Lombardia. Sconfitto il dispotismo leghista nella sua culla: riconosciuta la legittimità della critica politico-ideologica

19 luglio 2014 di

Due sono gli antefatti della vicenda politico-giudiziaria che mi ha visto coinvolto come imputato. Uno risale al 2005, l’altro al 2006. Nel giugno del 2005 la provincia di Varese vede compiersi, a seguito dell’uccisione di un giovane autoctono da parte di un immigrato albanese, prima un tentativo di linciaggio degli immigrati albanesi ad opera di gruppi organizzati della destra nazifascista, e successivamente una manifestazione eversiva inscenata da questi ultimi a Varese: tutto ciò avviene con la copertura e l’appoggio di militanti ed esponenti della Lega Nord.

Nel novembre 2006 un vigile urbano uccide a Binago, nel Comasco, un nomade sorpreso a rubare in un’abitazione e la Lega Nord organizza una manifestazione per solidarizzare con il vigile. Questa catena di eventi non solo definisce i contorni inquietanti di un clima che richiama, anche se con altri bersagli e altre vittime, quello dei ‘pogrom’ antiebraici di un passato che purtroppo sembra ‘non passare’, ma trova anche un puntuale riflesso negli interventi ospitati dal quotidiano telematico “VareseNews”.

Al centro degli interventi di chi scrive, così come di altri osservatori della realtà del territorio varesino e lombardo, balza agli occhi, con crescente nettezza di riscontri sia socio-politici che ideologico-culturali, il tema della natura, dell’identità e del ‘modus operandi’ della Lega Nord. Emergono, in buona sostanza, a giudizio dello scrivente − giudizio confortato e supportato, ad esempio, da A.Bihr, autorevole studioso dei movimenti politici europei di estrema destra, xenofobi e razzisti, nella monumentale ricerca comparativa L’avvenire di un passato1 −, le coordinate di una formazione politica, la Lega Nord, la cui ideologia è riconducibile «ad alcuni caratteri fondamentali della ‘Weltanschauung’ nazifascista»», come lo scrivente afferma ed esemplifica in una lettera del 12 dicembre 2006 in cui analizza e smaschera i presupposti e le conseguenze della concezione sottesa alle posizioni formulate da una militante leghista nella sua lettera dell’11 dicembre 2006: lettera che ha suscitato, non, come sarebbe stato corretto e opportuno, una risposta argomentata espressa magari in una forma critico-polemica vivace, ma una reazione che si è tradotta in una denuncia per diffamazione a mezzo stampa accompagnata da una richiesta esorbitante (50.000 euro!) di indennizzo per danni morali.

La tesi che esposi era il frutto di un lavoro di inchiesta, di analisi e di riflessione iniziato, in coincidenza con il sorgere e il manifestarsi del movimento politico delle Leghe, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso e confluito in articoli e saggi apparsi su varie riviste (senza che mai, nonostante l’identità dei contenuti e del lessico, si fosse manifestata una reazione come quella posta in essere dalla persona che mi ha denunciato per diffamazione a mezzo stampa). Va detto che l’analisi del fenomeno leghista era articolata e coglieva in esso la compresenza di ‘valori’ eterogenei, laddove è da osservare che la composita ideologia populista su cui si fonda il movimento della Bihr, A., L’avvenire di un passato. L’estrema destra in Europa: il caso del Fronte Nazionale Francese, BFS/Jaca Book, Pisa-Milano 1997.

Lega Nord è costituita essenzialmente da un amalgama di ‘valori’ liberali e di ‘valori’ fascisti. I fatti che seguirono (come, ad esempio, la proposta della Lega di istituire la segregazione razziale nei mezzi di trasporto) confermarono ampiamente la tesi che ebbi ad enunciare ispirandomi in primo luogo all’articolo 3 della Costituzione, oltre che

praticando correttamente l’articolo 21 della medesima, circa il carattere nazifascista (anche se non solo nazifascista) dell’ideologia e della pratica leghiste. In particolare, ho sottolineato che la concezione stessa che postula l’esistenza, la differenza e l’identità irriducibili di un mitico ‘popolo padano’, dotato di una «cultura millenaria, magari proprio barbara e celtica» e non assimilabile al resto della nazione italiana, è intrinsecamente fascista e si ritrova pari pari negli assunti sostenuti dalla militante leghista che mi ha denunciato. Per converso, la negazione dell’altro, il considerare lo straniero come un potenziale nemico è il ‘Leitmotiv’ che percorre come un filo conduttore quegli assunti e ne costituisce l’aspetto più inquietante, essendo connesso alla rivendicazione, avanzata in nome dell’‘identità padana’, non di una politica democratica e progressiva di integrazione sociale, ma di una politica antidemocratica e discriminatoria di esclusione sociale, protesa a colpire le componenti più deboli ed emarginate presenti nel tessuto civile del nostro paese.

Nel delineare questa mia vicenda e nell’inserirla in un quadro più ampio, che è poi quello dell’offensiva reazionaria che si è sviluppata durante gli ultimi venti anninel territorio lombardo (così come a livello nazionale), va rilevato, innanzitutto, il tentativo, reso possibile dal mutamento dei rapporti di forza tra le classi, di usare la legge come strumento di intimidazione politica e di ricatto economico verso gli oppositori.

Sennonché la magistratura vede ancora una presenza significativa di giudici attenti alla Costituzione e alle garanzie che essa pone. Così, il 14 maggio u.s. la dott.ssa Anna Azzena, giudice del tribunale di Varese, ha riconosciuto la piena legittimità del diritto di critica da me esercitato (art. 21 della Costituzione) e mi ha assolto con formula piena. Il dispotismo leghista è stato sconfitto all’interno della sua roccaforte, là dove io l’ho sfidato equiparando in modo del tutto legittimo la sua ideologia e la sua pratica al nazifascismo.

Che cosa insegna la vicenda che ho sinteticamente ricapitolato? La prima lezione che si può ricavare è quanto pesi sul proletariato e sui militanti la mancanza di una forza organizzata che trasformi casi giudiziari come questo in iniziativa politica, sostenendo su tutti i piani (politico, morale e legale) i compagni colpiti dalla repressione e dalla intimidazione poste in essere dall’avversario di classe. Sotto il profilo etico-politico,l’insegnamento più prezioso è forse il seguente (cito da un messaggio di solidarietà che mi ha inviato un compagno): «quando il gioco si fa duro alla fine sono i duri a vincere». Laddove la durezza a cui ci si riferisce è unicamente quella che va messa in campo quando occorre difendere una concezione democratica, egualitaria e solidale.

Eros Barone

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