IL CAPITALISMO DISTRUGGE IL MERIDIONE D’ITALIA.

21 settembre 2014 di

Analisi di Salvatore Vicario, CC e Com.Reg.Sicilia.

Il recente rapporto SVIMEZ sull’economia del mezzogiorno 2014 (1), presentato il 30 luglio 2014 alla Camera dei Deputati, ci consegna la fotografia del pesantissimo arretramento del sud, con l’occupazione scesa sotto la soglia dei 6 milioni, al livello più basso dal ’77 (anno da cui sono disponibili le serie storiche di dati), con l’aumento delle famiglie in povertà assoluta aumentate di due volte e mezzo in cinque anni, da 443 mila a 1 milione e 14 mila nuclei, con i consumi crollati del 13% tra il 2008 e il 2013. I dati diffusi illustrano un fenomeno intrinseco nello sviluppo del capitalismo italiano, la cui tendenza però, dall’inizio della fase più acuta della crisi generale del capitalismo, va verso il collasso definitivo della struttura economica del meridione d’Italia.

Nel mezzogiorno, la caduta del PIL (2) nel 2013 si è ulteriormente accentuata, calando del 3.5%  che segue il -3.2% del 2012, vivendo il sesto anno di crisi ininterrotta la cui tendenza si manterrà negativa nei prossimi anni: nelle previsioni dello SVIMEZ-IRPET, infatti, il PIL dovrebbe esser ancora in calo nel presente anno (-0.8% e nel 2015 (- 0.3%). Analizzando il dato più sul lungo periodo, il rapporto evidenzia come dall’inizio della crisi (2008-2013), l’economia meridionale è calata quasi del doppio (-13.3 %) rispetto al centro-nord (-7%), generandosi una vera e propria desertificazione industriale che avvita l’economia nella perversa spirale del calo della domanda e disoccupazione. Da un lato non si aggancia alla domanda estera e dall’altro la domanda interna è in forte caduta con la pesante contrazione dei consumi che si lega al crollo degli investimenti, all’aumento della disoccupazione e dell’emigrazione e alla riduzione delle nascite.

Gli investimenti di lungo periodo negli anni di crisi sono diminuiti al sud del 13% (nel centro-nord -7%). Gli investimenti fissi lordi hanno segnato nel 2013 una caduta maggiore al sud (-5,2%) rispetto al centro-nord (-4,6%), con una riduzione cumulata degli investimenti tra il 2008-2013 del 33%, 9 punti in più rispetto al centro-nord. In particolare nell’industria c’è stato un vero e proprio tracollo: in essa gli investimenti al sud sono calati, dal 2001 al 2013, del 56,1%, con una tendenza maggiore dal 2008 al 2013 col – 53.4 %, ossia più del doppio rispetto al calo, comunque pesantissimo, del centro nord (-24,6). Nelle costruzioni il calo è del 29.4% tra il 2001-2013 e del 26.7% tra il 2008-2013. Pesantissimo anche il calo nell’agricoltura con un -44,6% al sud, quasi il triplo del calo del centro-nord che ha avuto -14,5%. Il processo di ridimensionamento, ovviamente, ha colpito anche il settore dei servizi con un calo del 26.5% al sud, in particolare quelli collegati all’industria che sono calati del 35% contro il -23% del centro-nord. Si contrae anche la spesa pubblica per gli investimenti in infrastrutture che sono precipitati tanto che al sud si spende un quinto di quanto si faceva negli anni settanta mentre al nord si mantengono i livelli di spesa di quaranta anni fa.

L’ondata recessiva continua ha prodotto una crisi economica e sociale devastante che ha travolto il sud, che ha i suoi effetti nel quadro della disoccupazione, già piaga endemica dell’Italia meridionale sin dall’origine dello Stato italiano. Tra il 2008 ed il 2013 è avvenuta una caduta dell’occupazione del 9%, con una incidenza di quattro volte superiore al resto d’Italia; al sud infatti si è concentrato il 60% delle perdite occupazionali complessive a fronte di una quota del totale degli occupati che vale poco più di un quarto (26.3 %, quasi un punto in meno rispetto al 2012). Nel 2013 in Italia si sono persi ben 478.000 posti di lavoro, di questi 282.000 al sud (-4.6%, nel 2012 era del 0.6%). Con le più recenti perdite di posti di lavoro, la soglia degli occupati scende al sud al livello del 1977. Il tasso ufficiale di disoccupazione nel 2013 è stato al sud del 19,7% e del 9,1% al centro-nord. Il tasso di occupazione scende nel 2013 al 42% (negli anni ’70 era al 50%). Nei primi mesi del 2014, al Sud si è concentrato l’80% delle perdite occupazionali nazionali (170 mila unità). Il crollo si concentra nelle fasce giovanili (15-34 anni): tra il 2008 e il 2013, nel mezzogiorno ci sono – 582.100 giovani occupati, di cui il 12% si concentra nell’ultimo biennio (2012-2013), e il trend è in continuo peggioramento considerando che nel primo trimestre del 2014 il dato si attesta a -173.300 (-11.7%). Un altro dato significativo è quello che nel 2013, si è accentuata la perdita (+6%) di occupazione tra chi svolgeva un lavoro precario: il 16,4% di coloro che nel primo trimestre del 2012 svolgevano un lavoro “atipico”, dopo un anno si trova nella condizione di disoccupato o forza lavoro potenziale, di questi il 25.3% è nel Sud. Rapportando questo al fatto che diminuiscono del 36% le posizioni standard nel Sud e aumentano i part-time (+2.5%) e gli occupati atipici (+25%), il quadro dei prossimi anni non può che esser ancora più cupo, dimostrando come sia una spudorata menzogna quella espressa dall’apparato ideologico borghese in tutte le sue varianti, economisti, politicanti e pennivendoli scribacchini, secondo cui l’introduzione di una sempre maggiore flessibilità sia garanzia di aumento dell’occupazione. Le difficoltà economiche portano ad una riduzione della scolarizzazione e dell’accesso all’università (solo il 51.7% accede all’università, nel 2003 era il 72.9%), e con un mercato del lavoro che si determina a sfavore di chi possiede bassi livelli di istruzione, di formazione e “carenza” di esperienza lavorativa specifica, comporta che spesso i giovani sono (quando assunti) i primi ad esser licenziati.

Cresce vertiginosamente la povertà, con un aumento del 40% nell’ultimo anno, e la mancanza di prospettive, in particolare nei giovani. La forbice del PIL pro capite, tra mezzogiorno e resto d’Italia, pur in presenza di una riduzione della popolazione meridionale, nel 2013 è tornata ai livelli di 10 anni fa, passando da 17.913 nel 2008 a 16.888 nel 2013 (17.247 nel 2012). Emblematici sono i dati sui consumi: nel periodo di crisi la caduta cumulata è del 12.7% per le famiglie del sud, con particolare riferimento all’alimentazione (-14.6%), al vestiario (-23.7%) e a salute e istruzione (-16.2%). Tra il 2001 e il 2013 oltre 1.559.100 meridionali sono emigrati, con un saldo negativo di – 708.000 unità, di cui il 70% di giovani. Negli ultimi 50 anni il Sud ha continuato a perdere popolazione, giungendo nel 2013 al minimo storico (dall’Unità d’Italia) di nascite: 117 mila e in rapporto al 2012 la popolazione complessiva meridionale è diminuita di circa 20 mila unità. In base alle previsioni dell’ISTAT nel prossimo cinquantennio, il Sud perderà 4.2 milioni di abitanti, oltre un quinto della sua popolazione.

Dati che fanno dire ai ricercatori che si va formando “una vera e propria nuova geografia sociale che esclude il mezzogiorno”.

Solo miseria e disoccupazione per il proletariato meridionale: non c’è alternativa alla rivoluzione proletaria

I consigli presenti nel rapporto dello Svimez diretti a istituzioni e politica, rappresentano le solite banalità borghesi che il proletariato meridionale conosce ormai da oltre 50 anni. Questa nuova fase della crisi generale del capitalismo ha inciso, come i numeri dimostrano, in modo drammatico sul sud, ma essa ha agito su una base economica che già aveva in sé le caratteristiche del sottosviluppo insite nello sviluppo storico del capitalismo italiano stesso. La storia d’Italia dall’Unità a oggi, è stata una storia di semi-colonialismo interno: distruzione delle capacità produttive, asservimento e subordinazione economica (con la creazione di un mercato protetto a favore del Nord), politica (col clientelismo), ambientale, culturale, ecc. Gestore del sottosviluppo e garante è stato il potere clerico-mafioso. (3) Bisogna concentrarsi come sempre sulla struttura economica per comprendere la realtà e rovesciarla. Così come le crisi economiche fanno parte di questo modo di produzione, lo stesso vale per lo sviluppo diseguale, entrambi fenomeni strutturali del capitalismo. Pertanto l’arretratezza del sud è stata ed è il risultato delle contraddizioni capitalistiche, che, nel loro agire, così come generano degli squilibri tra i diversi settori produttivi, nello stesso modo producono squilibri tra le diverse aree del mondo.

Nel secondo dopoguerra, la borghesia ha prodotto degli “interventi straordinari” per “risolvere” la condizione del sud, partorendo ad esempio la Cassa per il Mezzogiorno, finanziamenti e partecipazioni statali e comunitari per una falsa industrializzazione e le più varie forme di ammortizzatori sociali. Questi interventi non sono stati volti a creare un reale e strutturale sviluppo economico ma rispondevano alle esigenze congiunturali dello sviluppo capitalistico e quindi della grande industria del nord, per soddisfare le esigenze della fase espansiva del ciclo d’accumulazione capitalista, generando un aumento della domanda di beni materiali e strutturali. Nel suo procedere storico, la borghesia italiana nei confronti della questione meridionale si è sempre affidata da un lato alla mano della repressione e dall’altro ai meccanismi regolatori del mercato. Questo ha prodotto solamente l’arricchimento dei ceti parassitari che hanno intascato i fondi statali e le famose “cattedrali nel deserto”, ossia pochissimi grandi impianti industriali (spesso altamente inquinanti) – pensiamo ai petrolchimici siciliani, l’Ilva di Taranto, il Porto di Gioia Tauro, le fabbriche della Fiat – completamente avulse dal contesto economico del territorio. Oggi questa fase, nel processo di ristrutturazione del capitalismo italiano integrato nell’Unione Europea, si è chiuso e dopo l’illusione dell’industrializzazione e dei piani straordinari, il Sud è oggi un contenitore di emarginati e disoccupati, una pattumiera dove stoccare rifiuti altamente tossici, basi e impianti militari intorno ai quali vi è il deserto industriale, con un proletariato schiacciato dalla sotto-occupazione e disoccupazione, nell’emarginazione sociale, finendo spesso per essere la base dove pesca le braccia la borghesia mafiosa, strato egemonico della borghesia meridionale, che dalla “coppola e lupara” è passata alla “giacca e cravatta” della grande imprenditoria e della finanza, esercitando anche il ruolo di controllore sociale e politico-amministrativo.

Per il proletariato meridionale le uniche possibilità nella società capitalista sono la strada dell’emigrazione, della “criminalità” o la schiavitù salariale in loco con condizioni capestro, spesso in nero e/o salari molto al di sotto di quelli minimi contrattuali. E’ assurdo credere ancora nelle illusioni di una risoluzione dello Stato borghese e della classe borghese alle condizioni del meridione e del proletariato: non saranno né riforme né politiche straordinarie a far uscire il sud dal sottosviluppo e a cancellare la disoccupazione e la miseria. Basta osservare i finti piani per l’occupazione giovanile partoriti dall’UE (4) e dal governo Crocetta in Sicilia (5), accolti entusiasticamente dai riformisti, sindacalisti venduti, pennivendoli scribacchini dei giornali borghesi e delle tv, così come la situazione a cui è stata ridotta la formazione professionale: un fallimento dopo l’altro. Inoltre, basta osservare gli stessi dati dello Svimez sugli investimenti pubblici al sud nell’ultimo periodo, per capire che la frazione dominante dello Stato italiano e dell’UE, l’oligarchia finanziaria, non ha oggi alcun bisogno di questo.

Il sud è l’espressione viva dell’imperialismo, fase finale del capitalismo parassitario e putrescente. Il compito dei comunisti è quello di interpretare correttamente il ruolo d’avanguardia all’interno di questa realtà, organizzando la lotta del proletariato meridionale in rottura col capitalismo, nelle specifiche dinamiche sociali, determinate dalla disoccupazione, dalla sotto-occupazione, il sottosviluppo e l’emarginazione sociale, per alleviarne le condizioni attuali e costruire una società non basata sul profitto e il mercato, ma sulla reale pianificazione economica basata sulle necessità popolari e non sugli interessi di una minoranza parassitaria. Solo in uno Stato (fuori dall’UE, dalla NATO e da ogni alleanza imperialista) diretto dal proletariato e con una economia pianificata sotto il suo controllo e i mezzi di produzione nelle proprie mani, sarà possibile per il sud uscire dal secolare sottosviluppo in cui lo Stato borghese italiano lo ha condannato dall’Unità d’Italia fino ad oggi.

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Note:

1)  Rapporto Svimez

2) Da notare come sul PIL del meridione ha una notevole incidenza il calo della produzione nelle raffinerie, per far un esempio la sola conversione dell’Eni di Gela comporterebbe la perdita del 7% del PIL siciliano.

3) La questione meridionale: da Gramsci ai tempi nostri – documento della Conferenza di Potenza del CSP-Partito Comunista – Marzo 2012

4) Comunicato PC-Sicilia sullo “Youth Guarantee”

5) Cosiddetto “Piano Giovani” che avrebbe dovuto garantire l’incontro tra domanda ed offerta, e che in realtà si è dimostrato un totale fallimento, sia come opportunità lavorativa che dal punto di vista organizzativo. Il Piano, anche funzionante, offre in sè solo tirocini di pochi mesi che nella maggior parte dei casi, quando assunti, producono solo contratti di apprendistato.

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