VIOLENZA DI GENERE. VIOLENZA DI CLASSE.

16 novembre 2014 di

Le donne del Partito Comunista partecipano alla manifestazione di Bologna in Piazza XX settembre, concentramento ore 18.00, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne

La giornata contro la violenza sulle donne per noi comuniste non è semplicemente una data da “commemorare” eventualmente  con tanto di gran cassa mediatica, come da alcuni anni a questa parte viene fatto da media e partiti di governo/ opposizione (la differenza non ha più alcun senso!)

La data e la vicenda delle  sorelle Mirabal che la giornata internazionale vuole ricordare,   ci parla di una lotta di classe, fatte dalle donne più povere e sfruttate, contro una dittatura imposta, organizzata e consolidata dallo stato principe del capitalismo.

E ancora oggi la situazione è la medesima: violenza, omicidio e  il disprezzo più atroce contro le donne arrivano  dopo una serie infinita di violenze che la società retta dai  principi capitalistici di prevaricazione  e sfruttamento dei più deboli, viene portata avanti con sistematicità in ogni rapporto sociale, economico, culturale  ed interpersonale.

Il degrado della condizione delle donne, dopo le conquiste degli anni 70 che in Italia sono avanzate grazie alla mobilitazione di massa ed alla presa di coscienza di strati sempre più vasti delle classi lavoratrici, è oggi più intenso che mai, in concomitanza con la condizione di difficoltà sociale e politica che gli stessi strati popolari stanno vivendo.

La forza del capitalismo e l’assenza di una rappresentanza politica e sindacale di classe effettiva,  non solo impedisce ed ostacola la difesa degli interessi  delle classi popolari e in particolare delle donne ma li ricaccia in condizioni sempre più critiche.

In una simile condizione le donne pagano un doppio prezzo di sfruttamento e violenza. Una violenza che inizia con l’esclusione e l’espulsione dal  mondo del lavoro che,  in una situazione di crisi strutturale, caccia per prime le donne, privandole di autonomia ed indipendenza economica,  costringendole allo sfruttamento rappresentato sia dalla disoccupazione che dall’obbligo di sopperire gratuitamente ai lavori familiari e di cura. I servizi pubblici come sanità, scuola , trasporti,  servizi sociali,  inoltre, sono messi  ormai da anni,  pesantemente a rischio dalle politiche liberiste assunte come diktat dalle amministrazioni pubbliche centrali e locali di ogni colore, sempre e solo a danno degli starti popolari e prime fra tutte, le donne.

La privazione dell’indipendenza economica  e delle conquiste legate all’autodeterminazione delle donne ha portato alla progressiva regressione della condizione sostanziale e culturale che nella considerazione generale,  propagandata dai media e imposta da stereotipi tornati imperanti, impongono alle donne un ruolo subordinato, segnato dal pregiudizio e dalla emarginazione sessuale.

In un simile contesto la violenza contro le donne diventa una ovvia, normale conseguenza, ribadita in  famiglia, nei rapporti interpersonali e nelle relazioni sociali che ridisegnano il ruolo delle donne come soggetto da sfruttare nel lavoro, nelle società e nelle relazioni.

Le ipocrite campagne mediatiche contro la violenza alle donne che puntualmente tornano in occasione del 25 novembre, le altisonanti azioni di propaganda dei partiti al governo / opposizione e delle loro vecchie e nuove cinghie di trasmissione,  tendono unicamente a svolgere la funzione di assicurare e mantenere saldo quel che resta del legame di consenso elettorale a queste compagini. Compagini  il cui unico obiettivo è quello di amministrare un potere le cui regole sono dettate dai grandi potentati economici e sociali. Nessun miglioramento può derivare alle reali condizioni di vita delle donne da simili politiche che non solo sono eterodirette ma sono sostanzialmente contrarie agli interessi delle donne delle classi popolari.Partiti, sindacati, associazioni che non mettono in discussione l’attuale sistema sociale fondato sulle regole dello sfruttamento e quindi della violenza,  non possono dunque aver alcuna credibilità nella lotta e nel movimento delle donne contro la violenza.

Le differenze di classe imposte dalla società capitalista generano violenza di classe e ancora più violenza sulle donne delle classi operaie, lavoratrici e popolari. Per le donne ricche non ci sono  differenze né discriminazioni per ragioni economiche o di genere, di sesso o sociali: solo chi vive la realtà sociale dello sfruttamento conosce  sulla propria pelle la violenza che la società capitalista usa abitualmente come propria arma.

Per le donne del Partito Comunista, dunque, occorre unire tutte le forze espresse  nelle lotte delle donne per battere la violenza di genere che non è che un aspetto della violenza di classe  messa in atto dalla classe dominante;  costruire una rappresentanza degli interessi di classe e quindi delle donne di questa stessa classe sociale  con l’obiettivo di costruire una società nuova, retta dal  principio  socialista  dell’ uguaglianza sociale.

Con questi obiettivi le donne del Partito Comunista partecipano alla manifestazione di Bologna contro la violenza alle donne del 25 novembre e invitano tutte le lavoratrici, coloro che hanno perso il lavoro e che vivono le condizioni di sfruttamento ed emarginazione sociale imposte dalla crisi a partecipare al corte che partirà alle ore 18.00 da P.zza XX Settembre.

Monica Perugini, Ufficio Politico, Responsabile donne del PC.

Donne e violenza: cenni di un viaggio nelle periferie del capitalismo

Programmi contro la violenza sulle donne affollano i palinsesti delle televisioni pubblica e privata, mentre

interi canali della tv digitale terrestre e delle pay tv, per non parlare di settimanali, sono dedicati alla

puntigliosa analisi dei casi criminali più o meno eclatanti, con l’unico scopo di alimentare la morbosità di un

popolo sempre più chiuso nelle proprie paure e abbrutito nelle periferie mentali e fisiche nelle quali il

sistema economico e culturale dominante lo ha rinchiuso. E che il pensiero dominante conduca ad un

abbrutimento culturale lo prova lo squallido servizio di Franco Bechis sulla compagna Este Cuber nel

corso dell’iniziativa del Partito Comunista in occasione dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Essere

belle e brave è un binomio incomprensibile per il maschio capitalista, o forse semplicemente pericoloso. Il

confine tra ironia e cattivo gusto è stato decisamente superato, ma considerato l’interprete il copione poteva

considerarsi già scritto.

Violenza fisica e violenza psicologica: se si esclude qualche reprimenda mediocre ed ipocrita sugli stereotipi

culturali dominanti, sembra che i maschi improvvisamente e per i più svariati motivi perdano il controllo sui

propri istinti animali e scatenino tutta la propria rabbia repressa sulla donna, madre, figlia, moglie,

compagna, amante, o una semplice malcapitata conoscente. La ricerca delle cause della violenza fisica e

psicologica sulle donne, una forma di violenza quest’ultima che rende le vittime consenzienti, è lacunosa,

necessariamente lacunosa. In primo luogo perché si sono persi gli strumenti concettuali per un’analisi della

violenza strutturale e della violenza culturale che stanno all’origine delle altre due forme di violenza; in

secondo luogo, perché analizzare le cause strutturali della violenza di genere condurrebbe in ultima analisi

alla scoperta dell’altra vittima della violenza strutturale, ovvero l’uomo, il maschio. E prendere coscienza di

questo stato di sfruttamento ed oppressione è proprio ciò che il sistema dominante vuole evitare.

Le periferie delle nostre città altro non sono che un tentativo di mascherare, di nascondere sotto il tappeto, di

allontanare dai centri ricchi e benpensanti le enormi contraddizioni che l’attuale sistema di rapporti

economici, il capitalismo, genera. Se queste contraddizioni siano sul punto di sfociare in una rivoluzione o si

limitino per ora a generare sommosse e rivolte ancora gestibili con panem et circenses, e qualche

manganellata ogni tanto, non è dato saperlo; quel che è certo è che la crisi del capitalismo, come struttura

economica, e come sovrastruttura culturale, è evidente, si tocca con mano, e siamo noi donne le prime ad

essere colpite dalla perdita di posti di lavoro e dai tagli allo stato sociale, dal degrado urbano, sociale e

culturale, dalle periferie – ghetto. Non sarà però una concezione borghese dell’emancipazione femminile

basata sui diritti individuali e sulla rivendicazione della parità formale tra uomo e donna a fornire un’analisi

adeguata dello stato del capitalismo, né tantomeno può servire ad indicare una via d’uscita.

Come ricorda Marx, e soprattutto come approfondisce in modo ampio e organico Engels, la lotta di

“liberazione” delle donne è una specificazione della lotta di classe, aggiungendo che la condizione femminile

è la prima oppressione di classe, in quanto la divisione del lavoro all’interno della famiglia borghese

rappresenta la prima forma di divisione del lavoro e quindi di sfruttamento nella società capitalistica. Marx fa

emergere un aspetto centrale della società di transizione dal capitalismo al comunismo, definendo la struttura

della giornata lavorativa innovativa rispetto a quella del capitalismo. Solo con il superamento della forma di

produzione capitalistica è possibile far coincidere la giornata lavorativa con il tempo di lavoro necessario.

Questo però può allungarsi grazie allo sviluppo di nuovi bisogni da parte dei lavoratori e delle lavoratrici.

Inoltre, una parte della giornata lavorativa, che attualmente compone il pluslavoro, dovrà andare a comporre

un fondo sociale di riserva e di accumulazione. Anche nella società di transizione (socialismo) il lavoratore

lavora oltre il tempo necessario. L’elemento fondamentale è che il pluslavoro non viene appropriato

privatamente dai capitalisti, ma confluisce in un fondo il cui uso è sociale, cioè destinato agli interessi della

società.

Ed è in questo fondo sociale che troviamo le risorse per l’emancipazione della donna, come dimostra

l’esperienza storica del comunismo novecentesco, con i suoi errori, ma anche con le sue ineguagliabili

conquiste, perché è indubbio che in nessuna società come quelle nate dalle rivoluzioni socialiste

l’emancipazione della donna è stata più alta e completa.

Quello che il pensiero dominante suggerisce oggi in modo più o meno implicito è una contraddizione uomo –

donna, che nella versione più reazionaria si risolve nel “ritiro” della donna nell’ambiente ad essa più

consono, il focolare, e nella versione progressista, sfocia nell’assimilazione uomo – donna, una finta parità

che vorrebbe stendere un velo di ipocrisia e di sfruttamento sulle differenze di genere e di classe.

Il recupero dell’analisi marxista – leninista ci consente di smascherare la falsa contraddizione uomo contro

donna, maschio contro femmina, Marte contro Venere, e di disvelare nuovamente la contraddizione primaria,

quella lavoro contro capitale, affermando la necessità che uomini e donne uniti acquisiscano una coscienza di

classe e lottino contro il proprio nemico di classe, il capitalista, proprietario dei mezzi di produzione.

In questo contesto è chiaro il ruolo della violenza culturale, della continua produzione di stereotipi, affini e

contrapposti, ma tutti atti a fornire una copertura ideologica allo sfruttamento capitalistico: puttana, suora,

madre, moglie, pornodiva, modella anoressica, modella oversize, donna in carriera, casalinga perfetta, donna

copertina, donna immagine, mangiauomini, velina, donna di potere, donna di mafia, donna senza scrupoli,

donna martire, donna vulnerabile, donna compassionevole, donna missionaria. A questi “tipi” fanno da

contraltare gli stereotipi maschili, e i vettori attraverso i quali la cultura dominante veicola questi modelli

sono molteplici, per quanto subdoli od espliciti che possano essere: i media, la scuola, l’ambiente sociale e

urbano, la chiesa cattolica e le altre religioni, tutti agenti ugualmente impegnati a relegare gli uomini e le

donne delle classi subalterne nelle loro periferie mentali per impedire loro di acquisire la coscienza di classe,

l’unica in grado di emanciparli e di liberarli realmente dalla miseria di valori, dall’ipocrisia, dalle menzogne,

dallo squallore, dal baratro materiale, culturale e morale verso il quale il capitale li sta facendo precipitare.

Barbara Mangiapane

Comitato Centrale Partito Comunista

LA VIOLENZA DELL’ATTESA

35 anni, maturità classica, laurea in Lettere Classiche e abilitazione all’insegnamento del Latino e del Greco

al Liceo Classico – tutte con il massimo dei voti – a cui si sommano vari corsi di perfezionamento, stage e il

superamento dell’ultimo concorso bandito per i docenti. Un curriculum come tanti.

Dopo sette anni di precariato, di cui due trascorsi sostanzialmente a casa in seguito alla “riforma Gelmini”,

mi ritrovo con l’ennesimo contratto a tempo determinato in una scuola secondaria di I grado che rientra nella

definizione di “scuola a rischio” perché raccoglie l’utenza di uno dei quartieri più degradati di Palermo,

caratterizzato da un alto indice di disoccupazione e da un ambiente socio-culturale fortemente deprivato che

presenta il perpetuarsi di modelli comportamentali improntati alla violenza, alla sopraffazione e alla legge

del più forte.

Ogni giorno mi reco a lavoro camminando attraverso antichi complessi conventuali e monumenti

storicamente interessanti e architettonicamente pregevoli, ormai in stato di totale degrado. Tale passato, oggi,

dopo decenni d’incuria e abbandono, non sembra più rappresentare il patrimonio culturale di chi abita e vive

in quel quartiere, dove si registrano ancora casi di analfabetismo e la presenza di un elevato numero di nuclei

familiari multiproblematici.

Molti dei ragazzi che frequentano l’istituto presentano notevoli carenze nella sfera cognitiva, affettiva e

psicomotoria dovute, in particolare, all’assenza di stimoli adeguati sul piano civico e intellettuale.

In questo contesto e per lo più senza la collaborazione delle famiglie degli studenti, i compiti che io ed i miei

colleghi siamo chiamati ad espletare quotidianamente sono precisi e urgenti: prevenire e contrastare la

dispersione scolastica, anche con opportune segnalazioni alla Pubblica Istruzione e al Tribunale dei minori;

motivare gli alunni all’apprendimento, facendo spesso i conti con i loro comportamenti oppositivi; mettere in

condizione gli allievi più svantaggiati di recuperare lacune, in molti casi profonde, che riguardano le abilità

fondamentali di saper leggere, scrivere e far di conto; potenziare il livello dei ragazzi che rivelano, invece,

migliori competenze e maggiore impegno e, soprattutto, dare a ogni alunno le opportunità che gli vengono

negate ripetutamente nella società da cui proviene e in cui sta crescendo: mostrare una diversa maniera di

pensare, di agire e di relazionarsi con gli altri; aprire almeno una finestra, se non un orizzonte differente;

appassionarlo al concetto di costruzione, arginando le forti spinte distruttive che improntano il suo

comportamento; spronarlo a porsi degli obiettivi per incominciare a progettare un avvenire che non sia quello

a cui vogliono destinarlo la delinquenza o la disoccupazione che ha già imparato a conoscere; renderlo

consapevole dei propri diritti e doveri, di cittadino e di essere umano.

E nel frattempo attendo.

Attendo dal governo l’agognata stabilizzazione, anche in un ordine di scuola inferiore rispetto a quello per

cui mi sono formata all’Università ovvero nell’ordine di scuola in cui ho effettivamente maturato, da

supplente, la mia esperienza di lavoratrice. Una stabilizzazione che assomiglia a un patto col diavolo, nel

quadro delle 150mila assunzioni, cardine de “La buona scuola”, che costeranno ai neoassunti fino a 125mila

euro grazie al nuovo sistema di scatti proposto dal Governo Renzi, basato sul merito e riservato soltanto al

66% dei docenti. Praticamente ruolo in cambio di decurtazione degli stipendi, a cui si aggiunge la prospettiva

di essere utilizzati su discipline affini e/o in provincia/regione diversa ovvero di restare a disposizione delle

scuole, o di reti di scuole, sia per insegnamenti extra-curricolari sia per coprire una parte delle supplenze

brevi.

Ma soprattutto attendo ancora che quel buco sul muro dell’aula dove faccio lezione con i miei allievi venga

tappato, che la lavagna interattiva multimediale, incellofanata da anni (a detta dei colleghi “di ruolo”) sia

messa in funzione per essere facilitata nell’attuazione di quelle “strategie alternative” che il Dirigente

scolastico mi chiede di adottare, e che siano montate le tende e venga riparata la porta della mia classe,

costantemente aperta. Attendo che venga attivato lo Sportello Psicopedagogico di Ascolto e che qualche

genitore si presenti al prossimo ricevimento per parlare insieme degli studi, delle difficoltà e delle aspirazioni

del figlio.

EMILIA (PALERMO)

IO SONO IO, MA NON È ABBASTANZA.

Io sono io, ma non è abbastanza.

Schiava dall’anello al dito, o tale abbacinante inganno!

Tu così mi vedevi: patetica, coi miei sudori domestici, il mesto silenzio,

lo sguardo posato su terre e passi ferali,

i digiuni di soli e di sorrisi, i pasti frugali,

le notti prestate,

coscienza anestetizzata, avviluppata dal cielo e

prigioniera del fato.

Oscena, coi gonfiori di occhi e di bocche, tu mi mandasti ad offrire

al mondo il mio spettacolo, trafitta da sguardi come spilli sulla pelle,

trascinando di giorno la mia ombra lugubre.

Io sono io, ma non è abbastanza.

Mi liberai di te.

Schiava mi volle anche l’altro padrone, fuori dal tuo regno.

E lì ti incontrai, mio pari, senza diritto.

Io sono io, ma non è abbastanza e tu eri tu e non eri abbastanza.

“ Mi presento, sono donna, son lavoratrice.”

Imparai le macchine, dapprima, e un anello divenni, dentro

una catena.

Un sorriso di destino, accarezzava le mie gesta grossolane dentro i turni

ed i tuoi globi di luce regalavano al mondo il suo “progresso”.

Quale altra menzogna, in un anello!

Divenni brava, persin più brava di te, la migliore.

Di numeri e parole, s’ammantava ora la mia ricchezza,

di orizzonti si riempivano i miei occhi.

L’eccellenza è il mio mestiere.

Io sono io, sono donna, sono brava, ma non è abbastanza.

Tirata per i capelli dalla mano che opprime,

t’incontrai di nuovo ,

coi fiati corti dalla lotta a guadagnar diritti nella terra dei padroni.

Io son donna e son proletaria.

Che fine ha fatto la nostra ricchezza?

Il mostro mai sazio, toglie lembi di carne dalle ossa nei nostri piatti,

vuole la dispensa sempre piena,

Ingordo e tracotante, allunga le sue grinfie unte di sudori umani nelle nostre vite e succhia via.

Caccia fuori la lingua, per ripulire bene bene perché nulla residui su quella pelle grassa; tutto serve a farlo

crescere.

Io sono donna e sono proletaria.

T’ho lasciato ch’eri mio padrone

Ed ora t’incontro nell’agone

A combatter contro il capitale.

Basterà ciò perché che tu cessi di farmi male?

Silvia (Torino)

IO SONO POPOLO, DISOCCUPATA, TERRONA E MAMMA SINGLE

Il padre di mia figlia (che oggi ha 13 anni ) ha pensato bene di sparire dalla nostra vita quando lei di anni ne

aveva appena 1.

In uno stato in cui si fa tanto rumore sulla tutela dei minori speravo di trovare un minimo di appoggio ma la

realtà è molto diversa dalle chiacchere in tv…. In quel periodo non lavoravo ed era stata una scelta ma di

colpo mi trovai sola, senza un euro (lui aveva portato via anche i miei risparmi) e in realtà non riuscivo

nemmeno a pensare a come nutrire mia figlia.

Mi rivolsi ai servizi sociali (vivevo a Lucca) dove come alternativa alla fame per MIA figlia mi proposero di

metterla in una casa famiglia. Scappai a gambe levate.

Ci sono state umiliazioni che non riesco nemmeno a raccontare per intero… per esempio una lettera del

comune che mi imponeva di provvedere immediatamente al pagamento della mensa del nido altrimenti non

l’avrebbero più accettata e dovetti ritirarla.

Ad oggi la situazione non è certo migliorata anche se ho avuto periodi meno peggio con stralci di lavoro .

Sono di nuovo disoccupata da 4 anni e mi arrangio per sopravvivere, facendo alcune ore di assistenza,

faticosamente riesco a far avere una vita dignitosa a mia figlia, ma sono a rischio sfratto da un appartamento

di pubblica edilizia e per morosità, se ciò sarà non so proprio cosa fare.

La disperazione a volte prende il sopravvento ma spesso la rabbia è più forte!!! Sono stufa di vedere gente

arricchirsi col mio sangue . Lavoro per 2 euro e 50 l’ora solo perchè ho la responsabilità di mia figlia e so che

non bisognerebbe accettare il lavoro in nero, sottopagato ,che è solo sfruttamento ed io la penso esattamente

così ma in uno stato in cui non c’è giustizia sociale non ho la possibilità di scegliere

Giusy (Forlì)

CON LE DONNE PALESTINESTI

I civili e in particolare le donne e i bambini palestinesi pagano il prezzo di sangue più alto nel genocidio che

sta portando avanti lo Stato di Israele. Non si tratta di “vittime collaterali” ma di morti voluti, bombardando

scuole, case e ospedali. E’ questo un massacro mirato che tende a colpire ben determinati luoghi dove vive il

popolo palestinese. Per questo le donne comuniste condividono e sottoscrivono l’appello a sostegno delle

donne e dell’intero popolo palestinese lanciato dai movimenti femministe e delle donne e che si

concretizzeranno nelle manifestazioni di mercoledì 6 agosto in tutta Italia. Siamo con le donne palestinesi

che stanno dimostrando di non essere solo vittime e mantengono il coraggio e la determinazione di non voler

abbandonare la loro terra, di resistere come è sempre stato nel passato, contro un avversario potente, il più

potente, che continua a macchiarsi di orrende stragi e massacri, nella perenne connivenza internazionale.

Anche in Italia il ritornello è quello consueto e la politica del governo Renzi e del PD lo dimostra a dispetto

delle ipocrite dichiarazioni che tentano di porre un argine a sinistra, nella convinzione opportunista che tutto

può servire per far cassa quando si va a votare. Resta il fatto che oltre alle dichiarazioni di sostegno ad

Israele da parte delle massime cariche dello Stato, gli affari delle industrie di armi italiane continuano a

proliferare in una sola direzione, quella dettata dall’imperialismo Usa, con un’ Europa, come di consueto,

incapace e silente, asservita agli interessi del potenti. Non a caso le così dette e magnificate quote rosa di

casa nostra, al cospetto di questi orrendi massacri di donne e bambini, non aprono bocca. Le donne

comuniste ribadiscono come debba essere ripristinata la pace ma come debba tornare in primo piano il tema

di come la Palestina debba essere non solo libera ed indipendente ma laica, libera da ogni fondamentalismo

religioso, esempio di laicità politica ed etica così come è sempre stata in una parte del mondo dove religione

ed oppressione di popoli poveri hanno sempre offuscato i veri problemi di politica interna ed internazionale.

Monica Perugini Responsabile nazionale donne Comuniste – Partito Comunista

NON È UN GIORNO DA CELEBRARE MA DA COMPRENDERE

25 novembre Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una violenza che

viene spesso tollerata, dalla donna stessa. Non è un giorno da celebrare ma cercare di comprendere perché

esiste l’esigenza di questa giornata, ricordando che la violenza non è solo quella fisica, ma sono anche le

parole e molto spesso le situazioni in cui le donne sono costrette a fare delle scelte che sono sempre più

difficili, dove lo stato è distante e a volte totalmente assente. Come nel caso della maternità obbligatoria,

dopo il parto si ha diritto solo fino al terzo mese del bambino a stipendio pieno, dopo le donne, se non hanno

la fortuna di avere i nonni, sono costrette a scegliere se lascialo in un asilo privato ovviamente carissimo o

quello pubblico con tempi di attesa lunghissimi, certo si ha diritto ulteriori sei mesi di maternità facoltativa,

ma solo con il 30% dello stipendio, non tutte le donne possono permetterselo soprattutto per il costo della

vita sempre più alto. Questa non è una violenza? Dove una donna è costretta a rinunciare alla maternità o a

essere madre per il lavoro, donne dove sono spesso guardate con fastidio, emarginate o addirittura

mobbizzate, con lo scopo di rimandarle a casa.

Paola (Reggio Emilia)

LA VIOLENZA CHE SUBISCE UNA DONNA QUANDO PERDE IL SUO LAVORO

Perdere il lavoro, lo vivi come un baratro. Un abisso se, come nel mio caso, non si è puntato ad una

“carriera” , ne a un lavoro che gratificasse, ma ad una indipendenza economica per potermene andare fuori

dalla casa natia, piena di conflitti.

Il lavoro mi ha permesso di formare una famiglia. poi mi ha permesso di separarmi e di continuare a vivere

con mia figlia, perchè senza un lavoro, me l’avrebbero tolta.

Oggi devo ringraziare gli ammortizzatori per poter sopravvivere, visto che ho un affitto e non ho supporto

famigliare. Quando finiranno gli ammortizzatori, finirà tutto…e si sta esaurendo anche la speranza. Perché in

questi anni non ho trovato niente, nessun lavoro, per recuperare la stabilità economica, e perchè non ci sono

finanziamenti per chi è disoccupato e non ha nulla.

Non si chiama Più vita, ma solo sopravvivenza.

Non ti senti nemmeno più madre, . perchè non puoi dare supporto a tua figlia, precaria anche lei.

Clara (Faenza –RA)

NON SI TORNA INDIETRO: SEMPRE DALLA PARTE DELLA LEGGE 194 LE DONNE

Frequenti le marce degli irriducibili antiabortisti per l’ ABROGAZIONE della Legge 194 che disciplina

l’interruzione volontaria di gravidanza. In un paese dove tutto sembra essere risolto con la propaganda

mediatica o l’intervento dei giudici che suppliscono vuoti legislativi immensi (come nel caso della Legge

40), realizzando un sistema normativo degno di un puzzle ideato da immaginario legislatore perverso, ancora

è oggi è doverosa la militanza e l’intervento delle donne per difendere uno dei pochi diritti civili garantiti da

una norma compiuta che, dalla sua approvazione, è sempre stata messa sotto attacco dalle forze reazionarie,

in particolare in momenti storici in cui il movimento di classe e delle donne si trova in difficoltà. Occorre

ribadire il concetto in base al quale, nella storia politica del nostro paese, come altrove, le conquiste civili

dopo quelle sociali, sono state ottenute solamente grazie alla presenza di un movimento operaio e dei

lavoratori forte, organizzato in un partito ed in un sindacato che, nonostante notevoli ritardi e reticenze, si

ispiravano alla difesa dei diritti della classe lavoratrice di cui erano rappresentanti, distinguendosi in lotte di

classe che si contrapponevano frontalmente al modello di sviluppo imposto dalle forze reazionarie,

capitaliste e liberiste. Con le conquiste sociali, sono infatti arrivate le conquiste civili e il miglioramento

complessivo della qualità della vita delle classi subalterne. Conquiste e diritti che per decenni si sono creduti

inviolabili, anzi che si credeva potessero aprire la strada al conseguimento di ulteriori miglioramenti, in

particolare nel mondo del lavoro e nella riduzione dello sfruttamento, sono stati strappati via e non avranno

certo possibilità di essere ripristinati in un contesto politico che vede la classe lavoratrice in una posizione di

difesa e di resa, senza essere sostenuta da rappresentanti della propria classe, anzi sovente ingannati dal

fiorire di posizioni opportuniste sempre alla scoperta di nuovi simboli colorati e leader improvvisati. Non è

dunque stato così: le conquiste della classe operaia e lavoratrice sono state svuotate in pochi anni, per mano

dei governi sia di destra che di “centro sinistra”, questi ultimi probabilmente i più pericolosi per la classe

operaia. All’aggressione sociale, per contro, ha corrisposto il fiorire di una demagogia mediatica senza pari,

degna degli insegnamenti di decenni di berlusconismo: gran cassa sui diritti delle donne, parità di genere,

femminicidio, legalizzazione delle coppie dei fatto e convivenze gay, fecondazione assistita. Nulla di quanto

promesso e sbandierato, infatti, è stato compiuto, se non il moltiplicarsi di normative parziali e incompiute,

attaccate continuamente da ricorsi e lasciate nel limbo di un vuoto legislativo tutto da interpretare. E si sa che

in Italia, come in tutto il mondo capitalista, per farsi giustizia occorre solo una cosa: i soldi per difendersi

davanti al giudice. Non solo occorre rinforzare la conoscenza e l’esatta informazione sulla legge 194 ma

ribadire come siano la militanza e l’impegno politico a difendere le conquiste strappate dopo anni di lotta,

impegno politico e forte presenza del movimento democratico dei lavoratori nella politica italiana. Per questo

le donne comuniste stanno dalle parte delle donne ribadendo, che, la scelta, spetta proprio alle donne e che il

principio di autodeterminazione non può essere sacrificato, in difesa della legge 194 e dei diritti delle donne.

Monica Perugini Responsabile nazionale donne Comuniste – Partito Comunista

DONNA E VIOLENZA

Donna e violenza sono due parole che è amaro unire. Ancora oggi ci troviamo a doverlo fare. Perché essere

donna è difficile in una società capitalistica, malata, in corsa perenne verso il denaro e il potere, improntata

sullo sfruttamento.

La parità dei sessi e la dignità della donna gridate e osannate da associazioni e governi non trovano una reale

applicazione costringendo la donna ad un lavoro d’equilibrista per destreggiarsi tra il suo essere lavoratrice,

professionista, madre, compagna,amica, amante, moglie. Un quadro difficile quello lavorativo dove la donna

deve inserirsi, indifferente se sia per affermazione personale o per necessità, e dove troppo spesso deve

affrontare e reagire a violenze fisiche o psicologiche ( insulti, provocazioni, mobbing, pregiudizi, minacce…)

senza alcun aiuto. Perché per le donne il mondo del lavoro e la scalata per emergere in quanto persona e non

soli moglie o madre è doppiamente difficile perché non esiste uno stato che si faccia carico delle richieste

d’aiuto e delle necessità delle donne.

Alle donne resta solo da trovare una grande dose di coraggio e di forza per continuare a lottare per un mondo

fatto d’uguaglianza e possibilità per tutti,un mondo giusto,una società comunista.

Alice (Moena)

FINO A QUANDO LA LEGGE 194

In questi giorni è uscito l’annuale rapporto del ministero della Salute sullo stato di applicazione della

LEGGE 194.

Ancora una volta si tende ad affermare la sostanziale “compatibilità” tra l’elevato numero di obiettori di

coscienza e diritto / possibilità per le donne di ricorrere all’ IVG.

Nel rapporto inoltre non manca il riferimento ai carichi di lavoro cui sono sottoposti i non obiettori ma anche

questo è giudicato “compatibile”, a dispetto di quanto avviene nella realtà e di fronte alla contraddittorietà

delle specifiche situazioni ospedaliere, dove la verità oggettiva è ben diversa.

Quanto ai numeri l’analisi non si basa sugli effettivi bisogni delle aree territoriali: come si spiegherebbero,

altrimenti il pendolarismo, fenomeno sempre più in aumento e di certo causato dalla estrema diffusione dell’

obiezione e il permanere del ricorso all’aborto clandestino?

Quello che è certo è che l’obiezione di coscienza ha un ruolo pesante ed estremamente efficacie, un ruolo

pratico nel rendere la vita delle donne che intendono interrompere la gravidanza sorrette dalle garanzie

previste dal diritto, difficile e complicato. Un ruolo concreto che spinge a criminalizzare le donne che vivono

circostanze sconvolgenti, di estremo disagio e difficoltà per la loro stessa vita. Un ruolo ideologico, dunque,

politico e pratico giacché si afferma che l’embrione conta più della donna e fomenta una cultura reazionaria

ed oscurantista che vorrebbe le donne rinchiuse in casa, private di quella autonomia ed indipendenza che

sono frutto di una cultura progressista e laica, ottenuti in tanti anni di lotte da parte del dell’intero movimento

democratico. Per tutto questo i dati del ministero della Salute devono suscitare indignazione e deve essere

diffusa la consapevolezza di come debbano essere letti in relazione alla loro reale esplicazione sociale e

politica. Fino a quando la legge 194 vedrà l’ammissibilità dell’obiezione di coscienza, infatti, la sua

esplicazione non sarà mai davvero possibile così come il legislatore e prima ancora le lotte delle donne,

avevano ipotizzato, anzi aumenterà il divario fra ricche e povere, ovvero fra coloro che potranno col denaro

tutelare al meglio la loro salute e la loro vita e chi è stato privato di ogni diritto e garanzia, non avendo

disponibilità economiche sufficienti; aumenterà la contrapposizione al radicamento di una cultura laica

sorretta dal diritto, oggi più che mai sotto attacco per mano di un governo che ha fatto dell’ipocrisia il

proprio modo di operare.

Anche questa vicenda, più che mai pratica e che viene pagata a caro prezzo sulla pelle delle donne, sta a

dimostrare come sia distante il gioco delle parti e il teatino della politica governativa che magnifica di

progresso, riforme ed opportunità dal dramma della vita reale.

Monica Perugini Responsabile nazionale donne Comuniste – Partito Comunista

UNIONI CIVILI, L’IPOCRISIA DEL PD: DAL GOVERNO ALLE OPPOSIZIONI LOCALI

LA COERENZA NON MANCA!

Ipocrita da parte del PD mantovano e dei suoi alleati scaricare sulle destre il naufragio della proposta sulle

unioni civili avvenuto in consiglio comunale. Perché quando il centro sinistra amministrava la città, non più

tardi di qualche anno orsono, la proposta di regolarizzare compiutamente le unioni civili, sulla falsariga di

quanto allora accaduto al comune di Padova, pure a guida Pd, non è stato fatto? Anzi, la proposta giunta in

consiglio, è stata fatta ritirare perché il partito maggioritario nella maggioranza, non avrebbe garantito il

successo. Vanificando il lavoro fatto fino a quel momento dall’assessorato alle pari opportunità. Quanto

meno illusorio, se non strumentale, dunque, scaricare su chi non intende certo regolarizzare nessun tipo di

unione civile per motivazioni ideologiche ben chiare e che almeno ha il coraggio di dichiarare apertamente.

Il Pd guida il paese con un governo di stampo semi bulgaro: perché, fra le varie riforme che impone a suon di

maggioranza e con tanto di interferenza presidenziale, non disciplina una compiuta legislazione statale come

fonte superiore che preveda i conseguenti diritti per le coppie di fatto, a prescindere dal genere ? Potrebbe

farlo anche per il caso della fecondazione assistita (eterologa compresa), invece di scaricare una questione

etica su cui le speculazioni non dovrebbero essere ammesse (come avvenuto del resto per i datati esempi di

PACS / DICO) sulle Regioni, dando vita alle assurdità che ne sono derivate (tipo le proposte PD doc di

Emilia e Toscana di permetterla solo con l’obbligo di scegliere per il figlio il colore della pelle uguale a

quello dei genitori: ma non si tratta appunto di fecondazione eterologa? E non viviamo nel clima mediatico

del RESPECT propinatoci ad ogni cambio di canale tv? ). Oppur il 41% vale solo per togliere diritti e

garanzie ai lavoratori e cambiare in senso autoritario la Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza e

dalla lotta di Liberazione dal nazifascismo?

Monica Perugini Responsabile nazionale donne Comuniste – Partito Comunista

UNA VITA A DUE

Viviamo assieme da quasi trent’anni senza aver mai pronunciato il fatidico “sì” né davanti ad un ufficiale di

stato civile né tantomeno davanti ad un sacerdote e siamo ancora assieme.

Eppure le difficoltà della vita, le vicissitudini e i problemi non ci hanno risparmiati.

Dopo cinque anni di convivenza io ho perduto la vista. Per me è stato un colpo molto duro, per il mio

compagno è stato durissimo. E nonostante ciò neanche per un momento lui ha pensato ad una scelta che

molti avrebbero fatto e che alcuni gli avevano persino consigliato. Abbiamo ripreso insieme i fili delle nostre

vite e li abbiamo tenuti ben intrecciati “nella buona e nella cattiva sorte” senza esservi obbligati da alcun

contratto né con lo Stato né con altra entità. Il nostro legame non è idilliaco né trascendentale, niente favole

né principi azzurri né principesse ma solo due vite vissute insieme per scelta. Spesso mi sono chiesta cosa sia

ad unirci nonostante tutto e nonostante le risposte siano state le più diverse, da quelle concrete a quelle

filosofico-morali, una sola le ricomprende tutte: ci vogliamo bene e soprattutto rispettiamo l’altro e le sue

scelte.

Si litiga, ci si azzuffa verbalmente ma mai uno intende sopraffare l’altro. Si gioisce insieme per i traguardi

dell’ uno e ci si consola a vicenda nelle sconfitte che, però, si superano assieme.

Da quasi trent’anni questa è la nostra ricetta per un piatto semplice da gustare lentamente insieme.

Non avendo trascritto il nostro rapporto in qualche registro, però, non possiamo godere di diritti che sono

concessi solo a chi è unito “in matrimonio”. Per accompagnarmi dal medico non gode del diritto dei

permessi concessi dalla legge, in caso di ricovero non viene considerato neppure mio parente, per

l’amministrazione quotidiana della nostra vita e delle mie pratiche burocratiche lui dovrebbe essere nominato

“amministratore di sostegno”! Ma se non avessi il suo sostegno quotidiano quante cose non potrei fare per

vivere una vita normale e dignitosa?

Tutto questo nei codici non c’è, né in quello civile, né in quello canonico e nessuno riconosce un tale valore

aggiunto per questa società . Ma del resto i codici non impediscono la violenza sulle donne da parte di un

genere di uomo predatore e soprafffattore né i bambini dall’abbandono, dalla violenza, dai maltrattamenti e

nemmeno dall’indifferenza.

Un rapporto corretto non sta nei codici e nelle trascrizioni nei registri ma dentro le persone nei loro rapporti

fondati sul rispetto e su sentimenti non codificati.

Anche se la convivenza tra due persone non si chiami matrimonio è pur sempre un valore che questa società

dovrebbe proteggere e valorizzare perché nel matrimonio si sceglie con un sì mentre nella convivenza si

sceglie ogni giorno.

Gigliola (Verona)

LA MANCATA “RIVOLUZIONE” DEL LAVORO SALARIATO

La condizione delle donne, al tempo della crisi del capitalismo, è sotto la luce dei riflettori, e spesso

strumentalmente mutuata dai media, come debolezza di genere contro cui si sferra il feroce spregio maschile.

Potrebbe bastare questo per limitarci ad osservare che, lo sbandierato assioma, per cui, l’entrata delle donne

nel mondo del lavoro, e il conseguente lavoro salariato, avrebbero “liberato” le donne, non solo si è rivelato

falso, ma vero ha dimostrato l’opposto.

Il lavoro, ove c’è, è nuova forma di umiliazione, servitù, oppressione, prevaricazione e sfruttamento. Ove

non c’è, ragione di svilimento, degradazione, emarginazione, disperazione . E’ violenza. Ma tutto questo,

nella democrazia borghese, vale per le donne proletarie, dove i diritti civili disgiunti da quelli sociali, non

incidono in risoluzione alla doppia discriminazione di genere e di classe. Semmai la intensificano. Dividendo

le lotte, e quindi indebolendole, come se la battaglia per l’indipendenza, anche economica, dagli uomini, e

quindi di genere, potesse essere risolutiva e sostitutiva di una lotta ben più ampia, la lotta di classe.

L’idea della emancipazione dagli uomini, surroga e sfuoca il vero obiettivo: l’emancipazione del lavoro

retribuito dal capitale, da cui tutto discende.

La separazione ideale uomini/donne, il borghese metro di conflitto e di contrapposizione, diventa quindi

condizione propedeutica alla stessa violenza, anch’essa duplice: la violenza contro le donne, e la violenza

contro la classe.

Le conquiste sociali, ottenute con le lotte, in quegli anni in cui, all’interno del riformismo era possibile un’

avanzata, sono ora corrose nelle fondamenta e perdute: Le uniche battaglie, oggi possibili, sono battaglie

difensive. Si lotta per non perdere l’ultimo brandello di questo o quel diritto. Dimostrando che, non solo i

margini di conquista sono finiti, ma che nel riformismo, un diritto non è per sempre…

Esasperate condizioni del lavoro, sottrazione di diritti un tempo chiamati “acquisiti”, lo smantellamento del

welfare e dei servizi, dalle mense scolastiche ai consultori ecc, un attacco feroce contro la classe proletaria,

sferrato dal capitalismo, oggi ancor più violento, come risposta di sopravvivenza alla sua crisi.

L’avversità del capitalismo all’emancipazione delle donne è connaturata a questo.

“Nasci, produci, consuma e crepa! E tutto questo fallo nelle peggiori condizioni!” E’ questo il leitmotiv che

da linfa al capitalismo, a cui trae origine, ragione d’essere e risponde la democrazia borghese e le sue false

libertà a cui sottostiamo. E’ massacro sociale!

E’ quindi nella natura del capitalismo l’avversità all’emancipazione delle donne.

Le battaglie per i diritti civili, spesso poste al centro dei conflitti, sino a divenire esse stesse ragioni di

conflitto con il benestare dell’ideologia dominante, non solo sono e saranno inefficaci per cambiare lo stato

delle cose e questa società, ma il loro uso, speculativo e strumentale, mira ad allontanare ogni presupposto

dell’unica vera possibilità di cambiamento dei rapporti di forza tra oppressi e oppressori: la lotta di classe.

Roberta (Bologna)

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