TORINO E LA FRANTUMAZIONE DELLA SINISTRA E DEI COMUNISTI.

23 aprile 2011 di

                   TORINO E LA FRANTUMAZIONE DELLA SINISTRA E DEI COMUNISTI.

 

Torino, la città di Gramsci e della Resistenza, con le elezioni amministrative di maggio  “toccherà il fondo” nella frantumazione della sinistra e dei comunisti,  che non hanno saputo né voluto opporsi al progetto del PD colluso con Marchionne e con la Fiat.

Lo diciamo con il dovuto disincanto verso lo strumento delle elezioni ormai diventate il vero feticcio della politica di mestiere e delle poltrone. Ma tant’è,  invece di guardare alla politica di radicamento sociale e alla capacità di incidere ed indirizzare il conflitto, gli appuntamenti elettorali continuano ad essere il misuratore dell’attività di questa pessima politica.

Proprio su questo punto condividiamo la decisione di Comunisti Sinistra Popolare, l’organizzazione politica fondata dal comunista torinese Marco Rizzo, di cui interpretiamo la nuova forma di militanza, che decide con grande senso di responsabilità di interrompere un gioco che ha distrutto la storia  ed il senso di esistere della sinistra e dei comunisti.

Dopo che è stata fatta cadere (favorendo l’indietreggiare di Giorgio Cremaschi) la possibilità di avere una candidatura unitaria  contro la destra ma alternativa al Partito Democratico di Fassino (l’uomo più funzionale alla Fiat di Marchionne), in larga parte per la responsabilità dei gruppi dirigenti nazionali di PRC e PDCI, che avevano visto come un grave pericolo la contrapposizione netta con lo stesso PD, a cui chiedono, solo e sempre, una forma di accordo alle future elezioni politiche per avere uno scampolo di rappresentanza parlamentare, ci pare giusta e responsabile la scelta di non presentare la quarta “falce e martello”, che sarebbe andata ad aggiungersi alle tre di PRC-PDCI, SC e PCL, senza omettere la lista di sinistra di Rossana Becarelli e i voti sparsi a singoli candidati ed addirittura ai nostri elettori che sceglieranno Grillo, divisi e l’una assieme alle altre centrifughe in questo processo di frantumazione e fine della sinistra e dei comunisti.

E pensare che la parte migliore della città, gli operai della Fiat, qualche mese fa aveva ridato dignità e orgoglio ad una politica sempre più afona. La loro lotta al ricatto referendario del “moderno” padrone Marchionne aveva,  per la prima volta, rotto il velo del gossip di Arcore e riportato la realtà e le potenzialità di una società sempre più sofferente alla crisi strutturale del sistema capitalistico.

Lor signori avevano bisogno che quella parentesi si richiudesse in fretta, mentre il gioco perverso di piccole  trattative per ottenere un consigliere comunale o un presidente di circoscrizione bruciavano la possibilità di risollevarsi ad un risultato come quello del 1993, quando i comunisti tornarono ad essere il primo partito della sinistra in città.

Facciamo comunque i migliori auguri alle liste comuniste e di sinistra che, appunto monche e divise, cercheranno, non si sà in quale modo,  di opporsi alla destra ed al PD filo-Fiat, ma abbiamo voluto assumerci la responsabilità di segnalare un pericolo di disfatta che altrove sarà ancora più evidente, vista la rincorsa ad allearsi appunto con quel PD collaterale ai poteri forti del capitalismo nostrano, certo stanco di Berlusconi ma tuttora avvinghiato ad un potere, che solo il processo di trasformazione comunista della società potrà realmente interrompere.

Invitiamo tutte e tutti, sin d’ora e certo dopo il 15/16 maggio, ad un confronto collettivo su queste nostre considerazioni.

Torino 23 aprile 2011.        Giorgio Bottiglieri, Massimo Zucchetti, Giovanni Zungrone.

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    24 Risposte a “TORINO E LA FRANTUMAZIONE DELLA SINISTRA E DEI COMUNISTI.”

    1. Dandalo dice:

      Quello della frantumazione della Sinistra di classe ed anticapitalista è un problema vero, serio ed anche molto grave al punto in cui siamo: Torino docet.
      D’altronde credo che, allo stato attuale, la situazione sia abbastanza chiara: da un lato c’è SEL, cioè una pseudo-Sinistra mediatica, leaderistica, totalmente inconsistente politicamente e che si appresta a fare la ruota di scorta dell’ “alleanza democratica” antiberlusconiana, quindi ad avere un posto al sole nel prossimo governo “antiberlusconiano” e a riproporre in forma ancor più deteriore tutte le miserie e le contraddizioni del “comunismo bertinottiano”; dall’altro c’è la FDS e i rimasugli di Rif.Com. e del Pdci, anch’essi totalmente inconsistenti politicamente, subalterni a SEL e al PD e incapaci di rilanciare davvero l’ipotesi d’un polo comunista-anticapitalista e d’una Sinistra d’opposizione, alternativa al berlusconismo e all’antiberlusconismo.
      Ancor più a Sinistra c’è invece una miriade di realtà comuniste ed anticapitaliste (le più importanti delle quali sono Sinistra Critica, il PCL, la stessa Sinistra Popolare di Marco Rizzo) che giustamente criticano SEL e la FDS ma che, divise e separate come sono, si condannano semplicemente all’impotenza o alla marginalità. Compagni, dico qui quel che ho spesso detto e scritto in altri post su altri siti: bisogna trovare la forza e il coraggio per unire queste realtà comuniste ed anticapitaliste che oggi stanno a Sinistra della FDS, sulla base, intanto, d’un “programma minimo”, che in questa fase non può non essere la costruzione d’un polo anticapitalista alternativo ai due “blocchi”, per una Sinistra PROGRAMMATICAMENTE di opposizione e non di governo.
      Unire, insomma, e di corsa, anche perché la FDS non durerà ancora per molto a mio avviso e dentro Rif.Com. c’è malumore per le scelte “governiste” di Ferrero, Diliberto e soci. Unire, altrimenti si va in ordine sparso, come a Torino, con risultati ridicoli e controproducenti.

    2. Cominform dice:

      Dandalo: il tuo discorso lo trovo impeccabile in una parte, la prima, quella dell’analisi delle forze in campo,
      Nella seconda parte però mi sembra riproduca un discorso che ho già sentito… qualche anno fa.
      E’ l’eterno discorso dell”’Unità”, discorso marziano, leniniano, gramsciano, e quant’altro, questo è sicuro, ma che qui è rivisitato in chiave politicista-elettoralistica (anche da te…).
      Per rifondazione e Pdci di qualche anno fa era il discorso di ‘doversi unire’, cioè dovere unire Rif PdCI Verdi e tutti gli altri a sinistra del PD. allo scopo di creare una ‘grande forza’.
      L’ultima affermazione suscitava in me un sorriso amaro, e mi faceva pensare ‘quanto sono ingenui questi compagni..’.
      Glielo dicevo, lo scrivevo, proprio come stò facendo ora.
      Ricordo che scrivevo pure che mi sarebbe piaciuto molto sbagliarmi, ma ero sicuro (al 100%, non al 99 per cento..)
      di non sbagliarmi: l’operazione era controproducente da TUTTI i punti di vista, e comunque era INUTILE: che urgenza c’è di unire forze che SOMMATE non arrivavano al 5% ?
      E comunque NON avrebbero raggiunto nemmeno la somma…
      Poi ci fu la lista arcobaleno. Sai come è andata, e sai quindi se ho avuto ragione oppure no.
      La STESSA cosa è stata riproposta successivamente, ora i comunisti (ex-parlamentari) sono tutti uniti. Embè?
      La FdS è accreditata meno di Grillo..
      La Sel va meglio ma.. appunto è la Sel, l’hai descritta bene tu.

      Adesso tu riproponi con gli stessi toni di urgenza (?) esattamente la stessa cosa. Tu chiedo qual’è la posta in palio, qual’è l’occasione da non perdere, che motiva questo tuo stato d’animo d’urgenza, derivante dall’unire DC, PCL e CSP ? Fai la somma delle percentuali dei sondaggi. Poi considera il fatto che la somma effettiva sarà sempre inferiore (una cosa è votare CSP, ALTRA cosa è votare una ‘federazione’ composta da CSP SC e PCL..).

      Il fatto è che la questione dell’Unità viene posta in modo MOLTO diverso da come la ponevano i Marx i Lenin e i Gramsci. Quelli intendevano l’Unità del proletariato, non l’unità di forze politiche che il proletariato ancora non riconosce come proprie (se no le voterebbe..).
      Certo . se poi si vive in un periodo storico dove le forze anti-capitaliste sono consistenti, ALLORA SI, un discorso come il tuo, o come quello della FdS ha senso..(per esempio il Fronte Popolare costituito nel 1948.., a parte il fatto che ha perso, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe troppo lontano).

      Nelle presenti condizioni occorre, prima di tutti questi discorsi di tattica e strategia elettorale, l’UNICA cosa che c’è da fare è esattamente quella che sta tentando di fare CSP.
      E’ L’Unica.. La FdS ha già perso. Dal mio punto di vista ha perso anche se riuscisse a far eleggere in parlamento la sua dirigenza, perchè lo potrebbe riuscirci solo subordinandosi al PD, ed uscendo così completamente fuori da ogni discorso anti capitalista.

      Ma la CSP può fare quello che fa, solo assumendo una fisionomia ben precisa, il che a sua volta è possibile solo scegliendo UNA teoria, e ripudiando l’eclettismo teorico.
      L’eclettismo l’abbiamo già sperimentato con rifondazione…

      E NON BASTA l’anti-capitalismo e la scelta di classe per definire una teoria.

    3. Dandalo dice:

      Io non assegno al “fattore elettorale” un ruolo preminente, nè riduco il problema dell’anticapitalismo a una questione di “cartelli elettorali”. Anzi proprio perchè non assegno alle “elezioni” una funzione salvifica credo si possa e si debba osare su questo terreno, non temendo la “contaminazione” e la perdita d’una qualche “purezza”. Quanto all’ “urgenza” è anch’essa un’urgenza politica, non elettorale: la mia ipotesi “unitaria” non è burocratica, verticistica, “coalizionista” ma, appunto, politica e nasce dall’urgenza (che sento) di costruire una rete di partiti e movimenti che non si riconoscono nè in SEL nè ormai nella FDS, e che lasciati a se stessi a mio avviso rischiano di essere molto poco incisivi, politicamente ed elettoralmente. Tu hai idee diverse Cominform e, dico davvero, spero tu abbia ragione a questo punto, anche se ho i miei dubbi.
      Quanto alla mia proposta, ho parlato non a caso di “programma minimo”, o se vuoi di minimo comun denominatore (che a me sembra in questa fase l’alterità dei comunisti e degli anticapitalisti rispetto alle due grandi coalizioni, quindi l’ipotesi d’una sinistra programmaticamente di opposizione) grazie al quale alcune forze comuniste ed anticapitaliste possono stare insieme ed unirsi in una “federazione”: l’idea della FDS in questo senso era buona, e se è naufragata lo dobbiamo al fatto che i dirigenti di Rif.Com. e del Pdci semplicemente… non l’hanno mai messa in pratica. La mia idea di “Federazione” ovviamente non è quella d’una caserma o d’un collegio militare, nè quella della riproposizione d’un partito comunista tradizionale che, con tutto il rispetto, non vedo in circolazione; penso piuttosto a un soggetto capace di federare diverse realtà e sensibilità perchè capace di agire nei processi di resistenza alla crisi del capitalismo, di stare dentro quelle lotte, quelle esperienze (anche e soprattutto sindacali) e da lì ripartire, assegnando alla “funzione elettorale” e “parlamentare” l’importanza che essa si merita. Cioè un’importanza “minima” appunto, perlomeno in questa fase, e che a me sembra tutt’al più la possibilità d’assicurarsi un megafono, una “tribuna” e un amplificatore per lotte e processi politico-sindacali che maturano assai più FUORI dal parlamento e dalle istituzioni. Proprio per questo motivo non mi interessa affermare una “purezza” e una “ortodossia”… in parlamento, durante le elezioni comunali o dentro un quasivoglia micro o macro-partito, ma sui luoghi di lavoro (o di quasi-lavoro precario) e nelle lotte che in questi luoghi vanno moltiplicate. Ecco perchè non mi scandalizza (anzi non mi scandalizzerebbe) stare insieme a un Ferrando, a uno di Sinistra Critica o a un comunista che viene da… Marte in questo momento, e proprio sulla base d’una SVALUTAZIONE delle logiche politiche dominanti, non d’una loro esaltazione. Si finisce per esaltarle queste logiche, al contrario, riducendo il problema del “comunismo” al problema del “partito”, che tuttavia in assenza di processi politici reali è flatus vocis.
      Non so se il mio è “eclettismo” o magari “sincretismo”: forse. Ma senz’altro non ci trovo nulla di abominevole a federare diverse realtà anticapitaliste sulla base d’un minimo comun denominatore, lasciando massima libertà d’azione e di teorizzazione (e di dibattito) ai soggetti aderenti, che intanto come “Federazione” operano comunque (anche in parlamento o negli enti locali se avranno la… sventura di arrivarci) per una opposizione sistematica e programmatica, dura, forte, intransigente. Il NPA francese è qualcosa di molto simile, e sta intorno al 5%: è poco, è tanto, non lo so; è tuttavia qualcosa, soprattutto perchè è riuscito a dare un volto e un’identità a un’estrema Sinistra francese che non si riconosceva più in un PCF ormai in caduta libera perché diventato da tempo immemore la ruota di scorta del PSF.
      Questa, dunque, è quella che io sento come “urgenza”: se poi si pensa che è meglio stare come stiamo, cioè con una dozzina di partitini comunisti che vanno allegramente in ordine sparso (e che finiscono per assegnare, volenti o nolenti, un ruolo preminente proprio alle elezioni e al “voto”, rispetto al quale sono ininfluenti), allora buona fortuna, e che Dio ce la mandi buona!

    4. mj23 dice:

      Tovarishi, andiamo sui contenuti, siamo comunisti, c…o! Putroppo secondo me il problema principale che impedisce una effettiva collaborazione tra CSP e i partiti trotskiysti come PCL, del quale comunque apprezzo la determinazione e la radicalità anti-capitalista, è che le divergenze fondamentali sono insormontabili proprio in un tema drammaticamente cruciale e fondativo per qualsiasi movimento politico degno di questo nome: la politica estera. Compagni, se non si mantiene la schiena dritta sulla politica estera siamo tutti fottuti. A mio modo di vedere possono esserci compromessi in alcuni ambiti (e mai troppo al ribasso, sia chiaro!!!), ma non sulla lotta anti-imperialista. Per nessuna ragione al mondo si possono assumere o anche solo accettare posizioni di politica estera che, NEL CONCRETO, possono anche solo vagamente agevolare i progetti di chi comanda il mondo, Stati Uniti, Israele, NATO e tutti i loro sudditi, a partire dalla cosiddetta “Unione” Europea. Perchè alla fine della fiera il nodo cruciale che impedisce convergenze concrete con i trotskiysti (e aggiungo, purtroppo!) è proprio questo, le scelte in politica estera. Aggiungo che se vogliamo dare davvero una scossa elettrica, dobbiamo cominciare a parlare molto chiaro per fare in modo che venga fuori la verità sugli auto-attentati dell’11 settembre 2001 e in generale sulle dinamiche perverse e ciniche che manovrano il terrorismo islamico, grazie alle quali l’imperialismo israelo-americano ha potuto aprire il XXI secolo da una posizione di tale vantaggio mediatico e propagandistico che non hanno probabilmente uguali nella storia dell’umanità.

      Do skorogo, tovarishi!

    5. puzzailsignorvincenzo dice:

      Compagno mj23, non ho capito: secondo te i trotzkysti o Ferrando sono filo – americani o filo – israeliani? A me non sembra. Cordialmente.

    6. mj23 dice:

      Ma ovviamente no, certo che non sono filo-americani o filo-israeliani, ma purtroppo certe loro posizioni in politica estera spesso, NEI FATTI, NEL CONCRETO, rischiano di portare acqua a quel mulino. Basti pensare alle sciagurate vicende del Kosovo e della Libia, per non parlare delle posizioni anti-russe e anti-cinesi nelle questioni della Cecenia, dell’Ossezia del Sud, dello Xinjiang e del Tibet. La priorità assoluta va data alla lotta per la distruzione dell’Impero che ancora oggi, malgrado la crisi economica figlia del suo stesso sistema turbo-capitalista, domina saldamente il mondo con il ricatto finanziario e con la forza soverchiante della superiorità militare, e che è appunto rappresentato dall’asse Stati Uniti-Israele-NATO-UE. Allo stato attuale, qualsiasi posizione ambigua o comunque non radicalmente contrapposta a questo asse in qualsiasi teatro internazionale che vede questo asse attivo in prima linea, è controproducente. I trotskiysti dicono che la loro lotta è contro tutti gli imperialismi e contro tutte le dittature, il che sarebbe anche lodevole, ma se poi questo significa ad esempio confondere una masnada di criminali come l’Uçk albanese totalmente al soldo della NATO, per “combattenti per la libertà contro lo stalinista Milosevic”, allora non ci siamo per niente perchè con un atteggiamento del genere non si fa altro che perpetuare all’infinito proprio il dominio del più prepotente e più aggressivo imperialismo sulla scena mondiale. Spero di essere stato più chiaro.

      Priviet!

    7. Cominform dice:

      Caro Mj23, quello che i trozkisti dicono in politica estera (e che non mi stupisce affatto) non è e non può essere scollegato da cio che fanno, farebbero, e faranno effettivamente in politica interna non appena ne, avranno la possibilità (eventualità che per fortuna non si verificherà mai).
      Io ho a casa un libro che ho comprato da un gruppo trozkista una quindicina di anni fa. Una loro ricostruzione dei fatti di Ungheria
      del 56.
      scritta in occasione del ‘quarantennale della Rivoluzione Ungherese’ (n.b. ‘rivoluzione ungherese’: come la chiamano i fascisti e i partiti borghesi, anche quelli che governano attualmente l’Ungheria perseguitando i comunisti…).
      A loro dire davano spazio ‘a tutte le opinioni, anche agli stalinisti’, in realtà gli ‘stalinisti’ erano messi sotto la voce ‘un bilancio calunnioso’ (l’opinione dei trozkisti stava sotto la voce ‘un bilancio militante’..). Ma soprattutto quelli che loro chiamavo ‘stalinisti’, non erano affatto tali: gli stalinisti (cioè il gruppo di Rakosi) era già uscito di scena da tre anni alla data del 56,
      liquidato dal nuovo gruppo del PC appoggiato da dalla nuova dirigenza sovietica Kruscioviana (che spinse e interferi direttamente per togliere di mezzo Rakosi e il suo gruppo). Furono proprio loro che incoraggiarono le rivolte anti-partito a cui seguirono le sommosse fasciste che costituiscono i ‘fatti di Ungheria’. La repressione non fu organizzata dagli stalinisti (anche se, sarebbero stati d’accordo, ma semplicemente non erano più al potere..)
      la repressione fu organizzata dagli stessi (sovietici e ungheresi) che avevano liquidato gli stalinisti, non appena si accorsero di aver scoperchiato una vaso di Pandora e la situazione gli sfuggiva di mano

      Ora tutto questo come viene descritto dai trozkisti?
      I trozkisti si inventano una storia inverosimile, completamente campata in aria e soprattutto mai accaduta..
      Per loro quella era una rivoluzione comunista, fatta dagli operai, contro lo ‘Stalinismo’.
      Nel libro si prende spunto da alcuni fatti di occupazione di fabbriche, di costruzione di consigli operai etc. e si glissa su tutto il resto: cioè che aderivano alla sommossa non solo operai, ma gente dalla estrazione più varia, e non ben definita, ma che l’origine della rivolta fu nei quartieri borghesi della citta, Il grosso dei rivoltosi era composto da
      studenti universitari appartenenti a famiglie borghesi (o ex borghesi)
      residuati del regime Hortista, e peggio ancora da residuati dei fascisti delle croci -frecciate, che furono i fantocci dei nazisti alla fine della guerra e nei pochi mesi del loro triste governo commisero crimini inimmaginabili contro la popolazione (soprattutto ebrea). Anche operai parteciparono alla rivolta a modo loro (con le occupazoni di fabbriche tanto esaltate dai trozkisti) ma si trattava dello stesso fenomeno dei nostri operai che, confusi dai loro ex partiti di riferimento,
      si mettono a votare Lega, conservando la tessera CGIL..
      Allo stesso modo alcuni degli operai ungheresi, avendo vissuto tre anni in cui avevano visto mettere all’indice dallo stesso partito comunista il gruppo dirigente che aveva creato l’Ungheria socialista, nello stato di confusione generale contribuirono in parte alla rivolta.

      Ma per i trozkisti si tratta di ‘rivoluzione comunista’ …

      Ora, torniamo a noi, i trozkisti sono maestri nel rigirare le frittate, li conosciamo bene da tempo, Non devi lasciarti
      impressionare dalla loro terminologia comunista, questa anzi è proprio la loro caratteristica più pericolosa perchè li rende più infidi.
      Quello che vedi in politica estera è ESATTAMENTE quello che devi aspettarti da loro. Ed è ESATTAMENTE quello che faranno ANCHE in politica interna (non c’è separazione fra le due..) non appena ci dovesse essere un partito comunista dotato di una certa consistenza , che lotta per il potere, e che gestisce il potere confrontandosi con la realtà (che non corrisponde quasi mai ai sogni che ci erano fatti prima ). E’ in quel momento che ti accorgi chi sono veramente i trozkisti.

      Per ulteriori informazioni ti rinvio alla lettura di un recente libro scritto da Domenico Losurdo : ‘Stalin: storia e critica di una leggenda nera”.

    8. Dandalo dice:

      Sì, d’accordo, l’Ungheria (che ormai è una vicenda sulla quale possiamo dibattere in sede storiografica, con asprezza anche, ma consegnando comunque quelle vicende a un “passato” che non può diventare una discriminante “oggi”) e la politica estera e tante altre cose sulle quali, personalmente, sono anche d’accordo con voi. Però santo cielo ci sono anche molti punti che in questo momento uniscono, ad esempio, Csp, Pcl e tante altre realtà anticapitaliste:
      1. l’autonomia politica dei comunisti-anticapitalisti rispetto alle due grandi coalizioni
      2. la necessità d’una azione sindacale anticoncertativa e in questa fase assai più radicale di quella garantita dalla Cgil
      3. la necessità d’una battaglia forte, dura, sui diritti dei migranti (che po sono anch’essi lavoratori)
      4. la necessità d’una iniziativa anticlericale “vera”, contro i privilegi fiscali della Chiesa
      5. la necessità d’una prosecuzione del movimento anti-Gelmini, conferendogli un più spiccato accento di classe
      6. in politica estera, ad esempio, l’opposizione all’intervento statunitense in Libia e nel Nord Africa (vedere il sito del Pcl, che non mi sembra inneggi agli Usa)
      E potrei continuare. Insomma di coefficienti per un’iniziativa comune, unitaria, “federale” secondo me ci sono, anche proiettando questa realtà (che non c’è…) su un terreno elettorale (ed assegnando alle “elezioni” l’importanza apputo secondaria che esse si meritano). Torno ovviamente sull’idea d’una “Federazione”, nella quale ognuno dovrebbe avere una sua identità e in cui le varie soggettività dibattono, se vuoi “competono” (come è naturale) ma che non puntano ad affermare verità “assolute” e “ortodossie” di cui secondo me nessuno sente il bisogno.
      E poi con Ferrando e con tanti altri ci si stava a contatto, gomito a gomito dentro Rifondazione, e a quell’epoca Rifondazione è stata (anche sul territorio) un laboratorio politico nient’affatto da disprezzare, un luogo di dibattito (e non solo di scontro) che si aveva il dovere di tutelare e di riproporre con forza come modello. Invece il “bertinottismo” (tendenza stupidamente “ideologica” molto più di quel che sembra, e basta sentire i vendoliani per convincersene) ha dilagato, imponendo i suoi ridicoli “dogmi” ma anche producendo una reazione speculare, in base alla quale si è pensato di difendersi agitando altre verità assolute ed altre ortodossie, con i risultati (secondo me negativi) che oggi abbiamo sotto gli occhi. Cioè, appunto, frantumazione, divisione perpetua ed endemica, debolezza politica complessiva.
      Insomma ci sono anche molti punti che ci uniscono, alcuni dei quali di non poca importanza, e sui quali sarebbe utile secondo me lavorare politicamente. Mi rendo conto tuttavia che l’aria, purtroppo, è un’altra ed anche questo nostro dibattito lo conferma. Staremo a vedere, comunque. Saluti comunisti a tutti!

    9. mj23 dice:

      Sono molto d’accordo con te, tovarish Cominform (grazie per la segnalazione del libro di Losurdo), tanto è vero che se la memoria non mi inganna i principali teorizzatori dell’aberrazione “neocon” americana, Irving Kristol e Norman Podhoretz, mi pare avessero un passato da trotskiysti. Tuttavia, come dice tovarish Dandalo su certe cose è possibile trovare convergenze anche con loro, pur rimanendo fortemente critici. In molte elezioni comunali non saprei proprio chi si possa votare se non alcuni candidati del PCL, penso ad esempio a Michele Terra a Bologna. Allo stesso tempo però, tovarish Dandalo, vorrei dirti che il fatto che sul sito del PCL non si inneggi all’America, non significa che la loro posizione sul conflitto libico non porti comunque acqua al mulino imperialista. Guarda, al di là delle parole con cui si esprimono, nel concreto la posizione del PCL è sostanzialmente molto simile a quella di SEL, ossia, sì alla rivolta contro Gheddafi ma no all’ingerenza militare occidentale. Questa posizione è assurda, non può stare in piedi in alcun modo. Come si può pensare che l’abbattimento di un regime certamente ormai molto diverso rispetto alle origini, ma comunque ancora assai poco gradito agli imperialisti, non avvenga senza l’ingerenza occidentale? Ferrando e Vendola non dicono una sola parola sul fatto che ad esempio già a novembre 2010 su un sito militare francese si accennava a uno scenario simile a quello attuale in Libia, non dicono una parola sul fatto che agenti dei servizi segreti britannici erano in Cirenaica molte settimane prima che scattasse la rivolta, non dicono una parola sul fatto che tra le fila degli insorti ci sono fanatici islamici manovrati dalla CIA e dal Mossad (per capirci, aberrazioni umane della stessa risma di quelli che hanno trucidato Vittorio Arrigoni a Gaza). La priorità della lotta anti-imperialista, dei comunisti, oggi, non è certo rovesciare Gheddafi! La realtà è che le vere convergenze, soprattutto in politica estera ma non solo, le possiamo trovare ad esempio con Alternativa di Giulietto Chiesa ed eventualmente con tutti i compagni (sempre meno, per la verità) che magari sono ancora dentro a PRC o PdCI e hanno sempre più la nausea. Scusate se insisto su questo, tovarishi, ma dobbiamo avere il coraggio di cominciare a dire parole veramente pesanti e radicali sull’11 settembre 2001, perchè se la gente continua a credere che quegli attentati sono stati fatti da 19 dirottatori arabi che sono riusciti a eludere tutte le misure di sicurezza degli Stati Uniti per conto di un fantasma nascosto in una grotta dell’Afghanistan, non riusciremo a sconfiggere l’imperialismo! Non ci riusciremo, mai e poi mai. Per chi non lo avesse ancora fatto, consiglio di leggere tre libri fondamentali di Giulietto Chiesa: “Zero” (con tanto di video-documentario allegato), “La Guerra Infinita” e “Superclan”.

      Do skorogo!

    10. Cominform dice:

      A proposito di trozkismo, è interessante questo stralcio di articolo di Amedeo Curatoli (dal giornale on line ‘la nostra lotta’)

      Se Lenin non ha bisogno di essere difeso perchè la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre parla per lui, i trotskisti, invece, devono essere sempre attaccati, in tutte le loro sfumature e varianti eterodosse e ortodosse, devono essere ricolizzati, disprezzati e mai presi sul serio. La lotta al trotskismo, nella nostra epoca, a differenza di quello che pensano molti compagni, è ancora attuale. I trotskisti hanno tuttora un’ascendente sulle nuove generazioni, per il fatto che nel loro seminare odio e orrore per il comunismo storico marciano di pari passo con gli ideologi della società borghese la quale, per tornaconto, per calcolo politico, per motivi di sopravvivenza, è sulla stessa linea della criminalizzazione del comunismo. L’egemonia culturale e politica la si costruisce con la stampa, la tv, la chiesa, le case editrici, ecc. tutti fattori che lavorano negli interessi delle élites borghesi, e uno dei capisaldi di questa ‘cultura’, di questa idea dominante è l’anticomunismo. Dunque fra i motivi dell’influenza che i trotskisti ancora esercitano c’è il fatto che i giovani giungono all’attività politica cosciente già fortemente segnati da pregiudizi anti-Stalin che hanno inconsapevolmente assorbito dai mezzi di comunicazione, nei libri di storia, in famiglia, in qualsiasi luogo dove hanno avuto l’occasione di sentir parlare di politica. Pdci e Rc sono stati i canali principali della diffusione di un’idea infernale del comunismo storico, e questa demonizzazione non è stata contrastata da un partito marxista leninista, che non c’è ancora.

      Ma i trotskisti sono anche stupidi perché si smascherano da sé, con le proprie mani: in ogni evento politico di grande rilievo (come sono per esempio le guerre imperialiste) trovano il modo di accodarsi al coro propagandistico delle menzogne e falsità diffuse dalla stampa occidentale, non perdono mai l’occasione di rivelarsi Quinte colonne, ruote di scorta della cultura dominante. Le gaffes che hanno fatto e stanno facendo in occasione dell’aggressione alla Libia {rivoluzione popolare (Ferrando) o addirittura invio di brigate iternazionali (Rossanda), per non parlare degli appelli controrivoluzionari di Vendola contro Cina, Cuba e Iran} dimostrano che questa gente ha un talento tutto particolare, quello di capire fischi per fiaschi, di scambiare rivoluzione e controrivoluzione.

    11. Cominform dice:

      -Un breve commento a Dandalo, parto da una tua frase

      ”Torno ovviamente sull’idea d’una “Federazione”, nella quale ognuno dovrebbe avere una sua identità e in cui le varie soggettività dibattono, se vuoi “competono” (come è naturale) ma che non puntano ad affermare verità “assolute” e “ortodossie” di cui secondo me nessuno sente il bisogno.”

      Ecco, secondo me questa è una idea sbagliata, e credo che
      i fatti (Arcobaleno, FdS etc.) mi diano ragione. Perchè?
      Perchè se le forze politiche sono ancora PICCOLE i due fatti: la federazione da un lato e l’identità e la competizione dall’altro sono mutuamente esclusivi. Nel dire questo mi spoglio di ogni mia idea Marxista-Leninista, invoco semplicemente la Scienza Politica (che è una scienza, almeno in parte, e credo che un qualunque ‘scienziato’ politico, anche liberale o di destra mi darebbe ragione).

      Diverso è il discorso di una alleanza elettorale fra partiti grandi, che punta al potere tramite elezioni avendo possibilità elevate di vincere. In questo caso le dinamiche sono diverse: la competizione fra gli alleati c’è eccome, e tipicamente si risolve nella fagocitazione di uno dei Partiti nell’altro. E’ il caso del Fronte Popolare del 48: se avesse vinto (e fosse riuscito a mantenere il potere malgrado la reazione degli USA) avrebbe istaurato una repubblica socialista e i socialisti sarebbero stati assorbiti in un unico grande partito comunista. Ma anche se ha perso, è bastata la politica frontista seguita dal PSI per alcuni anni a fare perdere (verso il PCI) un fottìo di voti (aggiunti a quelli persi per la scissione del PSLI del 46).
      Insomma in quei casi l’identità più forte (che all’epoca era quella del PCI) prevale e egemonizza.
      NULLA di questo è attivo ai giorni nostri. Bisogna appunto costruirlo. La Federazione NON E’ un inizio, è l’uccisione del bambino (CSP) nella culla.

      Passo alla seconda affermazione: la federazione di identitò diverse ”che non puntano ad affermare verità “assolute” e “ortodossie” di cui secondo me nessuno sente il bisogno.”

      Una qualche interpretazione della realtà bisogna pur darla, e nel momento in cui la si da, possibilmente non bisogna cambiare idea il giorno dopo.. questo genererebbe solo confusione e se si è un politico rovinerebbe la propria immagine agli occhi degli altri

      intendo dire che se uno ha ancora dei dubbi (per esempio:
      sulla Storia del Comunismo, quello reale, non quello immaginario dei trozkisti) allora gli conviene stare proprio zitto e continuare a studiare, e parlare solo quando si è formato un convincimento netto. Questi sono per me i termini della questione, non è cioè una questione di ‘verità assolute’ e ‘ortodossie’. Non è che si può pretendere di non essere certi delle proprie idee, e nello stesso tempo difenderle a spada tratta contro chi invece è sicuro delle proprie, accusandolo di essere un ‘custode dell’ortodossia’

      Su quale punto fondamentale occorre dare una interpretazione? L’ho menzionata en passant prima: . proprio la Storia del (movimento) Comunista (reale) del XX secolo e delle esperienze concetamente fatte di costruire il socialismo. Questo è FONDAMENTALE. E non è come dici tu, che sei ad esempio portato a liquidare i ‘fatti di Ungheria’
      come non inerenti al presente. INERISCONO e come.. sono ancora MACIGNI.. altro che..
      Perche? Perchè se si vuole costruire un Partito, fondamentale è la sua collocazione STORICA. Un Partto è una entità storica quasi pura. Non vive al di fuori della storia.
      Soprattutto se si vuole costruire il Partito Comunista.
      (storicista per definizione) questo è vero a maggior ragione.

      Come è possibile trovare una collocazione storica comune coi trozkisti?
      Si vabbe, mi dite, sia tu che Mj23: ma se li senti parlare i trozkisti.. Questa affermazione è INGENUA. E’ ingenua a tal punto che mi basta citare Totò e quel suo film dove impersonava ‘Antonio La Trippa’ che si presenta alle elezioni.. Bisognerebbe essere avvertiti sullo scarto fra parole e fatti in politica…

      Concludo, portando un esempio concreto del PERCHE’ è importante la collocazione storica. I comunisti stanno tutti seguendo una certa china ben precisa da vent’anni in qui.
      Ha iniziato Occhetto, con Vendola e Bertinotti in posizione ‘conservatrice’. Ma Vendola e Bertinotti in realtà si sono rivelati solo dei ritardatari: hanno fatto poi la stessa cosa di Occhetto, solo con vent’anni di ritardo.
      C’è un FIUME che travolge i comunisti, e che li spinge tutti a percorrere la stessa strada di liquidazione del comunismo.
      C’è qualcuno che si è accorto di COS’E’ questo fiume?
      Perchè è semplice: la fine dei paesi socialisti in Europa, cioè dei paesi socialisti più sviluppati (quelli asiatici o latino americani sono ininfluenti sull’europa) ha creato la convinzione comune (INCONTRASTATA dai partiti che continuavano a chiamarsi comunisti !!) che il Socialsmo sia FALLITO. ‘Fallito’ capisci questa parola? Chi credi che ti possa mai seguire se la accetti e ti proclami seguace di una ideologia che TU STESSO consideri ‘fallita’?

      Bene ho detto il sufficiente, quindi chiudo perchè non posso scrivere adesso un libro (e anche non posso abusare della volontà di leggermi da parte vostra..).
      Concludo con una tesi, che credo di aver motivato, sulla questione della collocazione storica. Un parito comunista NON PUO ignorare le esperienze passate dei partiti comunisti. E’ elementare. Le deve analizzare, e SOLO SE si convince che quelle esperienze NON SONO AFFATTO fallite, può provare a ricostruire un partito comunista.
      Parlo di un partito comunista, i sindacati mi interessano poco, anche perchè sono del tutto inefficaci senza un partito comunista dietro.

      Saluti

    12. Dandalo dice:

      Cominform, tu sei per la ricostruzione d’un “partito” comunista (e pensi che Csp sia l’inizio di tale rinascita, ed io te lo auguro davvero di cuore), l’idea della “federazione” non ti interessa e neanche tanto il ripensamento d’una iniziativa sindacale: io rispetto questa tua idea ma non sono d’accordo.
      Non farmi dire però quel che non ho detto: negare un’ “ortodossia” non significa… ignorare il proprio passato, da dove si viene, nè assumere un atteggiamento “agnostico”. Un luogo di confronto e di dibattito, anche aspro, per te cos’é? un luogo dove si annullano le differenze e dove si fa a gara a chi è più “anti-ideologico”? Non è questa l’idea che io ho, e l’Arcobaleno (che il sottoscritto infatti non ha votato nè approvato) non è la mia idea di “federazione” tra forze anticapitaliste e comuniste. Credo anzi che da una “federazione” può scaturire tranquillamente una sintesi politica feconda e magari un “partito” in seguito. E poi, scusa, ma i grandi partiti di massa della Sinistra italiana sono nati da processi federativi, in tutto simili a quelli che io invoco: il Psi, come saprai, non è stato fondato dal solo Turati e dai suoi amici della Lega Socialista Milanese, ma sono confluiti in esso spezzoni significativi del Partito Operaio e dello stesso mazzinianesimo (Antonio Maffi e Carlo Dell’Avalle ad esempio); anche nel Pci nel 1921 accanto a Gramsci c’era Bordiga, oltre a Bombacci, e addirittura una figura come Antonio Graziadei. Insomma non erano affatto monoliti (caso mai lo sono diventati dopo) ed inizialmente erano più simili a “federazioni” di gruppi e singole realtà, che poi hanno trovato un modus vivendi, perdendo pezzi magari, certo, ed assestandosi in forma sempre più unitaria. E sia il Psi ottocentesco sia il Pci del 1921 non erano affatto, inizialmente, “grandi partiti” nè espressioni elettorali considerevoli.
      Non sono d’accordo pertanto sull’idea in base alla quale una “federazione” o “fronte” comune tra forze politiche d’estrema sinistra sia attuabile solo col vento in poppa nei consensi. Il caso del Npa francese, assai più odierno, prova ancora una volta il contrario e non credo che questa “regola” sia scritta nei manuali di scienza della politica.
      Quanto al “socialismo reale” sono il primo a dire che è un’esperienza complessa, che anche in ambito storiografico è lungi dall’essere stata inquadrata a dovere: non la demolisco aprioristicamente (e se hai capito il contrario dai miei post, sbagli, sul serio) nè però la esalto e la metto in vetrina. E’ vero, non è stata un totale fallimento, ma nemmeno… un totale “successo” e per ragioni che a me sembrano fin troppo evidenti. E dicendo questo, credimi, non penso che a fallire sia stato il “comunismo” in quanto tale, se no non sarei qui a parlare con te. E mi fa piacere comunque parlare con te, dico davvero, anche se non siamo d’accordo su tutto.
      Saluti.

    13. mj23 dice:

      Guarda compagno Cominform, su tutto quello che hai esposto negli ultimi due interventi penso proprio di essere d’accordo con te quasi al 100%. C’è solo una cosa che non mi convince del tutto, ed è quella di escludere completamente i trotskiysti da ogni ambito di lotta. Non è una differenza ideologica, perchè come ho già detto l’analisi che hai fatto del trotskiysmo non fa una grinza. Piuttosto è una differenza strategica. Il motivo è molto semplice: quando ad esempio Ferrando dice che bisogna occupare con la forza gli stabilimenti Fiat, io penso che sia opportuno farlo. Ma non dobbiamo essere noi marxisti-leninisti ad accodarci a loro, bensì il contrario, capito cosa intendo dire? La resa dei conti tra noi e loro arriverà semmai dopo. Ma quando c’è da agire, BISOGNA agire. Mi spiego meglio: io non penso che si debbano attaccare sempre e comunque i trotskiysti anche quando dicono cose che possono essere in sintonia con noi. In quel caso, possiamo anzi anche sfruttare positivamente i loro sforzi, a prescindere dai motivi reconditi per cui loro possono essere d’accordo. Semmai li dobbiamo attaccare, e anche brutalmente a mio modo di vedere, quando sparano boiate spaziali come sul Kosovo, sulla Cecenia o sulla Libia, e ancor di più tutte le volte che gettano fango sull’esperienza storica del socialismo reale nell’Europa dell’Est, su Fidel, su Chavez e via dicendo. Ma attaccarli a prescindere su tutto ritengo che sia in primis un errore strategico, perchè, ripeto, le rese dei conti si sono sempre fatte dopo. Insomma, per farla breve, penso che allo stato attuale siano molto più deleteri i Vendola, i Ferrero e i Diliberto piuttosto che i Ferrando, e penso che dovremmo in primis fare fuori SEL, PRC e PdCI, piuttosto che PCL, fermo restando le profondissime divergenze con i trotskiysti che tu hai eccellentemente esposto.

      Da zdravstvuyet Kommunizm!

    14. Luca Micaloni dice:

      Analisi seducenti da parte di tutti. Non mi impiccio sulle strategie e sui problemi organizzativi altrui, ma la strada federativa mi parrebbe sensata, almeno con riferimento all’attuale contingenza politica. La capacità politica comporta scelte su quando è indispensabile tenere fermo un punto e quando è invece possibile mediare, i destini dei gruppi politici si decidono così, nell’evitare gli estremi dell’isolamento e dell’assimilazione neutralizzante a formazioni eterogenee.

      Mi fa piacere sentire analisi diverse sull’esperienza del socialismo reale. A mio avviso la sconfitta del blocco socialista non nasce solo dalla destalinizzazione, ma anche (forse soprattutto?) dall’assenza di una radicale e duratura collaborazione tra Russia e Cina, e dell’insufficiente promozione da parte russa delle rivoluzioni in giro per il mondo, figlia diretta della dottrina staliniana del socialismo in un solo stato.
      Inoltre avrei una domanda: posto che rifiutiamo l’interpretazione univoca dei fatti d’Ungheria e di altri analoghi come movimenti di liberazione, che spesso accomuna storici borghesi ed esponenti della sinistra radicale postcomunista, che rilievo ha per voi la libertà nei regimi socialisti? Insomma, la questione dei diritti è un’inutile appendice ideologica borghese, superata a sinistra e in qualche modo ricompresa pressoché automaticamente dal modo di produzione socialista, oppure è un problema effettivo con cui occorre misurarsi?

    15. Cominform dice:

      X Dandalo: la rifondazione di rifondazione, che tu proponi,
      ha un suo appeal: io sono stato un convinto rifondarolo all’inizio degli anni 90, e mi sono entusiasmato quando Bertinotti ha conquistato la segreteria togliendola a (Garavini se non ricordo male). Ammiravo molto Bertinotti in quegli anni.
      (pur non essendo bertinottiano)
      Io credo che all’inizio degli anni 90 Rifondazione avesse un senso : era l’epoca del capitalismo trionfante e il crollo dell’URSS e del sistema socialista era roba di pochi anni prima. La situazione era credo PIU’ DRAMMATICA che non oggi
      (anche se magari voi non ci credete), anche se Rif aveva il 7%: all’epoca non eravamo abiutuati a simili percentuali.

      Insomma era diverso, MOLTO diverso, anche la situazione internazionale era diversa. Oggi in europa si vede qualcosa che si muove: il KKE, quella riunione di partiti comunisti
      a Bruxelles…. All’inizione degli anni novanta non c’era NULLA.
      E comunque, io Rifondazione: ‘liberamente comunisti’, con
      dentro una cinquina di formazioni trozkiste, i cossuttuani,
      i bertinottiani, i leninisti, gli operaisti, i sindacalisti, gli anarco-sindacalisti, i marxisti-leninisti, i pduppini, i demoproletari etc..
      la vedo davvero come acqua passata, ‘superata’ ( parola hegeliana tanto cara ai comunisti da sempre..).

      Sul socialismo reale, mi basta quello che hai detto: siamo d’accordo…
      Io per formazione culturale, familiare etc ,
      mio padre era laureato in economia, di idee più o meno liberali, anticomunista, ma non visceralmente. e sin da bambino mi diceva che ‘l’economia socialista non può funzionare perchè non c’è iniziativa privata’.
      Divenni comunista dopo aver visto ‘Novecento’ di Bertolucci, e dopo una discussione col mio professore di filosofia al Liceo, un marxista ‘ortodosso’ (parlo degli anni 70)
      Se sono arrivato alla conclusione che il socialismo NON E’ fallito, è perchè è stato un successo MOLTO al di sopra delle mie (bassissime) aspettative. Io non gli davo un soldo.. Invece l’esperienza mostra che il Socialismo E’ POSSIBILISSIMO,

      X Mj23,
      sono completamente d’accordo, ma la tattica del ‘marciare divisi e colpire assieme’ ? non ti convince?
      Una domanda:
      Da :
      zdravstvuyet
      Kommunizm!

      sdrasvuiet (potevi translitterarla pure così.) è un verbo (3p. sing di ?) quale verbo? ‘sdrasvovat’ ? Che significa?
      Scusa ma sono all’estero, non ho il vocabolario russo italiano con me.
      La frase significa qualcosa tipo ‘si che venga il comunismo!’ ?

      X LUca Micaloni: sono daccordo sulla rottura Cina -Russia, ma è la stessa cosa che individuare in Krusciov il punto di rottura: con Stalin ancora vivo la Cina riceveva notevoli aiuti (aiuti VERI: consulenti di ogni tipo che insegnavano a mettere su un sistema industriale). Con Krushov tutto finì, e fu a partire da quel momento che la Cina visse una serie di clamorosi fallimenti (il grande balzo, etc.). Malgrado la volontà , mancavano le basi, c’è poco da fare. Per la Cina fu una tragedia la rottura con l’URSS.

      Non sono d’accordo per nulla con la ‘mancata promozione delle rivoluzioni’ : l’URSS le ha appoggiate al contrario quasi tutte, soprattutto al tempo di Stalin : in Spagna l’URSS fu l’unico paese a mandare truppe. Tante rivoluzioni (purtroppo fallite) furono addirittura organizzate dal Comintern.
      ne ricordo una, per nulla nota in occidente, ma su cui è stato pubblicato un libro alcuni anni fa,
      organizzata in Brasile negli anni 30, di cui fu protagonista una certa Olga Benario, una ebrea tedesca comunista espatriata in URSS negli anni 20. La rivoluzione falli e Olga Benario fu consegnata dai brasiliani ai nazisti
      (superfluo dire che fine fece). E’ totalmente sconosciuta in occidente ma nella Repubblica Democratica Tedesca era una eroina molto nota, con tante strade dedicate..
      Ma esistono tanti altri esempi.

      Il ‘socialismo in un paese solo’, NON significa che ” il socialismo deve essere costruito SOLO in un singolo paese’, significa: ” caro Trosky, ci abbiamo provato, io stesso sono stato commissario politico nella guerra contro la Polonia, ci abbiamo provato più volte col Cominform in Germania, continueremo a provarci, ma tant’è solo in Russia abbiamo vinto. Che dobbiamo fare? Riconsegnare il paese ai latifondisti? Certo che no! e d’altra parte il nostro paese ha abbastanza risorse: il tentativo di costruzione del socialismo è possibilissimo in un paese grande come l’URSS”.
      Tutto qui. Il bello è che Stalin viene accusato anche del contrario: di aver sempre approfittato delle occasioni propizie per espandere l’URSS e con essa
      espandere il socialismo (QUINDI: la rivoluzione. O no?).

      La questione della libertà è un falso problema,
      la libertà è sempre esistita nei paesi socialisti nelle forme
      e nei modi compatibili con il sistema (così come avviene anche nei paesi capitalisti, con la differenza che i capitalisti non possono fare a meno della classe operaia, quindi ci devono convivere, il viceversa invece è possibile: la classe operaia, nel socialismo, fa a meno dei capitalisti) Se il sistema socialista ti soddisfa, non c’è un problema di libertà. Se lo vuoi emendare, ma lo accetti, neppure c’è problema.

      In realtà poi la Storia ha dimostrato che non c’è problema neppure se lo vuoi ABBATTERE…
      Infatti i paesi socialisti sono finiti quasi tutti in modo incruento: semplicemente il partito comunista si è fatto da parte.. e ha dato via libera al ritorno del capitalismo.

      Lo stesso non si è MAI verificato in un paese del ‘modo libero’ cioè capitalista.
      Quando un partito poco poco marxista ha vinto le elezioni, è sistematicamente scattata una repressione armata (Spagna, Cile i casi più eclatanti). C’è solo il caso di Chavez, ma li non c’è una costituzione socialista (e comunque è fortemente a rischio ‘guerra umanitaria’..).

      Insomma, dalla Storia, sembra vero il contrario: un problema di libertà c’è nei paesi del (sedicente) ‘mondo libero’…
      non negli ex paesi socialisti..

    16. Luca Micaloni dice:

      Il problema di libertà c’è in entrambi i “mondi”, con un sistema sono a rischio certe libertà, con l’altro sistema altre libertà.
      Rivalutare le scelte politiche di Stalin sottraendosi alla facile retorica del w Marx, abbasso la Russia, non comporta però ignorare purghe, gulag e compagnia…
      L’impegno sovietico in Spagna fu attivato controvoglia e in modo scarsamente sistematico, rispetto per esempio all’appoggio più diretto della Germania, che addirittura colse l’occasione per testare sul campo le capacità della Luftwaffe.

      Non so se veramente nel socialismo la classe operaia faccia a meno dei capitalisti, nel senso che “tutto il potere ai soviet” divenne presto lettera morta, per lasciare il posto a un più percorribile capitalismo monopolistico di Stato che, sommato all’isolamento internazionale della Russia, si tradusse in un’intensificazione delle quote di sfruttamento della stessa classe operaia (per non parlare della fine che fecero i contadini!) e in una repressione del dissenso da stato di polizia. Non molto diverso dallo Stato borghese, anzi forse più diretto e brutale.

    17. Gracco dice:

      per Luca Micaloni:
      apri una questione enorme, che non si può certo trattare in un blog. Forse Cominform è troppo ottimista quando dice che la classe operaia può fare a meno dei capitalisti, ma per la Russia alla fine degli anni 20 il problema era di sopravvivere. La borghesia locale e internazionale fondamentalmente non ha alcun rispetto per le istituzioni socialiste, le disprezza e fa di tutto per scardinarle, molto più di quanto facciano i comunisti nei confronti delle istituzioni borghesi. La solidità di queste ultime si fonda sul denaro, la fragilità delle prima dipende dalla mancanza di denaro. La Russia (o un qualunque altro paese che fa una rivoluzione) può anche ssere ricco di materie prime, ma se non ha nè una adeguata base produttiva nè forti risorse finanziarie, è destinato a soccombere presto. Stalin (e con lui il partito) decise di non arrendersi,
      La vera rivoluzione non ebbe luogo nel fatidico 1917 ma 10 anni dopo, quando fu varato il primo piano quinquiennale che cambiò il volto della Russia. I kulaki sabotavano il piano, distruggevano le risorse, minacciavano i contadini poveri che si accingevano a entrare nei kolkoz e si opponevano con le armi allo Stato. L’opposizione interna, non rassegnata alla sconfitta politica, mise in atto ogni forma di sabotaggio per far fallire il Piano. Così, sciaguratamente ebbe inizio la spirale di violenza nella quale purtroppo furono trascinati anche molti innocenti. E’ storia, tragica ed eroica (scalare il cielo, o precipitare nell’abisso), non è emanazione di una perversa dottrina o di una perversa personalità.

    18. mj23 dice:

      Per Luca Micaloni: il compagno Cominform ha risposto molto puntualmente alla tua domanda, che come dice giustamente il compagno Gracco, apre una questione molto complessa. Aggiungo solo un aspetto: perchè il socialismo reale non si è mai evoluto compiutamente verso la società comunista ideale? Io penso che il motivo principale è da ricercare nell’attacco costante e ossessivo del blocco occidentale capitalista. Quando hai di fronte qualcuno che fin dal primo istante della tua esistenza non punta ad altro che a distruggerti, è molto difficile essere pienamente democratici anche in una concezione socialista. La dimostrazione la si ha nel fatto che non appena il blocco orientale socialista ha fatto proprie le istanze “pseudo-democratiche” di stampo occidentale, tutto è crollato come un castello di carta. Il punto non è domandarsi se “la questione dei diritti” è dirimente oppure no. Piuttosto occorre, a mio modo di vedere, ribaltare la prospettiva: coloro che dall’Occidente hanno fatto leva sui “diritti”, si sono fin dall’inizio adoperati per minacciare l’esistenza stessa dei paesi socialisti in modo da impantanarne fin da subito il cammino verso la democrazia comunista, e in seguito hanno fatto appunto leva sulla chimera di quegli stessi “diritti” per provocare concretamente il crollo del sistema e buttarvici poi sopra a pesce con il turbo-liberismo. Insomma, è molto significativa la frase che mi disse un giorno una badante ucraina di Leopoli, per giunta cattolica, quindi non certo sospettabile di essere una pericolosa stalinista: “Prima forse non avevavamo molta libertà, ma almeno avevamo un lavoro sicuro, del cibo per mangiare, una scuola per istruire i nostri figli, un tetto sotto cui dormire, un riparo dalla piaga sociale della droga. Adesso abbiamo la libertà, ma abbiamo perso tutto il resto: cosa te ne fai della libertà, se non hai più da mangiare?”. Ecco, il punto è questo. Cosa significa “libertà”? Ciò che ha sostituito il socialismo reale non è affatto “libertà”, è solo miseria, disperazione e anarchia liberista. La “libertà” che è stata imposta è nè più nè meno che la legge del più forte: riesci ad arrichirti? Buon per te. Finisci in una fogna? Cazzi tuoi. Questa è, NEI FATTI, la “libertà” che è stata venduta in sostituzione del socialismo reale. Per questo, almeno a mio modesto parere, la questione dei “diritti” non può e non deve mai prevaricare o minacciare l’esistenza stessa del sistema socialista in evoluzione. Perchè l’evoluzione naturale del socialismo è verso la libertà dell’essere umano, nella sua più completa accezione. Certo, è una strada più lunga, più dura, che richiede sacrifici. Ma la storia dell’uomo ci insegna che su certe cose non esistono scorciatoie. Prendere la scorciatoia, anche quando si hanno eventualmente le migliori intenzioni, molto spesso significa distruggere tutto. Per concludere, caro Luca, la questione che tu hai posto non è di per sè “borghese”, ma le modalità con cui Vendola (e Bertinotti prima di lui) si approccia a questo tema, sinceramente, mi ricorda tanto una specie di “trotskiysmo imborghesito”, non so se rendo l’idea…

      Per tovarish Cominform: Da zdravstvuyet Kommunizm, molto banalmente significa “Viva il Comunismo”. Zdravstvuyet è la terza persona singolare presente del verbo zdravstvovat’, che significa letteralmente “prosperare”. Per quanto riguarda “marciare divisi e colpire assieme” è esattamente quello che intendevo dire. :-)

      Do skorogo!

    19. Cominform dice:

      I compagni Mj23 e Gracco dicono cose assolutamente giuste,
      a Gracco dico: non è che la mia era un giudizio sul fatto se la classe operaia può fare a meno dei capitalisti oppure no.
      Quello che dicevo è che NEL SOCIALISMO la classe operaia fa a meno dei capitalisti, altrimenti non sta nel socialismo..
      Nel socialismo reale, diciamo il sistema creato in europa orientale e in URSS dopo la II guerra mondiale la classe operaia faceva a meno dei capitalisti, Il sistema può essere considerato socialista, perlomeno per quanto riguarda l’URSS, fino ad una certa data e alcuni paesi europei. NON la Jugoslavia, per esempio, (infatti io ho molti dubbi sul definire il sistema della vecchia jugoslavia socialista) . La Jugoslavia sin dal 1948, si aprì al CAPITALE straniero.
      Divenne terra di investimenti per aziende italiane, tedesche etc. Non a livello della Jugoslavia, ma anche la Polonia, la Romania crearono anch’essi, a partire dagli anni 70 una sudditanza verso banche occidentali.
      Non fu così per la Cecoslovacchia, o per la Germania est.
      Questi due paesi possono essere considerati senz’altro socialisti, cioè SI, in essi la classe operaia faceva a meno dei capitalisti..

      x Luca Micaloni: è ASSOLUTAMENTE FALSO definire il socialismo ‘capitalismo di stato’, non ha NULLA a che vederci. I paesi di cui ho parlato sopra (ad eccezione della Jugoslavia) NON erano paesi a ‘capitalismo di stato’.
      Il capitalismo di stato significa semplicemente che c’è il capitalismo, solo che le aziende sono di proprietà statale.
      Tuttavia le aziende producono per un mercato e sono inserite in un mercato, esse funzionano in modo capitalistico (un tale sistema non è mai esistito da nessuna parte in modo ‘puro’, è esistito, in parte, ad esempio da noi in Italia fino alla fine degli anni 70 / 80: ma attenzione NON ERA AFFATTO socialismo.).
      Nei paesi dell est europa, ai tempi del comunismo,
      a parte le deviazioni polacche, rumene etc. che però non intaccavano la sostanza del sistema,
      le aziende non funzionavano in base alla finanza, e al calcolo di costi e utili sulla base di un mercato ‘libero’ di beni, funzionavano in base ad un PIANO, e il calcolo economico era completamene diverso: ad esempio se una fabbrica produceva, non beni di consumo, ma mezzi di produzione, essa non vendeva il proprio prodotto su un ‘mercato’, essa riceveva una ‘norma’ di produzione, (un quantitativo che doveva essere prodotto entro una certa data) e consegnava il prodotto ad un altro ente che provvedeva a distribuirlo alle fabbriche richiedevano quel prodotto. etc etc.

      Infine, dico sempre a Luca Micaloni: tu parli di ‘ignorare’ i gulag le purghe etc., ma qui nessuno ignora niente, ti hanno gia risposto benissimo Gracco e Mj23.
      Se poi per te ‘non ignorare’ significa assumere il punto di vista del nemico… bè spero che i compagni continuino sempre a ‘ignorare’ …

    20. mj23 dice:

      Compagno Cominform, sulla Jugoslavia socialista di Tito la questione è estremamente complessa. Ti confesso che, nonostante la rottura del 1948 con Stalin e la successiva persecuzione degli stalinisti, ho sempre avuto una profondissima ammirazione per il compagno Tito. Probabilmente perchè ho delle lontane origini croate, o forse perchè da sempre mi affascina la storia e la cultura delle popolazioni balcaniche, ma principalmente perchè ritengo il compagno Tito uno dei più straordinari eroi della Seconda Guerra Mondiale, con pochissimi eguali. La resistenza partigiana jugoslava è da ascrivere tra le più esaltanti pagine dell’umanità, a mio modesto parere. Detto questo, penso che si possa certamente dire che il regime jugoslavo ha avuto un’evoluzione del tutto particolare e estremamente difficile da inquadrare dentro standard classici. In primis, dobbiamo considerare che la stessa Jugoslavia era già in sè un paese molto particolare, con un mosaico di etnie e fedi religiose che per secoli si erano scannate a vicenda. Governare un paese simile doveva essere una sfida al tempo stesso affascinante e da far tremare i polsi. In più c’è da considerare che l’enorme carisma e il plebiscitario consenso popolare del compagno Tito era tale da porre fin dall’inizio la Jugoslavia su una posizione di forte autonomia rispetto a tutti gli altri paesi del blocco socialista. E questo era dovuto principalmente al fatto che, a differenza di tutti gli altri paesi dell’Est Europa, i partigiani jugoslavi erano riusciti nella straordinaria e incredibile impresa di liberare il loro paese praticamente da soli. E’ ovvio dunque che tutto questo poneva Tito su una posizione ben diversa rispetto a tutti gli altri leader del blocco socialista. Al termine della guerra, Tito per gli jugoslavi rappresentava ciò che Lenin e Stalin avevano rappresentato per i sovietici. A mio modo di vedere, il compagno Stalin commise un errore nel voler forzare la mano con il compagno Tito. Tanto è vero che fino al 1948 (anzi, ad essere precisi fino a quasi tutto il 1949), il sistema jugoslavo è stato forse uno dei più ortodossi esempi di marxismo-leninismo che si possano ricordare. Dopo la drammatica rottura con Stalin, la Jugoslavia ha preso una strada autonoma che sinceramente ritengo completamente sbagliata solo a partire dalla riforma del 1965 che, di fatto, portava il paese verso il capitalismo di stato e in seguito, dopo la morte del compagno Tito avvenuta nel 1980, di fatto lo introduceva gradualmente in una sorta di blanda socialdemocrazia che l’avrebbe rapidamente portato verso la tragedia della guerra civile nel 1991, complice la fame imperialista di Germania e Stati Uniti. Comunque, finchè Tito è rimasto saldamente alla guida del paese, cioè fino alla sciagurata riforma del 1965, la Jugoslavia ha sperimentato cose molto interessanti, che penso valgano la pena di essere riesaminate, l’autogestione (per lo meno nella sua versione originaria, quella che si è realizzata progressivamente tra il 1950 e il 1965) su tutte. Alla base dell’autogestione titoista vi era l’intento di trasformare la “proprietà statale” in un’effettiva “proprietà sociale”, cioè di tutta la società. Nelle fabbriche fu introdotto il consiglio operaio, una sorta di soviet leninista della prima ora, e che era un vero e proprio organo elettivo, la cui composizione variava a seconda delle dimensioni dell’azienda e veniva rinnovato ogni anno con il voto di tutti i lavoratori. Le competenze di questo consiglio operaio erano molteplici: approvava i piani di sviluppo economico, eleggeva gli organi esecutivi e gestionali della fabbrica, stabiliva i criteri in base ai quali ripartire i frutti della produzione e ovviamente anche l’organizzazione lavorativa. L’intento era quello di lasciare direttamente ai lavoratori la possibilità di sperimentare le tecniche organizzative e produttive, in modo da contribuire positivamente alla ricerca dei metodi più efficaci per la collettività. Purtroppo questo interessantissimo esperimento originario di autogestione, che a mio modo di vedere può essere tranquillamente letto come un tentativo di avvicinarsi a un socialismo più avanzato, venne poi abbandonato con la riforma del 1965, complice anche la progressiva uscita di scena del sempre più anziano Tito dalle scelte decisionali, in favore del cosiddetto “clan” di Edvard Kardelj, che ritengo sia stato deleterio per la Jugoslavia quanto Khrushov per l’Unione Sovietica, se non addirittura peggio. In ogni caso, per chi volesse approfondire l’affascinante storia della Jugoslavia socialista e del titoismo, consiglio il libro di Josip Krulic “Storia della Jugoslavia”, che analizza nei dettagli tutte le fasi evolutive del regime (o, se vogliamo, certamente regressive a partire dal 1965…) dal 1945 al 1991.

      Pozdrav, drugovi! (saluto comunista in serbo-croato) :-)

    21. Cominform dice:

      Caro compagno Mj23, certo la resistenza jugoslava fu una delle più estese e forti in europa, dopo quella sovietica, ..
      non dimenticare infatti che il principale movimento partigiano si ebbe in bielorussia, Ucraina e nelle zone della Russia occupate. Non dimenticare nemmeno che anche l’Albania ebbe un esercito di liberazione, un movimento partigiano, esteso e efficace allo stesso modo di quello jugoslavo, anche se più piccolo perchè più piccola era l’Albania.

      Sul fatto che la Jugoslavia sia stato l’unico paese ad essersi liberato da solo, devo purtroppo sporcare il tuo mito, ma questa è una MENZOGNA messa in piedi da Tito, propagandata, e tramandata, dai suoi.
      Bastano poche considerazioni per capire che è una menzogna: innanzitutto anche Enver Hoxa (il capo dei partigiani albanesi) potrebbe dire lo stesso, E NON LO DISSE MAI, e a maggior ragione! Infatti perlomeno l’Albania non vide il passaggio di nessun soldato sovietico sul suo territorio.
      Per quanto riguarda la Jugoslavia, ripeto è vero che fu un movimento resistenziale molto esteso, eroico, etc.
      e che poi si trasformò nell’esercito regolare della jugoslavia

      ma ai tempi dell’occupazione tedesca esso era pur sempre un movimento di resistenza, che non poteva avere valore strettamente militare nei confronti della wehrmacht : la wehrmacht non ebbe nessuna sconfitta militare da parte dei partigiani jugoslavi, e continuò sempre ad occupare lo stesso territorio fino..alll’arrivo dell’armata rossa. Quando l’armata rossa sfondò da oriente in Jugoslavia attaccò su un ampio fronte che aveva la direttiva principale spostata a nord. In quella situazione i tedeschi (non essendo più in grado di resistere all’esercito sovietico, oramai superiore
      in mezzi e uomini) non potevano fare altro che ritirarsi da Sud verso nord.(per evitare l’accerchiamento) abbandonando Berlgrado (questo avviene nel 1944. nota come fino ad allora i nazisti se ne stessero tranquillamente a Belgrado, malgrado i partigiani jugoslavi..). L’Armata Rossa si preparava ad entrare a Belgrado, quando Tito chiese a Stalin, che acconsentì, di non entrare e di consentire che fosse lui e i suoi partigiani ad entrare per primi.. Ecco come Tito creò la leggenda che la Jugoslaviia si fosse liberata da sola..

      I

    22. mj23 dice:

      Tovarish Cominform, rispetto la tua posizione ma non ne condivido l’analisi. Ti spiego il perchè tra un attimo, ma prima voglio fare una premessa a scanso di equivoci. Io non ho instaurato nessun tipo di “competizione” tra l’eroismo sovietico e quello jugoslavo. Lungi da me l’idea! Credo proprio che l’unicità, l’enormità, l’impossibilità di riuscire a usare aggettivi adeguati per descriverla, dell’epopea della Grande Guerra Patriottica Sovietica non abbia bisogno di difensori d’ufficio. E’ la STORIA che parla per l’eroismo dei sovietici, alla faccia di tutte le fandonie occidentali sulla “decisività” del tanto decantato sbarco americano in Normandia. E’ la STORIA che dimostra come il nazismo è stato sconfitto soltanto grazie all’eroismo sovietico, piaccia o no (la Battaglia di Stalingrado termina nel Febbraio del 1943, lo sbarco alleato inizia nel Giugno del 1944, si traggano le dovute conclusioni…). Quindi come vedi, compagno Cominform, il tema in discussione non è certo instaurare “classifiche” o tanto meno “sminuire” (che razza di comunista sarei!) le dimensioni o il ruolo sovietico durante la Seconda Guerra Mondiale… No, qui il tema in questione è tutt’altro. Anzi, proprio il fatto di essere comunisti, impone allo stesso modo di non ridimensionare o relativizzare l’eroismo delle altre resistenze partigiane che sono nate autonomamente in tutti gli altri teatri di guerra o di conflitto, siano essi la Jugoslavia, l’Albania, la Cina, Cuba o il Vietnam. Perchè questa è stata la forza del comunismo, la forza di essere riuscito a parlare a genti diverse, con tradizioni diverse, con lingue diverse, con storie diverse, ma che sotto la bandiera rossa del comunismo hanno saputo trovare la serenità e la determinazione per combattere contro oppressori tracotanti e spietati mille e mille volte più potenti e più armati di loro, e che nonostante questo sono riusciti a sconfiggerli. Quando tu, compagno Cominform, affermi che “la wehrmacht non ebbe nessuna sconfitta militare da parte dei partigiani jugoslavi”, oltre a commettere un errore storico (i partigiani comunisti si distinsero proprio per la determinazione con cui combatterono contro le forze di occupazione nazi-fasciste, a differenza dei cetnici monarchici che preferirono inizialmente concentrarsi esclusivamente contro i collaborazionisti interni e in seguito addirittura contro gli stessi partigiani comunisti) , stai sminuendo la resistenza comunista jugoslava, che è stato di gran lunga il più grande movimento di resistenza di tutta la Seconda Guerra Mondiale dopo quello sovietico. Sono certo che tu abbia fatto questa affermazione in buona fede, ma ti invito solo a non commettere l’errore di giudicare la resistenza jugoslava con i criteri minati da ciò che successe nel 1948 tra Tito e Stalin, cioè da criteri “a posteriori”. Così come il tentativo di liquidare il fronte jugoslavo come uno qualsiasi dei fronti bellici dell’epoca, non corrisponde alla verità storica. Il fronte jugoslavo fu, dopo quello sovietico in cui si sono decise le sorti globali della guerra, largamente il più sanguinario e terribile, con milioni di morti in un territorio relativamente poco vasto e non eccessivamente popolato. A questo proposito, non sta in piedi neppure il tentativo di accostare la pur grande resistenza albanese con quella jugoslava, riducendo la seconda a una fotocopia ingrandita della prima soltanto “perchè più piccola era l’Albania”. No, compagno Cominform, la questione jugoslava è estremamente più complessa di così, e l’averla snobbata per tanto tempo qui in Occidente ha portato ai disastri che sappiamo. Con tutto il rispetto e la più totale solidarietà per i compagni albanesi che hanno liberato eroicamente il loro paese dalla tracotanza soprattutto fascista, ciò che dovettero affrontare i partigiani jugoslavi fu una sfida di immani proporzioni, paragonabile in Europa solo a quello che dovettero affrontare i sovietici. Faccio presente che in Jugoslavia vi erano le forze di occupazione naziste tedesche, quelle fasciste italiane, quelle ungheresi, quelle bulgare e quelle rumene, alle quali va aggiunta la milizia collaborazionista più selvaggia e brutale non solo di tutta la Seconda Guerra Mondiale, ma con pochissimi eguali anche nell’intera storia umana, vale a dire l’esercito ustasha croato di Ante Pavelic, “benedetto” dal Vaticano (a questo proposito, sulle mostruose atrocità degli ustasha e sul vergognoso collaborazionismo clericale, consiglio caldamente il libro di Marco Aurelio Rivelli “Il Vescovo del Genocidio”), senza dimenticare anche i “domobranci” sloveni e i collaborazionisti albanesi del Kosovo. In più, come se non bastasse, nella seconda parte della guerra i partigiani comunisti jugoslavi dovettero fronteggiare anche i sanguinosi assalti dei cetnici monarchici serbi, alcune frange dei quali, negli ultimi mesi del conflitto, collaborarono addirittura con i nazisti e finanche con gli odiati ustasha. Tale era il terrore di un sempre più probabile trionfo comunista sotto la guida del compagno Tito che ormai l’imperativo di chiunque, collaborazionista o resistente anti-comunista, era diventato “tutti contro i partigiani”. Anche il fatto che, come giustamente dici, i nazisti “se ne stavano tranquillamente a Belgrado”, è la dimostrazione di come, nelle zone in cui i partigiani comunisti non operavano direttamente, la resistenza, di fatto, era pressochè assente. Compagno Cominform, ti invito davvero a non liquidare troppo semplicisticamente ciò che accadde sul fronte jugoslavo, perchè è estremamente complesso. Io stesso, nonostante studi questo argomento da anni, fatico talvolta a comprendere fino in fondo certe dinamiche. Nello specifico, il movimento partigiano comunista jugoslavo, al di là della cosiddetta “Repubblica di Užice”, non ebbe vasto seguito nella Serbia propriamente detta, in quanto in quelle zone prevalse di gran lunga l’affiliazione cetnica. Chi partecipò veramente in massa alla mobilitazione partigiana, furono soprattutto le popolazioni serbe in Croazia e in Bosnia, in reazione al terribile genocidio messo in atto nei loro confronti dagli ustasha fin dal 1941 (tra membri attivi di formazioni partigiane o cetniche e semplici civili inermi, quasi due milioni di serbi persero la vita durante la Seconda Guerra Mondiale, e di questi quasi un milione furono sterminati nei campi di concentramento degli ustasha, primo fra tutti quello di Jasenovac). Altre zone che si distinsero per l’aderenza di massa alla resistenza comunista furono le regioni croate dell’Istria e della Dalmazia settentrionale, oltre a buona parte della popolazione croata e slovena delle altre zone di frontiera. Detto questo, è chiaro che l’avanzata verso Occidente della gloriosa Armata Rossa ebbe una sua ripercussione positiva anche sul fronte balcanico, ma senza nulla togliere a questo straordinario esercito che ha liberato tutta l’Europa Centro-Orientale, la storia ci dimostra che il suo contributo in Jugoslavia non fu così straordinariamente decisivo come avvenne al contrario per tutti gli altri fronti orientali, Polonia, Germania, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria. E questo non certo per “demerito” dell’Armata Rossa, anzi! Lo stesso rapporto privilegiato tra Stalin e Tito durante la guerra (chi, negli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale, avrebbe mai potuto ottenere un passo indietro dal compagno Stalin, se non qualcuno che avesse mostrato in guerra un eroismo tale da ricevere il dovuto rispetto persino da colui che era al timone della gloriosa nazione che aveva sconfitto il nazismo? In Europa, solo Tito poteva essere in quella condizione), dimostra quanto Stalin potesse fare affidamento sull’efficacia della resistenza jugoslava. Per questo, di fronte a questi giganti che hanno fatto la storia del comunismo, a questi eroi della Seconda Guerra Mondiale, ritengo che la rottura del 1948 sia stata una terribile tragedia. Anche perchè alla fine della fiera penso che la colpa di quella rottura sia stata, esattamente come il progressivo “impantanamento” nell’evoluzione dei regimi dell’Est verso la democrazia comunista, principalmente ascrivibile all’attacco del blocco occidentale. Perchè di fronte al profilarsi della guerra fredda, le cui principali responsabilità vanno ricercate nell’ossessione occidentale di distruggere il comunismo fin dal primo momento, venivano a scontrarsi purtroppo due ragioni: quella del compagno Stalin di avere un blocco orientale il più possibile compatto di fronte all’aggressione occidentale, e quella del compagno Tito che si era guadagnato sul campo di battaglia il rispetto assoluto delle genti jugoslave. Con il senno di poi si potrebbe dire che il compagno Stalin avrebbe potuto essere più flessibile con Tito, vista l’ortodossia marxista-leninista dimostrata dal regime jugoslavo fino a quel momento, ma anche che il compagno Tito avrebbe potuto rinunciare a una parte del suo prestigio e prestare più attenzione alle istanze presentate da Stalin sulla necessità di avere una forte unità a Est. Di certo, dare giudizi troppo netti in un senso o nell’altro mi risulta molto dificile e anche abbastanza azzardato. Una cosa comunque mi è chiara: sono orgoglioso di essere comunista, e di poter parlare con altri compagni di un passato di questo calibro. Anzi, anche se può sembare banale, si dovrebbe ricordare più spesso di quali e di quanti straordinari episodi di eroismo, sacrificio e abnegazione è costellata la storia del comunismo, che è la NOSTRA storia. Guardando al futuro, certo, riconscendo gli errori che sono stati fatti, certo, ma senza mai rinnegare se stessi e il proprio passato, traendone piuttosto l’orgoglio, la forza e i dovuti insegnamenti. Un popolo senza passato, è un popolo senza futuro.

      Da zdravstvuyet Kommunizm!

    23. Cominform dice:

      Compagno Mj23, l’hai detto:

      ”ma anche che il compagno Tito avrebbe potuto rinunciare a una parte del suo prestigio e prestare più attenzione alle istanze presentate da Stalin sulla necessità di avere una forte unità a Est. ”

      Infatti ho sempre avuto la netta sensazione che Tito, pur con gli innegabili meriti che tu ricordi, sia stato vanitoso e geloso, e essenzialmente non abbia accettato di essere offuscato da Stalin-,nel proprio paese ,

      Per il resto, vedo che conosci le vicende della guerra in Jugoslavia meglio di me.ma io non intendo sminuire l’opera dei partigiani di Tito, è che parto dal fondato presupposto che fu proprio Tito (e il gruppo che gli stava attorno)a a .
      sminuire l’opera dell’armata rossa

      Hasta la victoria.
      COMINFORM

    24. mj23 dice:

      Beh, alla fine siamo d’accordo anche su questo, compagno Cominform! :-)

      Le responsabilità di quella rottura furono molteplici, comprese quelle di Tito che non ho taciuto.

      E comunque, per completare un po’ il senso del mio commento precedente, quando ho parlato di ricordare più spesso quanto eroismo e quanti sacrifici ha prodotto l’opera di coloro che hanno fatto la storia del comunismo, la NOSTRA storia, penso che si possa ribadire a maggior ragione come la ricerca di “scorciatoie” che i vari Bertinotti (ieri) e Vendola (oggi) inseguono, sono totalmente prive del benchè minimo fondamento storico, pratico e strategico.

      CSP è la strada giusta!

      Do skorogo!

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