiche o anche nell’illegalità. Eppure qualcosa ci impedisce di pensarli; non siamo però di fronte a un meccanismo di rimozione guidato dallo spauracchio di diventare come loro, piuttosto ad agire è qualcosa di banalmente e brutalmente più semplice: non li consideriamo perché abbiamo in un certo senso introiettato la freddezza del sistema che li esclude e li reclude sistematicamente nell’invisibilità. Un uomo povero, in questa società, è un uomo che non ha valore d’uso, e tanto è forte questo sigillo, tanto da essere quasi una forma di stigma, che l’essere umano non reagisce simpaticamente alla sofferenza del prossimo, non solidarizza, non considera l’altro e prosegue nella sua strada, tra le proprie esclusive difficoltà, mantenendo quello strato di sovrastruttura borghese che piano piano viene sussunto dal proprio modo di essere, pensare ed agire fino a farlo divenire indifferente. L’Istat va oltre questa prima analisi, facendo parlare un campione di italiani, chiedendo di riferire a cosa, in un momento particolarmente difficile come questo, realmente stiano rinunciando: il 2,6% dichiara di non potere permettersi una lavatrice, una tv o un telefono e ben il 50% dichiara di non poter permettersi una vacanza di una settimana, mentre il 12% è in arretrato con il mutuo, l’affitto o le bollette e il 40,5% dichiara che non riuscirebbe ad affrontare una spesa imprevista.  Dove finiscono i poveri, quelli che non riescono neanche a garantirsi un pasto adeguato ogni 2 giorni? Finiscono tra le mani caritatevoli della Caritas e della altre associazioni di matrice cattolica, perché ci si deve pur prendere cura degli indigenti, riscaldarli quando hanno freddo, nutrendoli quando hanno fame; eppure la Caritas denuncia, punta il dito, fa le sue analisi, stila le sue riflessioni fino ad arrivare ad individuare le origini politico economiche di tale flagello, chiamandole austerity o spending review e a condannare quotidianamente le disuguaglianze,  lo sfruttamento alla base del “mondo”, categorie  e punti di vista che da sempre appartengono alla dottrina sociale della chiesa.

Riferisce Paolo Beccaccio, vicedirettore della Caritas “Anche l’Italia è diventata più povera e meno giusta”, mentre proprio oggi il Papa invitava i datori di lavoro sedicenti cristiani ad agire “realmente” in senso cristiano, ovvero facendo corrispondere all’adesione formale quella spirituale, che conduce verso la strada della giustizia, adesione che deve sostanziarsi in salari giusti, equi e nel rifuggire qualsiasi pratica di sfruttamento dei dipendenti.

Di fronte a questo quadro che ci restituisce un Paese depresso, noi Comunisti abbiamo gli strumenti morali, culturali e scientifici per reagire. Innanzitutto umanamente. Si, perché noi comunisti non siamo dei freddi analisti che si limitano a conoscere i problemi, le loro origini facendosi portatori di una soluzione chiamata Socialismo. Tale soluzione riguarda infatti l’Uomo; tutta la nostra analisi parte da secoli e secoli di sofferenza; tutta la storia ci racconta le forme con cui una classe di pochi sfruttatori ha vessato ed affamato una maggioranza di uomini. Noi Comunisti abbiamo il dovere di essere migliori degli altri su un primo fronte che si chiama “umanità” e “sensibilità” e non lasciare che queste due categorie diventino patrimonio esclusivo delle religioni; esse appartengono a quanto di meglio possa esprimere l’essere umano, quando tanto più si allontana dalle sue origini bestiali, dall’istinto di autoconservazione. Il Comunista lotta per gli altri, prima ancora che per sé stesso. Sentiamo su di noi tutta la sofferenza del mondo e sacrifichiamo noi stessi alla causa dell’Uomo, ovvero l’uguaglianza, la giustizia, il socialismo.  Noi comunisti abbiamo il dovere di divenire punto di riferimento per i milioni di poveri del nostro paese, ma non si diventa punto di riferimento se non si è riconosciuti come “migliori” e se non si è amati anche per le proprie caratteristiche umane. I poveri, i sofferenti sanno riconoscere i migliori ed è pertanto nostro dovere esserlo ogni giorno, essere dei chirurghi politici ma conservare l’afflato umano, folgorare e risvegliare gli spiriti arresi, rinnovandoli ad una nuova vitalità e a quel coraggio che è alimentato dalla ragione e non dall’improvvisazione stolta. Noi comunisti abbiamo ragione, dobbiamo essere in grado di spiegarla, condurre a noi la sofferenza, emancipandola ed educandola alla lotta. La situazione che stiamo vivendo nel nostro paese rappresenta l’aggravarsi di un obiettivo stato di malessere delle classi proletarie. Sappiamo bene che questa è solo una delle condizioni necessarie ma non sufficienti perché si crei una situazione rivoluzionaria. Eppure la socialdemocrazia con le sue soluzioni riformiste è ormai avviata verso il definitivo screditamento nei confronti dei ceti che rappresenta.  Le classi dominanti hanno sempre avuto bisogno di un boia che soffocasse l’indignazione e di un prete che facesse intravedere nei sofferenti un’alternativa che di fatto ne spezzasse le tensioni rivoluzionarie a garanzia dell’ordinamento borghese.

A noi comunisti il compito storico di conquistare i sofferenti, di penetrare negli strati più profondi della povertà, in ogni interstizio di malessere, forgiando infine, attraverso uno slancio soggettivo, una classe rivoluzionaria capace di compiere azioni rivoluzionarie forti, tanto forti, da spezzare o incrinare i governi. Perché, in un periodo di crisi come questo, un governo non cade se non lo si fa cadere.

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