APPELLO PER LA COSTRUZIONE DELLO SCUDO LEGALE POPOLARE.

26 marzo 2014 di

Si dice, con una celebre frase, che “la borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali” (1). Purtuttavia, la legge, il diritto e la loro applicazione sono sempre stati il mezzo principale e preferito per garantire la continuità e l’operare dei rapporti di produzione della classe dominante all’interno dello stato borghese, qualunque divenga il contenuto di questi rapporti.

Il diritto, la sovrastruttura giuridica emanano – per loro natura – la magia dell’obiettività. Leggi, giudici, tribunali – con il loro complemento applicativo che prevede le condanne e le prigioni di ogni tipo – sono eretti dalle classi dominanti su di un piedistallo di apparente terzietà.
Il marxista conosce però con il suo approccio scientifico  che nel mondo non esistono maghi, ma tutt’al più bravi illusionisti.

La legge approvata nel parlamento borghese viene applicata nei tribunali borghesi: questo è – alla fine – il teatro privilegiato dell’apparente terzietà del potere statale. In esso può dispiegarsi nel modo più efficace quell’illusione che genera nei sudditi venerazione, rispetto, timore revereziale della pubblica potestà.

E’ pur vero che la borghesia – messa alle strette, quando non può trovare altro mezzo – utilizza la repressione nuda e cruda, facendosi beffe dei limiti legali che essa stessa aveva posto al suo agire, utilizzando ogni mezzo ed ogni violenza e trasformando successivamente in legalità ogni trasgressione della legge. Tuttavia, come avviene allo stesso modo nell’illusione della democrazia parlamentare, essa giudica di gran lunga preferibile servirsi di quelle leggi che ha costruito e costruisce ogni giorno per il suo dominio. Solo in tal modo viene garantita quella “apparente terzietà” di cui discorrono Engels e Lenin: si finge che la borghesia stessa sia sottomessa a queste leggi che si asserisce essere più in alto del suo potere, mentre sono esse stesse espressione del dominio; si contrabbanda la repressione come necessità imperativa delle leggi, le quali dovrebbero in se garantire l’eguaglianza per tutti, creando un recinto di azione altresì per il principe.

Lo Stato, i suoi distaccamenti di uomini armati, le sue prigioni, sorgono, come è noto, solo nel momento in cui gli antagonismi di classe sono inconciliabili, ma occorre uno strumento di neutralizzazione e riduzione al silenzio degli antagonismi che possa essere efficace, iniettando l’imposizione dei rapporti di produzione confacenti alla classe dominante attraverso l’arte raffinata del tecnicismo giuridico. Questa è la coperta dell’illusionista che il pubblico ha oggi la necessità di strappare beffardamente dalle mani del mago.

Se negli anni settanta ci si consentiva ormai a sinistra di bollare come panzane ideologiche le prediche borghesi sulla sacralità ed imparzialità della legge e dei tribunali, oggi in questi lacci e lacciuoli si muove ogni discussione delle forze politiche che trovano legittimazione nel teatrino parlamentare. Mai prima d’ora si era avuta una opposizione così aderente ad un ossequio acritico ed ingenuo della legge, pronta nell’additare la responsabilità delle contraddizioni del sistema alla sola deriva morale dei singoli protagonisti, incapace di vedere la realtà dei rapporti di produzione ed oppressione in quelle stesse leggi di cui si invoca l’applicazione come unica difesa del suddito.

L’illusione della terzietà opera secondo processi con gradazioni e fattori complessi, a cui non sono estranee posizioni e sviluppi eccezionali aderenti ad un’idea distributiva della giustizia, ma occorre rendersi conto – sul lungo periodo – che questa strada ha un percorso estremamente marginale ed è prontamente abbandonata proprio nei momenti in cui le contraddizioni e le ingiustizie sociali rischiano di mettere in discussione e svelare il vero fondamento di oppressione dei rapporti di produzione. Più gli antagonismi sono forti, più la mano della legge diventa dura e retriva a concedere spazi di libertà. Lo dimostrano la  persecuzione dei movimenti contro le grandi opere (Notav in testa), la criminalizzazione del conflitto sociale che è entrata come protagonista nei processi penali e nel ruolino di attività delle procure, più della lotta alla mafia, l’applicazione pedissequa della legislazione oppressiva del lavoro.

La classe dominante controlla i vari formanti del diritto: legislativo, giurisprudenziale, dottrinale. Domina naturalmente la produzione del formante legislativo ed è in grado da questa sede di svuotare l’illusione dei diritti costituzionali più importanti, coerentemente controlla l’applicazione esecutiva tramite la polizia e la pubblica amministrazione.
L’egemonia culturale nelle Università consente di dominare anche il formante dottrinale, si pensi al c.d. Forum del Lavoro, ma anche ai progetti apparentemente democratici e di impegno a sinistra portati avanti dall’UIC, ma comunque piegati sull’ossequio della legalità europea, senza porne in evidenza  le contraddizioni, ormai anche evidentemente odiose.
Domina altresì il formante giurisprudenziale: sebbene vestiti di un’apparente terzietà, indipendenza  e venerazione che lo Stato borghese gli concede ed impone ai sudditi, i giudici sono pur sempre soggetti appartenenti alla classe borghese od accolti in essa nel tenore e modo di vita che raggiungono con la nomina ed il loro reclutamento. Anche in tal caso, laddove appaiono porre in essere azioni di giustizia distributiva ed equitativa, essi lo fanno sempre in quei casi ove ciò non metta in discussione i rapporti di produzione. La Corte Costituzionale è pronta a censurare – pur con ritardo significativo – la legge elettorale, ma nel complesso risulta inerte nel censurare quanto la legislazione oppressiva del lavoro vanifichi quel diritto al lavoro ed alla retribuzione dignitosa promesso nella carta fondamentale. Parimenti le varie leggi penali di repressione del conflitto sociale non sono mai affrontate sotto il profilo dell’esercizio del diritto a resistere come espressione della libera manifestazione del pensiero e della partecipazione alla vita politica contenuti nella Costituzione nata dalla resistenza. Nulla infine la critica del liberismo spinto che viola la finalità sociale cui deve essere subordinato il riconoscimento della proprietà privata (art. 41, 43 Cost.).

Nel documento politico licenziato dal congresso del nuovo Partito Comunista, la discussione sulla Costituzione trova finalmente un registro nuovo e senza reverenziale timore. Si afferma appunto che “Ordinamento e diritti, lungi dall’essere acquisiti, costituivano l’obiettivo programmatico a cui lo Stato avrebbe dovuto tendere. Nonostante la rigidità della procedura di modifica, è proprio questa la sua più grande debolezza: per vanificarla è sufficiente non attuarne gli obiettivi. Inoltre, le modifiche, apportate negli ultimi vent’anni alla sua parte attuativa ne hanno di fatto paralizzato quella programmatica.
Disattesa, quindi, stravolta ripetutamente, è di fatto ormai sostituita da una ‘costituzione materiale’ che certifica i rapporti di forza a favore del capitale. Oggi, con l’inserimento del ‘pareggio di bilancio’ voluto dalla BCE e dalla UE, viene definitivamente violentata. “La stalla è aperta da tempo ed i buoi sono scappati”. Se, da un lato, i comunisti devono essere in prima fila per evitarne ulteriori modifiche peggiorative e restrittive, è fuori da ogni ragionevole dubbio che la Costituzione oggi vigente non è più la Costituzione del 1948, frutto dell’unità antifascista e della Resistenza. Soprattutto dopo l’inserimento dell’obbligo di pareggio del bilancio, che avrà incalcolabili conseguenze negative sul piano sociale”

Sorreggono qui due concetti che possono semplificare l’approccio sul reale valore vigente della legge fondamentale. Si suole indicare come Costituzione formale quella astrattamente delineata nel novero delle norme scritte nella Carta Costituzionale. Con Costituzione materiale si suole indicare la misura reale della vigenza di quelle norme scritte. Per un marxista la Costituzione materiale non è nient’altro che l’impronta dei rapporti di forza reali della società. La maggiore o minore misura in cui le norme sociali della nostra Costituzione trovano attuazione rivelano chi dirige ed in quale direzione procede il sistema giuridico e la macchina statale.

La Carta Costituzionale italiana è in vigore dal 1948. Si dovrebbe riflettere se i valori ed i principi contenuti nella forma costituzionale siano mai stati minimamente tradotti in effettivi diritti. Gli attuali rapporti di produzione capitalistica non vengono minimamente messi in discussione se non invocando e una improbabile riforma. Tale impraticabilità viene anche formalmente confessata nell’approvazione del novello articolo 81 Cost., in cui il valore del pareggio di bilancio condiziona l’applicabilità di ogni diritto costituzionale: nella Carta Costituzionale ha fatto ingresso, accanto alla persona, il capitale.

Ma prima ancora che la Corte Costituzionale, è il magistrato di ogni processo che decide se inviare o meno una questione di costituzionalità alla Consulta.
Non esiste un ricorso diretto del cittadino al supremo giudice delle leggi.
Sono dunque questi stessi organi interni dello Stato (selezionati burocraticamente ed elevati ad un tenore di vita da alto funzionario) a pronunciarsi circa la misura maggiore o minore in cui il programma opera.
E’ allora evidente che la loro appartenenza di classe, influisce direttamente sulla concreta applicazione di quei diritti. Ogni volta che, da ultimo, il lavoratore, il proletario compaiono di fronte al giudice del lavoro, sentono sulla propria pelle la mazza ferrata della legislazione sul lavoro che per il giudice è pur sempre legge da applicare.

Nasce dunque la necessità di creare un nucleo di giuristi in grado di accettare un approccio nuovo anche se non inedito al sistema di rapporti di produzione garantito dalla legalità.  Occorre approntare strumenti in grado di smascherare la finta terzietà del sistema di leggi e dei loro applicatori, aprendo le contraddizioni della costrizione dello Stato di Diritto. Occorre dare una mano al pubblico per scoprire la coperta all’illusionista. Grande importanza ha pertanto la predisposizione di azioni volte a censurare l’illegittimità costituzionale delle leggi con le quali in ogni sede il popolo viene – nel diritto del lavoro, nel processo penale, nelle carceri di ogni tipo – represso. Questo è il fronte di azione in cui può essere denunciata la difformità e l’inaccettabilità  della costituzione materiale. Questo è il mezzo in cui è possibile di tanto in tanto portare a casa una vittoria che sua in grado di paralizzare questi strumenti repressivi. Vittorie che possono essere parziali ed effimere, ma  il vero risultato non può mai essere il successo immediato, ma la unione sempre più estesa dei lavoratori che scoprono eguale e senza veli il giogo della loro oppressione.
Occorre che questi strumenti trovati siano condivisi e generalmente applicati in ogni lotta giudiziaria, relazionandone sviluppi e risposte dei giudici, denunciando di volta in volta, con una controinformazione generale politica ma anche accademica la parzialità e l’aderenza al sistema della giurisprudenza che frapporrà la continuità della legge alle speranze di libertà oggi definitivamente isolate dalla discussione politica e giuridica.
Il conflitto va portato altrettanto anche ed in maniera egualmente efficace sul tentativo di costruire una legalità europea che sacralizzi e ponga sul finto piedestallo della terzietà anche gli odierni ed odiosi rapporti di produzione funzionali ai monopoli finanziari ed industriali che controllano la UE. Questo tentativo si dota anche oggi dei suoi distaccamenti di uomini armati, l’istituita EUROGENDFOR, pronti ad operare come nuova ed efficace arma di repressione nel fronte interno degli Stati membri, così svuotati di ogni residua sovranità.
E’ l’ora di un agguerrito CONTROFORUM che possa fungere di supporto ai lavoratori ai movimenti che si impegnano nel quotidiano conflitto sociale, alle organizzazioni sindacali di base più conflittuali che si staccano dalle dinamiche concertative e padronali. E’ l’ora che questo controforum divengo uno SCUDO LEGALE POPOLARE per preparare le condizioni con le quali si possa formare un Fronte Unito di Lavoratori in grado di dispiegare nella maniera più efficace il suo potenziale di contropotere.

Enzo Pellegrin
segretario provinciale di Torino, Partito Comunista,
appartenente al collegio legale di difesa NOTAV.

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