Intervento della compagna Alessandra Carnicella, lavoratrice Eutelia, al Parlamento dei Lavoratori CSP.

11 novembre 2011 di

Buongiorno

Due anni di lotte, di speranza e di illusioni, di gioie e di dolori, di rabbia e di passione.

Viva la lotta dei lavoratori.

Viva le lavoratrici ed i lavoratori di I.T. di Eutelia.

Volevo riportarvi questo messaggio che mi è arrivato ieri, dal funzionario FIOM che ha seguito la vertenza Eutelia, in occasione del secondo anniversario dell’occupazione della nostra azienda, perché in pochissime righe racchiude gli stati d’animo che ci hanno accompagnato in questi 2 anni.

Circa 5 anni fa ho aderito ad un piano di esodo incentivato attuato dalla mia azienda, la BULL Italia, in una delle ennesime ristrutturazioni che le multinazionali attuavano in Italia dopo essersi prese tutto ciò che era prendibile… della serie prendo i soldi e scappo. Comincerei già da questo punto a pensare come si sarebbe comportato un Parlamento di lavoratori di fronte a questo scempio. Non vi sto a raccontare tutte le mie paure e le perplessità riguardo l’indipendenza femminile, non solo economica, sta di fatto che la condizione familiare che avevo in quel momento mi ha portato ad effettuare questa scelta, come spesso accade a gran parte delle donne che si vedono costrette ad abbandonare il lavoro per sopperire ad una mancanza spaventosa di stato sociale. Dopo circa 6 mesi apprendo che la mia azienda è stata acquisita da un’azienda di Telecomunicazioni quotata in borsa, con circa 2.000 dipendenti e con l’ambizioso progetto di integrare l’I.T. con le TLC. Ho subito pensato porca miseria ho fatto la scelta sbagliata. Dopo aver saputo il nome dell’azienda ho iniziato a fare delle ricerche su internet risultato? Bel sito! Dava l’idea di un’azienda solida! Vediamo chi è l’amministratore delegato… Samuele Landi. Ricerca sempre su internet e il risultato fornito… questa foto.

 

 

 

Beh devo dire che il tempo necessario a capire che fine avremmo fatto è stato veramente poco, l’immagine parlava da sola.

Mi sono chiesta in seguito di quale quoziente intellettivo fossi dotata se in un minuto e solo guardando una foto ero riuscita a capire in che mani ero capitata mentre invece, i dirigenti del MISE avevano salutato con entusiasmo quelle acquisizioni che nel giro di 6 mesi avevano coinvolto 2.500 lavoratori. E’ vero che c’è sempre da considerare quel valore aggiunto dell’intuito femminile.

 

Comunque… due anni di pessima gestione industriale bruciano un portafoglio commesse di 330 milioni di euro praticamente quasi tutte pubbliche e una  speculazione finanziaria fa sparire magicamente nel giro di pochissimi mesi circa cento milioni di euro dal bilancio aziendale. La necessita assoluta, vista la pressione delle banche creditrici prima fra tutte il Monte dei paschi di Siena, di ripulire quei bilanci fallimentari e fraudolenti sfocia in una finta cessione di ramo d’azienda che scarica solo i costi di 2000 lavoratori sulle spalle della collettività. Mi chiedo… In un parlamento di lavoratori sarebbero mai passate quelle leggi che hanno stravolto solo ed esclusivamente a favore dei padroni la regolamentazione delle cessioni di ramo? Sono convinta di no. I lavoratori non avrebbero mai votato una legge a loro discapito, mica sono scemi!!!

 

Dopo mesi senza stipendio e un licenziamento collettivo per l’80% dei dipendenti, le lavoratrici e i lavoratori hanno deciso di occupare le sedi dislocate su tutto il territorio nazionale e difendere i beni aziendali primi fra tutti commesse e patrimonio immobiliare. Un occupazione che è durata 6 mesi e che ha tentato di portare alla luce del sole una delle truffe più importanti degli ultimi anni tentando anche di incontrare e rappresentare altre realtà aziendali. Sempre i lavoratori, a seguito di indagini effettuate sui bilanci aziendali hanno preteso dall’organizzazione sindacale che li seguiva, la FIOM, di procedere ad un esposto penale alla procura della Repubblica. Cosa che ha prima scatenato l’irruzione violenta, squadrista e fascista proprio dell’amministratore delegato Samuele Landi nell’azienda occupata dai lavoratori nel tentativo, chiaramente non di liberare l’azienda dall’occupazione ma, di reperire e far sparire materiale scottante presente in sede e successivamente l’avvio di diversi processi nei confronti di tutto il management Eutelia-Agile-Omega per bancarotta fraudolenta alcuni dei quali già conclusi con il patteggiamento altri in corso e che ci vedono costituiti parte civile.

Contemporaneamente all’occupazione, gli incontri ottenuti con i massimi livelli istituzionali garantivano il mantenimento delle commesse pubbliche in attesa che le aziende venissero commissariate. Impegni sottoscritti anche di pugno a mezzanotte  dal sottosegretario Gianni Letta e da tutto il Consiglio dei Ministri. Risultato? commesse pubbliche sparite in un batter d’occhio. Chissà cosa avrebbe fatto un parlamento di lavoratori? Sono sicura che avrebbe davvero bloccato quelle commesse e garantito la sopravvivenza dell’azienda e il posto di lavoro dei dipendenti semplicemente perché, da lavoratori, non si poteva fare diversamente. Mica siamo scemi.

 

La situazione attuale è che dei 1900 dipendenti ceduti da Eutelia ad Agile ne sono rimasti 1350 di cui 1000 in cassa integrazione.  Di quelli usciti dall’azienda alcuni sono, fortunatamente per loro, andati in pensioni e non a 67 anni. Un parlamento di lavoratori, di quelli che sanno che significa lavorare per 40 anni davanti ad una macchina, in catena di montaggio, nei cantieri, negli altiforni, nelle botteghe come artigiani, a scuola nelle condizioni in cui sono ormai costretti a lavorare gli insegnanti e in tante altre situazioni lavorative dure e usuranti, e che se lo sanno non è mica perché qualcuno glielo ha raccontato ma solo perché lo hanno vissuto sulla loro pelle, non avrebbe mai votato una legge che porta l’età pensionabile ad una età che forse non raggiungeranno mai proprio per le condizioni di lavoro che hanno vissuto e che stanno peggiorando sempre più. Mica sono scemi. Altri lavoratori che sono usciti hanno accettato di collaborare con aziende, che hanno rilevato proprio le nostre commesse, con contratti atipici anche solo di 6 mesi e con un abbassamento del salario anche del 30%. Un parlamento di lavoratori non avrebbe mai potuto scegliere politiche di parcellizzazione del lavoro, delocalizzazioni, frammentazioni contrattuali, deroghe ai contratti nazionali, non avrebbe mai potuto stralciare diritti e gettarli via in cambio di nulla anzi di una guerra fra poveri. I lavoratori deputati non avrebbero mai dichiarato che se fossero stati operai della FIAT avrebbero votato SI all’accordo di Mirafiori; semplicemente perché, senza doversi calare in alcun ruolo, sanno bene quali sono le conseguenze del dover stare davanti ad una catena di montaggio senza mangiare e, lasciatemi passare il termine perché rende meglio la drammaticità della situazione, senza pisciare anche per 10 ore consecutive in caso di necessità produttive. Non avrebbe mai consentito la chiusura di Termini Imerese perché situato in una posizione geografica scomoda e costosa per il trasporto delle macchine prodotte e contemporaneamente appoggiato un piano come quello dell’assemblaggio dei SUV che arrivano da Detroit e tornano a Detroit. Allora non è un problema di distanze. E sicuramente un parlamento di lavoratori non avrebbe fatto parte di quell’85% di paese che è stato vicino e che purtroppo lo è ancora a Marchionne e alle sue politiche scellerate.

 

Per quanto riguarda Agile ed Eutelia a giorni dovremmo sapere i nomi degli acquirenti intenzionati a rilevare le due aziende. Abbiamo già detto con fermezza al MISE che non abbiamo alcuna intenzione di considerare soluzioni che non comprendano tutti i 1.300 lavoratori. Rifiutiamo qualsiasi forma di assistenzialismo che non sia finalizzata ad una ricollocazione nel mondo del lavoro. Ma un Parlamento di lavoratori come avrebbe valutato forme di ammortizzatori sociali utilizzate con spudoratezza da aziende che chiudono con bilanci in utile e che in nome della crisi procedono a ristrutturazioni che fanno solo male e contribuiscono alla distruzione e al lento smantellamento delle aziende stesse? Stavolta la risposta è solo… non siamo mica scemi.

 

Sui licenziamenti che dire sembra che lo sviluppo dell’Italia sia direttamente proporzionale alla facilità che i padroni hanno di licenziare.  Un parlamento di lavoratori non avrebbe di certo abrogato la legge che vieta le dimissioni su fogli non intestati e senza un progressivo, onde evitare appunto le dimissioni in bianco firmate al momento dell’assunzione, figuriamoci se avrebbe votato la modifica dell’art.8 che deroga anche sui licenziamenti. Torno a ripetere non siamo mica scemi.

 

Così come però non sono scemi i nostri parlamentari. C’è un drammatico problema di rappresentanza che deve essere assolutamente risolto nel più breve tempo possibile. Quel parlamento non rappresenta assolutamente i problemi reali del paese perché non li conosce, non li vive. E’ distante dal Paese reale quanto l’Abruzzo da Ginevra e i nostri parlamentari non sono certo neutrini che riescono a colmare quella distanza a velocità superiore a quella della luce.

 

Ho introdotto l’argomento con il tunnel di Cern perché sulla scuola avrei qualcosa da dire. Sono mamma di un ragazzo di 16 anni che frequenta il terzo anno di liceo e di una bambina di 7 anni che frequenta la seconda elementare e conosco perfettamente il dramma che la scuola pubblica sta vivendo. Bambini disabili ai quali nel corso degli anni siamo riusciti solo a cambiare modo di chiamarli, (invalidi, disabili, invalidi civili, affetti da deficit motorio, diversamente abili, portatori di handicap), ma che senza il sostegno necessario a colmare quelle diversità saranno destinati a rimanere handicappati per tutta la vita in una società, che come previsto dalla Costituzione della Repubblica Italiana, dovrebbe garantire pari dignità e opportunità. I loro genitori sono costretti ad imbattersi da soli in ricorsi costosissimi per veder garantito il diritto allo studio e quelle pari opportunità ai loro figli. Bambini che vengono divisi in altre classi perché i dirigenti, in nome del risparmio, non chiamano i supplenti, oppure vengono stipati in 30 in classi di appena 25 mq. Gli insegnanti specialisti garantiti sono solo quelli di Religione che ricordo essere una materia facoltativa, quelli di inglese, materia obbligatoria, non ci sono. Spero che questo, almeno in questa sede, non inneschi alcuna polemica. Beh sono arciconvinta che un parlamento di lavoratori non avrebbe permesso ad una legge come quella della Gelmini neanche di essere discussa in Parlamento figuriamoci di essere approvata con dentro la trappola della privatizzazione dell’acqua pubblica. I lavoratori sanno benissimo che significa avere la possibilità di utilizzare l’acqua come bene e non come possibile profitto. L’acqua è come l’aria ma come si può pensare di privatizzarla. E sanno bene anche quanto per i loro figli sia di fondamentale importanza una scuola pubblica statale di qualità. Sanno che la scuola pubblica è di tutti e che la scuola privata è di pochi ed è per questo che sicuramente non avrebbero visto di buon occhio nemmeno la riforma Berlinguer che ha dato vita alla legge sulla parità scolastica con finanziamenti pubblici alle scuole private. Finanziamenti che vedono fino ad oggi stanziata una cifra media di 74,5 euro per uno studente di scuola pubblica contro i  1.297,77 per uno studente di scuola privata.

Che altro dire…

L’augurio è che quella bassissima percentuale di lavoratori presenti in Parlamento e relegati a ruoli assolutamente secondari possa crescere in fretta e tanto, da poter relegare a ruoli assolutamente secondari il prototipo del parlamentare che siamo abituati a vedere in Parlamento da qualche anno e che soprattutto si ricominci a discutere di cosa produrre e di come produrlo, di politiche industriali che in Italia mancano ormai da troppi anni e di sviluppo vero però non quello riportato nella lettera che il Presidente del Consiglio ha portato in Europa e che udite udite l’Europa sembra anche aver gradito.

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