INTERVENTO DI COMUNISTI SINISTRA POPOLARE ALL’INCONTRO DI BRUXELLES

16 aprile 2011 di

Cari compagni,

permettetemi, a nome del partito italiano “Comunisti-Sinistra Popolare”, del suo CC e del suo Segretario Generale, compagno Marco Rizzo, di salutare i partecipanti all’Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti Europei e di ringraziare i suoi organizzatori. L’incontro di oggi si tiene mentre è in atto l’ignobile aggressione delle potenze imperialiste allo stato sovrano di Libia. Il carattere violento dell’imperialismo non cambia. Alla propria crisi, il capitalismo risponde col tentativo di aumentare lo sfruttamento della periferia, alla ricerca di una ulteriore spartizione delle risorse altrui, più vantaggiosa per sé, ma tragica per la maggior parte dell’umanità. Questa crisi non è transitoria, non è un incidente di percorso, causato dall’azzardo eccessivo di un gruppo di speculatori finanziari, ma è strutturale. Le sue cause sono profondamente interne all’essenza stessa del modo di produzione capitalistico.

L’immensa ricchezza accumulata, le conquiste della scienza, della tecnologia e della tecnica potrebbero consentire una vita migliore a tutti. Invece, peggiorano tragicamente le condizioni di vita della maggior parte dell’umanità, non solo nella periferia, ma anche nella stessa metropoli. L’impoverimento di larghi strati della popolazione mondiale è un fenomeno generalizzato della nostra epoca. Una parte crescente del plusprodotto non viene investita nella produzione, ma viene destinata alla speculazione finanziaria; il capitale da produttivo diventa sempre più finanziario, la ricchezza sociale da reale si trasforma in virtuale.

La “feticizzazione” dell’economia approfondisce il carattere parassitario del capitalismo nella sua fase imperialista e lo sfasamento tra ricchezza materiale e ricchezza virtuale. Da ciò deriva la maggior frequenza e intensità delle crisi. Poiché il punto di partenza di ogni nuova ripresa è più basso del precedente, questa ciclicità decrescente dimostra che il sistema, con le crisi, distrugge ricchezza reale e impoverisce la società in generale. Solo l’intensificazione dello sfruttamento all’interno della società permette alle classi dominanti la conservazione o l’accrescimento del precedente livello di profitto. Da ciò risulta evidente che oggi la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, tra carattere sociale della produzione e appropriazione privata del prodotto, ha raggiunto il livello critico. Inoltre, oggi il rapace sfruttamento di risorse naturali non riproducibili e il consumo superfluo da parte di un pugno di individui dei paesi ricchi a spese della schiacciante maggioranza dell’umanità minacciano la stessa sopravvivenza del pianeta. Quanto mai attuale oggi è la frase di Marx “O comunismo, o barbarie!”.

Per noi, il problema della ciclicità delle crisi non può essere risolto con una più giusta distribuzione o con una più rigida regolamentazione dell’economia, come affermano socialdemocratici e religiosi di ogni specie, ma solo cambiando i rapporti di produzione attraverso l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo e l’instaurazione di un nuovo ordine, del sistema socialista. Il capitalismo, soprattutto nella sua fase imperialista, non può non ricorrere alla violenza. E’ una conseguenza oggettiva della sua struttura economica e delle sue contraddizioni, insanabili al suo interno. In politica internazionale ciò si manifesta in forma di aggressioni e guerre, in politica interna sotto forma di intensificazione della repressione di qualsiasi opposizione e dissenso sociali.

Benché l’imperialismo possa manifestarsi in forme diverse, i suoi fini sono sempre gli stessi, rapina e sfruttamento delle risorse altrui, spartizione dei mercati e delle sfere d’influenza, così come identica rimane la sua sostanza economica, il capitale monopolistico. Non esistono imperialismi migliori o peggiori e, pertanto, i comunisti devono combattere con uguale decisione sia l’imperialismo degli USA che quello della UE, non meno pericoloso.

Attualmente, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, l’imperialismo ricorre sempre più spesso all’impiego delle armi per la soluzione delle controversie con quei paesi che, in un modo o nell’altro, oppongono resistenza e ostacolano i suoi piani. L’imperialismo è inscindibile dalla violenza, ma questa non ne costituisce l’essenza economica, che invece è rappresentata dal monopolio, dalla concentrazione del capitale e dalla monopolizzazione della produzione. Il processo di concentrazione del capitale, della proprietà e delle risorse si intensifica anche in presenza di un altro, parallelo processo, apparentemente di segno opposto: la frammentazione e la delocalizzazione della produzione dai paesi più forti a quelli meno sviluppati. In particolare, la delocalizzazione della produzione pone i paesi destinatari in una posizione di piena dipendenza dal capitale monopolistico della metropoli, in quanto non sono proprietari né dei mezzi né dei risultati della produzione. La proprietà è nelle mani di un piccolo gruppo di individui attraverso un ramificato sistema di holding e corporate transnazionali.

In questo quadro l’UE non è un’eccezione. Non solo la politica della UE nei confronti dei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina non si discosta dai canoni classici dell’imperialismo, ma lo stesso approccio si applica all’interno dei suoi confini. I paesi dell’Europa Orientale che da poco ne sono entrati a far parte vengono utilizzati come punti di destinazione delle delocalizzazioni produttive, come mercati di sbocco senza dazi per le merci europee, come serbatoio di forza lavoro, strumento di ricatto nei confronti dei lavoratori dell’Europa Occidentale. La politica della BCE, tesa al contenimento della domanda interna in nome della stabilità valutaria, ostacola la crescita della produzione con conseguenze catastrofiche per il livello di vita delle masse popolari e per l’occupazione, soprattutto femminile e giovanile. La stessa introduzione dell’euro come valuta comune ha rappresentato una rapina delle masse popolari attraverso una gigantesca redistribuzione di reddito dal lavoro salariato al capitale. Gli investimenti vengono attirati principalmente per mezzo della riduzione dei salari, dell’abolizione dei contratti collettivi di lavoro, dell’istituzionalizzazione della precarietà occupazionale e di un attacco senza precedenti ai diritti sociali conquistati dai nostri padri con la lotta. Si privatizzano non solo le fabbriche, ma anche la sanità, l’istruzione, la cultura, i servizi, la previdenza e l’assistenza. Mentre banche e corporate si arricchiscono ancora di più, la classe operaia e i lavoratori si impoveriscono. Persino una parte dei ceti medi e dell’intellighenzia si sta rapidamente proletarizzando. Per noi l’UE e le sue istituzioni sono proprio questo. Contro di loro i comunisti devono sviluppare una dura critica e una conseguente lotta.

Tra le organizzazioni imperialiste, la NATO ha conquistato una posizione di primo piano. Da organizzazione militare antisovietica si è trasformata in gendarme di medio raggio, operante già da tempo al di fuori dei confini europei per la difesa degli interessi dell’imperialismo occidentale. Le posizioni opportunistiche dell’eurocomunismo e dei suoi fondatori circa la NATO devono essere archiviate nella pattumiera della storia come proditorie. I comunisti devono oggi, con ancora maggior tenacia, battersi per un’immediata cessazione di tutte le missioni militari e per l’uscita dei propri paesi dalla NATO con la finalità della sua soppressione. Fuori la NATO e le basi americane dai nostri paesi! In forza di quanto detto, i comunisti devono condurre una lotta implacabile anche contro coloro che, dentro la cosiddetta “sinistra”, sostengono in qualche modo o non si battono adeguatamente contro l’UE e la NATO, fornendo all’imperialismo un appoggio politico non indifferente e ingannando le masse popolari. Deve essere intensificata la lotta contro la socialdemocrazia e contro l’opportunismo di alcuni partiti comunisti aderenti, a vario titolo, alla Sinistra Europea, il cui carattere anticomunista è sempre più evidente, non solo nelle sue deliranti dichiarazioni contro Cuba. La posizione della SE, presentata come innovativa, di fatto ricalca un vecchio e trito riformismo, ma in modo peggiorativo. I riformisti ritenevano che la “transizione” al socialismo potesse avvenire attraverso progressive e non traumatiche riforme. Il riformismo manteneva la prospettiva del socialismo, la SE non la conserva, limitandosi alla riforma solo di alcuni aspetti ma sempre dentro i confini del sistema capitalistico. A parole il loro fine è il miglioramento delle concrete condizioni di vita dei lavoratori. Nei fatti si tratta della narcotizzazione del conflitto di classe per un più efficace funzionamento del sistema capitalistico. I comunisti non sono interessati alla razionalizzazione del capitalismo, bensì combattono per il suo abbattimento. In questo contesto riteniamo la partecipazione di comunisti alla SE una contraddizione incompatibile con la permanenza nel movimento comunista internazionale. Esortiamo questi partiti ad abbandonare la SE e ad intraprendere un percorso rivoluzionario. La crisi acutizza le contraddizioni del sistema, fa crescere il conflitto di classe, creando le condizioni oggettive per il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo, per il cui successo è però necessario che si verifichino anche le condizioni soggettive, cioè la presenza di un forte partito comunista.

In Italia il movimento comunista è estremamente frammentato e debole. PRC e PDCI, significativamente ridimensionatisi negli ultimi anni, a causa della loro linea collaborazionista con i governi di centrosinistra e le loro politiche antipopolari hanno subito una triplice sconfitta alle elezioni nazionali, europee e regionali e non hanno eletto nessun deputato. Entrambi i partiti soffrono di fughe di militanti e di quadri dirigenti verso altri partiti borghesi, più allettanti dal punto di vista delle carriere personali. La loro impotenza organizzativa è la conseguenza ultima della deviazione dal marxismo-leninismo. Sopravvalutano il senso della lotta parlamentare e quindi vedono nelle elezioni il fine principale della propria esistenza. Il loro unico orizzonte strategico diventa così la coalizione elettorale col Partito Democratico, all’interno della quale essi costituiscono un’insignificante minoranza, priva di qualsiasi autonomia e influenza. Tutti i tentativi di riunificare la galassia dispersa dei comunisti in Italia sono falliti anche per causa dei gruppi dirigenti di questi due partiti. La stessa fondazione della Federazione della Sinistra (nella denominazione già non si parla più di comunismo) rappresenta appunto il tentativo dei gruppi dirigenti dei due partiti di acquisire un qualche peso elettorale nell’ambito della coalizione di centrosinistra, egemonizzata dal Partito Democratico. Ma la politica non è aritmetica!

In tale situazione, il nostro partito, Comunisti-Sinistra Popolare, è giunto alla conclusione che il processo di ricostruzione del Partito Comunista in Italia non può realizzarsi attraverso una sorta di “assemblea costituente” di tutte le organizzazioni più o meno comuniste, ma solo attraverso la crescita e il rafforzamento di un progetto di moderno Partito Comunista di cui noi vogliamo essere promotori. La piattaforma sulla quale costruiremo questo progetto deve poggiare sui seguenti punti:

1. applicazione creativa e adeguata ai tempi del marxismo-leninismo nella teoria e nella prassi del partito; occorre indicare con chiarezza i nostri obbiettivi, sottolineando una volta per tutte che, pur rispettando la situazione concreta di ciascun paese, il socialismo non è concepibile senza soppressione della proprietà privata e socializzazione dei mezzi di produzione e senza dittatura del proletariato;

2. il partito deve costruirsi e vivere in base ai principi leninisti, organizzando, non semplicemente rappresentando, l’avanguardia della classe operaia sulla base del centralismo democratico, la più efficace combinazione di ferrea disciplina e autentica democrazia interna;

3. internazionalismo proletario; Comunisti-Sinistra Popolare è per la creazione di forme stabili e continuative di coordinamento della lotta e dell’azione dei partiti comunisti, anche al fine di raggiungere una loro maggiore omogeneità sul piano ideologico, strategico e tattico;

4. autentica prassi antimperialista; a questo proposito, riteniamo necessario intensificare la lotta contro l’Unione Europea, smascherando il suo carattere imperialista e antipopolare; allo stesso modo riteniamo necessaria la rottura di ogni coalizione con quei partiti e quelle organizzazioni che sostengono l’Unione Europea, primi fra tutti i partiti del Socialismo Europeo e della Sinistra Europea;

5. obiettività dell’analisi dell’esperienza storica del movimento comunista; il nostro partito condivide il giudizio positivo sui primi tentativi storici di costruzione del socialismo nel XX° sec. e sul ruolo dell’Unione Sovietica; non è crollato il socialismo in sé, ma il revisionismo khruscioviano, con le sue riforme economiche che hanno minato la struttura socialista;

6. rifiuto di partecipare ai governi borghesi e piena alternatività a coalizioni borghesi di destra  o di sinistra; scopo del partito leninista è la conquista della pienezza del potere da parte della classe operaia; come insegna l’esperienza italiana, la partecipazione minoritaria ai governi borghesi non significa neppure la condivisione proporzionale del potere; in presenza di un così grande deficit in termini qualitativi e quantitativi, comporta solo inammissibili compromessi, disastrosi per la classe lavoratrice e serve solo come foglia di fico per coprire l’ignobile e durissima politica antipopolare della borghesia, conducendo alla perdita della fiducia delle masse e alla rovina. La partecipazione a governi di questo tipo è un sostegno diretto alla classe dominante e al sistema esistente; allo stesso modo, partecipare a coalizioni

di centrosinistra significa dare un aiuto diretto alla socialdemocrazia e agli altri partiti borghesi, ingannando il popolo lavoratore con false illusioni; le elezioni per noi sono solo una delle forme di lotta e innanzitutto uno strumento per verificare l’efficacia del nostro lavoro. Comunisti-Sinistra Popolare vede la chiave del proprio successo non tanto nei risultati elettorali, quanto nel proprio radicamento nelle classi popolari, nel rafforzamento della propria capacità di mobilitazione, nella creazione di un rapporto di fiducia con le masse, nella capacità di collegare la lotta quotidiana per la difesa e l’allargamento dei diritti dei lavoratori con l’obbiettivo della rivoluzione proletaria e della costruzione del socialismocomunismo.

Sarà un lavoro lungo e difficile ma, parafrasando le parole di Stalin: “La nostra causa è giusta! La vittoria sarà nostra!”.

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