Lavoratori o plebei?

09 aprile 2012 di

Lavoratori o plebei? Considerazioni sulla cosiddetta riforma del lavoro e sulla proposta del reddito di cittadinanza.

In Italia e in tutta Europa stiamo assistendo da anni ormai al più vasto attacco alle condizioni di vita e ai diritti dei lavoratori. La vicenda dell’Art. 18 è la “ciliegina sulla torta” dei padroni che – come confessano candidamente – vogliono la “pistola carica”, puntata alla nuca di tutti i lavoratori che possano minimamente mettere in discussione il loro ottuso strapotere sul posto di lavoro. Ma – ed è ancor più grave, se possibile – sta passando sotto il più assordante silenzio dei sindacati collaborazionisti e dei loro sussidiati reggicoda, la distruzione di quel poco di ammortizzatori sociali che in Italia si ha.

Chi ha il tempo di leggere IlSole24Ore, l’organo che informa davvero e senza tanti giri di parole i padroni italiani, ha trovato il 19 marzo l’articolo intitolato emblematicamente «Il conto dell’ASPI pesa sugli over 50», che descrive con molta crudezza la situazione. Inizia semplicemente con «I più penalizzati sono gli over 50, con un calo deciso della durata massima del sussidio in caso di disoccupazione, ridotta a un terzo rispetto a oggi per i lavoratori tra i 50 e i 54 anni del Centro-Nord e addirittura a un quarto per quelli del sud. » Ossia rispettivamente da 36 o 48 mesi ad appena 12 mesi.

Ad avvantaggiarsene dovrebbero essere gli apprendisti, che vedono sventolare un miraggio di ammortizzatore di 12 mesi. Ma si scopre però che questo vale solo per coloro che hanno almeno 24 mesi di contributi versati di cui almeno 52 settimane nell’ultimo biennio: una platea teorica di non oltre 500 mila persone, contro i 4,5 milioni di lavoratori colpiti dalla mobilità. Attenzione tutto questo verrà pagato ancora dai lavoratori con l’incremento dei contributi, particolarmente proprio per quelli a tempo determinato.

Ciò si abbatte in aggiunta a un allungamento fino a cinque anni dell’età pensionabile rispetto alle già fortissime restrizioni create dalle precedenti riforme pensionistiche, da Dini in poi. Aprendo la possibilità di gettare sul lastrico senza alcuna copertura né pensionistica, né previdenziale, milioni di lavoratori. Se a ciò aggiungiamo la possibilità di licenziare discriminatamente, anche ingiustamente, i lavoratori più anziani, meno produttivi e più costosi, grazie alla scomparsa della giusta causa, possiamo immaginare cosa succederà tra poco.

La cosa particolarmente disgustosa è che questa riforma viene fatta passare come “equa”, ossia che elimina l’ingiusto differente trattamento che le generazioni più giovani hanno patito negli ultimi anni. È vero, il trattamento ora è per tutti uguale: macelleria sociale!

Ci sarebbe quasi da ridere nel leggere cosa propongono alcuni soloni dall’alto delle loro terrazze, invocando per l’Italia una legislazione che scimmiotti quella di alcuni paesi europei, quali Germania e Francia: il cosiddetto reddito di cittadinanza.

Vediamo bene di cosa si tratta. È un salario minimo che viene dato a chi non lavora, ma in cambio ci si impegna a svolgere qualunque tipo di lavoro venga proposto, non solo di mansione inferiore, ma anche superiore e che quindi dovrebbe essere pagato molto di più. Il risultato è stata la creazione di una manodopera, senza specializzazione, né forza contrattuale, che può essere spostata da una parte all’altra del Paese, pagata una miseria, senza nessuna prospettiva di progressione economica o riconoscimento sociale, una manodopera che invece distrugge posti di lavoro veri e dignitosi.

Questi poveri disgraziati ricordano da vicino i plebei dell’antica Roma, o della Napoli borbonica, che il potere teneva buoni con le tre F: “farina, feste e forca”. Sussidio di disoccupazione, stadio e repressione poliziesca, diremmo oggi.

A parte il fatto che in Italia, come in Grecia o in Spagna o in Portogallo, in questo momento “piovono pietre” e quindi il finanziamento di queste cose è al di là dell’immaginabile (un po’ come Maria Antonietta che, si dice, invitasse il popolo di Parigi a mangiare le brioches, visto che non avevano pane). Ma è questo il modello che dei comunisti possono proporre ai lavoratori del loro paese invece della lotta per la difesa strenua del posto di lavoro e della dignità del lavoro?

Sarebbe bene che questi soloni imparassero dai lavoratori, i quali ci insegnano che il lavoro è il vero diritto da mantenere. Pensiamo a quei lavoratori licenziati, che sono stati reintegrati dalla magistratura e che vigliaccamente sono tenuti fuori dai cancelli della FIAT o di altre aziende condannate, che però si rifiutano di riammettere sul posto di lavoro i dipendenti. Cosa fanno quei lavoratori? Se ne stano beati a casa a godersi il salario meritato, ma non guadagnato col loro lavoro? No. A questi lavoratori non basta il salario, voglio rientrare in fabbrica a svolgere uno dei lavori più usuranti che esista, ma essi pretendono la propria dignità di lavoratori e non se la faranno strappare molto facilmente.

Prima di dirsi comunista,cioè prima di credere che possa guidare la classe operaia, ognuno di questi soloni dovrebbe prima mettersi umilmente alla scuola del proletariato e non offenderla proponendo loro di diventare dei plebei.

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