Keynesismo alla giapponese. La fine dei sogni.

24 novembre 2014 di

Articolo di Alberto Lombardo

Uno degli ultimi film – e tra i più belli – del regista Akira Kurosawa si chiama Sogni. Un film in cui storia, passata e recente, e attualità del Giappone vengono trasfigurate in poetici episodi.

Oggi il Giappone si sveglia bruscamente da un sogno di poter raddrizzare la barca della terza potenza economica mondiale attraverso politiche monetarie. Certamente i keynesiani più ferventi riusciranno a dimostrare che questo fallimento non è quello delle teorie preconizzate dal loro vate. Ma certo il “botto” che viene dall’estremo oriente è grosso.

Riassumiamo.

L’Abenomics – ossia l’economia di Abe, il primo ministro giapponese – si è basata su 3 punti principali. In primo luogo una politica fiscale espansiva mirata a stimolare la crescita attraverso l’aumento della spesa pubblica (10,3 trilioni di yen, 90 miliardi di euro, pari al 2% del PIL). Poi una politica monetaria espansiva che ha portato a triplicare la massa monetaria (con l’immissione nel sistema dell’equivalente di 1,4 miliardi di dollari di liquidità aggiuntiva). Infine un programma di riforme strutturali di lungo periodo per consentire un aumento degli investimenti del settore privato.

Nell’immediato i benefici sono stati indiscutibili. Nel primo quadrimestre del 2013 il tasso di crescita annuale del Giappone si è attestato attorno al 3,5% mentre il mercato della borsa valori è cresciuto del 55% in brevissimo tempo; l’avanzo commerciale è cresciuto di trecento miliardi di Yen grazie all’aumento del 12% delle esportazioni. La disoccupazione è scesa al 4,1% e la spesa delle famiglie è aumentata del 5,2%, nonostante la caduta del potere d’acquisto che i salari reali hanno avuto a causa dell’aumento dell’inflazione non compensata da un adeguato aumento dei salari monetari.

Dopo questo primo balzo, l’indice Nikkei ha sperimentato un improvviso periodo ribassista tra Maggio e Luglio 2013 rimanendo comunque in positivo rispetto alla quotazione che aveva ad Aprile 2013.

Oggi il Giappone entra ufficialmente in recessione: una notizia che porta al rinvio del previsto nuovo rialzo dell’Iva e alla convocazione di elezioni anticipate. La Borsa di Tokyo ha reagito con un crollo del 3%.

“Secondo i dati preliminari, nel terzo trimestre il Prodotto interno lordo reale giapponese si è contratto a un tasso annualizzato dell’1,6% – con un arretramento dello 0,4% sul trimestre precedente – dopo il crollo del 7,3% (rivisto in peggio oggi) – pari a -1,9% sul periodo gennaio-marzo – registrato nel secondo trimestre in seguito al rialzo dell’Iva dal 5 all’8% scattato il primo aprile. Gli analisti erano più ottimisti: pronosticavano in media una ripresa del Pil intorno al 2% annualizzato che non si è affatto verificata. Due trimestri consecutivi di calo del Pil equivalgono a una caduta in recessione dell’economia. Una sorpresa relativa, visto che i salari non hanno tenuto il passo con l’arrivo dell’inflazione, che viaggia intorno al 3% se si considera l’effetto-Iva. Gli investimenti di capitale delle imprese sono diminuiti dello 0,2%, mentre le esportazioni nette hanno contribuito positivamente al Pil solo per 0,1 punti percentuali. Molto probabile che il nuovo governo, appena entrerà in carica, annuncerà un nuovo pacchetto di stimoli all’economia (dopo quello da 5.500 miliardi di yen approvato nel dicembre scorso al fine di cercare di attutire l’impatto del rialzo dell’Iva).” (Stefano Carrer – Il Sole 24 Ore – 18 nov 2014)

A questi commenti degli cronisti economici borghesi che dobbiamo aggiungere noi comunisti?

Semplicemente che è ancora una volta provato che le “soluzioni” interne al sistema capitalistico borghese non possono far uscire dalla crisi il sistema. Le “iniezioni” di liquidità, la spesa pubblica a favore dei padroni, tanto invocate da certa “sinistra” neo-post-ultra-keynesiane, possono agire solo momentaneamente, lasciando più guasti di prima, così come fanno dosi massicce e crescenti di droga con un tossicodipendente.

L’azione sul lato della creazione di moneta non è detto che stimoli un corrispondente e adeguato incremento sul lato della quantità di beni e servizi prodotti.

È matematico. Se un lavoratore deve far fare profitto a chi gli “dà” il lavoro, vuol dire che deve produrre di più di quello che egli stesso può consumare. Per assorbire questo plus-prodotto, o ci sono mercati nuovi da “conquistare” o, in epoche di saturazione del mercato, ciò deve avvenire a scapito di concorrenti … oppure si creano le “bolle” finanziarie che prima o poi esplodono in faccia a chi resta col cerino in mano.

La soluzione non può mai essere dal lato della domanda, dal lato della distribuzione. La soluzione è solo dal lato della produzione, rivoluzionando il motivo per cui e per chi si produce.

Non produrre più per il profitto, ma per le necessità sociali stabilite centralmente dai lavoratori.

In una parola: il socialismo.

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