I dati della crisi (del capitalismo) che non si ferma. Come uscirne.

08 agosto 2014 di

Dentro il quadro socio­economico capitalistico della Unione Europea, dopo 7 anni di crisi infinita, la ripresa economica, costantemente evocata ed annunciata come imminente, non si è manifestata e l’Italia torna a trovarsi in recessione “ tecnica “.

I recenti dati ISTAT parlano chiaro: mentre nel primo trimestre del 2014 l’economia italiana aveva registrato una diminuzione del PIL dello 0,1%, nel secondo trimestre la situazione è peggiorata con una diminuzione dello 0,2% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, con una discesa del PIL, su base annua, dello 0,3%, mentre il governo Renzi, finora, aveva previsto una crescita dello 0,8%.

Situazione non molto migliore caratterizza i principali paesi ad economia capitalistica che vedono gli USA, nel secondo trimestre di questo anno, attestarsi su di una crescita del PIL del 1%, il Regno Unito dello 0,8% e la Germania ferma allo 0,0%. La crisi mondiale del capitalismo è lungi dal trovare soluzione.

Per il nostro Paese, un PIL in calo trasmette i suoi effetti velenosi e negativi sui conti pubblici, rendendo sempre meno realistici l’obiettivo del pareggio di bilancio ed il mantenimento del deficit annuo entro il 3%.

Secondo l’ISTAT, la nuova recessione è la sintesi della diminuzione del valore aggiunto dei settori della agricoltura, della industria e dei servizi, ma sembra dipendere, particolarmente, dalla caduta della domanda estera.

Ed ora, quali soluzioni ci prospetterà il governo Renzi? Quali i suoi assi nella manica?

Le ultime previsioni davano il deficit di bilancio annuo al 2,6% a fronte di una crescita dello 0,8%.

Ma nella attuale situazione, quali sono le possibili scelte, rimanendo all’interno delle compatibilità?

Si può bluffare, facendo finta di rispettare i vincoli europei e poi lasciare correre i conti, oppure predisporre una nuova micro­manovra riparatrice.

Il vero buco di bilancio del 2014, per ora, pare riguardare le privatizzazioni previste dal governo Renzi, da cui sono entrati, ad oggi, solo 350 milioni dei 600 programmati della privatizzazione di Fincantieri, in un programma che prevede, tra l’altro, la privatizzazione di Poste e Ferrovie. In alternativa, oppure a completamento di tali misure, Renzi potrebbe dismettere l’ultima quota pubblica di ENI ed ENEL che, ormai, è poco più del 30% del totale, assieme alla definitiva privatizzazione delle imprese partecipate locali.

Infine, vi è il capitolo della cosiddetta “ spending review “, Qui, l’asso nella manica, peraltro già sperimentato, sarà quello dei tagli lineari e, dunque, tagli delle detrazioni fiscali e nuovi aumenti delle accise su carburanti, alcolici e tabacchi che non faranno che deprimere ulteriormente la domanda ed i consumi dei cittadini e dei lavoratori, provocando un ulteriore avvitamento della spirale inflattiva e recessiva che spingerà il Paese verso una nuova e dolorosa tappa della recessione in corso, con i suoi inevitabili effetti di concentrazione ulteriore della ricchezza, aumento della povertà e delle disuguaglianze sociali.

Ecco perchè i comunisti affermano che, in regime capitalistico, non vi è nessuna speranza di ripresa per i lavoratori, i giovani, le donne, i pensionati, i disoccupati e, quindi, per le forze socialmente vive e propulsive del Paese.

Ecco perchè i comunisti propongono una via diversa di uscita dalla crisi, con un pacchetto di misure in grado di intaccare e cambiare alla radice il funzionamento del sistema economico e sociale, decretando la fine del capitalismo ed avviando la costruzione del socialismo­ comunismo in grado non solo di riattivare lo sviluppo ma di mutarne profondamente la natura sociale attraverso una diversa accumulazione e distribuzione della ricchezza e del potere.

Perciò è necessario attuare:

1) La nazionalizzazione, tramite esproprio senza indennizzo, delle principali aziende dei settori chiave della produzione nazionale e del settore bancario come base della pianificazione di un nuovo sviluppo secondo l’interesse dei lavoratori e del Paese.

2) Un sistema capillare e diffuso di controllo da parte di organismi espressione del potere popolare e dei lavoratori in grado di permettere ad essi di partecipare attivamente ed in modo determinante alla scelta ed attuazione degli obiettivi del piano di sviluppo economico.

3) La denuncia e lo svincolo da ogni impegno di pagamento della parte del debito pubblico inmano alle multinazionali ed ai centri speculativi internazionali.

4) Una profonda riforma fiscale che progressivamente riduca fino alla abolizione totale la tassazione dei redditi da lavoro, essendo ciò reso possibile dal controllo pubblico della produzione e distribuzione della ricchezza nazionale.

Sulla base della attuazione di tali misure ed, anzi, per renderle possibili e credibili, i comunisti rivendicano la necessità di uscire dalla Unione Europea come unione di Stati imperialisti fortemente strutturata, e non, viceversa, sulla base di scelte di politica monetaria.

Vogliamo discutere della urgenza di tali misure con tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese, con i giovani proletari che vedono loro negata ogni prospettiva di lavoro stabile, con i disoccupati che il lavoro hanno perso o mai avuto a causa della crisi in atto, con le donne proletarie che, in questa società, sono le più colpite dalla crisi, con i pensionati che, dopo una vita di lavoro al servizio del Paese, si vedono rigettati in una condizione di nuova e più grave povertà, con pensioni

Vogliamo discutere in ogni luogo di lavoro,in ogni scuola in ogni strada e piazza del nostro Paese di una nuova speranza per uscire dal capitalismo che ci trascina nella sua crisi e per costruire una società socialista-­comunista fondata sulla uguaglianza e la giustizia sociale, col potere della classe operaia, dei lavoratori e delle lavoratrici e di tutto il popolo, contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo perpetuato dalla borghesia attraverso la proprietà privata dei mezzi di produzione.

Con i comunisti si può!!!

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