Senza memoria non c’è futuro 2

24 gennaio 2011 di

 

21 gennaio 1921 – 21 gennaio 2011

Riflessioni sul Comunismo

1) Attualità e necessarietà del comunismo

Perché dopo novant’anni e nonostante l’apparente sconfitta, continuiamo in tanti a parlare di comunismo? Semplice! Perché il comunismo rappresenta il futuro dell’umanità.

Il capitalismo per sua natura è predatorio, persegue il successo di pochi a scapito dei molti.

Il capitalismo non ha interesse al benessere della collettività : ed è stato questo – a ben vedere –  un vantaggio di non poco conto per gli USA durante la guerra fredda. Mentre l’URSS al suo interno creava benessere collettivo e  nelle relazioni internazionali sosteneva movimenti di liberazione e partiti fratelli, al contrario gli USA non si sono mai posti il problema di creare una società equa all’interno, e all’esterno si arricchivano sempre più attraverso una politica predatoria.

Il capitalismo considera una rilevante parte della popolazione mondiale, quella che non produce e non consuma, come una eccedenza da abbandonare al proprio destino di fame, malattia, morte.  Le grandi calamità, le guerre, le epidemie, le carestie sono eventi funzionali al sistema e per questo mai veramente contrastati.

E anche la popolazione produttiva ha valore solo se e in quanto utile al mercato.

In questo quadro, necessariamente, l’umanità è destinata a sopravvivere in un sistema di competizione senza regole e perciò sempre più violento e aggressivo, in cui il più forte schiaccia i deboli. L’unico principio è il massimo profitto anche a scapito della vita e della dignità.

Questo stesso principio governa anche le relazioni internazionali. Nel capitalismo le relazioni tra paesi ricchi e paesi poveri – un tempo cinicamente definiti in via di sviluppo e in realtà destinati al sottosviluppo perpetuo per assicurare il benessere altrui – assumono la forma del colonialismo e dell’imperialismo.

Se questa è la natura del capitalismo, noi, quando da più parti gridano : “il comunismo è morto!”, abbiamo facile gioco a replicare : “il capitalismo è mortale!”. Ed è questo il senso del famoso “socialismo o muerte” dei rivoluzionari cubani.

Noi siamo consapevoli, invece, che in un mondo sempre più piccolo, con risorse limitate e già fortemente depauperate,  sette miliardi di persone hanno un’unica possibilità di vivere in pace e in modo civile : il comunismo.

Il comunismo consente che le risorse limitate vengano equamente distribuite per soddisfare i bisogni primari di tutti e non i lussi di pochi. Il comunismo regola e organizza le comunità umane nell’interesse della collettività e non nell’interesse di pochi individui.  Solo il comunismo permette di regolare le relazioni internazionali su principi di reciproco rispetto.

Dunque il comunismo è nell’interesse della maggior parte dell’umanità!

2) La fase attuale del capitalismo in Europa.

Per quanto la nostra cultura sia convinta – o almeno cerchi di convincere – che l’Europa sia ancora un luogo centrale nel mondo, noi sappiamo bene che non è più così e che altri sono e saranno i protagonisti della storia negli anni a venire.

Il nostro compito è quello di analizzare la fase attuale del capitalismo in Europa.

Finché è esistito il campo socialista, abbiamo goduto in Europa di una sorta di rendita di posizione : ciò ha prodotto un capitalismo mitigato, nelle forme della socialdemocrazia, che ha effettivamente permesso migliori condizioni di vita anche alle classi lavoratrici. Ma una volta che il pericolo sembrò finito, il capitalismo si è svelato anche qui con il suo vero volto e noi, oggi, appena cominciamo a vederne i primi devastanti effetti.

In altri termini, negli anni ’90, il modello di capitalismo di tipo renano, principalmente basato sulla impresa e sulla produzione e legato allo sviluppo del paese,  è stato soppiantato dal capitalismo di tipo anglosassone, basato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulle banche, e sul liberismo sfrenato.  Il cambio è epocale : si è passati dai capitalismi nazionali in competizione fra di loro al capitalismo apolide, al capitalismo globale. Siamo entrati nell’era della globalizzazione.

Naturalmente, questa nuova struttura dell’economia esigeva il suo assetto organizzativo.

E’ così, nel ’92 con il trattato di Maastricht nasce l’Unione europea. Fin dagli anni ’50, erano presenti in Europa varie organizzazioni che si erano evolute nella forma della Comunità economica europea; ma ora assistiamo a un cambio qualitativo, che va ben oltre il riassetto delle organizzazioni esistenti.

L’Unione europea, infatti, costituisce la sovrastruttura del capitalismo globalizzato.

La nascita dell’Unione europea ha comportato una forte perdita di sovranità degli Stati nazionali ed il trasferimento agli organismi  dell’Unione delle competenze e dei relativi poteri  per tutto quello che riguarda la vita economica e produttiva dei paesi aderenti. E gli organi dell’Unione europea – per maggior danno –  non hanno neanche una parvenza di democraticità, ma sono diretta espressione degli interessi apolidi di multinazionali, grande finanza internazionale, banche.

Dunque, di fatto si è realizzata la sovrastruttura che permette al capitalismo globalizzato di espandersi : l’Unione europea opera affinché gli Stati non pongano vincoli o limiti di alcun genere all’economia e alla finanza. In altri termini, l’Unione europea garantisce che le ragioni dell’economia prevalgano  sulle ragioni della politica.

L’adesione all’Europa costringe i Governi nazionali a rispettare parametri economici che portano alla distruzione dello stato sociale e alla riduzione drastica della spesa pubblica a favore della collettività; il mercato e la concorrenza sono assunti a valori fondanti dell’Unione europea, e in nome di questi valori supremi, vengono sistematicamente cancellati i diritti; si perseguono politiche  di destrutturazione degli Stati e di cancellazione delle diversità nazionali; si favorisce lo spostamento di grandi masse di individui nell’interesse delle imprese o si favorisce lo spostamento delle imprese là dove lo sfruttamento è più facile. Ed il sistema è tale per cui se anche uno Stato volesse scostarsi dai diktat sovranazionali, verrebbe prontamente sanzionato, e se per caso ancora resistesse, la speculazione finanziaria, abilmente manovrata, lo ricondurrebbe a più miti consigli! 

Paradossalmente, in Italia i partiti della cosiddetta sinistra furono e sono fra i più accesi europeisti. Con lo zelo proprio dei neofiti, l’allora PDS si pose in prima fila fra i sostenitori dell’Unione europea; le cosiddette sinistre scelsero quale loro capo Romano Prodi,  uomo dei poteri  forti che governano l’Europa, membro del club Bilderberg, già presidente della Commissione europea; banchieri e uomini del grande capitale, quali Ciampi, Draghi, Monti, Montezemolo, diventarono politici di “sinistra”!; i governi di sinistra realizzarono le peggiori riforme in danno dei lavoratori (basti ricordare la precarizzazione del lavoro e la “privatizzazione” del sistema pensionistico), e…. “de minimis”  Fausto Bertinotti, in quegli anni  guida  carismatica dei comunisti, si vantò di aver contribuito a portare l’Italia in Europa, anziché, non dico, contrastare il processo ma, almeno,  spiegare ai lavoratori cosa andava a succedere!

3) Essere comunisti qui ed oggi.

Orbene, dato questo quadro, come i comunisti europei possono agire?

In primo luogo, i comunisti devono affinare i loro strumenti di conoscenza, perché non è possibile alcuna strategia se non si ha chiarezza delle condizioni oggettive, dei vincoli dati, e si ignora dove risiede il potere e come è organizzato. Cioè i comunisti devono studiare.

In secondo luogo, i comunisti devono proporsi – come si diceva un tempo -  di “educare le masse”, spiegando le ragioni e il senso di quanto accade.  Non abbiamo oggi – è evidente – la forza per modificare le strutture economiche, abbiamo, però, la possibilità di formare le menti e le coscienze. Cittadini consapevoli sono lo strumento del cambiamento; uomini ignoranti sono facilmente manipolabili dai nostri avversari.

Ma attenzione, non dobbiamo essere aridamente teorici e astratti, e men che meno dogmatici. Al contrario, dobbiamo parlare innanzi tutto del presente, dell’attuale, dobbiamo prendere posizione su quanto riguarda la vita di oggi, dobbiamo parlare di cose concrete.  Dobbiamo essere per la gente il punto di riferimento per orientare il proprio giudizio su quanto accade.

Ma tutto ciò ci impone di trovare, noi per primi, punti fermi che possano orientarci. E con ciò arriviamo ad un punto cruciale.

I grandi cambiamenti conseguenti alla scomparsa dell’Unione Sovietica, a cui abbiamo prima accennato, hanno prodotto anche un altro importantissimo effetto :  la perdita di quella egemonia culturale che nella seconda metà del ’900 aveva permesso ai comunisti di orientare la società. E così è accaduto che concetti estranei alla cultura comunista e contrari agli interessi delle masse abbiano fatto presa anche fra i comunisti. Oggi, noi dobbiamo acquisire consapevolezza di ciò, dobbiamo riappropriarci della nostra cultura e liberarci dalle influenze di culture estranee alla nostra.

Per esempio, il capitalismo globalizzato ha bisogno, per realizzarsi al massimo grado, di distruggere gli Stati nazionali e di creare una società globale, senza regole e senza poteri che possano contrastare il libero espandersi delle forze economiche.  In questa situazione ogni individuo pensa per sé, non ha diritti, non riceve servizi e prestazioni dallo Stato, e, al massimo, può essere destinatario di provvidenze assistenziali.

Questa visione delle cose appartiene alla cultura del capitalismo che concepisce l’umanità come una moltitudine composta di individui in lotta tra di loro per il successo economico. Ma paradossalmente, queste e simili concezioni sono state veicolate anche dalla cosiddetta sinistra : pensiamo alla teoria dell’Impero di Toni Negri che, negli anni Novanta, predicava la modernità come fine degli Stati nazionali e nascita di una società non  più espressione di  cittadini,  ma solo moltitudine, cioè una somma di individui. Oppure pensiamo a certe teorie che – sempre a sinistra – spiegavano che la cultura dei diritti era prossima al tramonto e che doveva essere sostituita con quella del “dono”.  Queste concezioni hanno fatto molta presa e si sono radicate nelle menti dei comunisti, sebbene osservatori più accorti le abbiano  definite puro collaborazionismo!

Al contrario, il comunismo non esiste senza lo Stato, all’interno del quale programmare e progettare una società equilibrata e ordinata, prevedere diritti e doveri, e in cui la politica prevalga e condizioni il potere economico.  Dunque è evidente che la posizione dei comunisti deve essere sempre quella di difendere lo Stato nazionale e la sua sovranità. Solo così si può sperare di costruire giustizia sociale all’interno, e relazioni eque tra gli Stati. Questo, d’altra parte, è quanto ci insegna la realtà attuale del LatinoAmerica e dei paesi comunisti che resistono saldamente.

Sulla stessa linea di pensiero, i comunisti dovrebbero anche cominciare a ripensare alcuni concetti che appartengono alla cultura cattolica e che pure sono largamente penetrati nella loro visione del mondo.

La Chiesa cattolica, come il capitalismo globalizzato, ha una vocazione all’universalità ed è nemica dello Stato organizzato; la Chiesa cattolica gestisce, come una multinazionale, un enorme giro d’affari impiantato sull’assistenza. Ebbene, l’identità di orizzonte e la coincidenza di interessi tra capitalismo globale e Chiesa cattolica, spiegano perché il concetto cattolico di accoglienza sia stato fatto proprio dal potere politico e sia divenuto l’unico intorno al quale costruire la politica della migrazione.

E’ cinico e paradossale che la cultura dello sfruttamento e del profitto si faccia paladina pietosa dei migranti in nome dell’accoglienza! Ben altri sono gli interessi.

Invece, per un comunista si tratta di coniugare le ragioni della solidarietà con quelle della comunità dei cittadini. Un esempio vale per tutti : è noto che Cuba è uno dei paesi più solidali al mondo. Medici, infermieri, maestri cubani pagati dal governo, lavorano in tanti paesi poveri; migliaia di studenti del terzo mondo studiano gratis a Cuba con il solo obbligo di tornare a lavorare nel proprio paese; centinaia di malati poveri ogni anno vanno a operarsi a Cuba gratis; 10.000 bambini di Cernobyl furono accolti con le loro madri e curati; Cuba è sempre presente dove sono calamità e urgenze. Ma, a fronte di ciò, i cubani non permettono che il loro paese sia un luogo aperto a migrazioni incontrollate.

Analisi similari potrebbero essere condotte in relazione ad altri concetti che sono pesantemente contaminati dalla cultura avversa – pensiamo ai concetti di “democrazia”, di “libertà”, di “diritti umani” – che ormai siamo abituati a recepire acriticamente per come ce li presentano i mezzi di informazione borghese.

4) Conclusione.

E’ evidente che la situazione dei comunisti europei è particolarmente difficile e che pochi sono gli spazi di manovra. Tuttavia, non dobbiamo perdere la speranza : immaginiamo quale poteva essere lo stato d’animo di quanti avevano visto la Rivoluzione del 1789 e che, pochi decenni dopo, assistettero alla Restaurazione! Eppure, di lì a poco tutto sarebbe cambiato e l’Ancien Régime sarebbe stato definitivamente spazzato via.

Sappiamo che il mondo è in grande movimento e che cambiamenti epocali sono non solo possibili ma, forse, anche non così lontani. Noi comunisti non dobbiamo farci cogliere impreparati : l’inerzia sarebbe fatale.

E allora, anziché logorarci nella conquista di posizioni effimere, anziché ricercare un potere che non potremmo coerentemente gestire, lavoriamo per far sì che un grande patrimonio di idee si conservi e possa in futuro germogliare.

Roma, 21 gennaio 2011

Maria Fierro

Federazione di Roma C.S.P.

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    Una Risposta a “Senza memoria non c’è futuro 2”

    1. Cominform dice:

      Esprimo il mio totale e assoluto accordo con questo meraviglioso intervento della compagna Maria Fierro.

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