Tanti Partiti Comunisti. Ma niente di Gramsci, Lenin e Stalin.

15 febbraio 2014 di

Recentemente ho partecipato al congresso di una nota associazione culturale, per portare i saluti del  Partito Comunista. In quell’occasione il più alto dirigente locale di Rifondazione, ossia il segretario provinciale, è intervenuto parlando di “sottocultura da frazionismo”.

La definizione mi ha particolarmente colpito perché credo fosse rivolta a noi, che dall’ultimo congresso abbiamo ripreso il nome importante e glorioso di Partito Comunista.

È chiaro che secondo i dirigenti dei sedicenti Partiti comunisti, ovvero Rifondazione e PdCI (che di comunista hanno ormai solo il nome e, purtroppo, il simbolo), funziona una sorta di riflesso pavloviano per cui, riprendendo la vulgata corrente, non si stancano di ripetere che ci sono “troppi partiti comunisti” e che “bisogna puntare costantemente all’unità (!) delle forze di sinistra e non continuare a frammentarsi”.

Sorvoliamo sul concetto di unità, che non deve essere chiaro a questi propugnatori di un fronte comune: l’unità si realizza tra parti appartenenti ad uno stesso insieme, legata da caratteristiche di chiara e oggettiva comunanza. Sotto questo aspetto, quindi, ci si chiede quale unità si possa trovare tra formazioni politiche che, nella realtà, si differenziano per ideali, mezzi e pensiero politico.

Questa voglia di unità si è tradotta negli ultimi anni nella Sinistra Arcobaleno, nella Federazione della Sinistra (con Socialismo 2000), nella Rivoluzione Civile e oggi nella lista Tsipras, che unisce il meglio del fallimento della sinistra degli ultimi vent’anni, da Bertinotti a Mussi, da Ferrero a Ingroia.

Tuttavia, a parte i disastri elettorali di cui importa poco, queste iniziative si sono contraddistinte per l’abbandono pressoché totale di qualsiasi riferimento alla storia del comunismo, per la non volontà di parlare alla classe operaia o al proletariato, ma non solo: hanno ritenuto possibile di mettere insieme un’accozzaglia di partiti, di movimenti, di esponenti della cosiddetta “società civile”, per “modificare lo stato di cose presenti”. In realtà, il fine era quello di assicurarsi un posto in Parlamento, per garantirsi i contributi che permettessero la sopravvivenza delle strutture partitiche e che dessero lavoro a un incredibile numero di “funzionari” della politica, dirigenti compresi. In definitiva si è trattato e si tratta di quel cretinismo parlamentare esposto da Lenin, da loro stessi spesso citato, che da qualche anno è diventato l’unica linea politica percorribile.

In quest’ottica, i comunisti che vogliono unire la sinistra sono, innanzi tutto, una contraddizione in termini. Per quanto attiene, poi, a una eventuale unità dei comunisti – sempre propugnata a parole dopo una sconfitta elettorale o un congresso andato male, ma subito accantonata per salire sul carrozzone dello Tsipras di turno – è anche chiaro che non basta condividere la “superficie” – in questo caso una parola e un simbolo – per dirsi simili e quindi mettere da parte supposte diversità, che si dovrebbero ignorare in nome di un’unità fondata sul nulla. Non si tratta di artifici verbali per dire che noi non vogliamo l’unità – che siamo frazionisti, appunto – si tratta invece di differenze fondamentali, politiche, storiche, di analisi della realtà. Basta leggere il preambolo dello statuto di RC, infatti, dove non troviamo nessun riferimento al marxismo-leninismo (!), fondamento del comunismo. In compenso si legge: “Per realizzare questo fine (la società comunista) il PRC-SE si ispira alle ragioni fondative del socialismo, al pensiero di Carlo Marx.” E Lenin? Colui che ha sviluppato la teoria del Partito; colui che viene citato sempre, dopo ogni sconfitta elettorale, per il suo “Che fare?”; colui che ha sviluppato la teoria dell’imperialismo? Completamente dimenticato.

Inoltre, non c’è un minimo di consapevolezza storica, quando si associa burocrazia e Stalin (in realtà nel preambolo si parla di stalinismo e si usa, quasi inconsciamente, un termine dispregiativo coniato dalla storiografia occidentale): basterebbe documentarsi (magari leggendosi Mertens e le numerosissime fonti che riporta nel suo volume Stalin. Un altro punto di vista) così da non rinnegare uno degli esponenti più importanti del comunismo, dopo il quale ci fu la fine della lotta di classe con l’avvio della coesistenza pacifica di Krusciov. Insomma all’interno di RC il revisionismo alla Pansa, che ha radici lontane, la fa da padrone.

Nello stesso passo si legge che RC rigetta “ogni pratica di relazioni od organizzativa interna al partito di stampo gerarchico e plebiscitario”: si vuole “innovare la tradizione del movimento operaio, quella dei comunisti e delle comuniste in tutto il Novecento a partire dalla Rivoluzione d’Ottobre”, e si abbandona, in pratica, la forma Partito che tale tradizione incarna, poiché è impossibile per ogni organizzazione comunista eliminare ogni tipo di gerarchia. Lo si può facilmente verificare su Wikipedia, se scomodare i classici costasse troppa fatica!

Sempre sullo statuto leggiamo che con i movimenti c’è una discussione “alla pari” e ciò nega, di fatto, l’idea di Partito avanguardia del proletariato. Infine, ma per nulla secondaria, viene la posizione sull’Europa: “E in sede, specificamente, di Unione Europea esso agisce per la costruzione di relazioni strutturate permanenti tra i partiti della sinistra antagonista, comunisti e d’altra matrice, e per l’associazione a questa costruzione dei movimenti e delle associazioni della sinistra della società civile”. In altre parole si sta dentro all’inutile Parlamento europeo, da cretini parlamentari, e non si fa nulla per abbattere la dittatura dell’UE, carnefice dei diritti dei lavoratori, messi gli uni contro gli altri, custode delle banche e padrona dell’euro, strumento di ricatto e costrizione per qualsiasi economia nazionale. Questa posizione ben si traduce nell’appoggio al greco Tsipras di Syriza per le prossime elezioni europee, con l’illusione – ancora una volta! – che sia possibile modificare “da dentro” i rapporti di forza a svantaggio di quel concentrato di monopoli e imperialismo targato UE.

Sul piano nazionale, intanto, si alleano (ancora!) col PD, vedi Sardegna, e quindi con Vendola: è dunque questa la tanto sbandierata unità della sinistra che noi, frazionisti, metteremmo in discussione? È questa la novità, come si legge in chiusura del preambolo con la definizione degli obiettivi, che sono quelli di ricostituire “un nuovo partito comunista di massa, un nuovo movimento operaio e un nuovo schieramento politico di alternativa”? Se sì, la novità non sembra poi tanto originale.

Se, come dice Lasswell, frazionista è «un gruppo appartenente ad un insieme più vasto che operi a vantaggio di particolari persone o di particolari linee politiche» allora, cari dirigenti di Rifondazione, noi non siamo frazionisti.

Leggete il nostro statuto, il nostro programma: non può essere frazionista chi si dedica al recupero dell’unità comunista, con il riconoscimento di radici profonde, sulle quali portiamo la nostra analisi, il diritto di critica e di autocritica, ma senza abbandonarne il solco.

Noi siamo diversi, perché ci richiamiamo a un’unità che può esistere solamente tra comunisti.

Andrea Viola, Partito Comunista Federazione di Genova.

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