TROPPA SPESA PUBBLICA : UNA FALSITA’ COME STRUMENTO DELLA PROPAGANDA BORGHESE.

03 novembre 2013 di

L’annosa e stucchevole questione  dei   costi  della  pubblica amministrazione è sempre  stata, ed  è  un  falso  problema.  Intanto  meglio sarebbe definirli come i costi in  servizi e prestazioni dello stato sociale, giusto per render chiaro di cosa parliamo.

E ancora per meglio chiarire, da ormai un ventennio, e cioè dal crollo dell’Urss e  dei paesi del campo socialista e  dal  conseguente   riassetto  reazionario  dei fondamentali pilastri a tutela dei diritti conquistati dal movimento dei lavoratori  (circuito dell’inserimento lavorativo, contrattazione nazionale, sistema pensionistico; prestazioni socio-assistenziali e sanitarie;  diritto alla casa)  è passato volgarmente il concetto salvifico del taglio della spesa dello stato, utilizzando in maniera scientemente  distorta  i  dati  della  contabilità  nazionale ed  in  particolare quelli del sub-sistema pubblico.

Orbene però, a cosa ci si riferisce, a cosa si riferiscono lor signori?

Al sistema pensionistico, che ad oggi è ancora in attivo?  E ciò nonostante il fatto che, a differenza che negli altri paesi europei, quelle voci definite come assistenziali o di sostegno al reddito, quali cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga, strumenti di mobilità e accordi di solidarietà, sono tutte voci pagate per il tramite dei contributi pensionistici? Ovunque, tranne che in Italia, sono invece a carico della fiscalità generale!

O,  sempre per restare nell’ambito previdenziale, vogliamo chiarire che sono i fondi dei lavoratori dipendenti (che versano tutti quote percentuali superiori al 30%) a garantire le super pensioni (ed eventuali trattamenti per crisi e ristrutturazioni aziendali di cui sopra)  ad esempio ai giornalisti-vip, a categorie di commercianti (non il chiosco del gelataio, sempre per capirci, ma il gioielliere, il gallerista, l’antiquario, ecc.) ed  ai  grandi studi  professionali di quegli avvocati, commercialisti,  notai, architetti,  che  per  altro rimangono al centro  di  ogni  intrigo politico-affaristico?

Nonostante  quest’enorme  ed  ingiusta  sperequazione  di  trattamenti (mettiamo sullo stesso livello la pensione di chi bituma una strada e quella di un notaio?) l’INPS è  un  istituto in attivo, così  come  quello  che  cura  gli  infortuni  sul  lavoro, l’INAIL.

Di cosa parliamo, di cosa parlano quindi?

Possiamo  incominciare  a  vedere   chiaro  sovrapponendo,  l’uno  sull’altro, il recente rapporto-Giarda e  i  dati Bankitalia, proprio in merito al complessivo della spesa pubblica.

Nel  primo,  intanto,  si indicano le spese del comparto sicurezza come primo versante da razionalizzare, dopo un’attenta disamina sviluppata comparto per comparto e  provincia  per  provincia.

Ma è nel raffronto tra le voci di entrata e quelle di uscita, come sopra evidenziato,  che si ottengono i dati significativi.

Le  entrate  nette  dell’amministrazione  pubblica  sono  complessivamente  pari a 841,9 miliardi di euro,  a  fronte  delle  spese computate senza considerare gli interessi,  ammontanti ad oltre 761,6 miliardi di euro.

Tale  semplice  raffronto delinea  un  saldo, definito  primario,  di  ben 80,3 miliardi di euro. Questa stupefacente risultanza viene, però, subito inficiata dal dato della spesa caricato dall’indebitamento (per capirci: tutti interessi sui titoli di stato pagati, in larga parte, a banche d’affari  e società finanziarie)  che è pari a 854,1 miliardi di euro.

E questo sta a significare che il rosso dello stato è da addebitare esclusivamente alla speculazione finanziaria di soggetti privati ai danni della collettività.

Che  poi  la stessa  collettività  sia  pure  danneggiata  dalle  camarille  politiche, comunque  in  stretto raccordo coi gruppi di interesse particolari e lobbistici, è  un  fatto  evidente,  gravissimo,  ma  comunque secondario rispetto  alle  responsabilità della  speculazione  capitalistica,  che  vorrebbe  recuperare nella finanza creativa ciò che  perde  per  effetto del  calo  tendenziale del saggio di profitto (e qui ha ancora ragione K. Marx).

La risultanza dell’avanzo primario, che mai viene citato né spiegato alle larghe  masse, per ovvi motivi) deve essere dunque  il nostro riferimento politico/quantitativo.

Lo  Stato  è  cioè  in attivo,  si  ribadisce, ad esempio quest’anno, di ben 80,3 miliardi di euro ad entrate ricevute e spese pagate.

Il  tema  sarebbe, dunque,  solo  quello  di  eliminare  la porzione speculativa  a  carico della spesa complessiva e, ovviamente ma solo in subordine, di  migliorare  la  gestione  qualitativa  della  restante  spesa.

Rimane fermo che, in una società capitalistica, tanto più in una fase di crisi sistemica come  quella  attuale,  solamente  un  pieno impegno del soggetto pubblico  potrebbe  determinare   un  temporaneo (in quanto si sono esauriti i margini del riformismo e delle politiche keynesiane)  rilancio delle  produzioni  e  della ricchezza, che  si  possa  solo  avvicinare  a  criteri   equanimi  e  redistributivi.

Altro che  nuovo  un  piano di  privatizzazioni, che altro non saranno se non l’ennesima,  scandalosa  svendita  di  beni  pubblici,  industriali  e  patrimoniali.

Dopo i gioielli dell’apparato industriale (quello italiano, una volta il secondo in Europa), e quindi  Alfa-Romeo,  Barilla-Motta-Alemagna, Telecom, Wind, Alitalia, Italsider, ecc., ecc.,  si  chiude la  partita  con  i  patrimoni  artistici  e  monumentali, con  quel  che  resta  dell’ Edilizia  pubblica  residenziale,  con  le  isole, i parchi…

Ma  intanto,  tornando  ai  finti  argomenti  ragionieristici di lor signori, le quantità economiche  necessarie  per  mettere  a  posto  i  cosiddetti  conti  ci  sarebbero.

Mancano  le  scelte.  Che  sarebbero appunto  quelle  diametralmente opposte alle attuali: ma quelle scelte la  borghesia non se le può proprio permettere.

Non  per  il  calcolo  del  ragioniere,  ma  perché  essa  è  impegnata,  in  Italia  come altrove,  a  rallentare  la  sua  inesorabile  uscita dalla storia.

Amerigo Sallusti, Commissione Lavoro Csp-Partito Comunista

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