Intervista al segretario generale del PCPE – PC dei Popoli di Spagna.

22 settembre 2011 di
Traduzione dallo spagnolo a cura della Commissione Internazionale del CC di CSP - www.comunistisinistrapopolare.com
Intervista al segretario generale del PCPE – PC dei Popoli di Spagna
www.pcpe.es – internacional@pcpe.es
1. Come valuta il PCPE l’attuale momento sociale e politico che la Spagna sta attraversando?
Il nostro paese è immerso nella crisi strutturale del sistema capitalistico, che è entrata nella sua fase più acuta nell’estate del 2007, con le particolarità proprie del processo di accumulazione capitalistica così come si è formato negli ultimi trent’anni, a partire dalla cosiddetta “Transizione politica”. Ciò determina una serie di particolarità nei termini concreti in cui la crisi si manifesta. Da una parte vi è il modo con cui i settori oligarchici si sono integrati nella catena imperialista mondiale. Questo settore, assolutamente minoritario nella realtà sociale, è quello che impone le grandi strategie politiche dei governi di turno.
Le politiche di privatizzazione, di precarietà lavorativa, di partecipazione alla guerra imperialista, ecc., sono tutte determinate da questo settore oligarchico in misura delle sue convenienze. Benché oggi la sua principale fonte di introiti (oltre il 60%) sia costituita dalle sue attività di spoliazione imperialista di altri paesi, esso non rinuncia a giocare come carta fondamentale il mantenimento dell’accumulazione sulla base dello stato nazionale. Per fare ciò, sottomette l’insieme della borghesia spagnola alle proprie strategie, disciplinandola e collocandola in una posizione sussidiaria, affinché collabori all’accumulazione oligarchica come strategia principale. Ciò provoca una smisurata concentrazione di capitali in pochissime mani, sicuramente meno dell’1% della popolazione del paese, anzi concentrata in poche centinaia di famiglie. La classe operaia cerca di far fronte a questa situazione, partendo dalla debolezza in cui è stata posta dai successivi tradimenti del riformismo, sia politico che sindacale.
Le lotte operaie che si sono avute in questi ultimi anni hanno avuto come protagonisti collettivi operai con consolidata tradizione di lotta, oppure collettivi nei quali esiste una presenza sindacale classista che non è stata fuorviata dalle furberie del sistema dominante. Dopo gli Accordi della Moncloa, firmati dai sindacati di allora e dal PCE, la classe operaia ha subito soltanto arretramenti che la hanno posta in una posizione difficile per lottare per i propri interessi. La classe operaia paga tute le conseguenze della crisi. Ottocentomila persone sono passate ad una condizione di esclusione sociale nel periodo dal 2007 al 2010, nel paese vivono 10 milioni di poveri, c’è una generazione di popolazione infantile gravemente segnata da insufficiente alimentazione e da carenza di servizi sociali, c’è una generazione di giovani che si dichiara perduta e che non riesce ad avere una vita lavorativa normale, ecc., mentre l’esercito mercenario riesce a raggiungere i propri obiettivi numerici – cosa che anni fa non riusciva a fare – grazie alla fame di questa giovane generazione e grazie ad una popolazione immigrata, ugualmente utilizzata come carne da cannone con la promessa di ottenere la cittadinanza e regolarizzare la propria situazione nel paese.
Questa situazione è determinata in forma ineluttabile dall’incapacità strutturale del capitalismo spagnolo di superare questa crisi riattivando il ciclo di riproduzione allargata del capitale sulla base della produzione di merci. Il sistema è destinato a gettare la classe operaia in una situazione di maggiore schiavitù e a cercare di fare del saccheggio e della rapina imperialista la propria principale fonte di accumulazione. Tuttavia questo è un percorso senza futuro per il paese. Oggi la Spagna è al dodicesimo posto nella graduatoria dell’economia mondiale, le previsioni la danno al ventesimo entro pochi anni, con una posizione futura sempre più al ribasso. L’oligarchia spagnola è al corrente di questa situazione e la sua strategia consiste nella ricerca di una via d’uscita, basata sull’inasprimento delle condizioni di sfruttamento della classe operaia e sulla partecipazione alla guerra di saccheggio imperialista.
La classe operaia deve considerare che, in futuro, finché esisterà il capitalismo, la sua situazione peggiorerà. Non è possibile un ritorno al capitalismo del 2005, che pure era menzogna. Questo ci porta direttamente alla necessità della rivoluzione socialista come qualcosa che è già all’ordine del giorno. Questa è la proposta del PCPE.
2. Perché non si traduce in un partito comunista forte, radicato nelle strade e nelle istituzioni, come in Grecia con il KKE o in Portogallo con il PCP?
Il paragone con questi due esempi non è possibile, in quanto si tratta di processi storici differenti.
Nel caso del Portogallo, il PCP non ha mai deviato verso posizioni eurocomuniste, ma ha mantenuto le sue posizioni marxiste-leniniste in maniera conseguente. Nel caso della Grecia, la frazione eurocomunista è finita in minoranza, cosicché fu la componente marxista-leninista ad assumere la direzione del partito, garantendo la continuità delle posizioni rivoluzionarie.
In Spagna, le tesi eurocomuniste furono determinanti all’interno del PCE e lo hanno condotto alla propria liquidazione. Le successive spaccature diedero luogo a diversi gruppi organizzati, incapaci, però, di organizzare un’alternativa rivoluzionaria. E’ solo da gennaio del 1984, con il processo di unità comunista in cui nasce il PCPE, che si scommette sulla ricostruzione del partito comunista marxista-leninista con possibilità di successo. Successivamente, la controrivoluzione nei paesi del socialismo reale ebbe un forte impatto su di noi. E poi ci sono stati i nostri errori, logicamente.
Oggi il PCPE si trova in una fase offensiva, di crescita e ampliamento della propria capacità di lotta di massa, di impulso permanente ai processi di unità comunista. Certamente marciamo con ritardo rispetto al PCP e al KKE, ma i tempi non sono propizi per crescere in maniera significativa in un arco di tempo così breve.
3. Quali sono i problemi posti dalla nuova legge, in base alla quale le organizzazioni politiche potranno accedere alle urne il 20 novembre?
Il PCPE, da alcuni anni, analizzando l’acutizzarsi delle contraddizioni del capitalismo spagnolo, è giunto alla conclusione che le formalità democratiche diventeranno, ogni volta di più, un crescente ostacolo per il processo di accumulazione capitalistica. Pertanto, abbiamo detto che queste formalità democratiche verranno progressivamente liquidate. Ciò che risultava difficile immaginare era come questo processo si sarebbe svolto, ma non è passato molto tempo che abbiamo già la realtà sotto gli occhi: è ormai legale intercettare le nostre comunicazioni, ci intercettano permanentemente per strada, si mantiene in vigore la legislazione antiterrorista e la si applica contro di noi, aumenta la brutalità poliziesca, si riforma la costituzione in base al diktat del capitale, si liquida la contrattazione collettiva, si rende più ardua la corsa ad ostacoli per partecipare alle elezioni, si restringono la nostra libertà di diffusione della nostra proposta politica elettorale, ecc..
Queste nuove disposizioni legislative in materia elettorale vanno interpretate in questa chiave, altrimenti si corre il rischio di scadere nella rivendicazione che il capitalismo torni a funzionare come nei decenni passati, quando ancora poteva fare alcune concessioni perché la sua egemonia era sufficientemente forte da non preoccuparlo. Oggi il capitalismo si sente ferito a morte e assume iniziative per cercare di ritardare il momento fatale.
In questa fase ci evolveremo verso una forma di stato poliziesco e autoritario finora sconosciuta, verso lo spionaggio universale di tutta la nostra vita, verso la persecuzione feroce della classe operaia in lotta, ecc.. Un aumento incessante e brutale della violenza dell’oligarchia contro la classe operaia in tutti gli ambiti della vita. In questa situazione, la carta da giocare per un Partito Comunista è quella di sempre, l’attacco contro la dittatura del capitale e la sua barbarie, lottando sempre per la rivoluzione socialista. Il PCPE non si è mai fatto ingannare dall’involucro democratico-formale della dittatura capitalistica. Il PCPE presenterà il massimo di candidature possibili a queste elezioni, e non saranno poche. Se lo stato utilizzerà la nuova normativa per invalidarle, daremo battaglia con tutta la nostra forza. Questo rafforzerà il PCPE come organizzazione di avanguardia della classe operaia.
4. Perché non è stato possibile un Fronte delle Sinistre con altre organizzazioni di classe, con le quali condividere mobilitazioni?
Il PCPE, nel suo IX Congresso, celebrato alla fine del 2010, ha definito il Fronte Operaio e Popolare come propria strategia di politica delle alleanze. Questa proposta supera quella del Fronte delle Sinistre, che è sempre stata intesa come una brodaglia di sigle che non necessariamente rappresentavano la classe operaia e gli altri strati popolari. La nostra proposta di alleanza è con la classe operaia organizzata, come espressione della realtà del processo di presa di coscienza della classe.
E’ una proposta che non solo coinvolge la classe operaia, ma anche strati popolari che lo sviluppo dell’imperialismo sta posizionando oggettivamente al fianco della classe operaia.
Questo Fronte può sviluppare il processo di concentrazione delle forze in direzione della rivoluzione socialista, che è la sfida della nostra epoca. Oggi esiste una congerie di forze politiche della sinistra riformista che prende iniziative per coalizzarsi in prospettiva della competizione elettorale. Questo processo si risolverà con la preminenza delle posizioni più destrorse, che sono quelle che renderanno possibile l’accordo. Non è un’unità per la costruzione del socialismo, bensì un’unità per la difesa del “welfare state”. Una posizione essenzialmente idealista, poiché il welfare fu una concessione del capitalismo in un determinato momento storico, quando i rapporti di forza erano sfavorevoli al dominio capitalistico. Mantenere oggi questo fragile programma politico significa un’incomprensione totale dello sviluppo attuale della crisi capitalistica e dell’acutizzarsi della lotta delle classi.
Questa unità riformista cerca di condurre la classe operaia e gli strati popolari lungo strade di distrazione che non preoccupano per nulla le classi dominanti, dalle quali, perciò, otterrà un indissimulato appoggio, mentre le posizioni rivoluzionarie, come quella del PCPE per esempio, saranno tenacemente perseguitate. Questa confluenza riformista servirà per il necessario chiarimento ideologico, poiché non rivendicherà lo spazio comunista, nel quale il PCPE si colloca con piena legittimità.
5. E’ stata molto commentata la valutazione che il PCPE ha dato del Movimento del 15 Maggio, cosa si voleva dire esattamente?
La cosa è semplice: di fronte alla profondità della crisi e alle sue brutali conseguenze per la classe operaia, una parte del popolo stava aspettando una qualsiasi risposta di contestazione in qualsiasi momento, cosa che corrispondeva all’analisi fatta dal Partito.
Il nostro comunicato diceva che il “15 Maggio” non è il movimento di risposta della classe operaia alla crisi capitalistica, né va confuso con questo. Lo dicemmo in modo eclatante perché il movimento, per diverse ragioni, si prestava a creare confusione e correva il rischio di distogliere energie da utilizzarsi altrimenti.
La questione è che oggi continuiamo ad aspettare questa risposta della classe operaia e il PCPE lavora con tutte le sue forze per conseguirla. Per il 3 ottobre la Federazione Sindacale Mondiale ha indetto una giornata di azione internazionale che ha un orientamento di classe e per quello stiamo lavorando, ricercando l’unità del movimento operaio. Ciò non ha nulla a che vedere con il “15 Maggio”. Oggi, inoltre, si verifica uno scenario di confusione in relazione alla richiesta di un referendum sulla riforma costituzionale che si sta elaborando in questi giorni; questa è una posizione che non pone al proprio interno gli interessi della classe operaia.
Questa posizione distrae dalla questione di fondo e si configura come un avallo della Costituzione del 1978, quando – non si deve dimenticarlo – quel testo fu il risultato della sconfitta della classe operaia nella cosiddetta “transizione politica”. Oggi dobbiamo denunciare che l’oligarchia finanziaria detta agli stati il proprio imperativo più che mai e che l’innalzamento al rango costituzionale della priorità della copertura del debito è un’espressione ulteriore della dittatura del capitale; che è, poi, ciò che la Costituzione del 1978 consacrò e che, ora, questa frettolosa riforma costituzionale perfeziona.
La retorica ha invaso tutto questo dibattito che si sviluppa all’interno dei limiti del sistema, lasciando fuori il carattere di classe dello stato, espresso nella Costituzione, con il quale si approfondisce il disarmo organizzativo della classe operaia nella difesa dei propri interessi come classe oppressa e sfruttata.
Il Partito Comunista ha la responsabilità irrinunciabile di orientare la lotta della classe operaia al di là dell’armamentario manipolatore che nasconde soltanto l’intento del capitale di tentare di mantenere la propria egemonia.
6. La NATO in Libia, qual’è l’analisi del PCPE?
La guerra permanente costituisce una parte consustanziale del disperato intento di cercare di mantenere il processo di accumulazione capitalistica nello stadio finale dell’imperialismo. Chi avrebbe potuto immaginare questo attacco contro la Libia appena un anno fa? L’imperialismo crea costantemente nuovi scenari di guerra, molto difficili da prevedere, dato il suo avventurismo. Caratteristica, quest’ultima, di un sistema storico-sociale in decomposizione.
In questo caso l’imperialismo ha superato ogni limite nella maniera più spudorata. La risoluzione dell’ONU, ipoteticamente tesa a stabilire una zona d’interdizione aerea, è stata utilizzata per condurre ogni tipo di azioni belliche senza che l’ONU abbia manifestato la benché minima obiezione.
La NATO ha operato come un esercito il cui obiettivo principale era quello di uccidere, cercando direttamente di assassinare Gaddhafi e la sua famiglia. D’altro lato, è stata fabbricata “un’opposizione” con qualsiasi tipo di soggetti, spacciandoli per “combattenti per la libertà e contro la dittatura”: traditori, criminali, fanatici, banchieri, agenti segreti, ecc.. Il ruolo giocato dai mass media ha dimostrato l’estrema bancarotta morale, si mente e si manipola la realtà senza limite alcuno, tutto è menzogna e inganno. Questo è il futuro che ci attende con il capitalismo, il futuro capitalistico non sarà altro che un cammino verso il peggio.
Occorre lavorare per riorganizzare il fronte contro la guerra imperialista; non gruppetti di attivisti, ma milioni di persone che si rifiutano di essere compici di questa barbarie. Il silenzio sulla Libia da parte di ampi settori non può continuare. Comunque, di gran lunga peggiore è stata la posizione del riformismo che ha sempre chiesto che le guerre imperialiste si facessero con l’autorizzazione dell’ONU. Ora che l’ONU ha dato l’OK, il riformismo è rimasto senza argomenti. Assistendo al finale dell’attacco, i comunicati delle organizzazioni riformiste dei primi giorni di guerra causano vergogna, suppongo che esse stesse li nascondano.
7. Rimane ancora qualcosa del socialismo in Cina o Vietnam?
Se la domanda fosse questa, letteralmente, la risposta sarebbe sì e cominceremmo a quantificare. Però capisco che la domanda in realtà chiede un pronunciamento sui processi in atto in questi due paesi, se i loro orientamenti corrispondono a processi di costruzione socialista o se ci troviamo di fronte a processi che, in maggiore o minore misura, abbandonano la costruzione del socialismo e deviano verso la restaurazione del sistema capitalistico. Questa è una questione a cui non sono in condizione di rispondere in questa intervista, a causa della sua notevole complessità né, tantomeno, siamo in grado oggi di dare risposte trancianti su determinati aspetti di questi processi.
Il PCPE segue ciò che fanno il Partito Comunista Cinese e il Partito Comunista Vietnamita, abbiamo tenuto dibattiti a diversi livelli su questo e siamo pervenuti ad alcune conclusioni, però non abbiamo una conclusione definitiva. Se si chiede se siamo in disaccordo su iniziative concrete che si prendono in questo o quel paese, allora sì, abbiamo rilevanti disaccordi su proposte che non possiamo accettare.
Il movimento comunista ha necessità di assumere posizioni concludenti su temi come questo, almeno nell’ambito delle organizzazioni marxiste-leniniste coinvolte nell’avanzamento del coordinamento internazionale, tuttavia non abbiamo avuto occasione di farlo. E’ una sfida che abbiamo presente e il tempo ci sta pressando a dare risposte che orientino la classe operaia. Come si può capire, è un tema su cui nessuno del PCPE dà opinioni a titolo personale.
8. Come valutate ciò che sta accadendo in Euskal Herria, i risultati di Bildu, i prigionieri, la posizione di ETA?
Il PCPE già da sufficienti anni ha posto la necessità di porre fine all’intervento di ETA nel conflitto basco, in considerazione del fatto che la fase della lotta armata – giustificata in un determinato contesto – ormai non fosse un metodo valido per le aspirazioni del popolo basco.
Sono numerosi i pronunciamenti del Partito in questa direzione, ma al tempo stesso siamo stati sempre rispettosi della sovranità della sinistra nazionalista nel decidere la propria politica. Noi abbiamo sempre rivendicato il ruolo prioritario del partito della classe operaia e il suo intervento nella lotta per i diritti nazionali, per il diritto di autodeterminazione e per il socialismo. Sicuramente, ciò che oggi accade in Euskal Herria ha molto a che vedere con il fatto che la sinistra nazionalista non condivide questa impostazione ed è andata avanti lungo una strada che – riteniamo – col tempo si è trasformata in un vicolo cieco.
Nella situazione attuale il determinante è che l’oligarchia spagnola si sta avvicinando a concludere la “transizione politica” in Euskal Herria, cosa che non era riuscita a fare durante molti anni a causa della lotta conseguente del popolo basco, che pagò un prezzo altissimo di sofferenza, repressione e tortura da parte dello stato. Si giunge a un determinato momento in cui, nella sinistra nazionalista, si accettano i limiti del contesto borghese per esercitare il diritto a decidere e si porta avanti una posizione possibilista, come se il referendum fosse qualcosa di vicino e ci fosse già da decidere la formulazione del quesito; concretamente sul palcoscenico del piano Ibarretxe.
Da quel momento, nella sinistra nazionalista, si mettono progressivamente con le spalle al muro le posizioni di lotta per il socialismo, mentre guadagnano terreno le posizioni nazionaliste più interclassiste. Bildu è la concretizzazione pratica di questo processo, dove gli elementi di patto con lo stato sono determinanti. Se poi si portano anche avanti posizioni di convergenza con il PNB, allora le cose diventano molto più chiare.
In questa fase i prigionieri si trovano in posizione di veri e propri ostaggi, autentica moneta di scambio, utilizzabile dallo stato per fare pressione su chi guida il processo. La presenza effettiva del Partito Comunista è uno spazio che deve essere riempito quanto prima, affinché molto di quanto ottenuto dal popolo basco con la sua eroica lotta non finisca nella sconfitta e nella sterilità politica. Bisogna avere fiducia che questa via si aprirà e giocherà un ruolo fondamentale per dotare la classe operaia basca dello strumento politico necessario per la sua emancipazione. Questo accadrà quanto prima, e quanto prima accadrà, meglio sarà.
9. Non è molto conosciuta la stretta relazione del PCPE con il potente KKE in Grecia, mentre il PCE e Izquierda Unida mantengono il loro rapporto con un’organizzazione eurocomunista di stampo socialdemocratico, molto ridotta numericamente…
Il PCPE, in quanto organizzazione internazionalista, lavora da sempre alla ricostruzione del coordinamento del Movimento Comunista Internazionale. Per molti anni non vi è stato quasi nessun avanzamento in questo campo, tuttavia negli ultimi tempi i successi sono già significativi. Il PCPE fa parte del Consiglio di Redazione della Rivista Comunista Internazionale, alla quale partecipano oggi una serie di partiti, uniti dal marxismo-leninismo.
Nel corso di questi anni, elaborando posizioni e risolvendo dibattiti al fine di stabilire basi solide per il coordinamento comunista, sono state rilevate importanti convergenze con il KKE, sia nella posizione ideologica, che nel tipo di partito, che nella concezione della lotta di massa e nell’interpretazione degli sviluppi attuali della lotta di classe a livello internazionale. Superata, in buona misura, la fase in cui vi era difficoltà ad un dibattito aperto con le posizioni riformiste in seno al Movimento Comunista Internazionale, attualmente avanziamo verso una demarcazione ogni giorno più netta dalle opzioni che, pur autodefinendosi comuniste, sono tuttavia collocate nel più profondo riformismo, come quelle organizzate nel Partito della Sinistra Europea. E’ qui dove si collocano il PCE e i suoi omologhi greci.
Tanto il KKE, quanto il PCPE lavorano entrambi per conseguire successi pratici nel coordinamento rivoluzionario e, in questo contesto, si dispiega una relazione fraterna che ci porta a pratiche di mutuo sostegno nelle diverse battaglie politiche, come nel caso recente della partecipazione del KKE in appoggio alle candidature del PCPE nelle passate elezioni locali. Siamo convinti che questa linea di collaborazione continuerà a svilupparsi in futuro e darà risultati positivi per entrambe le organizzazioni, anche se è evidente che in questo caso è il PCPE che trae i maggiori benefici da questa collaborazione.
10. Se le CC.OO. [Comisiones Obreras, equivalenti ai sindacati confederali italiani, NdT]sono parte imprescindibile e immodificabile del sistema, si deve potenziare l’unità d’azione degli altri sindacati, oggi chiamati minoritari?
Le classi dominanti lavorano sempre per porre sotto la propria influenza qualsiasi organizzazione sociale o politica che pretenda di avere spazio nel capitalismo spagnolo. La posizione egemonica che hanno nel sistema permette loro di aspirare a questo obiettivo come miglior garanzia di stabilità del loro potere. Perciò, nel sistema è normale che vi sia un conflitto per l’influenza politica tra il blocco di potere e le organizzazioni della classe operaia. In questi anni è evidente che le classi dominanti stanno vincendo questa partita e che le CC.OO. hanno una posizione subordinata agli interessi del capitale.
Sarebbe tuttavia un grande errore pensare che questa sia una situazione immutabile, sottratta alla lotta ideologica. Detto questo, affinché non si affrontino le cose in maniera semplicistica, la posizione del PCPE – impegnata al recupero del sindacalismo di classe – non si concentra nella diatriba tra sigle sindacali. La nostra proposta è al di sopra delle scaramucce tra sigle sindacali e parla di classe operaia, indipendentemente da dove sia organizzata, per l’unità di tutte le lotte sindacali e dei settori più coscienti, avendo come protagonista l’Assemblea di Luogo di Lavoro, con una piattaforma sindacale minima di chiara contestazione del sistema.
Questa è la proposta di creare i Comitati di Unità Operaia (CUO), di cui faccia parte sia chi ha un’affiliazione sindacale, sia chi non è iscritto a nessuna organizzazione sindacale. A nessuno si chiede di lasciare una sigla sindacale dove svolge un qualsiasi tipo di lavoro di massa, ma che porti dentro questa struttura sindacale la concezione del sindacalismo di classe e la piattaforma minima portata avanti dai CUO come corrente trasversale alle diverse sigle sindacali.
Per il PCPE oggi non esiste nessuna sigla sindacale di classe che possa essere considerata il germe della futura unità sindacale di classe. Riteniamo che, attraverso la proposta dei CUO, la classe operaia di questo paese si organizzerà in un processo di unità per superare l’attuale frazionamento sindacale e costituire la forte organizzazione sindacale che oggi le manca.
Non possiamo predire cosa succederà alle CC.OO., potrebbe verificarsi qualsiasi ipotesi, dalla possibilità che semplicemente si consolidino i loro attuali aspetti più negativi e siano spazzate via dallo sviluppo della lotta di classe in questo paese, fino alla possibilità che riescano a rigenerarsi e a diventare un soggetto ulteriore del processo di ricostruzione sindacale che, ad un certo punto, proromperà con forza.
Questo ce lo dirà solo la pratica e credo che nessuno sia in grado di fare profezie su come in futuro si metteranno le cose per questa sigla sindacale.
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    10 Risposte a “Intervista al segretario generale del PCPE – PC dei Popoli di Spagna.”

    1. Cominform dice:

      Io penso che partiti come il KKE, il PSPE etc. abbiano livelli di chiarezza teorica eccellenti. Questa è una condizione seppure non sufficiente, sicuramente necessaria per la ripresa di un movimento comunista. Non dimentichiamo mai l’insegnamento di Lenin: ‘ogni errore teorico non mancherà di manifestarsi nella pratica’.
      Quindi io direi che l’unico problema è la persistenza dell’illusione riformistica nelle masse. Ma d’altra parte non è accettabile l’atteggiamento della Federazione della Sinistra, che dice: dato che l’illusione riformistica è prevalente allora cavalchiamola..
      E’ sbagliato perchè le masse, divenute rivoluzionarie, seguiranno chi rivoluzionario lo è da sempre, e non chi ha mentito loro, per carpirne il voto..

    2. Luca Micaloni dice:

      A mio avviso un passo avanti sul piano “egemonico” deriverebbe dall’abbandono del termine “classe operaia”. Continuare a usare questa locuzione aliena ai comunisti tutte le simpatie di quel ceto medio di lavoratori del terziario che hanno beneficiato del welfare nella fase espansiva del capitalismo, che sono stati incoraggiati dall’eurocomunismo a limitarsi a rivendicazioni e mentalità piccolo-borghesi, e che ora temono la proletarizzazione.
      Bisognerebbe puntare sul messaggio che ogni lavoratore è sfruttato in quanto salariato sull’inutilità produttiva della figura del capitalista.
      Ci sono tutti i mezzi teorici e scientifici per far funzionare un capitalismo di stato e poi un’economia pianificata, ma non si vuole fare. I grandi accumulatori di capitale ne soffrirebbero troppo, quindi vogliono “salvare lo stato” (vedi Marcegaglia)…a spese del tenore di vita e delle condizioni di lavoro della larga maggioranza dei lavoratori, invitati a fare “sacrifici”…ma per chi?

      C’è però il problema di divulgare in modo comprensibile e non spaventevole l’ABC del socialismo in un paese di piccoli esercenti, piccoli proprietari, piccoli risparmiatori, che siccome hanno qualcosa identificano la propria causa con quella di chi ha quasi tutto. Il salariato con casa di prorpietà e condizioni relativamente decenti è più preoccupato di perdere i suoi beni che del fatto di essere espropriato ogni giorno e di condurre un’esistenza mediocre per i profitti di qualche porco.

      Sul centrosinistra…avere amministratori un po’ più abili e meno crassi e ricostruire un po’ di aria sinistroide dopo trent’anni di riflusso, in questa fase storica non farebbe che bene.
      D’altra parte finché non ci si libera della cappa berlusconiana, quella continuerà a essere la priorità per la maggioranza delle persone, e la prospettiva socialista incontrerà solo insofferenza.
      In questa fase, dirigessi un partito realmente comunista, manco mi presenterei alle elezioni: mi dedicherei a ricostruzione, movimento, radicamento e lascerei libertà di votare “scheda rossa” o di astenersi…

    3. Luca Micaloni dice:

      Ovviamente dal primo giorno dopo le elezioni verrebbe rilanciata l’opposizione al nuovo governo, comunque condizionato da Bce, banche e industriali.

    4. Cominform dice:

      X Luca Micaloni: secondo me tu ti poni alcuni problemi in modo troppo anticipato, e d’altra parte prendi la parola ‘operaio’ in maniera eccessivamente limitativa. Classe operaia va intesa certamente come dici tu e come dicono tutti, in senso lato, cioè nel senso di salariato: di colui che nel conflitto capitale-lavoro è nella posizione di venditore della propria forza lavoro.
      Io non credo che i lavoratori del terziario si sentano esclusi dal termine ‘operaio’. Se poi votano Lega o PdL o qualunque altro partito lo fanno come potrebbe farlo anche un operaio propriamente detto (non dimentichiamo che molti operai nel nord votano Lega, e in passato Forza Italia ha avuto le percenuali più alte proprio nei quartieri operai di Torino..). Ma questi sono a mio avviso comportamenti elettorali dai quali noi comunisti non dovremmo farci trarre in inganno. L’operaio, oppure chiamiamolo come vuoi tu: il salariato, senza un Partito Comunista (e non basta dichiararsi tale per esserlo) sa di avere perso, come classe sociale. Quindi il suo comportamento elettorale è il semplice e banale effetto del fatto che la vita comunque continua, anche per i perdenti come lui. Tutto qui.
      Le elezioni non decidono nulla, in realtà… esse si svolgono all’interno di un certo sistema di potere che gli preesiste, e non possono rovesciarlo.

      Noi comunisti, se vogliamo essere veramente tali, possiamo entrare in gioco solo nei momenti di rottura, in quei momenti in cui il capitalismo stesso produce qualche trauma. E’ a quel punto che occorre decidere la tattica, non ora (ora concentriamoci sulla strategia, lasciamo perdere l’inseguimento dei ceti sociali..). In questa fase si tratta solo di attrarre i proletari più cocienti, e auspicabilmente anche elementi della classe Borghese che passano dalla parte del proletariato (questi elementi, anche se pochi, esistono sempre e sono spesso fondamentali). Si tratta cioè di formare un nucleo ‘della prima ora’, che è fondamentale per la stabilità successiva.

      Un problema semmai che io vedo nella situazione odierna,
      è il fatto che il proletariato in Italia, come negli altri paesi imperialisti, è etnicamente frazionato, a causa di una immigrazione molto maggiore del passato. Questo rende la situazione diversa da quella, diciamo, di inizio secolo XX (che secondo me è la situazione storica più simile all’attuale). All’inizio del XX secolo solo gli USA avevano una situazione simile. E infatti è ben nota la difficoltà di espansione delle idee socialiste in USA, nello stesso tempo in cui dilagavano (e vincevano) in Europa.

    5. Luca Micaloni dice:

      Il messaggio internazionalista dovrebbe essere quello che trova meno problemi nel rendersi accetto a una classe etnicamente composita…
      Bisogna far uscire chi lavora dalla dimensione sindacale e riformista, e anche far capire che uscire dal riformismo non significa prendere i fucili o violare l’ordine costituzionale (peraltro, la costituzione italiana lascia ampi spazi per un impianto normativo socialista), ma semplicemente capire che l’assetto presente ti permette al massimo di avere 1.400 euro in busta paga anziché 1.100, che puoi avere più welfare o meno welfare, infrastrutture migliori o peggiori, ma sempre fai la fame e conduci una vita alienata da 8 ore di lavoro seriale il cui frutto ti viene costantemente espropriato. E qualcuno se ne appropria, e tu sei costretto a quella condizione proprio perché qualcuno se ne vuole appropriare.
      Serve una propaganda capillare! Il PCI ci ha rinunciato quasi subito (almeno dopo la morte di Togliatti), così si è diffusa l’idea che il socialismo è troppo radicale e in definitiva non conviene alla maggior parte delle persone, che tutto sommato stanno benino…
      Ora iniziano a stare peggio (fiumi di forza lavoro squalificata e a basso costo, delocalizzazioni), mi sembra un discreto punto di rottura. Dire: -espropriamo le aziende (per via legale, con indennizzo), togliamo di mezzo l’appropriazione privata dei profitti, investiamoli nel miglioramento della produzione e manteniamo i salari – non è così astruso. Tanto più che lo Stato interviene già largamente in economia, per rilevare aziende, accollarsi il disavanzo (a carico dei contribuenti) e rivenderle a due soldi a qualche traffichino. Era meglio l’IRI.
      Purtroppo questo genere di argomentazioni è stato lasciato a Beppe Grillo.

    6. Cominform dice:

      Serve una propaganda capillare dici tu…
      Si sono d’accordo, come non essere d’accordo d’altra parte,
      serve però soprattutto la consapevolezza che gli eventi futuri solo in minima parte dipendono da noi. Cioè non siamo noi a determinarli. Bisogna avere ben chiaro quali sono gli effetti possibili di una propaganda: se da una azione di propaganda, fatta in un momento sbagliato, ci si attende che il popolo risponda con una insurrezione, si è condannati alla delusione, ci si trova nella posizione di Don Chishotte.Il fatto è che esistono certi momenti ben precisi in cui bisogna agire, e tutto ciò che si fa prima è finalizzato ad avere la forza necessaria per agire al momento giusto, momento giusto che NON siamo noi a decidere, ma che si genera o non si genera per meccanismi che non dipendono dalla nostra buona volontà. Vedi non è che è dipeso da Togliatti, se la propaganda per il Socialismo ai suoi tempi ha avuto un effetto positivo, o meglio, Togliatti ha semplicemente fatto la sua parte, ma gli effetti dipendevano dal fatto che la situazione storica era completamente diversa dall’attuale.. Ai tempi di Togliatti un paese socialista mandava il primo uomo nello spazio.. è questo che dava forza alla propaganda.. non so se mi spiego.
      Al giorno d’oggi puoi affannarti come vuoi per tentare di convertire la gente al Socialismo, otterrai sempre effetti microscopici rispetto a quelli che otteneva un mediocre propagandista del PCI nel 1961 all’indomani dell’impresa di Gagarin…
      Comunque, non è che questo non ponesse dei problemi:
      a furia di successi del PCI, alla fine dei 60 USA e Borghesia internazionale hanno cominciato a preoccuparsi, e hanno dato il via alla strategia della tensione: bombe contro gente innocente, per dare la colpa ai ‘rossi’ e giustificare un colpo di stato…
      Poi è subentrato Berlinguer (Secchia disse: ma chi è? Rispetto a lui pure Amendola mi sembra di sinistra..) e i piani golpisti sono subito rientrati..
      (è questo il motivo per cui il Socialismo ha cominciato ad essere considerato troppo estremista anche nel PCI…)
      Ma dicevo effetti MICROSCOPICI: ecco il problema principale…
      I comunisti di oggi devono capire che QUESTA è l’entità degli effetti oggi possibili, e devono saperli valorizzare, nel senso leninista della ‘iskra’, la famosa ‘scintilla’, sapendo che fra un milione di questi ‘effetti’ solo UNO sarà la ‘iskra’.

      Le altre tue preoccupazioni sono a mio giudizio superflue: non dobbiame essere mica noi a decidere se il cambiamento avverrà con i fucili oppure no. Innanzitutto non esistono fucili, in secondo luogo qualora esistessero non esiste una popolazione addestrata al loro uso, in terzo luogo non esiste una valutazione del numero di fucili in possesso del nemico..
      Quindi rappresentare l’uso dei ‘fucili’ (immaginari) come se fosse una SCELTA che ci si impone, è, scusa se te lo dico, semplicemente ridicolo..

      Le rivolte popolari ci saranno presto, ma non a seguito della azione dei comunisti, ma a seguito dell’aumento esponenziale della disoccupazione, e della fine dei sussidi..prodotto dal capitalismo, non certo della propaganda comunista. A quel punto il compito dei comunisti è saperne prendere la guida e offrire uno sbocco a queste rivolte. Ecco come si pone la questione a mio giudizio.

    7. Luca Micaloni dice:

      Sulla questione dei “fucili”, intendevo banalmente dire che se prospetti un sistema politico ed economico alternativo e ti chiami comunista, la gente pensa (ben che vada) ai fucili, e non ha nessuna voglia di fucili. Inoltre, l’Europa è transitata per i moti insurrezionali tra Ottocento e Novecento, oggi lo schema interessa la storia politica di altre aree del mondo.
      Sul partito comunista che prende la guida delle rivolte popolari generate da meccanismi socioeconomici e non politico-propagandistici…la questione della propaganda incide proprio qui. Non è che, quando la storia si muove, puoi arrivare e dire “Ciao, siamo i comunisti, quelli di Marx. Guidiamo noi.” La gente ti manderà a fanculo perché puzzi un po’ di Breznev e un po’ di D’alema, un po’ di Pol Pot e un po’ di Berlinguer. I sussidi finiscono, ma tu parli di classe operaia e quelli manco si accorgono che la classe operaia sono loro. E gli intelletti brillanti sono anticomunisti per semplice introiezione del lessico dominante.
      Manca la costruzione teorico-pratica di una nuova egemonia, non tanto una propaganda (non è che si sono dati pochi volantini, è che non si è stati nei luoghi della sofferenza sociale e non si è elaborato un nuovo modello di alternativa credibile…è caduto il muro e siamo rinati democratici e liberomercatisti come se niente fosse).
      La carenza simbolica attuale è molto grave, la ricostruzione parte da lì.

    8. Luca Micaloni dice:

      Certo che non puoi “scegliere” tout court il mezzo del cambiamento politico, ma la preparazione di un certo mezzo piuttosto che di un altro può essere premeditata, strategica. Non è che i soviet sono piovuti dal cielo già pronti, ci saranno state scelte, opzioni di soggetti, alla base.
      Ovviamente se uno ha un obiettivo, sfrutta i mezzi che capitano, quelli disponibili al momento anche indipendentemente dalle sue previsioni e dalla direzione dei suoi sforzi precedenti. Ma le previsioni e gli sforzi precedenti ci sono ben stati, che poi la contingenza storica possa metterli fuorigioco è un altro conto. Contemplare l’uso di certi mezzi porta a certe scelte tattiche e strategiche, escluderlo porta a certe altre scelte.
      Certo che concepire i mezzi possibili come se fossero tutti sempre egualmente disponibili è ridicolo.

    9. Cominform dice:

      ‘Non è che, quando la storia si muove, puoi arrivare e dire “Ciao, siamo i comunisti, quelli di Marx. Guidiamo noi.” La gente ti manderà a fanculo perché puzzi un po’ di Breznev e un po’ di D’alema, un po’ di Pol Pot e un po’ di Berlinguer. I sussidi finiscono, ma tu parli di classe operaia e quelli manco si accorgono che la classe operaia sono loro.”

      Ciò che ha di bello il Marxismo è che è materialista..
      Tutta questa indeterminazione a cui tu alludi, tutte questi giudizii soggettivi (su Marx, Breznev etc. ) hanno ben poca importanza in realtà per Marx e i suoi ‘seguaci’…
      Alla fine lo stomaco funziona sempre allo stesso modo: se langue reclama qualcosa da mangiare.. e la valutazione del lavoro è sempre quella: se io lavoro 10 ore e tu 10 minuti, me lo devi dimostrare che i tuoi dieci minuti valgono le mie 10 ore..

      ‘E gli intelletti brillanti sono anticomunisti per semplice introiezione del lessico dominante.’

      be questa affermazione è palesemente smentita da innumerevoli esempi: uno per tutti: Gramsci.

    10. Luca Micaloni dice:

      Intendevo gli intelletti brillanti di adesso…E certamente non tutti, era un’allusione di massima.
      Lo “stomaco” non è direttamente politico, altrimenti ci sarebbe già il socialismo, no? Anzi, molti esseri umani riconoscono legittimità a un ordinamento che li massacra…

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