Comunisti del Mediterraneo orientale, del Mar Rosso e del Golfo.

27 giugno 2013 di

siriaPCDiscorso del SG del CC del KKE in occasione della riunione dei Partiti Comunisti e Operai della regione del Mediterraneo orientale, del Mar Rosso e del Golfo
Traduzione per Resistenze.org
21/06/2013

Ieri, 20 giugno 2013, su iniziativa del KKE, si è tenuto ad Atene un incontro regionale dei Partiti Comunisti e Operai provenienti da Algeria, Cipro, Grecia, Iran, Israele, Giordania, Libano, Palestina, Siria, Turchia. Durante i lavori si è discusso della situazione pericolosa che si sta delineando nella nostra regione. Nel seguito l’intervento introduttivo del SG del CC, Dimitris Koutsoumpas

Cari compagni,

Il KKE vi dà il benvenuto ad Atene per l’incontro dei Partiti Comunisti e Operai della nostra regione. Siamo particolarmente lieti e onorati di accogliervi ancora una volta qui ad Atene, nelle condizioni aspre della profonda e protratta crisi economica che colpisce il popolo greco e tutti i popoli della regione.

La Grecia e la nostra regione in generale, che vivono il 5° anno consecutivo della crisi capitalista in cui si stanno acuendo le contraddizioni interimperialiste, si dispiegano gli interventi imperialisti e si profila il pericolo di una guerra imperialista generalizzata, dimostrano una verità cruciale per tutti i popoli del mondo: la crisi del capitalismo e la guerra imperialista vanno di pari passo.

Le contraddizioni interimperialiste nella regione aumentano i pericoli di conflitti militari locali che assumeranno un carattere generale, poiché i centri imperialisti e i blocchi di forze stanno entrando in conflitto nella regione più ampia, in condizioni di protratte e ripetute crisi, con l’aggravarsi della crisi nel fulcro di questi centri, ossia nell’Eurozona e altrove.

Il sistema capitalista, in particolare oggi che si trova nella sua fase suprema e finale, l’imperialismo, non può offrire nulla di positivo per i lavoratori, per i popoli. Al contrario si intensifica lo sfruttamento di classe, l’oppressione, la barbarie nuda e cruda, la crisi economica e le guerre.

Allo stesso tempo nella nostra regione sono in atto negli ultimi anni importanti lotte dei lavoratori, degli strati popolari, dei giovani. Essi si sono concentrati sulla difesa dei diritti fondamentali che vengono estorti in maniera brutale, lottando duramente contro le conseguenze della crisi capitalista, contro gli sforzi del capitale, dell’Unione europea, del Fondo monetario internazionale e dei governi borghesi di scaricare il peso della crisi sulle spalle della classe operaia, con il fine di salvare la redditività dei monopoli, in Grecia e negli altri paesi.

I regimi antipopolari, come in Egitto e in Tunisia, sono stati colpiti dai movimenti popolari della regione. Si tratta di regimi che per molti anni sono stati sostenuti dalla classe borghese e dagli imperialisti e da vari meccanismi del capitale, come l’”Internazionale socialista”. O come in Turchia, contro la violenza e la repressione di stato del governo Erdogan, contro la politica del neo-ottomanismo, che di recente ha portato milioni di persone comuni nelle strade delle principali città del nostro paese confinante. Oggi qui ad Atene esprimiamo nuovamente la nostra solidarietà, in particolare verso il PC della Turchia.

In altri paesi, i popoli armati, come in Siria e Libano, stanno cercando di fronteggiare gli scoperti interventi imperialisti e i piani degli Stati Uniti, di Israele e delle altre potenze.

Tutte queste cose dimostrano che i popoli non si arrendono, lottano, entrano in conflitto. Ma, purtroppo, non sempre con la determinazione e l’orientamento che gli sviluppi della nostra epoca richiedono.

In queste condizioni complesse, gli slogan che hanno risuonato negli ultimi anni nelle manifestazioni di protesta in Grecia – “Lavoratore senza di te non gira nessun ingranaggio; puoi fare a meno dei padroni”; “La legge è ciò che è giusto per i lavoratori e non per il profitto capitalista” – si fanno sempre più connessi a quello che i manifestanti gridano fuori della base USA-NATO di Suda – “Né terra, né acqua per gli assassini dei popoli” – chiedendo il disimpegno del nostro paese dai piani imperialisti, in modo da sottrarre lo spazio aereo, di terra e di mare del nostro paese alla guerra imperialista contro la Siria, contro l’Iran, contro altri popoli della regione.

Cari compagni,

L’obiettivo della riunione di oggi è di esaminare congiuntamente gli sviluppi, per concordare posizioni che contribuiranno alla condanna di massa degli attacchi contro i popoli e per lo sviluppo della lotta popolare.

Questa non è la prima volta che i Partiti Comunisti e Operai sono chiamati a fronteggiare la situazione e a resistere alla guerra imperialista, sia in Iraq o in Afghanistan o in Libia e in Mali.

Ma, oggi, dobbiamo prendere misure per informare e rendere consapevoli la classe operaia, gli strati popolari e la gioventù, sia nella nostra regione che più ampiamente.

E questo è necessario perché gli imperialisti nascondono i loro scopi dietro vari pretesti, costantemente alla scoperta di nuovi o vecchi trucchi della propaganda, nel segno di Goebbels. Tra questi pretesti emergono la presunta “guerra al terrorismo” o il presunto “uso di armi di distruzione di massa”, e ancora la pena per la “tutela delle minoranze” e il loro supposto interesse per il “ripristino della democrazia”, ecc.

Nel loro tentativo di convincere la classe operaia e le masse popolari sulla necessità degli interventi e della guerra imperialista, hanno dalla loro parte le forze dell’opportunismo all’interno dei movimenti, che in quanto “voce della sinistra” sono il loro alibi.

Queste forze opportuniste talvolta ripetono apertamente gli argomenti dei centri imperialisti, come il Partito della Sinistra Europea (SE), ad esempio nel caso della Libia, sostenendo l’offensiva della NATO. Altre volte “si lavano le mani”, come stanno facendo nel caso della Siria, ma “rigurgitando” gli argomenti delle forze politiche borghesi e in questo modo facilitando l’offensiva imperialista, come ad esempio SYRIZA in Grecia.

Tuttavia, l’intervento imperialista e la guerra non sono in corso a causa di questi pretesti, né l’imperialismo è preoccupato per la “democrazia” in Siria. Le uniche ragioni per questa guerra sono le contraddizioni e le rivalità che si creano sul terreno del capitalismo e che oggi ne permeano tutta la sua natura. La ragione è la feroce rivalità che emerge tra i grandi gruppi monopolistici, le classi borghesi e gli Stati capitalisti (più o meno forti), per la ripartizione delle quote di mercato, il controllo delle risorse naturali (energia, minerali, acqua, ecc) e le rotte di trasporto di queste risorse (oleodotti e gasdotti, così come delle arterie di navigazione e le infrastrutture: porti, aeroporti, strade).

Qui la ragione ultima degli attuali sviluppi nella grande regione che abbraccia l’”arco” che si estende dal Nord Africa, e include il Mediterraneo orientale, il Medio Oriente, il Golfo, il Mar Caspio, il Caucaso e i Balcani.

In tutta questa regione, si stanno sviluppando feroci rivalità, per la spartizione di nuove risorse energetiche e una violenta contesa per le risorse che in passato erano divise in un modo diverso.

Le maggiori potenze si affrontano in questo conflitto, esercitando un’influenza sugli sviluppi attraverso “attori regionali”, ognuno dei quali, tuttavia, ha i propri obiettivi particolari.

In questo senso osserviamo oggi che oltre Israele, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti assumono un ruolo attivo nell’intervento per il rovesciamento del regime siriano.

La contesa viene condotta con ogni mezzo possibile. Flotte navali si stanno radunando nella regione, sistemi di armamento d’arma vengono dispiegate, è già noto che Israele possiede armi nucleari.

Noi comunisti non dimentichiamo che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, specificamente violenti”. Questo è ciò che vediamo profilarsi in Siria oggi, dove il conflitto è feroce e minaccia sviluppi più generali, in un “effetto domino” che minaccia una regione molto più vasta.

Non ci deve sfuggire che una potenza imperialista può non avere esitazioni nel mettere una regione a fuoco e fiamme, anche se non ha la capacità e i mezzi per integrarla nella propria sfera di influenza politico-economica. La sua scelta può essere di trasformare una regione, per tutto il tempo necessario, in un “mattatoio”, per impedire la penetrazione degli interessi imperialisti antagonisti e ostacolare l’influenza economica e politico-militare di una potenza rivale.

Gli sviluppi che sono in atto nella nostra regione non possono essere completamente compresi se non li esaminiamo attraverso il prisma di due importanti fattori globali.

Il primo fattore è la crisi del capitalismo, che ha colpito contemporaneamente, nel corso degli ultimi 6-7 anni, gli stati capitalisti forti. Una crisi dovuta alla natura del sistema capitalista stesso e che ne dimostra i limiti e la difficoltà di riproduzione del capitale, a causa della caduta tendenziale del tasso medio di profitto.

Nessuna “formula” politica può portare a una via d’uscita dalla crisi favorevole al popolo. Anche in quei paesi che sono usciti dalla recessione e sono stati stabilizzati la “crescita” non può che essere anemica. Questa “crescita”, sostenuta dallo smantellamento dei diritti sociali e del lavoro, dal tracollo delle retribuzioni e delle pensioni, dalle ampie privatizzazioni, dalla mercificazione della salute e dell’istruzione, ecc, scivola senza dubbio verso una nuova crisi economica ancora più profonda.

Il secondo fattore è che in queste condizioni e a causa dello sviluppo capitalistico ineguale a livello globale, si stanno sviluppando nuove potenze capitalistiche, che mirano al loro coordinamento per rafforzare la loro posizione nei “centri decisionali”, come nelle organizzazioni internazionali, le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio, la Banca Mondiale, ecc.

Per questo motivo sono state create nuove unioni regionali e globali, che ovviamente non incontrano la reazione positiva dei poteri costituiti, che vedono la perdita di posizione nel PIL globale, nella ripartizione dei mercati e delle materie prime. In effetti, conflitti e scontri si stanno sviluppando in altre regioni del nostro pianeta.

Tuttavia, i problemi rimangono particolarmente complessi nella nostra regione, anche a causa del “mosaico” di nazionalità e religioni, dei problemi internazionali irrisolti, come la questione palestinese o la questione dell’occupazione israeliana dei territori siriani e libanesi, così come l’occupazione turca dei territori ciprioti.

Inoltre, vi è la questione dei problemi bilaterali, come ad esempio la delimitazione della ZEE [Zona Economica Esclusiva] nel Mediterraneo orientale, così come la situazione nel Mar Caspio. Ci sono sempre nuovi sviluppi per quanto riguarda questi aspetti, come ad esempio:

- L’aggressività reiterata di Israele contro il popolo palestinese, con la politica degli insediamenti e le continue provocazioni e attacchi.

- La preparazione del terreno per un nuovo piano, simile a “Annan”, a Cipro, che non garantirà una soluzione giusta e praticabile.

- L’atteggiamento della classe borghese turca sul Mar Egeo, che non riconosce il diritto marittimo riguardo la demarcazione delle frontiere greco-turche nel Mar Egeo.

Naturalmente, nella fase che attraversiamo siamo preoccupati soprattutto per la situazione in Siria, con l’installazione di sistemi “Patriot” della NATO in Turchia, il ruolo della base di Suda, (dove le navi da guerra degli Stati Uniti si riforniscono di carburante), la decisione dei ministri degli Esteri della UE di togliere l’embargo sulle armi ai gruppi armati che combattono in Siria, e non ultimo la posizione degli Stati Uniti, che offre un segnale di aperto sostegno alle forze armate che combattono contro il regime di Assad.

Il ruolo aggressivo della NATO e dell’UE sta diventando ancor più chiaro in queste condizioni. Quelle forze politiche che promettevano “sicurezza” e “pace” grazie all’integrazione del nostro paese in queste organizzazioni imperialiste, sono confutate.

Queste unioni sono “alleanze imperialiste predatorie” e non possono essere “democratizzate” o “umanizzate”, come reclamato dalle forze socialdemocratiche e opportuniste. Sono alleanze ostili avverse agli interessi della classe operaia e degli strati popolari e devono essere denunciate dal movimento popolare, che deve lottare contro i loro piani, fino allo svincolamento e disimpegno finale. Ciò può essere garantito solo da un altro potere, il potere della classe operaia-popolare.

Compagni,

Il periodo trascorso dagli sviluppi in Egitto, Tunisia e in altri paesi ha fornito ulteriori informazioni, cosicché siamo più capaci ad esaminare la situazione in relazione alla cosiddetta “primavera araba”.

Ora possiamo meglio distinguere da un lato la reazione e la lotta popolare contro la linea politica antipopolare dei regimi di Mubarak e Ben Ali, per le legittime rivendicazioni. E dall’altra, il piano covato dagli stati maggiori delle potenze imperialiste riguardanti il “Nuovo Medio Oriente”, per controllare meglio gli sviluppi e renderli compatibili con gli obiettivi delle classi borghesi per l’ulteriore sviluppo del capitalismo e l’adeguamento della sovrastruttura politica alla base economica di questi paesi.

Siamo in grado di trarre conclusioni sui metodi per manipolare le persone e sulla necessità di una linea di lotta che unisca e mobiliti le forze popolari. Gli importanti problemi quotidiani devono essere la lancia contro il cuore dei regimi capitalisti, per radicali cambiamenti, per il rovesciamento del potere del capitale, dei monopoli, per il cambiamento socialista.

Cari compagni,

Il KKE dal primo momento ha denunciato l’intervento imperialista in Siria. Ha espresso la sua solidarietà con il popolo e ha sostenuto che solo il popolo siriano, senza ingerenze e ricatti stranieri, ha il diritto di determinare il futuro del proprio paese.

Allo stesso tempo, continuiamo a esprimere la nostra solidarietà in ogni occasione con la lotta del popolo palestinese, denunciando la barbarie israeliana. Il KKE, in vari modi, ha preso una posizione contraria alla cooperazione militare del nostro Paese con Israele e ha intrapreso un’iniziativa internazionale per il riconoscimento di uno Stato palestinese sovrano e indipendente con Gerusalemme Est come capitale.

Il nostro Partito ha sostenuto e sostiene la lotta del popolo cipriota per una Cipro unita, indipendente, con una soluzione federale bi-zonale, bi-comunale, con una sua univoca sovranità e identità internazionale, senza basi e truppe straniere, una patria comune per i turco e greco-ciprioti, senza garanti stranieri e protettori.

Il recente 19° Congresso del Partito, che si è svolto con successo, ha valutato positivamente questa attività e si è occupato, in particolare, della presa di posizione dei comunisti in relazione alla guerra imperialista. E questo perché una guerra furiosa tra gli stati capitalisti forti e i monopoli è venuta alla ribalta sempre più chiaramente.

Ci sono questioni aperte nel quadro delle contraddizioni interimperialiste più generali, soprattutto nella nostra regione, oltre alla ZEE e all’energia. Sono questioni gravide di pericoli per il coinvolgimento della Grecia, e di altri paesi, in una guerra e negli interventi da uno dei lati delle alleanze imperialiste. Nulla può essere escluso, compresa una guerra imperialista.

Non dimentichiamo che prima delle due guerre mondiali si manifestarono grandi crisi capitalistiche con carattere globale.

E anche oggi il capitalismo attraversa una profonda crisi, che abbraccia, in una misura più o meno estesa, molti paesi in Europa, così come il Giappone e gli Stati Uniti. Questa è una crisi che si combina con il rafforzamento delle potenze capitalistiche emergenti alla ricerca di un ruolo più significativo negli affari mondiali.

Questo nuovo mondo “multipolare” non è così “nuovo”. Semplificando possiamo dire che quando esisteva l’URSS, i governi dei vari paesi capitalisti hanno compiuto tutti gli sforzi per smussare le loro differenze e convergere in un “fronte” contro le forze del socialismo.

L’URSS era un sostegno per i popoli, per la loro lotta e, naturalmente, in una certa misura era in grado di prevenire alcuni piani imperialisti.

Ora che l’URSS e gli altri paesi socialisti dell’Europa centrale e orientale non esistono più, le contraddizioni tra i paesi con lo stesso sistema socio-politico capitalista si manifestano più intensamente di prima, inducendo alcuni a parlare di una “nuova architettura” delle relazioni internazionali.

Ma, quelli che parlano di una “nuova architettura” delle relazioni internazionali e di un mondo multipolare, promettendo che le differenze saranno risolte d’ora in poi con “tavole rotonde”, alimentano illusioni tra i lavoratori, ignorano le contraddizioni che si stanno sviluppando e il fatto che il capitalismo stesso genera le crisi e le guerre.

Il 19° Congresso del KKE ha rilevato la necessità per i lavoratori e soprattutto per i comunisti di conoscere i pericoli, sottolineando che: “In qualsiasi caso e qualsiasi forma assuma la partecipazione della Grecia nella guerra imperialista, il KKE deve essere pronto a guidare l’organizzazione indipendente della resistenza operaia e popolare e collegarla con la lotta per la sconfitta della classe borghese interna ed esterna, considerandola alla stregua dell’invasore”.

Su tale base, l’obiettivo di lottare per il potere della classe operaia-popolare contribuisce a evitare l’allineamento con la classe borghese o con sue sezioni, evitando l’assimilazione dei movimenti popolari agli obiettivi e alle aspirazioni delle potenze imperialiste.

Il KKE ha sempre preso posizione nelle iniziative e nelle mobilitazioni popolari su tutte le questioni di minacce imperialiste, interventi e guerre.

Il Partito aspira che gli obiettivi di svincolamento del nostro paese dalla guerra imperialista, da ogni tipo di intervento e per la rimozione delle basi e armi nucleari straniere, debbano diventare obiettivi di lotta e siano assunti dai sindacati, dalle organizzazioni di massa e nei raggruppamenti sostenuti dal Partito, come il PAME nel movimento operaio, il PASY nel movimento dei contadini, il PASEVE nel movimento dei lavoratori autonomi e dei ceti urbani piccolo-borghesi, il MAS nel movimento studentesco, l’OGE nel movimento delle donne, così come nelle altre iniziative e organizzazioni di massa nell’ambito delle attività antimperialiste e contrarie alla guerra, come EEDYE.

La classe operaia e gli strati popolari della nostra regione, con i comunisti in prima linea, devono assumersi l’onere della lotta contro lo spargimento di sangue, che viene promossa dagli imperialisti nella regione, al fine di servire i loro interessi.

Il coordinamento delle attività dei Partiti Comunisti e Operai diventa qui insostituibile. Tale coordinamento, a nostro avviso, deve essere combinato ovunque con la rivelazione che la soluzione per la vera sicurezza e la prosperità dei popoli della regione non può essere fornita e garantita da chi ha come unica preoccupazione quella di aumentare la redditività del capitale e servire gli interessi monopolistici della regione.

La soluzione si trova solo nella lotta per il rovesciamento della causa che dà luogo a contraddizioni, conflitti, conflagrazioni militari. Nel rovesciamento del capitalismo e nella costruzione della nuova società socialista, libera dalle distorsioni e dagli errori del passato, sulla base dell’esperienza ormai accumulata e dalle lezioni-conclusioni che abbiamo tratto. Perché questa società è, in sostanza, come dice il poeta, il vero “regno” della fratellanza di tutti i popoli, della pace e della prosperità popolare.

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