Economicismo e riformismo sfrattati dal capitale: ma nessuno se ne accorge.

18 settembre 2012 di


Economicismo e riformismo sfrattati dal
capitale: ma nessuno se ne accorge.

di Enzo Pellegrin – segretario provinciale di Torino CSP Partito Comunista.

 

 

Una lucida consapevolezza pare trasparire dalle preoccupate parole di Alfonso Gianni nel suo articolo “Il fiscal compact cancella la sinistra” pubblicato sul Manifesto di sabato 15 settembre. A poco a poco, pur senza rendersi conto pienamente delle conseguenze, Gianni ammette che lo zelo europeista dei partiti sedenti in Parlamento ha portato alla costituzionalizzazione di una governance europea in virtù (o meglio a cagione) della quale “ci aspettano venti anni nei quali, qualunque sarà la maggioranza di governo, si dovrà tagliare il bilancio di un 3%, circa 48 miliardi di Euro ai valori attuali. Keynes è stato cacciato dalla legislazione di bilancio e dalla Costituzione”.

C’è chi invece continua inconsapevolmente a dirigersi verso il baratro politico a velocità sostenuta, discutendo se la direzione della sinistra debba tendere verso un modello arcobaleno (già punito pesantemente dal voto del 2008 che ha sancito l’espulsione dalle aule parlamentari) oppure verso una alleanza progressista, in entrambi i casi rifiutando di affrontare il problema del guinzaglio dato dalle istituzioni europee.

Tutto ciò dimenticandosi per strada che i vincoli costituzionalizzati del patto fiscale europeo impediscono di condurre una qualsivoglia politica economica senza un automatico massacro sociale.

Gli stessi temi privilegiati dell’economicismo caro alla sinistra progressista (l’imposizione di una patrimoniale seria e la lotta all’evasionbe fiscale) appaiono oramai strumenti insufficienti. La più grave crisi finanziaria della storia del capitalismo, culmine della crisi di sovrapproduzione in atto da decenni, rende insufficiente una politica redistriubutiva. Il destino delle classi lavoratrici, delle classi proletarizzate ed in via di proletarizzazione appare legato alla creazione di nuova ricchezza sociale diffusa, ipotesi francamente difficile a questo stadio della crisi, soprattutto in Europa, ma sicuramente esclusa per forza di legge costituzionale dalle regole del famigerato patto di schiavitù europea.

Sembra rendersene conto pure Gianni, che però non mostra la lucidità necessaria a capire che la semplice ridiscussione del fiscal compact o è impossibile o non può spostare di molto l’ago della bilancia, tenuto conto dello scarso potere contrattuale in seno al sistema: il fulgido esempio sta nelle vicende della sinistra di Hollande, ascesa al potere sulla base di un programma pur moderato, ma comunque messo in cantina non appena si è concessa l’approvazione parlamentare del fiscal compact.

Una serie di circostanze di fatto ineludibili impongono quindi di riflettere sulla serietà di una proposta alternativa che sia fondata sulla radicale trasformazione socialista della società: a partire dall’uscita dalla Ue, per arrivare alla espropriazione dei fondamentali mezzi di produzione per conferirli ai lavoratori.

Dal momento che le regole europee appaiono svolgere un fortissimo ruolo di annullamento di ipotesi politiche “riformiste”, legate al miglioramento delle classi lavoratrici, operando sulle norme esistenti, un grosso colpo appaiono subire anche i calcoli di aggregazione sui temi referendari.

L’eventuale ammissione e vittoria dei quesiti riguardanti la riforma dell’articolo 18 sui licenziamenti economici, potrebbe venire metabolizzata ed esautorata dal sistema alla pari di quel che è successo cl referendum sull’acqua ed i beni comuni; l’esperienza storica insegna: dei referendum più votati della storia le leve del potere ne hanno impunenmente più o meno fatto carta straccia o perlomeno carta dimenticata in archivio.

Quasi nessuna forza politica che si affaccia sul panorama elettorale appare aver seriamente considerato la necessità di spezzare il legame della società coi rapporti di produzione neoliberisti e neocoloniali dell’Unione Europea, superandoli però nel vero senso di una trasformazione socialista. Nemmeno la panacea del buonsenso e della decolorazione politica propugnata da Grillo, sino ad ora percepita come impulso di rottura con il vecchio potere, ma tremendamente assente nello specificare come reagire in quale direzione e con quali forze invertire la rotta prefissata dai poteri di Bruxelles.

Non avere una forza politica in grado di spingersi al di là di queste cartacee colonne d’Ercole rende vano ogni progetto e tranquilli tutti coloro che sono legati ai vecchi rapporti di produzione e potere, oggi resi più sicuri da una società in cui la legge ha nascostamente abolito la sinistra riformista e keynesiana.

Una tra le poche forze ad aver capito la necessità di questo salto necessario è CSP Partito Comunista. Gli unici a dire chiaramente che l’alternativa sociale passa per la lotta di emancipazione dal capitale, per l’uscita dalla UE, per la trasformazione socialista della società con la nazionalizzazione di gruppi di imprese – la Fiat come primo esempio – che lo Stato ha pagato tre volte senza ricevere nulla in cambio.

A queste opzioni sembra interessata una moltitudine crescente di sinceri comunisti e cittadini che vivono le estreme contraddizioni della crisi sulla loro pelle e sono lasciati nella tempesta dall’incertezza politica o dall’apparente inutilità delle forze di vecchia appartenenza.

Sull’altro versante nessuno si è accorto nè si accorge della cristallizzazione del capitale nello Stato Assoluto.

Eppure non mancano gli esempi storici: l’emancipazione dell’America Latina dal giogo neoliberista è passata da tale tipo di trasformazione anche nelle esperienze più moderate: persino in Argentina vi sono state le leggi di espropriazione temporanea. Nella costituzione dell’Ecuador la pubblicizzazione dei beni fondamentali non è avulsa dall’esigenza di sottrarre al meno in quel campo acqua, aria, ambiente ai rapporti di produzione capitalistici. Non è poi nemmeno peregrino affermare che tali esperienze di rilievo pur moderato sono state possibili solo tramite la coesione politica con un fronte di Stati che ha attuato e mantiene trasformazioni realmente socialiste, come Cuba, ovvero di un socialismo estremamente spinto, quale quello bolivariano di Chavez.

La presenza dei veri comunisti appare dunque una necessità per le classi lavoratrici europee: è il nodo di svolta per sperare di rompere quei dogmi e tabù legati alla pesante governance economica ed all’ottundimento mediatico messo a punto dal neoliberismo europeo. Ostinarsi viceversa a procedere verso il burrone senza accorgersene non appare nemmeno degno di nota.

 

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